Raffaele Genovese: Musaico -Alfa Music (2016)

albumsProseguiamo nell’attività di recensione di nuove uscite discografiche scrivendo dell’ultima pubblicazione del pianista italiano Raffaele Genovese. Si tratta del terzo cd pubblicato dal musicista in oggetto, sempre per Alfa Music come i precedenti, e lo vede impegnato con il suo trio, completato da Carmelo Venuto al contrabbasso ed Emanuele Primavera alla batteria, con ospite l’ altosassofonista olandese Ben Van Gelder.
La presente opera contiene dieci brani, tutti a firma del leader ad eccezione di Gentle Piece di Kenny Wheeler, e si dimostra essere una proposta che risponde ad un progetto ben pensato ed organizzato. Non siamo, dunque, in presenza di un pugno di brani messi insieme alla bisogna per assolvere ad un esigenza discografica, ma, appunto, ad un jazz che, forse, non farà la felicità degli appassionati degli standard a tutti i costi, ma che presenta una propria solida dignità, cosa che non è sempre così scontata. Musica dal carattere apparentemente intimista, ma che rivela nel suo dipanarsi un alto grado di incisività e concretezza, alternando momenti riflessivi che mi ricordano molto la poetica di un importante pianista contemporaneo come il polacco Marcin Wasilewski, ad altri ritmicamente più movimentati, come in Bright inside, in For this time e in Pentapolis, che chiude il cd.
Genovese si dimostra strumentista tecnicamente e armonicamente solido e ed è affiancato da musicisti altrettanto ferrati che lo coadiuvano in modo determinante per la riuscita del risultato positivo. Indubbiamente non siamo al cospetto di una registrazione che cambierà le sorti del jazz, ma certamente di una proposta ben suonata da musicisti preparati e non ammiccanti ad un facile risultato e ciò è già da solo elemento che gli varrebbe la nostra attenzione.

Francesco Barresi

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UMO JAZZ ORCHESTRA, il caldo rigore del Nord

Come accennato in occasione del secondo anniversario del blog, inizia oggi ufficialmente la collaborazione di Francesco Barresi, appassionato di lunga data con un passato anche di organizzatore di concerti, con il quale ci siamo potuti conoscere anche direttamente e scambiare le diverse opinioni sul jazz. In linea di massima Francesco cercherà di coprire meglio la scena jazz italiana ed europea di quanto voglia e sappia fare io, essendo lui molto più informato di me in materia, ma non ci sono preclusioni e potrà parlare di quel che vuole, ovviamente. In questo senso apriremo, già con questo primo scritto, delle nuove categorie di articoli dedicate all’argomento. Lo ringrazio in anticipo per tutto quanto vorrà fare in futuro nella speranza di migliorare il servizio fornito al lettore di questo blog.

R.F.

