Un leader del jazz contemporaneo: Miguel Zenón

Per quel che mi riguarda non ho molti dubbi: Miguel Zenón è un leader assoluto del jazz e della musica improvvisata contemporanea. Uno dei migliori musicisti e compositori in circolazione e certo non da adesso. Peraltro il sassofonista di origine portoricana risulta già essere stato un pluripremiato, tra premi Grammy, Guggenheim e MacArthur Fellowship. Zenón fa parte di quel ristretto gruppo di musicisti che hanno saputo magistralmente bilanciare tradizione e innovazione nella propria musica, sapendo mescolare sapientemente diversi generi e culture musicali, tra cui ovviamente quella propria latino americana di nascita e origine. Non c’è ambito musicale che non abbia già dimostrato di saper affrontare con grande sapienza e abilità, mettendo in evidenza una preparazione e studio approfonditi, ma fatti propri. Oggi il quarantatrenne sassofonista è ampiamente considerabile uno dei musicisti del jazz più influenti e avanzati della sua generazione, sapendo sviluppare tra l’altro una voce strumentale personale e perfettamente riconoscibile.

Nato e cresciuto a San Juan, in Porto Rico, Zenón ha già pubblicato una dozzina di registrazioni da leader, tra cui Yo Soy La Tradición (2018) e Típico (2017), recentemente nominati per il Grammy nonché il suo ultimo Sonero: The Music of Ismael Rivera ( 2019). Come sideman è tra le voci e i compositori più interessanti del SFJAZZ Collective e ha lavorato con nomi del calibro di Charlie Haden, Fred Hersch, Kenny Werner, David Sánchez, Danilo Perez, The Village Vanguard Orchestra, Guillermo Klein & Los Guachos, The Jeff Ballard Trio, Antonio Sanchez, David Gilmore, Brian Lynch, Miles Okazaki, Ray Barreto, Jerry Gonzalez, The Mingus Big Band, Bobby Hutcherson e Steve Coleman.

Come compositore ha prodotto lavori per  SFJAZZ, NYO Jazz, The New York State Council for the Arts, Chamber Music America, Logan Center for The Arts, The Hyde Park Jazz Festival, The John Simon Guggenheim Foundation, MIT, Jazz Reach, Peak Spettacoli, PRISM Quartet e molti altri suoi colleghi. Zenón ha tenuto centinaia di lezioni e masterclass presso istituzioni di tutto il mondo ed è membro permanente della facoltà del Conservatorio di musica del New England. Nel 2011 ha fondato Caravana Cultural, un programma che presenta concerti Jazz gratuiti nelle aree rurali di Puerto Rico.

Lo propongo qui in alcune tracce rintracciate in rete, di cui la prima datata 2009 mostrava già un sassofonista e compositore di primissimo livello, mentre gli altri due sono filmati in studio di registrazione che illustrano due titoli del suo più recente lavoro Sonero: The Music of Ismael Rivera. In tutti emerge la sua dimestichezza con i diversi linguaggi da lui elaborati. Buon ascolto.

Joe Chambers, tra i batteristi protagonisti del jazz moderno

Joe Chambers (nato il 25 giugno 1942) a Chester, in Pennsylvania, è non solo un grande batterista, ma è anche pianista, vibrafonista e compositore. Negli anni ’60 e ’70 Chambers ha partecipato ai progetti musicali di di grandissimi del jazz come Eric Dolphy, Charles Mingus, Bobby Hutcherson, Wayne Shorter, Freddie Hubbard, Donald Byrd, Archie Shepp, Miles Davis, Joe Henderson Andrew Hill, Sam Rivers, McCoy Tyner, Woody Shaw e Chick Corea. Durante questo periodo, diverse sue composizioni sono apparse in alcuni degli album in cui ha partecipato in qualità di sideman, come in quelli con Freddie Hubbard e Bobby Hutcherson. Da leader di proprie formazioni ha inciso otto album ed è stato anche membro del Max Roach ‘s M’Boom, un ensemble di percussioni.

L’intenso e creativo batterismo di Chambers, lo si ritrova infatti in lavori eccelsi come Breaking Point di Freddie Hubbard (1964), Compulsion di Andrew Hill (1965), Components di Bobby Hutcherson (1965), Etcetera (1965), Adam’s Apple (1966) e Schizofrenia (1967) di Wayne Shorter, Tender Moments di McCoy Tyner (1967), New Thing at Newport di Archie Shepp (1965), Tones for Joan’s Bones di Chick Corea (1966) e Me, Myself an Eye e Something Like a Bird (1978) di Charles Mingus, tra i molti altri citabili. Più di recente, ha realizzato colonne sonore per diversi film di Spike Lee. Tuttavia, nonostante tutti i suoi successi, Joe Chambers si è sempre mostrato un musicista umile, quasi autoironico. Chambers ha anche insegnato presso la New School for Jazz and Contemporary Music di New York City.  Nel 2008, è stato assunto come Thomas S. Kenan Distinguished Professor of Jazz nel Department of Music at the University of North Carolina Wilmington.

Propongo qui qualche brano suo inciso da leader tra quelli rintracciabili in rete. Buon ascolto.

