Ellington e la Degas Suite

The Degas Suite è stata commissionata per essere la colonna sonora di un film incompiuto ispirato all’arte pittorica di Edgar Degas. Il film è stato concepito nel 1968 dal produttore Sam Shaw, che aveva già lavorato con Duke Ellington in Paris Blues ed aveva avuto l’idea dopo aver visto una mostra della collezione Wildenstein sugli impressionisti e post-impressionisti. Shaw aveva intravisto l’opportunità di fare un film con Ellington senza passare dalle interferenze delle “big company” in modo simile all’esperienza di Paris Blues. Ellington fu entusiasta dell’idea e procurò presto la musica. L’attore Anthony Quinn concordò di fare la narrazione del film e fu così entusiasta dopo aver visto il film e ascoltato la musica, da persuadere anche Charles Boyer e Simone Signoret di partecipare alla narrazione. Tutto questo risultò però vano quando fu chiara l’insufficienza di fondi per terminare l’opera.

La musica per il film fu concepita da Ellington utilizzando un gruppo ridotto di musicisti della sua orchestra con soli quatto fiati, ma la versione differente registrata poi successivamente tra novembre e dicembre del 1968 prevedeva titoli differenti e un gruppo allargato a tromba, trombone e quattro ance più sezione ritmica. Essa è contenuta nel quinto volume della “Private Collection” di una serie che documenta registrazioni fatte dal grande compositore e pianista per la sua collezione personale, che è stata prima pubblicata per l’etichetta LMR, nel 1987 e in seguito su etichetta Saja.

La musica è a dir poco splendida e all’altezza delle grandi suites del periodo concepite dal Duca. Qui ve la propongo integralmente per l’ascolto.

la suite è suddivisa in più parti:

  • Introduction- Opening Titles
  • Race
  • Racing
  • Piano Pastel
  • Improvisation-Marcia Regina
  • Piano Pastel
  • Daily Double
  • Drawings
  • Promenade
  • Sonnet
  • Race

la formazione è costituita da soli dieci elementi della usuale orchestra:

Duke Ellington (p), Willie Cook (tr), Chuck Connors (tb), Johnny Hodges e Russell Procope (as), Paul Gonsalves e Harold Ashby (ts), Harry Carney (bs), Jeff Castleman (b), Rufus Jones (dr).

MI0001407486The Degas Suite

 

 

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Joe Farrell, un magnifico flautista

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Joseph Carl Firrantello (16 dicembre 1937 – 10 gennaio 1986), meglio conosciuto come Joe Farrell, è stato un sassofonista e flautista di prim’ordine, che fa parte di quella larga schiera di jazzisti un po’ misteriosamente sottostimati rispetto al proprio valore oggettivo. Proprio recentemente Dave Liebman, che in fatto di flauto se ne intende parecchio,  confessava di considerare Joe Farrell un flautista di livello straordinario, tra i suoi preferiti. Farrell ha recitato un ruolo di assoluto rilievo in diverse importanti incisioni di grandi leader. Dal 1960 in avanti ha infatti suonato e registrato per Maynard Ferguson, la Thad Jones / Mel Lewis Orchestra, Charles Mingus, Andrew Hill, Jaki Byard (nei bellissimi dischi live at Lennie’s di metà anni ’60) e soprattutto nel gruppo di Elvin Jones nei dischi Blue Note di fine anni’ 60 inizio ’70 e con Return to Forever di Chick Corea. Forse le ragioni di un certo oblio tra i jazzofili è da ricercare nella serie di dischi incisi per CTI negli anni ’70, che peraltro inviterei a risentire oggi con un orecchio meno condizionato da sedicenti “purismi” che favoriscono solo l’occlusione dei canali uditivi, e per i suoi contributi strumentali in incisioni di successo nel campo del pop, come con Aretha Franklin nel 1973 in Until You Come Back to Me (That’s What I’m Gonna Do) e  Santana in  When I Look into Your Eyes incluso su Welcome. Nella sua discografia si possono comunque rintracciare altre ottime incisioni da leader sino alla prima metà degli anni ’80, come nel Contemporary Sonic Text. Farrell purtroppo morì di sindrome mielodisplastica (MDS) a Los Angeles, California, il 10 gennaio 1986 alla sola età di 48 anni.