Inizio con questo contributo la mia collaborazione al blog immaginato e creato da Riccardo Facchi, che ringrazio per la fiducia accordatami. Il mio desiderio è quello di condividere in modo diretto e paritario le esperienze e le conoscenze che ho avuto modo di maturare nel campo della musica jazz in, ahimè, oltre 40 anni di passione ininterrotta, ma con anche la consapevolezza di avere ancora molto da imparare su un tema che più si approfondisce e più apre porte di ulteriore approfondimento.
Oggetto dello scritto odierno è una realtà del jazz nordico che, nel tempo, è diventata un riferimento assoluto nel campo delle big band, la finnica UMO JAZZ ORCHESTRA.
Il Nord Europa ha una lunga e profonda tradizione di cultura musicale ed è un area geografica da sempre molto aperta e sensibile al jazz, sin dagli albori di questo. La Svezia, infatti, si aprì a tale idioma sin dagli anni Venti del secolo scorso, in anticipo su ogni altra nazione del nostro continente. Nonostante un gruppo di intellettuali svedesi si opponesse e indicasse questa nuova forma espressiva come una deviazione inammissibile, arrivando a chiedere, con il sostegno del sindacato locale dei musicisti, di vietare di suonare jazz nel Paese, nessuno riuscì ad evitare l’ arrivo di musicisti che iniziarono ad importare Ragtime e Dixieland, al punto che nel 1926 fu effettuata la prima incisione da parte della Chrystal Band del pianista Helge Lindberg. E’ evidente, dunque, come la tradizione in questo campo sia profonda e sentita e perché il livello del jazz nei paesi scandinavi, ma anche in Olanda e Danimarca, sia sempre stato molto elevato.
Tornando al nostro specifico, la UMO è una orchestra che fu fondata nel 1975 dal pianista Heikki Sarmanto e da Esko Linnavalli, arrangiatore di grande livello. Il nome della band è l’ acronimo di Uuden Musiikin Orkesteri, New Music Orchestra in Inglese e, infatti, i primi due dischi, entrambi del 1976, furono editi con il nome britannico. Sin dagli ospiti che si trovano nella prima opera discografica, Dexter Gordon, Niels Pedersen, Allen Botchinsky, si intravedono gli obiettivi qualitativi di questo gruppo che saranno, appunto, sempre e costantemente ai massimi livelli. Il nome UMO verrà utilizzato dal 1978 nel terzo disco pubblicato, Thad Jones & Mel Lewis with UMO per la RCA Victor, e non verrà più abbandonato.
Nel 1984 ottiene un importante e multiplo riconoscimento, in quanto l’attività dell’orchestra verrà stabilmente riconosciuta e finanziata ( !! ) contemporaneamente dalla Radio Televisione di Stato finlandese, dal Ministero della Cultura e dalla Municipalità di Helsinki.
Apro una parentesi dicendo che anche in Italia esistevano le orchestre dei “ritmi moderni” della RAI, ma si è pensato bene di scioglierle. Stop al commento.
L’ attività UMO si sviluppa, perciò, molto intensamente sia sotto il profilo concertistico che discografico, aprendosi sovente a collaborazioni e progetti importanti in entrambe le situazioni. Sono, infatti, note esibizioni concertistiche con solisti del calibro di Dexter Gordon, Dizzy Gillespie, Mc Coy Tyner, Michael Brecker e altri, ma anche collaborazioni dal vivo con arrangiatori come Gil Evans e Maria Schneider.
L’ opera discografica è, direi, quasi monumentale, essendo composta da oltre 50 pubblicazioni ed è tutta di grande valore, oltre che molto eterogenea. Si può spaziare dal jazz per big band più canonicamente inteso ad opere più informali e rarefatte fino a progetti di carattere quasi filologico., Le produzioni sono tutte di alto livello ed è difficile stabilire cosa sia meglio. Io, però, colloco in cima alle mie preferenze i due dischi “Umo Jazz Orchestra“del 1997 e “Transit People” edito nel 2000, entrambi della Naxos Jazz e con impostazioni molto diverse. Molto moderni entrambi, ma più “tradizionale” il primo e un po’ più rarefatto il secondo. Così come suggerisco l’incisione dedicata alla musica di Muhal Richard Abrams per come riesce a calarsi nello spirito di questo musicista non così immediato e non semplice da tradurre in musica per orchestra. Altra chicca è il cd pubblicato nel 2015 di un concerto dal vivo con ospite Michael Brecker, ma, ribadisco, tutta la produzione è di livello molto alto. Per consultare la discografia si può andare al sito discogs.com.
Le caratteristiche peculiari della formazione di cui stiamo parlando sono diverse. Innanzitutto lo standard dei musicisti è costantemente ai massimi livelli, precisi e compatti nelle sezioni come godibili ed espressivi nelle parti solistiche. Ciò grazie, evidentemente, anche alle parti scritte, temi ed arrangiamenti, che creano un impatto sonoro potente, ma nello stesso tempo sempre coerente con l’atmosfera dei diversi brani. Non ultima, la capacità di trasmettere il giusto feeling in ogni situazione, mediante una predisposizione che non deriva solo dalla scrittura, ma anche dalla sensibilità dei singoli di calarsi nelle diverse situazioni musicali con il giusto approccio. In sintesi, una big band che trasmette forti sensazioni e, spesso, da “pelle d’oca”.
Sono molti i musicisti che hanno suonato e contribuito a costruire la fama della UMO e, dunque, è impossibile citarli tutti ( anche per la complicatezza dei nomi), ma mi piace ricordare almeno coloro che da più anni partecipano al progetto come il trombettista Timo Paasonen, il trombonista Mikael Langbacka, il sassofonista Teemu Salminen, il sassofonista Pertti Paivinen, il batterista Markus Ketola ed il pianista Kirmo Lintinen.