Kenny Barron at his best

Kenny Barron è oggi considerabile un pezzo di storia del pianismo jazz, degno continuatore dei maestri di quel linguaggio mainstream pianistico mano a mano costruito dalla triade Hank Jones, Tommy Flanagan e Wynton Kelly da cui è stato peraltro influenzato e di cui può essere considerato il continuatore, ai quali ha saputo aggiungere la lezione più avanzata di Thelonious Monk e McCoy Tyner.

Kenneth Barron (Filadelfia, 9 giugno 1943), pianista, compositore e arrangiatore, più che per qualità da leader si è sempre distinto per le doti di grande accompagnatore, grazie alla sua abilità nei voicings e per l’ampia conoscenza armonica. Fratello minore del sassofonista Bill Barron di cui abbiamo già parlato su questo blog, Kenny iniziò lo studio del pianoforte all’età di 12 anni con il fratello di Ray Bryant e intraprese una prima tournée in una band di rhythm & blues all’età di 15 anni. Già da sedicenne, nel 1959, ebbe occasione di collaborare con jazzisti di primo livello come Philly Joe JonesJimmy HeathTootie HeathLee MorganJohn Coltrane e dall’anno successivo in una periodica ma più duratura collaborazione con Yuseef Lateef. La sua fama aumentò quando decise di trasferirsi a New York nel 1961, cominciando a suonare al  Five Spot Cafè con James Moody che lo raccomandò a Dizzy Gillespie come sostituto di Lalo Schifrin. Iniziò per lui una lunga collaborazione che lo vide esposto in uno dei migliori quintetti che il trombettista abbia mai avuto, incidendo una serie brillantissima di dischi dal 1962 al 1966 in cui ha potuto approfondire i ritmi brasiliani e caraibici associati allo swing del jazz.

Prese poi parte a gruppi guidati da Freddie Hubbard fino al 1969 e fu poi con Jimmy Owens, Stanley Turrentine e Milt Jackson. In seguito si riunì nuovamente con James Moody sino al 1973 e nel 1974 fece parte del sestetto di Buddy Rich. Più o meno dalla metà degli anni ’70 iniziò a incidere nelle vesti di leader, specializzandosi col tempo nella formazione del trio con contrabbasso e batteria. Nel 1980 fu uno dei fondatori del magnifico gruppo Sphere, dedicato principalmente alla musica di Theloniuos Monk, in compagnia di Charlie Rouse (sax), Buster Williams (basso) e Ben Riley (batteria).

Forse la sua migliore produzione è considerabile ancora quella nelle vesti di accompagnatore, arrivando a vertici artistici assoluti quando ebbe occasione di accompagnare Stan Getz nel suo ultimo periodo di vita. Di questa magnifica collaborazione non è possibile non citare il disco People Time, uno dei vertici del sassofonista e più in generale dell’arte del duo. Dal 1986 al 1991 Barron suonò in tutti i migliori album del sassofonista di Filadelfia in album strepitosi come Voyage, Anniversary e Serenity.

La discografia da leader di Barron è particolarmente ricca di titoli significativi, sia in trio, sia in duo e in solo. Nel corso della sua carriera ha ricevuto la nomination per nove Grammy Awards. Dal 1973 esercita anche l’insegnamento alla Rutger University (New Jersey). Tra le tante tracce che si potrebbero scegliere per illustrare il suo magistero pianistico ne ho scelte tre. Una da uno splendido album Criss Cross degli anni ’80 intitolato Green Chimneys, uno da un altrettanto notevole The Only One, in cui si apprezza l’influenza di Monk a livello compositivo e una bella versione ammodernata di Everybody Loves My Baby legata al repertorio del jazz tradizionale. Impossibile poi non aggiungere in coda, a mo’ di bis,  un bel fimato tratto da un concerto in duo con Stan Getz in cui suonano proprio People Time. Poesia pura. Buon ascolto.

Un grande batterista del jazz: Charli Persip

La storia del jazz è zeppa di grandi batteristi che si sono intestati il ruolo di leader di grandi orchestre o piccoli gruppi, da Chick Webb e Gene Krupa, sino ad arrivare ai più recenti Brian Blade o Makaya McCraven i nomi si sprecano. Tuttavia non sempre i risultati a livello discografico hanno fatto emergere capolavori assoluti del jazz. Chissà, forse una certa carenza di qualità compositive e di preparazione sul piano armonico rispetto ai classici pianisti o fiatisti leader potrebbe aver giocato un ruolo, ma è solo una ipotesi tutta da verificare, caso per caso. Sta di fatto che ottimi lavori e progetti realizzati da batteristi non mancano.