Per ricordarlo degnamente, ho giusto rintracciato questo suo splendido assolo di flauto registrato con Return to Forever nella celeberrima Spain di Chick Corea. Ascoltare per credere…

 

il pianoforte improvvisato di Cecil Taylor

Ho sempre trovato ostica la musica di Cecil Taylor e, pur se non lo considero una icona da venerare, come fanno un po’ acriticamente molti appassionati, devo ammettere che è stato un pianista e un musicista che ha contribuito parecchio all’avanzamento sia del pianoforte jazz improvvisato che del jazz tout court. Peraltro alcuni suoi dischi sono più che “leggibili”, specie quelli in piano solo e quelli degli anni ’50. Dei jazzisti afro-americani del periodo Free è sicuramente uno di quelli che aveva più conoscenze in ambito di musica accademica e contemporanea e sicuramente questa influenza si coglie nella sua proposta, ma nonostante questo, il suo pianismo estremamente percussivo rivela notevoli agganci con certa tradizione fortemente afro-americana legata a Duke Ellington, Earl Hines e Thelonious Monk. Certo, non è musica dalla quale aspettarsi di “battere il piedino”, lo swing non è mai stata una caratteristica di Taylor, ma la musica richiede sempre più capacità di ascolto e la minore interposizione possibile di proprie aspettative, di qualsiasi genere esse siano.

Per il fine settimana vi propongo una sua breve ma interessante esibizione al piano solo che contiene un po’ tutti gli elementi di cui ho qui solo brevemente accennato, giusto per non tediare, ma il musicista meriterebbe ovviamente ben altro approfondimento in altra circostanza e/o in altra sede.

Buon ascolto e buon week end.

La bellezza del suono di Lee Morgan in ricordo di Clifford Brown

Oggi se ne parla relativamente poco, forse perché si considera l’hard bop musica ormai del passato jazzistico, ma la bellezza di certa musica pare non sfiorire mai ad ogni ripetizione di ascolto. Lee Morgan (Filadelfia, 10 luglio 1938 – New York, 19 febbraio 1972 ) è stato un grandissimo della tromba, forse uno dei migliori trombettisti in assoluto del jazz e ascoltarlo in questo brano che sto per proporvi, eseguito magistralmente a soli 20 anni, dovrebbe già darvi l’idea di quanto fosse enorme il suo talento di improvvisatore. Mettere mano a temi di una bellezza quasi immortale come I Remember Clifford, qui suonato proprio insieme al suo autore, Benny Golson, in un concerto del tour europeo dei Jazz Messengers nel 1958,  riuscendo a improvvisare linee melodiche di bellezza pari, se non superiore, a quelle del tema, non è da tutti, ma Lee Morgan ci riusciva perfettamente.

Morì, come noto,  per mano della moglie, ucciso da un colpo di pistola al termine di un concerto. Debuttò giovanissimo nella big band di Dizzy Gillespie, per poi passare nei Jazz Messengers di Art Blakey, rimanendovi per alcuni anni. Iniziò parallelamente a incidere da sideman e leader con l’etichetta discografica Blue Note una notevole serie di dischi sino a fine anni ’60. Il suo  stile fluente, virtuosistico e intensamente espressivo fa di Lee Morgan uno dei maestri dell’hard bop, erede della lezione di Clifford Brown e di riferimento ai successivi campioni dello strumento: Freddie Hubbard, Charles Tolliver e Woody Shaw, oltre ai successivi “Young Lions” della tromba emersi negli anni’80.

Riconciliamoci col jazz e più in generale con la sua grande indimenticabile musica in questa splendida versione.

Buon ascolto.

