Ellington e la Degas Suite

The Degas Suite è stata commissionata per essere la colonna sonora di un film incompiuto ispirato all’arte pittorica di Edgar Degas. Il film è stato concepito nel 1968 dal produttore Sam Shaw, che aveva già lavorato con Duke Ellington in Paris Blues ed aveva avuto l’idea dopo aver visto una mostra della collezione Wildenstein sugli impressionisti e post-impressionisti. Shaw aveva intravisto l’opportunità di fare un film con Ellington senza passare dalle interferenze delle “big company” in modo simile all’esperienza di Paris Blues. Ellington fu entusiasta dell’idea e procurò presto la musica. L’attore Anthony Quinn concordò di fare la narrazione del film e fu così entusiasta dopo aver visto il film e ascoltato la musica, da persuadere anche Charles Boyer e Simone Signoret di partecipare alla narrazione. Tutto questo risultò però vano quando fu chiara l’insufficienza di fondi per terminare l’opera.

La musica per il film fu concepita da Ellington utilizzando un gruppo ridotto di musicisti della sua orchestra con soli quatto fiati, ma la versione differente registrata poi successivamente tra novembre e dicembre del 1968 prevedeva titoli differenti e un gruppo allargato a tromba, trombone e quattro ance più sezione ritmica. Essa è contenuta nel quinto volume della “Private Collection” di una serie che documenta registrazioni fatte dal grande compositore e pianista per la sua collezione personale, che è stata prima pubblicata per l’etichetta LMR, nel 1987 e in seguito su etichetta Saja.

La musica è a dir poco splendida e all’altezza delle grandi suites del periodo concepite dal Duca. Qui ve la propongo integralmente per l’ascolto.

la suite è suddivisa in più parti:

  • Introduction- Opening Titles
  • Race
  • Racing
  • Piano Pastel
  • Improvisation-Marcia Regina
  • Piano Pastel
  • Daily Double
  • Drawings
  • Promenade
  • Sonnet
  • Race

la formazione è costituita da soli dieci elementi della usuale orchestra:

Duke Ellington (p), Willie Cook (tr), Chuck Connors (tb), Johnny Hodges e Russell Procope (as), Paul Gonsalves e Harold Ashby (ts), Harry Carney (bs), Jeff Castleman (b), Rufus Jones (dr).

MI0001407486The Degas Suite

 

 

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Joe Farrell, un magnifico flautista

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Joseph Carl Firrantello (16 dicembre 1937 – 10 gennaio 1986), meglio conosciuto come Joe Farrell, è stato un sassofonista e flautista di prim’ordine, che fa parte di quella larga schiera di jazzisti un po’ misteriosamente sottostimati rispetto al proprio valore oggettivo. Proprio recentemente Dave Liebman, che in fatto di flauto se ne intende parecchio,  confessava di considerare Joe Farrell un flautista di livello straordinario, tra i suoi preferiti. Farrell ha recitato un ruolo di assoluto rilievo in diverse importanti incisioni di grandi leader. Dal 1960 in avanti ha infatti suonato e registrato per Maynard Ferguson, la Thad Jones / Mel Lewis Orchestra, Charles Mingus, Andrew Hill, Jaki Byard (nei bellissimi dischi live at Lennie’s di metà anni ’60) e soprattutto nel gruppo di Elvin Jones nei dischi Blue Note di fine anni’ 60 inizio ’70 e con Return to Forever di Chick Corea. Forse le ragioni di un certo oblio tra i jazzofili è da ricercare nella serie di dischi incisi per CTI negli anni ’70, che peraltro inviterei a risentire oggi con un orecchio meno condizionato da sedicenti “purismi” che favoriscono solo l’occlusione dei canali uditivi, e per i suoi contributi strumentali in incisioni di successo nel campo del pop, come con Aretha Franklin nel 1973 in Until You Come Back to Me (That’s What I’m Gonna Do) e  Santana in  When I Look into Your Eyes incluso su Welcome. Nella sua discografia si possono comunque rintracciare altre ottime incisioni da leader sino alla prima metà degli anni ’80, come nel Contemporary Sonic Text. Farrell purtroppo morì di sindrome mielodisplastica (MDS) a Los Angeles, California, il 10 gennaio 1986 alla sola età di 48 anni.