Uno di questi batteristi che ho sempre apprezzato molto ma che in qualche modo viene sempre dimenticato anche dai più esperti è Charli Persip. È uno dei pochi batteristi nella storia del jazz che è egualmente conosciuto come un eccellente batterista sia di grandi formazioni che di piccoli gruppi. Nato a Morristown, nel New Jersey nel 1929, Persip, cresciuto a Newark, ha frequentato la West Side High School. In seguito ha studiato batteria con Al Germansky. Ha maturato una prima esperienza suonando con Tadd Dameron nel 1953, che lo ha portato a entrare nientemeno che nella big band e nel quintetto di Dizzy Gillespie, dal 1953 al 1958. Poi si è unito al quintetto di Harry “Sweets” Edison e successivamente alla big band di Harry James, prima di formare nel 1960 il suo gruppo, i Jazz Statesmen, con Roland Alexander, Freddie Hubbard e Ron Carter. Intorno a questo periodo, Persip ha anche registrato con molti altri formidabili musicisti jazz, tra cui Lee Morgan, Cannonball Adderly, Benny Golson, Melba Liston, Kenny Dorham, Zoot Sims, Red Garland, Hank Mobley, Archie Shepp, Gil Evans, Don Ellis, Eric Dolphy, Rahsaan Roland Kirk e Gene Ammons, sino a formare una sua  band intitolata “Supersound” di 17 elementi. Charli Persip è stato dunque uno dei batteristi più richiesti nel jazz, ma ha anche suonato R&B, Doo Wop e molti generi al di fuori del lessico del jazz. Quella band allargata è nata a metà degli anni ’80 come Superband. Il primo album di quella band è stato registrato sull’etichetta Stash ed è stato intitolato Charli Persip & Superband. Il secondo album del gruppo, In Case You Missed It e il terzo album, No Dummies Allow, sono stati registrati dalla nostra etichetta Soul Note. Il quarto album pubblicato nel 2008 si intitolava Intrinsic Evolution. Persip ha lavorato  in carriera anche con David “Fathead” Newman, il sassofonista della band di Ray Charles. Dopo quella esperienza è andato in tournée con il cantante Billy Eckstine dal 1966 al 1973. In effetti, il batterista ha potuto maturare in carriera una grande esperienza nel supportare cantanti come Etta Jones, Joe Williams e Dinah Washington.

Persip ha guadagnato una reputazione anche come educatore. Dal 1974 è stato istruttore di batteria e musica per Jazzmobile, Inc. a New York City. E’ professore associato dal 2008 presso la New School for Jazz and Contemporary Music di Manhattan. Sfortunatamente, negli ultimi anni, l’ormai novantenne Charli Persip ha lottato con la malattia e ha dovuto smettere di fare ciò che amava di più: esibirsi e insegnare. Questo lo ha fatto cadere in momenti difficili a causa delle ingenti spese mediche.

In rete non si trova molto a livello di filmati. Personalmente ho scoperto Persip come accompagnatore straordinario di Roland Kirk in We Free Kings, uno dei capolavori discografici dell’istrionico multistrumentista cieco, di cui propongo il brano d’esordio dove il batterista dialoga alla grande in un botta e risposta con Kirk. Inoltre ho rintracciato un breve ma interessante filmato interivista più recente. Buon ascolto.

Billy Childs feat. by WDR BIG BAND, live – 2018

Di Billy Childs su questo blog abbiamo parlato tempo fa. Si tratta di un pianista, compositore e direttore d’orchestra di primo livello ma da noi poco noto ai più. Vincitore tra l’altro di diversi Grammy Award in diverse categorie, dal 2006 sino al più recente vinto nel 2018 nella categoria Best Jazz Instrumental Album , con Rebirth.

Ve lo propongo per il concerto del fine settimana in una esibizione con la eccellente e collaudata WDR Big band, una delle migliori formazioni orchestrali europee che i jazzisti americani in tournée europea utilizzano spesso con ottimi risultati.

Di seguito riporto il programma del concerto che prevede tra l’altro diversi brani del suddetto disco premiato. Buon ascolto.

01Mount Olympus [0:01] Arrangement: Florian Ross – Soli: Paul Heller(ts), Billy Childs (p) 02Rebirth [06:35] Arrangment: Florian Ross – Soli: Johan Hörlén (ss), Billy Childs (p), Tim Hepburn (tb) 03Stay [15:40] Arrangement: Ansgar Striepens – Solo: Billy Childs (p) 04The Mountains [22:45; 24:26] Arrangement: Billy Childs – Soli: billy Childs (p), Johan Hörlén (as) 05The Cities [34:20] Arrangment: Billy Childs – Soli: Andy Hunter (tb), Ruud Breuls (flh) 06Dance of Shiva [43:35] Arrangment: Ansgar Striepens – Soli: Billy Childs (p), Johan Hörlén (as), Hans Dekker 07Twilight is upon us [55:32] Arrangement: Florian Ross – Soli: Johan Hörlén (as), Billy Childs (p) 08Peace [1:04:52] Composition: Horace Silver – Trio: Billy Childs, John Goldsby, Hans Dekker 09Do You Know my Name [1:16:22] Arrangement: Florian Ross – Soli: Billy Childs (p), Karolina Strassmayer(as), Ludwig Nuss (tb), Paul Shigihara (g)

Cecil McBee: Alternate Spaces (India Navigation, 1979)

downloadNon è troppo frequente nel jazz osservare dei contrabbassisti nelle vesti di affermati e costanti leader di propri progetti, per quanto eclatanti eccezioni vi siano e vi siano state, basti pensare a esempi come Charles Mingus, Charlie Haden, Dave Holland, specie quando – come nel loro caso – si rivelano anche dei grandi compositori, o più di recente un Avishai Cohen o un Christian McBride. La cosa è comprensibile, in quanto il contrabbasso è utilizzato in pressoché tutte le sezioni ritmiche di piccole e grandi formazioni capitanate da altri strumentisti, il che implica partecipazioni frequentissime degli stessi in progetti musicali altrui. Perciò è più facile rintracciare chi si è alternato nei ruoli di leader e di sideman come, tanto per fare qualche altro esempio, Ron Carter, Oscar Pettiford, Ray Brown, Richard Davis, Paul Chambers. Tra questi, un nome poco citato ma di gran classe è quello di Cecil McBee che, specie negli anni ’70 ha saputo sfornare progetti propri di un certo rilievo. Uno di questi è il disco che stiamo per recensire brevemente.