Il volo da farfalla di Herbie Hancock

Il cosiddetto periodo “crossover”, o per meglio dire jazz-funk, di Herbie Hancock (non uso il termine anni ’70 jazz-rock perché lo trovo basilarmente improprio se non del tutto errato) passato con i famosi Head Hunters è stato dalla sua nascita negli anni ’70 e per alcuni decenni stroncato e frainteso dalla critica come musica proposta per motivazioni esclusivamente commerciali (la solita litania critica di quel periodo, sorta di disco rotto proposto come argomento su qualsiasi musica che non suonasse per supposte élite esclusive di pseudo intenditori, ovvero per quattro gatti). Poi, come è accaduto spesso, la rivalutazione critica, se non integrale, in gran parte della musica di quel gruppo, che ha indicato strade nuove da percorrere, certamente derivate dalle idee apportate in precedenza da Miles Davis, con il quale peraltro Hancock aveva sviluppato la sua passione per le tastiere elettroniche, messe poi a frutto da leader nei suoi gruppi. Oggi quelle idee vengono riprese in forma aggiornata da diversi giovani musicisti afro-americani, alcuni dei quali hanno già raggiunto la fama internazionale. Mi viene in mente ad esempio Robert Glasper, che a Herbie Hancock deve molto, ma non è certo l’unico.

Il brano che sto per proporvi è tra i più noti e riusciti di quel gruppo che riusciva a proporre un sound davvero particolare e coinvolgente ed era costituito da musicisti di tutto rispetto come il sassofonista e flautista Bennie Maupin, il bassista Paul Jackson, il percussionista Bill Summers e il batterista Harvey Mason.

Buon ascolto

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Andando a casa con Albert Ayler

Il movimento del Free Jazz e dei relativi protagonisti degli anni ’60, per lo più afro-americani, è stato sempre descritto, in modo a mio avviso abbastanza stereotipato, come un momento di rottura pressoché definitivo con la tradizione e il passato jazzistico, ma è davvero stato così?

Ho più di qualche dubbio in merito, anzi, si potrebbe dimostrare che sono più gli elementi di continuità che quelli di rottura con la tradizione e a tal proposito sto giusto approfondendo la materia con l’intenzione di scriverne qualcosa di più sostanzioso.

la musica di Albert Ayler ad esempio, si rivela nel suo apparire di completa rottura ed essere dissacratoria ed espressivamente lacerante, pregna di elementi tradizionali, arrivando sino alle profonde radici del jazz. Sono infatti identificabili marcette militari, semplici motivi folk e il popolarissimo rhythm & blues, (specie nell’ultimo frainteso periodo) riletti però nel suo personalissimo stile. Occorre poi sottolineare anche l’aspetto melodico e spirituale della sua musica. Non a caso ha dedicato un intero disco a motivi tradizionali legati per lo più al mondo religioso degli spirtuals in Goin’ Home ,del 1964.

Per l’occasione propongo qui la sua interpretazione contenuta in quel disco di un celeberrimo brano come  Ol ‘Man River, che in realtà non è uno spiritual, ma  una canzone scritta da Jerome Kern e Oscar Hammerstein II, tratta dal musical Show Boat, che comunque ha a che fare con il mondo afro-americano, poiché tratta il tema delle loro fatiche immedesimate nel personaggio di uno scaricatore di porto che canta in relazione all’infinito e immutabile flusso d’acqua del fiume Mississippi mentre viaggia appunto su un battello. Più tradizionale di questo non saprei cosa trovare.

Buon ascolto

Goin'_Home_(Albert_Ayler_album)Ol ‘Man River

 