Per ricordarlo degnamente, ho giusto rintracciato questo suo splendido assolo di flauto registrato con Return to Forever nella celeberrima Spain di Chick Corea. Ascoltare per credere…

 

il pianoforte improvvisato di Cecil Taylor

Ho sempre trovato ostica la musica di Cecil Taylor e, pur se non lo considero una icona da venerare, come fanno un po’ acriticamente molti appassionati, devo ammettere che è stato un pianista e un musicista che ha contribuito parecchio all’avanzamento sia del pianoforte jazz improvvisato che del jazz tout court. Peraltro alcuni suoi dischi sono più che “leggibili”, specie quelli in piano solo e quelli degli anni ’50. Dei jazzisti afro-americani del periodo Free è sicuramente uno di quelli che aveva più conoscenze in ambito di musica accademica e contemporanea e sicuramente questa influenza si coglie nella sua proposta, ma nonostante questo, il suo pianismo estremamente percussivo rivela notevoli agganci con certa tradizione fortemente afro-americana legata a Duke Ellington, Earl Hines e Thelonious Monk. Certo, non è musica dalla quale aspettarsi di “battere il piedino”, lo swing non è mai stata una caratteristica di Taylor, ma la musica richiede sempre più capacità di ascolto e la minore interposizione possibile di proprie aspettative, di qualsiasi genere esse siano.

Per il fine settimana vi propongo una sua breve ma interessante esibizione al piano solo che contiene un po’ tutti gli elementi di cui ho qui solo brevemente accennato, giusto per non tediare, ma il musicista meriterebbe ovviamente ben altro approfondimento in altra circostanza e/o in altra sede.

Buon ascolto e buon week end.

La bellezza del suono di Lee Morgan in ricordo di Clifford Brown

Oggi se ne parla relativamente poco, forse perché si considera l’hard bop musica ormai del passato jazzistico, ma la bellezza di certa musica pare non sfiorire mai ad ogni ripetizione di ascolto. Lee Morgan (Filadelfia, 10 luglio 1938 – New York, 19 febbraio 1972 ) è stato un grandissimo della tromba, forse uno dei migliori trombettisti in assoluto del jazz e ascoltarlo in questo brano che sto per proporvi, eseguito magistralmente a soli 20 anni, dovrebbe già darvi l’idea di quanto fosse enorme il suo talento di improvvisatore. Mettere mano a temi di una bellezza quasi immortale come I Remember Clifford, qui suonato proprio insieme al suo autore, Benny Golson, in un concerto del tour europeo dei Jazz Messengers nel 1958,  riuscendo a improvvisare linee melodiche di bellezza pari, se non superiore, a quelle del tema, non è da tutti, ma Lee Morgan ci riusciva perfettamente.

Morì, come noto,  per mano della moglie, ucciso da un colpo di pistola al termine di un concerto. Debuttò giovanissimo nella big band di Dizzy Gillespie, per poi passare nei Jazz Messengers di Art Blakey, rimanendovi per alcuni anni. Iniziò parallelamente a incidere da sideman e leader con l’etichetta discografica Blue Note una notevole serie di dischi sino a fine anni ’60. Il suo  stile fluente, virtuosistico e intensamente espressivo fa di Lee Morgan uno dei maestri dell’hard bop, erede della lezione di Clifford Brown e di riferimento ai successivi campioni dello strumento: Freddie Hubbard, Charles Tolliver e Woody Shaw, oltre ai successivi “Young Lions” della tromba emersi negli anni’80.

Riconciliamoci col jazz e più in generale con la sua grande indimenticabile musica in questa splendida versione.

Buon ascolto.

 

Il volo da farfalla di Herbie Hancock

Il cosiddetto periodo “crossover”, o per meglio dire jazz-funk, di Herbie Hancock (non uso il termine anni ’70 jazz-rock perché lo trovo basilarmente improprio se non del tutto errato) passato con i famosi Head Hunters è stato dalla sua nascita negli anni ’70 e per alcuni decenni stroncato e frainteso dalla critica come musica proposta per motivazioni esclusivamente commerciali (la solita litania critica di quel periodo, sorta di disco rotto proposto come argomento su qualsiasi musica che non suonasse per supposte élite esclusive di pseudo intenditori, ovvero per quattro gatti). Poi, come è accaduto spesso, la rivalutazione critica, se non integrale, in gran parte della musica di quel gruppo, che ha indicato strade nuove da percorrere, certamente derivate dalle idee apportate in precedenza da Miles Davis, con il quale peraltro Hancock aveva sviluppato la sua passione per le tastiere elettroniche, messe poi a frutto da leader nei suoi gruppi. Oggi quelle idee vengono riprese in forma aggiornata da diversi giovani musicisti afro-americani, alcuni dei quali hanno già raggiunto la fama internazionale. Mi viene in mente ad esempio Robert Glasper, che a Herbie Hancock deve molto, ma non è certo l’unico.

Il brano che sto per proporvi è tra i più noti e riusciti di quel gruppo che riusciva a proporre un sound davvero particolare e coinvolgente ed era costituito da musicisti di tutto rispetto come il sassofonista e flautista Bennie Maupin, il bassista Paul Jackson, il percussionista Bill Summers e il batterista Harvey Mason.