McBee ha lavorato pressoché con tutti i più grandi improvvisatori e innovatori del jazz moderno, sapendo proporsi brillantemente sia in contesti più canonici che in progetti più avanzati. Dischi come questo Alternate Spaced inciso nel 1977 ma pubblicato solo due anni dopo da una un’etichetta indipendente dell’epoca specializzata nel jazz d’avanguardia, sono da considerare una eccellente sintesi tra i due ambiti e suonano ancora oggi attuali.

La musica è spesso melodica ma imprevedibile (specie nel brano eponimo) e tiene alto l’interesse dell’ascoltatore. D’altronde anche la formazione pensata dal contabbassista propone alcuni dei migliori talenti emersi in quegli anni, come il sassofonista Chico Freeman, il mai abbastanza apprezzato pianista Don Pullen, oltre a Don Moye alle percussioni, il trombettista Joe Gardner e il batterista Allen Nelson.

Questo lavoro che potrebbe oggi essere considerato un album di ottimo post bop, mostra in pratica quel concetto tante volte espresso su queste colonne, ossia di un mainstream jazzistico in grado di fagocitare adeguatamente le istanze innovative ma mano emergenti dalle sperimentazioni. Qui il suddetto post-bop mostra infatti come la lezione del free jazz possa essere brillantemente assimilata e rielaborata, portando a compimento un concetto di composizione molto personale, originale ed efficace. Il risultato è estremamente vario e stimolante nelle situazioni espressive proposte, con una particolare menzione per i brani centrali: la meditativa Consequences e la briosa Come Sunrise, contenente quest’ultimo un ottimo assolo del trombettista Joe Gardner e uno ancora più coinvolgente di Chico Freeman al soprano, procurando un’atmosfera che pare prossima a certi lavori Strata East dell’epoca, l’etichetta di punta tra le indipendenti del periodo. Non bisogna scordare comunque l’eccellente contributo di Don Pullen che si ritaglia adeguato spazio su Sorta, Kinda Blue, ma nel complesso la presenza del contrabbasso del leader pervade della sua personalità musicale tutte le tracce del disco, sia nel pizzicato che con l’archetto. Alternate Spaces è un altro di quegli album pregevoli che meritano una riscoperta tra i tanti interessanti lavori prodotti nei creativi anni ’70 del jazz.

Riccardo Facchi

Harold Land e l’essere jazzisti sulla West Coast

Ho scritto più volte come New York sia stato il luogo riconosciuto da tutti nel quale un jazzista poteva emergere e affermarsi. Perlomeno questo è valso escludendo il periodo del jazz arcaico e classico, nel quale il focus jazzistico era incentrato in città come New Orleans prima e Chicago poi. Tuttavia, specie dall’avvento del jazz moderno, non è stato più possibile trascurare il contributo della West Coast al jazz, per i tanti importanti nomi emersi in quell’area, sia tra i musicisti bianchi che neri. Peraltro in ambito contemporaneo è impossibile oggi trascurare il contributo californiano al jazz, considerando i diversi talenti emersi negli ultimi decenni. Sta di fatto che per questa e altre ragioni ancora, anche personali, i musicisti della West Coast hanno riscosso quasi sempre minore attenzione dai jazzofili rispetto a quelli presenti sulla East Coast.

Il caso del tenorsassofonista Harlod Land è in questo senso emblematico. Proprio qualche giorno fa si parlava su Facebook di quali fossero stati i più grandi sassofonisti della storia del jazz e state certi che un nome come il suo non è venuto in mente a nessuno, in mezzo al solito plebiscito, un po’ superficiale ma comprensibile, sull’abusato nome di John Coltrane. Eppure Harold de Vance Land (18 dicembre 1928 – 27 luglio 2001) è stato un sassofonista di valore, dallo stile molto personale e riconoscibile, tutt’altro che trascurabile, specie in ambito di hard bop e post-bop, considerando che è stato un protagonista del linguaggio hard-bop, essendo stato nientemeno che il compagno di front line del compianto Clifford Brown a metà anni ’50 nell’ambito del celeberrimo Clifford Brown/Max Roach Quintet, uno dei gruppi fondanti di quello stile. Land iniziò la sua formazione musicale tra rhythm and blues e il riferimento alla scuola di Coleman Hawkins. Il suo modo di suonare si collocava da qualche parte tra la muscolosità e la “terrosità” del blues pre-bebop e la leggerezza dello swing a ruota libera, rivelando anche la moderazione e la delicatezza tipica della scuola californiana di metà anni ’50. Gli appassionati del genere, apprezzano in Land la sua intelligenza musicale e il suo equilibrio formale, lontano da verbosità e sterili virtuosisimi.

Land era nativo (non a caso) di Houston nel Texas, ma è cresciuto a San Diego in California. Ha iniziato a suonare all’età di 16 anni, producendo la sua prima registrazione come leader per la Savoy Records, nel 1949. Nel 1954 si unì, come accennato, alla band di Max Roach e Clifford Brown. A causa di problemi familiari si trasferì a Los Angeles nel 1955. Lì ha potuto collaborare proficuamente con il contrabbassista Curtis Counce tra il 1956 e il 1958, guidando propri gruppi e iniziando a incidere in proprio. Forse il suo miglior album da leader è The Fox (1958), che mostra la sua originalità compositiva e la sua sensibilità nei confronti del blues, così come la riconoscibilità del suo tono strumentale.