La sobrietà nella musicalità di Tommy Flanagan

Sì, lo ammetto, Thomas Lee Flanagan (Detroit, 16 marzo 1930 – New York, 16 novembre 2001)  è davvero uno dei miei pianisti preferiti, che pur emergendo tra i protagonisti del periodo hard-bop, ritengo sia limitativo classificarlo in modo esclusivo in tale ambito stilistico. Flanagan si è infatti distinto non solo nel ruolo di eccellente accompagnatore nei capolavori di grandi solisti come Sonny Rollins e John Coltrane, ma anche in qualità di raffinato accompagnatore di una cantante come Ella Fitzgerald, senza considerare che ha prodotto dischi da leader in trio magnifici, alcuni dei quali hanno contribuito alla costruzione di un canone di riferimento per molti pianisti delle generazioni successive. Anche solo per tale ragione non dovrebbe essere trascurato. Tra l’altro la sua produzione discografica è addirittura migliorata con gli anni. I dischi prodotti nell’ultimo decennio della sua vita (ma forse anche prima) sono uno meglio dell’altro, eppure questo grandissimo pianista, grande conoscitore della tradizione jazzistica e umile uomo non ha goduto dalla nostra critica dell’attenzione e del merito che gli andavano riconosciuti. La motivazione potrebbe essere legata principalmente alla difficoltà di molti nel riconoscere le sottili differenze tra un pianista e l’altro, gettandoli superficialmente nel calderone del cosiddetto “mainstream”, genere per lo più poco amato da una critica maggioritaria immotivatamente con la puzza sotto il naso. Solo così riesco a spiegarmi come certi sedicenti testi di storia del jazz pubblicati nel nostro paese riescano a malapena a trovare il modo di fare una singola e distratta citazione per un pianista di questa importanza (e non è l’unico, peggior sorte è toccata ad Hank Jones, nemmeno degno di una citazione, e un altro ancora è Brad Mehldau, portando degli eclatanti esempi). Più che libri di storia mi sono parse orrende storie di fantascienza musicale costruite a propria immagine e somiglianza, ma tant’è, come dire, ognuno si sceglie i riferimenti che preferisce.

Al di là delle polemiche, la musica può spiegare meglio delle parole. Per questo propongo per l’ascolto questa sentita versione di Sunset and the Mockingbird, stupenda composizione del magico duo Duke EllingtonBilly Strayhorn tratta dalla nota “Queen’s Suite” composta in onore delle regina Elisabetta d’Inghilterra.

Buon ascolto

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Una delle più belle canzoni mai scritte

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Bewitched, Bothered and Bewildered  è una meravigliosa melodia scritta nel 1940 dai compositori Richard Rodgers e Lorenz Hart (il cui ricco book di canzoni è tra i più noti e frequentati dai jazzisti di tutto il mondo) e tratta dalla rivista musicale Pal Joey. Il brano è stato introdotto da Vivienne Segal il 25 dicembre 1940, nella produzione di Broadway e gode di diverse importanti versioni jazzistiche, tra cui quelle di Art Pepper, André Previn, Al Cohn, Oscar Peterson, Chick Corea e Brad Mehldau, giusto per citarne qualcuna e lasciando stare quelle vocali che sono probabilmente centinaia, se non migliaia. Una che merita è senza dubbio quella di Paul Desmond che aveva una grandissima capacità di imbastire una perfetta architettura dell’assolo riuscendo sempre a mantenersi sui livelli di cantabilità proposti  da melodie del genere, lavorando magnificamente anche sul piano ritmico. In questo senso, pur con una estetica complessiva e soprattuto un suono molto differenti, a me ha sempre ricordato l’approccio di un Sonny Rollins, altro maestro assoluto dell’improvvisazione jazzistica e gigantesco costruttore di architetture solistiche.

Su Desmond ricordo di aver letto a fine anni’ 70 su recensioni di suoi dischi, idiozie del tipo che definivano la sua musica adatta alla filodiffusione in camera odontoiatrica, o qualcosa di simile. Questo per sottolineare come in quegli anni qualsiasi cosa che non suonasse “rivoluzionaria” o “contro” veniva sbeffeggiata da una pseudo critica politicizzata e costituzionalmente sorda, permettendosi di prendere a pesci congelati in faccia geni di questa statura. E per certi versi non è che oggi sia poi cambiato molto…

Vi propongo qui il video con la trascrizione del suo assolo nel suddetto brano, contenuto in Easy Living, disco registrato nel 1965 per la RCA assieme a Jim Hall.