Buon ascolto

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Andando a casa con Albert Ayler

Il movimento del Free Jazz e dei relativi protagonisti degli anni ’60, per lo più afro-americani, è stato sempre descritto, in modo a mio avviso abbastanza stereotipato, come un momento di rottura pressoché definitivo con la tradizione e il passato jazzistico, ma è davvero stato così?

Ho più di qualche dubbio in merito, anzi, si potrebbe dimostrare che sono più gli elementi di continuità che quelli di rottura con la tradizione e a tal proposito sto giusto approfondendo la materia con l’intenzione di scriverne qualcosa di più sostanzioso.

la musica di Albert Ayler ad esempio, si rivela nel suo apparire di completa rottura ed essere dissacratoria ed espressivamente lacerante, pregna di elementi tradizionali, arrivando sino alle profonde radici del jazz. Sono infatti identificabili marcette militari, semplici motivi folk e il popolarissimo rhythm & blues, (specie nell’ultimo frainteso periodo) riletti però nel suo personalissimo stile. Occorre poi sottolineare anche l’aspetto melodico e spirituale della sua musica. Non a caso ha dedicato un intero disco a motivi tradizionali legati per lo più al mondo religioso degli spirtuals in Goin’ Home ,del 1964.

Per l’occasione propongo qui la sua interpretazione contenuta in quel disco di un celeberrimo brano come  Ol ‘Man River, che in realtà non è uno spiritual, ma  una canzone scritta da Jerome Kern e Oscar Hammerstein II, tratta dal musical Show Boat, che comunque ha a che fare con il mondo afro-americano, poiché tratta il tema delle loro fatiche immedesimate nel personaggio di uno scaricatore di porto che canta in relazione all’infinito e immutabile flusso d’acqua del fiume Mississippi mentre viaggia appunto su un battello. Più tradizionale di questo non saprei cosa trovare.

Buon ascolto

Goin'_Home_(Albert_Ayler_album)Ol ‘Man River

 

La sobrietà nella musicalità di Tommy Flanagan

Sì, lo ammetto, Thomas Lee Flanagan (Detroit, 16 marzo 1930 – New York, 16 novembre 2001)  è davvero uno dei miei pianisti preferiti, che pur emergendo tra i protagonisti del periodo hard-bop, ritengo sia limitativo classificarlo in modo esclusivo in tale ambito stilistico. Flanagan si è infatti distinto non solo nel ruolo di eccellente accompagnatore nei capolavori di grandi solisti come Sonny Rollins e John Coltrane, ma anche in qualità di raffinato accompagnatore di una cantante come Ella Fitzgerald, senza considerare che ha prodotto dischi da leader in trio magnifici, alcuni dei quali hanno contribuito alla costruzione di un canone di riferimento per molti pianisti delle generazioni successive. Anche solo per tale ragione non dovrebbe essere trascurato. Tra l’altro la sua produzione discografica è addirittura migliorata con gli anni. I dischi prodotti nell’ultimo decennio della sua vita (ma forse anche prima) sono uno meglio dell’altro, eppure questo grandissimo pianista, grande conoscitore della tradizione jazzistica e umile uomo non ha goduto dalla nostra critica dell’attenzione e del merito che gli andavano riconosciuti. La motivazione potrebbe essere legata principalmente alla difficoltà di molti nel riconoscere le sottili differenze tra un pianista e l’altro, gettandoli superficialmente nel calderone del cosiddetto “mainstream”, genere per lo più poco amato da una critica maggioritaria immotivatamente con la puzza sotto il naso. Solo così riesco a spiegarmi come certi sedicenti testi di storia del jazz pubblicati nel nostro paese riescano a malapena a trovare il modo di fare una singola e distratta citazione per un pianista di questa importanza (e non è l’unico, peggior sorte è toccata ad Hank Jones, nemmeno degno di una citazione, e un altro ancora è Brad Mehldau, portando degli eclatanti esempi). Più che libri di storia mi sono parse orrende storie di fantascienza musicale costruite a propria immagine e somiglianza, ma tant’è, come dire, ognuno si sceglie i riferimenti che preferisce.

Al di là delle polemiche, la musica può spiegare meglio delle parole. Per questo propongo per l’ascolto questa sentita versione di Sunset and the Mockingbird, stupenda composizione del magico duo Duke Ellington-Billy Strayhorn tratta dalla nota “Queen’s Suite” composta in onore delle regina Elisabetta d’Inghilterra.