Nel 1961 ha suonato col trombettista Shorty Rogers. Nel biennio 1961-62, ha lavorato regolarmente con il contrabbassista Red Mitchell. Non va inoltre trascurata la sua presenza nella mitica big band di Gerald Wilson per tutti gli anni ’60, collaborazione che si estese  anche in incisioni degli anni ’80. Dalla fine degli anni ’60 sino a metà anni ’70 ha condiviso con il vibrafonista Bobby Hutcherson una collaborazione che ha dato  pregevoli risultati in lavori incisi per la Blue Note come Total Eclipse, Medina e Now! sino a Inner Glow (1975). A partire dagli anni ’70 il suo stile si è leggermente modificato tenendo conto, come per tanti altri sassofonisti,  dell’influenza coltraniana. Sempre in quel decennio ha sviluppato un’altra importante collaborazione col trombettista Blue Mitchell producendo eccellenti risultati in Mapenzi che rappresenta bene  la sua trasformazione stilistica in senso coltraniano.

Dall’inizio degli anni ’80 ai primi anni ’90 ha lavorato regolarmente con i Timeless All Stars, un gruppo sponsorizzato dall’etichetta discografica Timeless. Il gruppo prevedeva la presenza  di Land al tenore, Cedar Walton al piano, Buster Williams al basso, Billy Higgins alla batteria, Curtis Fuller al trombone e Bobby Hutcherson al vibrafono. Land ha anche fatto tournée con la sua band durante questo periodo, spesso includendo suo figlio, Harold Land Jr., al piano e i consolidati amici Bobby Hutcherson e Billy Higgins.

Land è diventato anche professore della University of California di Los Angeles. È entrato a far parte dell’UCLA Jazz Studies Program come docente nel 1996 . “Harold Land è stato uno dei maggiori contributori nella storia del sassofono jazz“, ha dichiarato il chitarrista Kenny Burrell, fondatore e direttore di quel programma di studi. Morì nel luglio 2001, a causa di un ictus, all’età di 73 anni.  Propongo qui alcune tracce e filmati significativi rintracciati in rete. Vale la pena ascoltarle attentamente. Buon ascolto.

John LaPorta, una vita tra jazz e classica

John LaPorta, è stato un brillante clarinettista e sassofonista, ma è stato più di ogni altra cosa una figura chiave per l’educazione jazz americana.

Nato il 1° aprile 1920 a Philadelphia, LaPorta ha iniziato a suonare il clarinetto all’età di nove anni studiando alla Mastbaum School di Filadelfia, dove uno dei suoi compagni di classe era Buddy DeFranco. Da adolescente ha suonato nelle band della città con Charlie Ventura e Bill Harris. Ha studiato in ambito classico con Joseph Gigliotti della Philadelphia Orchestra e Leon Russianoff alla Manhattan School of Music. Iniziò la sua carriera professionale nel 1942 insieme a Bob Chester nella cui orchestra fu membro sino al 1944, quindi trascorse i successivi due anni con la big band di Woody Herman. Nel 1946 si trasferì a New York dove conobbe Lennie Tristano, con il quale prese parte ai suoi audaci progetti musicali. La Porta abbondonò poi Tristano a causa della gestione troppo impositiva del pianista. Ha lavorato praticamente con tutti i più grandi nomi della storia del jazz: da Charlie Parker a Dizzy Gillespie, da Duke Ellington a Miles Davis, da Lester Young a Max Roach, da Bill Evans a Charles Mingus. Con Teo Macero e Charles Mingus è stato membro del Jazz Composers Workshop, un esperimento di combinazione tra le procedure del jazz e quelle della musica colta (The Jazz Experiments of Charles Mingus). In quest’ultimo ambito, ha potuto lavorare con grandi nomi quali Leonard Bernstein, Leopold Stokowski e Igor Stravinskij.

E’ stato, come già anticipato, anche un eccellente didatta sin dagli inizi della sua carriera. Ha insegnato dapprima alla Manhattan Jazz School per poi insediarsi al Berklee di Boston rimanendovi per oltre trent’anni. Ha scritto numerosi libri didattici tra cui A Guide to Jazz Improvisation: C Instruments. John LaPorta è stato un appuntamento fisso al Berklee College of Music per molti decenni, dando forma al curriculum didattico unico del college e influenzando conseguentemente la vita artistica di migliaia di studenti.

Negli anni ’90, lui e la moglie si ritirarono a Sarasaota, in Florida, dove ha scritto la sua autobiografia, Playing It by Ear. E’ deceduto per complicazioni da ictus il 12 maggio 2004, all’età di 84.

Propongo qui un paio di esempi della sua musica e uno stralcio di intervista in tempi più recenti. Buon ascolto,

Chissà come stanno…

In questo periodo che il coronavirus sta falcidiando una serie di jazzisti in età avanzata, viene da domandarsi come staranno musicisti come ad esempio Sonny Rollins, vecchia roccia del jazz ormai prossimo ai 90 anni, o Keith Jarrett, che come noto, già stava poco bene prima dell’insorgenza della pandemia, in pratica ritiratosi dalla attività concertistica. Ho pensato allora di riproporre oggi l’arte irripetibile di questi grandi improvvisatori.