Chiudo con un pensiero che vuole essere anche un auspicio. Il risultato del sostegno pubblico a questa realtà si traduce, come scritto nel proprio sito umo.fi, in 80 concerti annuali e molte attività anche didattiche a favore di scuole e studenti. Si può ragionevolmente pensare che non sia così impossibile promuovere collaborazioni stabili e culturalmente proficue anche in Italia?

Francesco Barresi

Il mio Michel Petrucciani “Live”

Michel Petrucciani (Orange, 28 dicembre 1962 – New York, 6 gennaio 1999) è stato probabilmente il jazzista europeo più amato e uno dei più apprezzati in assoluto. Può essere che le sue condizioni di vita segnate da una grave malattia congenita ne abbiano condizionato il giudizio in positivo, ma vi sono stati degli oggettivi valori musicali ed artistici a contrassegnarne il meritato riscontro critico e l’indubbia popolarità. Il pianista francese, considerato un talento prodigioso sin da giovanissimo, si è costruito nel tempo un bagaglio di esperienze di altissimo livello prima di arrivare ad esplodere nel ruolo di leader, basti pensare alle sue collaborazioni fondamentali con il gruppo di Charles Lloyd e quello di Freddie Hubbard, con il quale, a suo stesso dire, ha avuto modo di esercitare le sue conoscenze musicali e jazzistiche al massimo livello sia nel ruolo di accompagnatore che di improvvisatore, dovendo ogni sera suonare “al volo” qualsiasi brano in qualsiasi tonalità, anche quella più intricata per un pianista, imposta dal leader trombettista. Dotato di una eccellente tecnica pianistica e di grande fantasia improvvisativa, Petrucciani fa parte ancora oggi di quei notevoli improvvisatori europei che non hanno avuto bisogno di affrancarsi dall’idioma jazzistico per affermarsi e godere di ampi riconoscimenti internazionali. Il suo stile pianistico è sicuramente debitore di diverse influenze provenienti dai maggiori protagonisti del pianismo jazz moderno, da Bud Powell in poi, e, per onestà intellettuale, occorrerebbe ammettere che non si è trattato di un innovatore che segnerà la storia di questa musica, per quanto quasi sempre riconoscibile, ma il suo modo di suonare, e soprattutto di esibirsi sul palco dando sempre tutto se stesso, ha sempre emozionato le platee di tutto il mondo. Si è trattato comunque di un pianista che ha fatto da riferimento per molti pianisti europei delle generazioni successive. anche se probabilmente non verrà ricordato come uno dei pianisti jazz essenziali della storia.