Buon ascolto

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Una delle più belle canzoni mai scritte

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Bewitched, Bothered and Bewildered  è una meravigliosa melodia scritta nel 1940 dai compositori Richard Rodgers e Lorenz Hart (il cui ricco book di canzoni è tra i più noti e frequentati dai jazzisti di tutto il mondo) e tratta dalla rivista musicale Pal Joey. Il brano è stato introdotto da Vivienne Segal il 25 dicembre 1940, nella produzione di Broadway e gode di diverse importanti versioni jazzistiche, tra cui quelle di Art Pepper, André Previn, Al Cohn, Oscar Peterson, Chick Corea e Brad Mehldau, giusto per citarne qualcuna e lasciando stare quelle vocali che sono probabilmente centinaia, se non migliaia. Una che merita è senza dubbio quella di Paul Desmond che aveva una grandissima capacità di imbastire una perfetta architettura dell’assolo riuscendo sempre a mantenersi sui livelli di cantabilità proposti  da melodie del genere, lavorando magnificamente anche sul piano ritmico. In questo senso, pur con una estetica complessiva e soprattuto un suono molto differenti, a me ha sempre ricordato l’approccio di un Sonny Rollins, altro maestro assoluto dell’improvvisazione jazzistica e gigantesco costruttore di architetture solistiche.

Su Desmond ricordo di aver letto a fine anni’ 70 su recensioni di suoi dischi, idiozie del tipo che definivano la sua musica adatta alla filodiffusione in camera odontoiatrica, o qualcosa di simile. Questo per sottolineare come in quegli anni qualsiasi cosa che non suonasse “rivoluzionaria” o “contro” veniva sbeffeggiata da una pseudo critica politicizzata e costituzionalmente sorda, permettendosi di prendere a pesci congelati in faccia geni di questa statura. E per certi versi non è che oggi sia poi cambiato molto…

Vi propongo qui il video con la trascrizione del suo assolo nel suddetto brano, contenuto in Easy Living, disco registrato nel 1965 per la RCA assieme a Jim Hall.

Buon ascolto

Miguel Zenón in concert

Il quarantenne Miguel Zenón  è uno dei  sassofonisti e compositori più interessanti attivi sulla scena jazzistica internazionale, ma ancora relativamente poco menzionato nel nostro paese. Si tratta in realtà di un musicista polivalente essendosi dimostrato anche valido big band leader, produttore musicale e educatore. Nato e cresciuto a San Juan, Porto Rico, Miguel Zenón vive da tempo a New York. Zenón è uno dei membri fondatori del noto SFJazz Collective, ossia un collettivo di musicisti operanti più o meno stabilmente nell’area di San Francisco e a formazione variabile, che coinvolge il meglio tra le figure oggi attive in ambito jazzistico e che ha già prodotto diverse incisioni molto riuscite dedicate di volta in volta al book di composizioni di grandi come Herbie Hancock, Chick Corea, Ornette Coleman, John Coltrane, Joe Henderson, Thelonious Monk, Wayne Shorter, McCoy Tyner, Horace Silver, Stevie Wonder e, di prossima uscita, Michael Jackson.

Per il fine settimana vi propongo questo notevole concerto registrato al Newport Jazz festival dove il sassofonista presentava il suo eccellente lavoro Identities are Changeable, registrato anche su disco e che rappresenta in musica il frutto delle conversazioni con altri portoricani (colleghi e non) che vivono a New York City.

Buon ascolto e buon fine settimana.

 

In ricordo di Malcom X

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Ieri mi ero completamente scordato di commemorare la nascita di questo personaggio chiave (il 19 maggio del 1925) non solo della “protesta nera” degli anni ’60, ma anche di riferimento per il jazz di quegli anni, fortemente connotato di quelle ben note istanze politiche e sociali portate avanti da un leader come Malcom X, poi assassinato nel 1965.

Diversi sono i musicisti che gli hanno dedicato dei brani (Archie Shepp, Don Pullen e Terence Blanchard, tra gli altri), ma per ricordare la sua battaglia per la libertà e i diritti civili negati agli afro-americani propongo un significativo brano di Max Roach contenuto nella sua celebre Freedom Now Suite. Il grande batterista era all’epoca uno dei jazzisti più coinvolti e attivi su tale fronte ed era un dichiarato sostenitore di Malcom X.

Senza voler fare il nostalgico (che non sono) di un epoca storica che di fatto anagraficamente non ho vissuto, non posso non rimarcare la presenza nella musica di quegli anni di una urgenza espressiva che spesso oggi manca al jazz dei nostri giorni (anche al di là e al di fuori del connotato politico, che in Italia è stato spesso volutamente frainteso ad uso specioso di battaglie politiche interne, portando con sé gravi distorsioni sulla divulgazione jazzistica nel nostro paese, di cui ancora oggi se ne pagano le conseguenze). La formazione coinvolta nel brano prevede la presenza di:

Abbey Lincoln, voce; Walter Benton, sassofono tenore; Booker Little, tromba; Julian Priester, trombone; James Schenk, contrabbasso; Max Roach, batteria, con assoli presi da  Booker Little, Walter Benton e Julian Priester, con il solo di Little che pare spiccare più di altri.

Buon ascolto.

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