Di Rollins abbiamo scritto tante volte su questo blog. Personalmente lo ritengo assieme al capostipite Coleman Hawkins il più grande tenorsassofonista della storia del jazz e non aggiungo altro. Lo propongo qui in un estratto del suo famoso Solo Album, un’impresa concertistica che per estensione è alla portata di pochissimi protagonisti del sassofono tenore di ieri e di oggi.

Riguardo a Jarrett, sottolineo solo che è stato una delle figure centrali emerse nell’ultimo mezzo secolo in ambito di musica improvvisata. Un “prodotto” tipicamente americano – forse proprio per questo così tanto discusso da noi – un grandissimo narratore e interprete dello standard e del Song americano, che ha saputo spesso rileggere e rimodellare secondo il suo personalissimo stile ispirandosi ad una notevole ricchezza di fonti, pur mantenendosi sempre fedele al mood proposto dai compositori d’origine. Ne dà qui dimostrazione nei tre bis proposti nel concerto effettuato a Tokyo nel 2002 dove propose in sequenza brani tradizionali come Danny Boy, Ol’ Man River e lo standard Don’t Worry ‘bout Me, tutti molto ben suonati, con particolare menzione per il celeberrimo tema proposto nel musical Showboat del 1927.

Buon ascolto e buon inizio settimana.

Terry Lee Carrington + Social Science, NPR Music Tiny Desk Concert

Terry Lee Carrington ha visitato il Tiny Desk con la sua attuale band, Social Science, una collaborazione con il pianista Aaron Parks e il chitarrista Matthew Stevens.

Questa esibizione include musica tratta dal recente album della band, Waiting Game. È musica piena di racconti, groove, eseguita da un gruppo di musicisti affermati che improvvisano, rappano e cantano su motivi strumentali elaborati ma accessibili. Una sintesi di jazz, indie rock e hip-hop, le quattro canzoni che hanno suonato affrontano argomenti di protesta importanti e culturalmente rilevanti: incarcerazione di massa, liberazione collettiva, brutalità della polizia, specie nei confronti degli afro-americani, e genocidio dei nativi americani.

I crediti relativi al filmato sono i seguenti:

  • “Trapped In The American Dream (feat. Kassa Overall)”
  • “Waiting Game (feat. Debo Ray)”
  • “Bells (Ring Loudly) (feat. Malcolm Jamal Warner)”
  • “Purple Mountains (feat. Kokayi)”

I musicisti coinvolti sono:

Terri Lyne Carrington: drums; Kassa Overall: vocals, percussion; Debo Ray: vocals; Malcolm Jamal Warner: vocals; Kokayi: vocals, percussion, effects; Aaron Parks: piano; Matthew Stevens: guitar; Morgan Guerin: bass, saxophone.

Buon ascolto.

Tutte le cose che sei…

“le cose più care che conosco sono ciò che sei
un giorno le mie felici braccia ti stringeranno
e un giorno conoscerò quel momento divino
quando tutte le cose che sei, saranno mie”.

E’ l’estratto, spero decentemente tradotto, del testo di All The Things You Are forse il tema più emblematico che si possa associare al nome di Lee Konitz e per il quale il testo riportato pare adattarsi bene allo stato d’animo che può provare un appassionato del jazz che nel corso di tanti anni ha potuto godere delle meraviglie sonore di questo grande jazzista.

Tutto questo perché, come penso già noto a molti, Konitz ieri ci ha lasciato. Se n’è andato purtroppo un altro grandissimo del jazz. L’epidemia che sta devastando mezzo mondo non sta solo provocando una enorme crisi sanitaria ed economica, ma anche una non meno grave di tipo culturale e artistico, sicché il mondo del jazz deve patire un’altra grave perdita, quella di uno dei più grandi e intelligenti improvvisatori che il jazz moderno abbia saputo produrre, da piazzare nell’olimpo dei grandi contraltisti bianchi, accanto a Paul Desmond, Art Pepper e Phil Woods, almeno per quel che ci riguarda. In particolare egli ha saputo, forse solo insieme a Desmond, proporre in epoca post-parkeriana una originalissima evoluzione strumentale a quella lezione, arrivando presto ad affrancarsene elaborando una propria estetica e un proprio stile, direi entrambi inconfondibili.

Konitz aveva svilppato la sua grande arte di improvvisatore soprattutto nella rielaborazione e nella ricomposizione del Song americano e degli standard del jazz, di cui era profondo conoscitore, sapendo comunque sempre tendere l’orecchio al “nuovo” che la sua longevità gli ha permesso man mano di percepire e ascoltare nei musicisti delle successive generazioni alla sua, a molti dei quali ha fatto peraltro da riferimento.

Per ricordarlo propongo qui due suoi capolavori tra i tanti che si potrebbero scegliere nella sua mastodontica discografia. Il primo è per l’appunto il suo memorabile solo su All The Things You Are inciso nel 1953 per conto di Gerry Mulligan, un brano questo che ha saputo frequentare tante volte diventando quasi una associazione automatica col suo nome. Questa versione – tra le molte sue anche antecedenti a questa – è particolarmente significativa, perché illustrava già allora come elaborare una linea melodica del tutto nuova sulla struttura armonica del brano evitando quasi di enunciare all’inizio il tema secondo la prassi usuale, arrivando a svelarlo solo alla fine dell’improvvisazione. Una modalità certamente ereditata dalla scuola di Lennie Tristano dalla quale proveniva e che è rintracciabile in tanti successivi improvvisatori del jazz, anche oltre l’utilizzo dello stesso strumento (si pensi, solo ad esempio, alla versione pianistica dello stesso tema di Keith Jarrett in Standards, vol. 1-ECM).