Ho avuto modo di ascoltarlo dal vivo tre volte. La prima nel lontano inizio degli anni ’80, quando Petrucciani era da noi ancora un talento da scoprire, al Teatro Ciak di Milano, in zona Lambrate (allora stavo proprio in zona Città Studi durante la settimana, nel periodo in cui seguivo i corsi di Ingegneria al Politecnico di Milano, il che mi permetteva di usufruire comodamente di quei concerti) proprio col gruppo di un redivivo Charles Lloyd, che ricordo ripropose la sua celebre suite Forest Flower, sotto gli occhi di Arrigo Polillo attorno al quale si riunì un capannello di persone alla fine del concerto per sapere cosa ne pensasse. La seconda volta fu invece a Bergamo al Teatro Donizetti nel 1994 in piano solo in un concerto straordinariamente fatto a maggio, in quanto era inizialmente previsto a febbraio nell’ambito dell’usuale festival, ma al quale il pianista aveva dovuto rinunciare all’ultimo momento per i noti problemi ossei che gli procuravano continuamente problemi di microfratture (o cose del genere) agli arti. Fece un bellissimo concerto con un programma più o meno simile (vado a memoria)  a quello che sto per proporvi oggi, tratto da uno dei dischi suoi che preferisco e che documentava un suo concerto in solo al Teatro degli Champs- Élysées di Parigi. Si tratta di un lungo medley in cui, passando da un tema all’altro, Petrucciani sembra documentare sotto il suo filtro artistico una specie di sintesi del pianismo jazz contemporaneo cui si riferiva, ovviamente  contestualizzato a quell’epoca. Infine la terza fu la meno interessante ad Umbria Jazz del 1996 dove si esibì con il padre chitarrista. Un concerto che mi risultò al tempo sostanzialmente superfluo.

Buon ascolto e buon fine settimana.

Omer Klein: Fearless Friday (2015)

downloadLa scena musicale israeliana con il trentacinquenne pianista e compositore Omer Klein si conferma una delle più rigogliose e creative nel panorama della musica improvvisata contemporanea e del jazz, portando in dote una quantità di protagonisti qualitativamente paragonabili al livello dei migliori esponenti in circolazione sulla scena internazionale. Oltre a Klein, si possono infatti elencare il trombettista Avishai Cohen, con la sorella clarinettista e sassofonista Anat, i pianisti Yonathan Avishai, Shai Maestro e Yaron Herman, i contrabbassisti Omer Avital e Avishai Cohen, il chitarrista Gilad Heckselman, il trombonista Rafi Malkiel (che abbiamo potuto apprezzare ad inizio 2016 a Milano nell’ottetto “latin” di Arturo O’Farrill) e il collega Avi Lebovich (titolare di una eccellente big band composta da giovani talenti israeliani con la quale Klein si è esibito come ospite nell’ultima stagione di Aperitivo in Concerto), il clarinettista Oran Erkin; sono solo alcuni dei nomi già da tempo noti agli appassionati più avveduti.

Il contributo degli ebrei al jazz negli U.S.A. d’altronde è storicamente noto (sono centinaia i nomi dei jazzisti bianchi americani di origine ebrea, tra i più grandi, che si potrebbero snocciolare) e da considerare senza ombra di dubbio il più importante dopo quello afro-americano, con buona pace di certi recenti sproloqui diffusi nel nostro paese circa la preponderanza del contributo italiano al jazz. La particolarità della generazione di musicisti appena citati è che è composta da tutti (o quasi) nativi di Israele, poi trasferiti, più o meno per lunghi periodi, negli Stati Uniti per studiare musica e jazz, confrontandosi giornalmente con i colleghi americani. Proprio per tale ragione tutti costoro mostrano, oltre ad una grande preparazione musicale generale, una specifica conoscenza del jazz e della sua tradizione e una proprietà idiomatica nel suonare (soprattutto dal punto di vista dell’approccio ritmico all’improvvisazione) che li rende distinguibili solo per l’influenza dalle culture musicali ebraiche e mediorientali, fortemente percepibile in gran parte delle loro composizioni, peraltro ben miscelate con le componenti americane e afro-americane.