Buon ascolto

Miguel Zenón in concert

Il quarantenne Miguel Zenón  è uno dei  sassofonisti e compositori più interessanti attivi sulla scena jazzistica internazionale, ma ancora relativamente poco menzionato nel nostro paese. Si tratta in realtà di un musicista polivalente essendosi dimostrato anche valido big band leader, produttore musicale e educatore. Nato e cresciuto a San Juan, Porto Rico, Miguel Zenón vive da tempo a New York. Zenón è uno dei membri fondatori del noto SFJazz Collective, ossia un collettivo di musicisti operanti più o meno stabilmente nell’area di San Francisco e a formazione variabile, che coinvolge il meglio tra le figure oggi attive in ambito jazzistico e che ha già prodotto diverse incisioni molto riuscite dedicate di volta in volta al book di composizioni di grandi come Herbie Hancock, Chick Corea, Ornette Coleman, John Coltrane, Joe Henderson, Thelonious Monk, Wayne Shorter, McCoy Tyner, Horace Silver, Stevie Wonder e, di prossima uscita, Michael Jackson.

Per il fine settimana vi propongo questo notevole concerto registrato al Newport Jazz festival dove il sassofonista presentava il suo eccellente lavoro Identities are Changeable, registrato anche su disco e che rappresenta in musica il frutto delle conversazioni con altri portoricani (colleghi e non) che vivono a New York City.

Buon ascolto e buon fine settimana.

 

In ricordo di Malcom X

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Ieri mi ero completamente scordato di commemorare la nascita di questo personaggio chiave (il 19 maggio del 1925) non solo della “protesta nera” degli anni ’60, ma anche di riferimento per il jazz di quegli anni, fortemente connotato di quelle ben note istanze politiche e sociali portate avanti da un leader come Malcom X, poi assassinato nel 1965.

Diversi sono i musicisti che gli hanno dedicato dei brani (Archie Shepp, Don Pullen e Terence Blanchard, tra gli altri), ma per ricordare la sua battaglia per la libertà e i diritti civili negati agli afro-americani propongo un significativo brano di Max Roach contenuto nella sua celebre Freedom Now Suite. Il grande batterista era all’epoca uno dei jazzisti più coinvolti e attivi su tale fronte ed era un dichiarato sostenitore di Malcom X.

Senza voler fare il nostalgico (che non sono) di un epoca storica che di fatto anagraficamente non ho vissuto, non posso non rimarcare la presenza nella musica di quegli anni di una urgenza espressiva che spesso oggi manca al jazz dei nostri giorni (anche al di là e al di fuori del connotato politico, che in Italia è stato spesso volutamente frainteso ad uso specioso di battaglie politiche interne, portando con sé gravi distorsioni sulla divulgazione jazzistica nel nostro paese, di cui ancora oggi se ne pagano le conseguenze). La formazione coinvolta nel brano prevede la presenza di:

Abbey Lincoln, voce; Walter Benton, sassofono tenore; Booker Little, tromba; Julian Priester, trombone; James Schenk, contrabbasso; Max Roach, batteria, con assoli presi da  Booker Little, Walter Benton e Julian Priester, con il solo di Little che pare spiccare più di altri.

Buon ascolto.

Max_Roach-We_Insist!_Max_Roach's_Freedom_Now_Suite_(album_cover)Freedom Day

Un altro grande pianista…

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John Hicks (1941-2006) è stato un pianista molto stimato dai colleghi musicisti e un artista di versatilità non comune, avendo collaborato con musicisti appartenenti ad un ampia gamma stilistica, dalla tradizione alle avanguardie. Nativo di  Atlanta, Georgia, Hicks si trasferì da bambino con la famiglia  a Los Angeles. Ha trascorso la maggior parte della sua adolescenza a St. Louis, avendo tra i suoi compagni di classe il giovane Lester Bowie. Ha completato gli studi pianistici alla Berklee School of Music e alla Juilliard School. Le sue maggiori influenze  pianistiche vanno da Fats Waller a Thelonious Monk, passando per Earl Hines e Bud Powell, e agli inni della Chiesa Metodista, considerando il fatto che il padre era un predicatore. Dopo aver collaborato con il bluesman Albert King e il sassofonista hard-bop  Johnny Griffin, Hicks si trasferì a New York negli anni ’60 dove ebbe modo di unirsi ai Jazz Messengers di Art Blakey  nel 1964. Due anni più tardi è divenuto accompagnatore della cantante Betty Carter (con la quale riprese l’esperienza anche a fine anni ’70), un’altra scuola dopo quella dei Jazz Messengers presso una scopritrice infallibile di talenti pianistici. Uscito dalla band della cantante nel 1968, Hicks ha trascorso la fine del decennio nella big band di Woody Herman. Durante i primi anni ’70 ha anche insegnato jazz e improvvisazione alla Southern Illinois University.