L’altra proposta che faccio riguarda un disco del 1986 a cui sono molto affezionato e che contiene una sua strepitosa versione di If You Could See Me Now (a minuto 25: 30 del video) del grande Tadd Dameron, in cui riesce ad emergere persino una inusuale per lui  componente emozionale nell’elaborare la già bellissima melodia. Infine un filmato più recente con un parlato finale proprio sul tema di All The Things You Are. La sua musica per fortuna ci rimane in eredità, non lo dimenticheremo.

R.I.P.

Esploriamo The End Of A Love Affair

Si tratta di una canzone composta musica e testi nel 1950 da Edward C. Redding. Questa melodia un po’ cupa racconta di un amore perduto. L’orchestra di Jimmy Dorsey l’ha introdotta in prossimità dell’ambito jazz, ma è stata rapidamente presa in considerazione già negli anni ’50 da diversi cantanti e jazzisti del periodo.

Una registrazione di Margaret Whiting potrebbe essere stata la prima registrazione della canzone. E’ stata fatta a Los Angeles il 9 maggio 1951, con un’orchestra diretta da Lou Busch.

Altre registrazioni incise nello stesso anno sono di Dinah Shore con Henri René e la sua orchestra e quella già citatata dello stesso Jimmy Dorsey con cantante non identificata che però potrebbe essere Helen O’Connell. Mabel Mercer – l’ha registrata nel 1953 nel suo album Songs by Mabel Mercer (Atlantic).

Con Helen Merrill entriamo nelle versioni di cantanti più propriamente jazzistiche. Ritroviamo la canzone tratta dal LP del 1955 Helen Merrill With Strings (EmArcy) con l’orchestrazione di Richard Hayman. 

Billie Holiday la registrò a New York, il 20 febbraio 1958, con l’orchestra di Ray Ellis nel celebre suo disco Lady in Satin (Columbia).

Non si possono dimenticare altre versioni notevoli degli immancabili Frank Sinatra e Nat King Cole, oltre a Julie London e persino Marvin Gaye, che agli inizi di carriera si presentò spesso nella veste di classico cantante. Più di recente quella di Chaka Kahn che evidenzio qui sotto in una bella versione live realizzata con l’orchestra di Peter Herbolzheimer.

Tra le versioni strumentali ve ne sono di eccelse tra cui quelle di Art Blakey & The Jazz Messengers, Kenny Dorham, Wes Montgomery, Dexter Gordon e Martial Solal (la sua migliore è forse su Bluesine – Soulnote), a cui possiamo aggiungere quelle di Stan Kenton, Cannonball Adderley, George Shearing, Sahib Shihab, Didier Lockwood (voce Dee Dee Bridgewater), Wynton Marsalis e Roy Hargrove.

 

Nostalgia di Fats Navarro

Come accade spesso, il titolo dell’articolo odierno è un gioco di parole che, in questo caso, utilizza un brano inciso dal musicista per richiamare un sentimento verso lo stesso. In effetti Theodore “Fats” Navarro (1923 – 1950) oggi è un jazzista probabilmente ricordato solo dagli appassionati di vecchia data, ma è stato in realtà un trombettista di massima influenza per quel filone di grandi trombe dell’hard bop che ha come capostipite Clifford Brown, nome da mettere in diretta connessione col grande e sfortunato trombettista della Florida. Navarro è stato infatti uno dei pionieri e maestri del be-bop che ha indicato assieme a Gillespie la via da seguire alle successive generazioni di trombettisti. Per certi versi lo è stato più di Gillespie, nel senso che lo stile e la tecnica di quest’ultimo, cosi peculiari, hanno potuto fare meno scuola di quelli associabili a Navarro, dotato di un suono più rotondo e un fraseggio più lineare rispetto a quello più complesso e pressoché inimitabile di Gillespie.

L’identificazione del trombettista con il linguaggio del be-bop, oggi idioma fondamentalmente storicizzato nel jazz, ma inevitabilmente associabile ad un improvvisatore che purtroppo è vissuto e ha potuto operare solo per pochi anni nel breve periodo di formazione del jazz moderno legato al dopoguerra, ha forse contribuito al suo attuale immeritato oblio.

Nelle vene di Fats Navarro scorreva un misto di sangue cubano e cinese oltre che afro-americano. Nativo della Florida, si trasferì a New York nel 1946, dove si ritrovò nel quadriennio successivo ad essere costantemente considerato tra i protagonisti del nascente jazz moderno assieme a Charlie Parker, Bud Powell, Miles Davis, Sonny Stitt, tra gli altri, e spesso in associazione con il pianista Tadd Dameron, uno dei primi grandi compositori nel nuovo idioma. A seguire un paio di esempi della sua arte. Buon ascolto.