Omer Klein ha seguito analogo genere di percorso: cresciuto in Israele, ha studiato dal 2005 presso il New England Conservatory di Boston con Danilo Perez e ha continuato i suoi studi a New York con Fred Hersch, lavorando nel contempo con Joel Frahm, Mark Feldman, Clarence Penn, Ben Street, Meshell Ndegeocello, Jason Lindner, Avishai Cohen, Donny McCaslin e Jaleel Shaw. Dopo l’esordio discografico da leader nel 2007 (Introducing Omer Klein), il talentuoso pianista ha già prodotto altre sei incisioni a suo nome e vive attualmente a Dusseldorf, in Germania, dove ha registrato questo Fearless Friday (2015) nel famoso Bauer Studios di Ludwigsburg in compagnia di Haggai Cohen-Milo al contrabbasso e Amir Bresler alla batteria.

Oltre che nel ruolo di dotato strumentista, Klein si rivela qui anche un brillante compositore in uno stile di scrittura che mescola sapientemente spunti mediorentali (Yemen e Niggun), con colori classici e contemporanei. Klein è dunque il protagonista dei dieci brani ben supportato dai colleghi della ritmica, dimostrando di essere anche un fantasioso improvvisatore e un pianista meravigliosamente ritmico sin dal tema d’esordio: il gioioso Fearless Friday, un tema orecchiabile come se ne sentono pochi nel jazz di oggi e che potrebbe fare da sigla di una qualsiasi trasmissione radiotelevisiva, caratterizzato da una vivacità ritmica e una chiarezza melodica davvero non comuni. L’impostazione pianistica e la gestione del trio per il resto è molto moderna ma comunque pienamente dentro la tradizione jazzistica, con uno sguardo a un Brad Mehldau (Tears On A Bionic Cheek) in versione complessivamente più estroversa, Ahmad Jamal, ma anche a Ramsey Lewis.

Tra i dieci temi, uno solo è una rivisitazione, peraltro molto originale e sofisticata, di una delicata composizione di Duke Ellington come Azure, tra le sue meno battute, confermando per l’ennesima volta quanto sia fuorviante la polemica sull’uso o meno degli standard nella musica improvvisata odierna. Tutte le altre composizioni presentano spunti di interesse, con una particolare menzione per il relax esecutivo della suadente Cally Lily.

Concludendo, Fearless Friday documenta senza dubbio una delle figure più interessanti e da tenere d’occhio del pianismo jazz contemporaneo.

Riccardo Facchi

P.S. Di seguito il video promo del disco e la versione di Fearless Friday eseguita da Klein ad Aperitivo in Concerto a Milano con l’orchestra di Avi Lebovich.

Chi si ricorda dei Perigeo?

Perigeo è stato un gruppo musicale italiano che negli anni Settanta riscosse un notevole successo, anche oltre l’ambito nazionale, guidato dal contrabbassista Giovanni Tommaso e composto da elementi di formazione jazzistica come Franco D’Andrea e Claudio Fasoli, divenuti poi tra i più rappresentativi jazzisti nazionali, con richiami al jazz-rock degli album dei Weather Report e dei Soft Machine dei primi anni ’70 e con in evidenza una buona vena compositiva.

Il loro primo disco, Azimut (1972), raggiunse subito buoni riscontri, così come il successivo Abbiamo tutti un blues da piangere (1973). L’album Genealogia (1974) comprese brani sempre di buon livello ma più orecchiabili e con maggiore utilizzo del sintetizzatore. La valle dei Templi (1975), che si avvale della presenza di Tony Esposito alle percussioni, è stato forse l’album di maggiore riscontro commerciale, mentre Non è poi così lontano (1976), registrato in Canada, fu l’ultimo progetto discografico pubblicato dal gruppo che annunciò il suo scioglimento nel tardo autunno del 1977, durante un concerto a Firenze al festival dell’Avanti.

Nel Musica Jazz di aprile c’è una intervista al pianista e cantante brasiliano Ed Motta, nella quale egli rivela la sua passione per la musica italiana (non solo jazz) di quegli anni, con particolare riferimento proprio al Perigeo e a Franco D’Andrea.