Le incisioni da leader sono iniziate relativamente tardi, verso la metà degli anni ’70 con un disco in trio intitolato Hells Bells inciso per la indipendente e meritoria Strata East, che in quegli anni documentava il meglio tra i musicisti di un modern mainstream particolarmente creativo. Dapprima occasionali, nei decenni successivi sino agli ultimi anni di vita le sue incisioni in solo o in trio si sono progressivamente intensificate, mettendo in luce uno dei pianisti più interessanti e richiesti, certo appartenenti al suddetto ambito, ma non disdegnando di partecipare ad incisioni per gli emergenti leader del jazz più avanzato, come Hamiet Bluiett, Arthur Blythe, Oliver Lake e David Murray. E’ stato anche importante membro della Mingus Dinasty.

Hicks è emerso anche come compositore di talento, scrivendo forse il suo tema più noto intitolato Naima’s Love Song, in onore della sua giovane figlia e che sto per proporvi in due versioni. La prima in piano solo e la seconda registrata in un bel disco del batterista Alvin Queen.

Buon ascolto

Dodo Marmarosa, originale non solo nel nome

Non so se è casuale o involontariamente indotto, ma ultimamente sto citando jazzisti nativi di Pittsbutgh, peraltro città che ha dato i natali a numerosi grandi (Art Blakey, Ray Brown, Paul Chambers, Kenny Clarke, Billy Eckstine, Roy Eldridge, Erroll Garner, Slide Hampton, Earl Hines, Ahmad Jamal, Eddie Jefferson, Horace Parlan, Eddie Safranski, Dakota Staton, Billy Strayhorn, Maxine Sullivan, Stanley Turrentine, Mary Lou Williams, George Benson e Nancy Wilson), e oggi proseguo con Michael “DodoMarmarosa (1925 – 2002), un eccellente pianista del periodo bop oggi un po’ dimenticato e per questo testé rispolverato.

Dopo aver ricevuto l’educazione pianistica nella sua città, già prima dei vent’anni lavorava  con le big band di Gene Krupa, Tommy Dorsey, Charlie Barnet e Artie Shaw. Stabilitosi in California nel 1945, lavorò come musicista freelance incidendo dischi con Lester Young (The Aladdin Sessions) e con Charlie Parker per la Dial a Los Angeles, così come lavorò con eminenti musicisti della West Coast come Teddy Edwards, Howard McGhee e Wardell Gray, mostrando uno stile che, se da un lato aveva la disinvoltura armonica del nuovo bebop, dall’altro restava radicato in stili precedenti, quali quelli di Teddy Wilson, Art Tatum e Jess Stacy. Lo stile di Marmarosa proponeva una via diversa e bianca al pianismo jazz moderno che si discostava da quella preponderante di Bud Powell. Uno stile che fu raccolto allora da pochi altri pianisti, pure bianchi, come Al Haig, altro pianista bravissimo del periodo, ma oggi poco conosciuto. Per problemi di salute si ritirò presto dalle scene, continuando occasionalmente a esibirsi nella città natale, anche incidendo alcuni dischi nei primi anni Sessanta (uno eccellente con Gene Ammons davvero consigliabile). Per chi fosse interessato ad approfondire qui potete trovare la sua scarna discografia.

Possiamo ammirarlo in questo suo brano del 1947 registrato in trio in compagnia di Harry Babasin (bass) e Jackie Mills (drums).

Buon ascolto.