Alla scoperta di Camille Thurman

Nella storia del jazz la presenza femminile è sempre stata minoritaria, per quanto più rilevante di quel che si potrebbe pensare in prima istanza, con la ovvia eccezione del settore canto, dove le grandi voci femminili sono sempre state numerose. Negli ultimi decenni c’è stata una autentica esplosione di donne jazziste anche a livello strumentale, persino negli strumenti a fiato come gli ottoni e le ance, solitamente non frequentati dal mondo femminile. Trovare tuttavia una donna in grado di distinguersi sia come cantante che come sassofonista è invece una autentica rarità, ma è oggi incarnata dalla sassofonista, flautista e cantante Camille Thurman. Nata nel Queens, a New York nel 1986, la Thurman ha già maturato diverse esperienze ad alto livello e raccolto diversi riconoscimenti. Nel 2017 ha fatto il suo debutto alla Chesky Records con “Inside the Moment”. Con i veterani del jazz Cecil McBee(basso) Jack Wilkins (chitarra) Steve Williams (batteria) e Jeremy Pelt (tromba), la Thurman è tornata l’anno successivo con un’altra uscita Chesky, “Waiting for the Sunrise”, una raccolta di standard jazz. È attualmente membro della Jazz at Lincoln Center Orchestra, partecipando ai più recenti progetti pensati dal leader Wynton Marsalis.

Come sassofonista i suoi riferimenti prediletti sono quelli di Dexter Gordon e Joe Henderson, mentre come cantante pare ricordare a tratti l’approccio unico di Sarah Vaughan. Sicuramente un bel talento che merita l’attenzione dei nostri lettori. Buon ascolto.

Buddy DeFranco e il clarinetto be-bop

Il clarinetto è uno strumento tradizionalmente associato al jazz classico, o comunque al periodo delle grandi orchestre Swing degli anni ’30-’40 dirette da leader quali Benny Goodman e Artie Shaw. Molto meno è legato al be-bop e al jazz moderno sino alla contemporaneità, in cui il sassofono ha sostituito in gran parte il ruolo principe che il clarinetto aveva conquistato in precedenza tra gli strumenti ad ancia. Eppure vi sono stati (e vi sono ancora) diversi grandi clarinettisti che hanno saputo adattare lo strumento al linguaggio moderno del jazz e alle relative innovazioni con grande tecnica e sapienza musicale. Tra i pionieri di questo adattamento strumentale al jazz moderno (non andrebbe dimenticato lo svedese Stan Hasselgard prima e soprattutto Tony Scott poi) va sicuramente indicato il nome di Buddy DeFranco.

Boniface Ferdinand Leonard ” Buddy ” DeFranco (17 febbraio 1923 – 24 dicembre 2014) è stato uno dei tanti italo-americani che si sono distinti nel corso della storia del jazz e che hanno cercato di presentare lo strumento in una chiave più aggiornata sin dalla prorompente comparsa del be-bop nell’immediato dopoguerra, facendo comunque tesoro della lezione dei grandi dello strumento dell’epoca precedente sopra citati. 

Nato a Camden, nel New Jersey, DeFranco è cresciuto a South Philadelphia. Si è dedicato al clarinetto già all’età di nove anni e ha iniziato la sua carriera professionale proprio mentre il periodo delle grandi orchestre Swing stavano imboccando decisamente la via del declino. Mentre la maggior parte dei clarinettisti jazz non si è adattata a questo cambiamento, DeFranco ha continuato con successo a suonare esclusivamente il clarinetto ed è stato, come detto, uno dei pochi clarinettisti ad emergere in epoca be-bop.

Nel 1950, DeFranco trascorse un anno con il Septet di Count Basie, la cui big band come molte altre nel periodo era in crisi economica e in attesa di tempi migliori. Ha poi egli stesso diretto una formazione ridotta nei primi anni ’50 che includeva il giovane talentuoso pianista Sonny Clark e il chitarrista Tal Farlow, incidendo nel periodo una interessante serie di dischi per MGM e le etichette di Norman Granz che oggi varrebbe la pena riscoprire.

Durante gli anni 1960-64, DeFranco pubblicò quattro album di quartetti come co-leader del fisarmonicista Tommy Gumina, cercando nei decenni successivi di tenersi in qualche modo aggiornato con le nuove tendenzecomparse nel mondo del jazz, realizzando incisioni con Art Blakey (Blues Bag) e dischi come Mr. Lucky e Free Sail. È stato anche direttore della Glenn Miller Orchestra dal 1966 al 1974, sotto il nome di “The World Famous Glenn Miller Orchestra”.

Ha realizzato incisioni e collaborazioni con grandi nomi come Art Tatum, Oscar Peterson, Dodo Marmarosa, Terry Gibbs, Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Miles Davis, Billie Hioliday, Eddie Daniels e molti altri ancora. Tra le sue più recenti incisioni segnalo il bel disco realizzato con il pianista Dave McKenna dal titolo You Must Believe in Swing (Concord Jazz, 1997). Ho anche avuto la fortuna di poterlo veder suonare dal vivo nel dicembre del 2005 quando è stato presentato nell’ambito del cartellone di Aperitivo in Concerto di quella stagione concertistica milanese, dove eseguì con una big band il repertorio del celeberrimo concerto alla Carnegie Hall del 1938 tenuto da Benny Goodman che segnò il culmine del successo dell’Era dello Swing. DeFranco è morto a Panama City, in Florida, all’età di 91 anni. Ecco qui qualche esempio del suo stile e della sua grande tecnica strumentale. Buon ascolto.