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l’onda lunga di Ahmad Jamal sul piano jazz

Il caso di Frederick Russell Jones, meglio noto tra i jazzofili con il nome di  Ahmad Jamal, nome preso dopo la sua conversione all’Islam nel 1952, è davvero particolare.

Inizialmente sottovalutato dalla critica, che lo considerava poco più di un pianista da piano bar, nella fase matura e più recente della sua carriera si è trovato nella situazione opposta: relativamente poco conosciuto dal grande pubblico, ma riconosciuto dalla critica e dagli appassionati come una figura fondamentale del piano jazz, uno dei primi a differenziarsi dallo stile boppistico introdotto sul pianoforte da Bud Powell, il cui approccio al pianoforte sembrava negli anni del dopoguerra quasi ineludibile per chiunque volesse emergere come moderno pianista jazz.  Oggi è considerato un assoluto maestro del pianoforte jazz che ha influenzato stilisticamente moltissimi pianisti della generazioni successive, continuando a produrre anche recentemente pregevoli incisioni, nonostante l’avanzata età.

Jamal fondò nel 1951 un trio (The three strings) con Ray Crawford alla chitarra e Eddie Calhoun  al  contrabbasso, nella struttura quindi dei più noti trii del decennio precedente di Art Tatum e Nat King Cole, e col quale si fece conoscere sulla scena. Il suo modo di suonare del periodo, elegante, asciutto e dal tocco leggero, catturò l’attenzione di Miles Davis, che in fatto di gusto e scoprire talenti pianistici non sbagliò pressoché mai un colpo in carriera. Davis dichiarò pubblicamente la sua particolare e inaspettata preferenza per il pianista di Pittsburgh. Non a caso Jamal ebbe una forte influenza sullo stile del famoso primo quintetto del trombettista, soprattutto per quello che riguardava l’uso dello spazio,  della dinamica e le modalità di accompagnamento, cui il pianista Red Garland, indimenticato componente di quel gruppo, era fortemente debitore. Lo stile di Jamal, si distingueva dall’allora dominante estetica bebop per fraseggi più meditativi e di ampio respiro. Uno dei più grandi successi di Jamal fu la sua versione di Poinciana (brano non a caso ripreso tale e quale da un pianista di grande personalità come Keith Jarrett a fine anni ’90 con lo stesso tipo di arrangiamento, da tanto risultava perfetto), che registrò per la prima volta dal vivo al club Pershing di Chicago. Il suo stile ha avuto un’evoluzione costante: aperto e leggero negli anni Cinquanta, funky e ispirato alla musica caraibica negli anni Settanta, basato su voicing aperti e virtuosismi negli anni Novanta, senza però mai allontanarsi da alcune sue peculiarità stilistiche.

Jamal, come molti altri jazzisti di valore ma meno acclamati, era poco portato alla vita raminga tipica del jazzista e decisamente avverso all’ambiente affaristico collegato all’industria musicale, rifiutandosi di abbandonare il Midwest per New York, considerata tappa obbligata per la maggior parte dei jazzisti al fine di potersi affermare. Per questo ha sempre avuto una visibilità inferiore ai meriti, e si è spesso volontariamente isolato dal mondo della musica. Negli  anni Sessanta e Settanta si ritirò infatti a Chicago per dirigere il proprio club, l'”Alhambra”. A partire invece dagli anni Ottanta, Jamal ha ricominciato a effettuare tournée e a partecipare ai festival Europei, quasi sempre col suo nuovo trio che aveva come componenti il bassista James Cammack e il batterista Idris Muhammad, riscuotendo ovunque consensi.

Per l’ascolto odierno vi propongo un brano di una delle migliori incisioni della sua corposa discografia, tratto da un Impulse! del 1970 dal titolo The Avakening, registrato in trio con Jamil Nasser al basso e Frank Gant alla batteria. Si tratta di uno standard poco battuto ma molto bello ed interpretato magnificamente da Jamal e il suo trio di allora, contenente una lunga, strepitosa introduzione in piano solo.

Buon ascolto

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Wayne Shorter e i Jazz Messengers

A Wayne Shorter avevo già dedicato un articolo in cui elencavo pressoché tutte le sue composizioni incise in carriera, per mostrare tangibilmente quanto sia stato importante nella storia del jazz moderno in tale ruolo, certamente uno dei più grandi creatori di composizioni poi divenute dei veri e propri standard suonati da moltissimi jazzisti delle generazioni successive. Qui voglio riproporne una non particolarmente battuta ma di una bellezza luminosa, che mi dà anche l’occasione di parlare di un gruppo fondamentale in ambito di storia del jazz e non solo in ambito di hard bop, nel quale indubbiamente si colloca. Intendo i Jazz Messengers di Art Blakey, fucina e palestra per quattro decenni delle giovani leve di jazzisti e improvvisatori di ciascuna epoca, poi divenuti protagonisti assoluti in qualità di leader di propri gruppi. Una sorta di “vivaio”, volendo usare un termine caro in ambito calcistico (in stile Ajax, per chi sa cosa intendo), nel senso che si parla di giovani già buttati nella mischia di una “prima squadra” jazzistica, anziché calcistica, come lo è sempre stata la formazione del batterista di Pittsburgh. Shorter era il direttore musicale di quella formazione che prevedeva nel periodo di incisione del disco un gigantesco Lee Morgan alla tromba che come sua abitudine prende uno splendido assolo nel brano che sto per proporvi. Si tratta di una ballad, o forse sarebbe meglio dire una “Lullaby”, cioè una ninna nanna,  che è stata ben interpretata anche dal nostro Enrico Pieranunzi in un suo notevole disco dedicato alle composizioni di Shorter. Il disco da cui è tratto il pezzo proposto si intitola Like Someone in Love ed è del 1960, ma è stato pubblicato solo nel 1966 e prevede la seguente strepitosa formazione:

Lee Morgan (tromba), Wayne Shorter (sax tenore), Bobby Timmons (piano), Jymie Merritt (contabbasso), Art Blakey (batteria)

Buon ascolto e buon inizio settimana.

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Steve Lacy & Don Cherry: il “vecchio” visto dal “nuovo”

Sempre alla ricerca di documenti discografici che dimostrino il forte legame dei musicisti del nuovo corso del jazz negli anni ’60 con la tradizione, sostanzialmente mai abbandonata (al di là di supposte radicali “rivoluzioni” jazzistiche di cui si è sempre esageratamente, e forse anche impropriamente, narrato), per il fine settimana propongo uno dei dischi migliori sia nella discografia di Steve Lacy che in quella di Don Cherry, ossia quell’ Evidence che rielabora alcuni temi di due dei principali compositori del jazz ossia, Duke Ellington e Thelonious Monk. Entrambi alfieri del jazz più avanzato di quegli anni, hanno sempre mostrato grande amore e rispetto per la musica di questi due geni del jazz, in particolar modo Steve Lacy, che può essere considerato il più grande interprete di Monk e uno dei più originali anche su Ellington. Tra l’altro Lacy è andato a recuperare un brano del Duca relativamente poco suonato ma bellissimo, il che è indicativo di quale profonda conoscenza egli avesse di certo repertorio. Si potrebbe dunque ben dire che non c’è innovazione senza profonda conoscenza della tradizione e sarebbe bene non scordarlo mai.

Il disco è stato registrato nel novembre del 1961 e pubblicato l’anno successivo nella collana di musica più “avanzata” della Prestige nel periodo, ossia la New Jazz. Quindi stiamo parlando di un disco nato quasi un anno dopo l’epocale Free Jazz di Ornette Coleman, con il movimento della cosiddetta “New Thing” che stava definitivamente per emergere. Ovviamente la cosa non è occasionale, in quanto elementi di profondo aggancio con la tradizione si possono rilevare pressoché in tutti i maggiori esponenti di quella stagione musicale.

Tutto il disco è considerabile un capolavoro ed è assolutamente indispensabile che ogni jazzofilo lo abbia in discoteca. La formazione è la seguente:

Steve Lacy- sax soprano
Don Cherry- tromba
Carl Brown- basso
Billy Higgins- batteria

Buon ascolto.

downloadThe Mistery Song