Sono riuscito a rintracciare un video RAI dove si coglie una esibizione dell’epoca del gruppo e, in aggiunta, propongo uno dei loro temi più noti come La Valle dei Templi che fece, se non ricordo male, anche da sigla ad una trasmissione radiofonica dell’epoca.

Buon ascolto.

Jazz made in Japan: Soil & “Pimp” Sessions

a1741185320_2Soil & “PIMP” Sessions è un sestetto che si è formato a Tokyo nel 2001 composto da jazzisti giapponesi noti per le loro esuberanti esibizioni dal vivo nelle quali riescono a mescolare intelligentemente diversi generi musicali, tra funk, hip hop, rock, latin, ma con il jazz sempre al centro di una proposta divertente che sa raccogliere diversi umori legati alla contemporaneità.

Il gruppo emerse nel 2003 al Fuji Rock Festival catturando presto l’interesse di pubblico e case discografiche. La  JVC Victor fece uscire nell’estate 2004 un mini-album intitolato Pimpin’. A seguito di un buon riscontro commerciale se ne produsse l’anno successivo uno più esteso intitolato Pimp Master e basato sul piatto forte delle loro esibizioni dal vivo. Alcuni brani del disco catturarono l’attenzione di dj e radio internazionali, facendo rapidamente esplodere la fama del gruppo. Da allora hanno costantemente pubblicato i loro progetti discografici (ben otto) sino a Black Track del 2016.

I membri del gruppo sono:

Tabu Zombie (tromba), Shacho (agitatot) , Josei (piano e tastiere), Midorin (batteria), Akita Goldman (contrabbasso), Motoharu (sassofoni). Tutti nati negli anni ’70.

Ecco qui un paio di esempi della loro musica. Buon ascolto.

 

Albert Mangelsdorff e il grande jazz europeo

094219Molto spesso, mi capita di leggere lodi sperticate a proposito di quanto sia diventato grande il jazz europeo odierno, in quanto ormai autonomo e indipendente da quello americano, se non semplicemente più avanzato e persino “migliore”. Ora, al di là del merito della questione, secondo me mal posta, la cosa che mi fa spesso sorridere è che gli stessi che si esercitano in peana che paiono più affermazioni propagandistiche degne della nostra misera politica che delle serie analisi musicali, dimostrano di non conoscere bene nemmeno la storia del jazz europeo, che ha saputo produrre della eccellente musica improvvisata già nei decenni precedenti, dimenticandosi bellamente di figure che per il jazz sono state assai più significative di molte di quelle osannate oggi, non sempre a proposito.

Il tedesco Albert Mangelsdorff (1928- 2005) è stata una di queste ed uno dei più interessanti e creativi trombonisti del jazz moderno, che ha prodotto diverse incisioni di livello assoluto, specie negli anni ’70, di cui oggi pare non parlarne più nessuno, sedicenti (e tendenziosi) estimatori del jazz europeo in testa.

Mangelsdorff divenne famoso per la sua peculiare capacità di emettere più suoni contemporaneamente dal suo strumento, secondo una tecnica che in realtà era già stata utilizzata (se non erro) dal trombonista afro-americano Dick Griffinanche se il trombonista tedesco a un certo punto ne ha fatto un uso sistematico e un tratto caratteristico del suo stile.

La cosa interessante che ci tengo a sottolineare è che la gran parte dei jazzisti europei della sua generazione, che pur hanno partecipato ai movimenti post-Free e alle avanguardie europee della musica improvvisata, non ha mai sentito il bisogno di cercare di espropriare il primato del jazz americano per imporsi, o di negare dal punto di vista linguistico l’utilizzo di peculiarità distintive, come l’oggi tanto bistrattato  “swing”, per affermare la propria autonomia linguistica (Mangelsdorff maneggiava il linguaggio jazzistico con assoluta proprietà, possedendo swing a sufficienza e certo non era l’unico jazzista europeo a saperlo fare, pur sapendo fare anche altro).

Mangelsdorff cominciò a suonare il trombone nel 1948. Nel 1950 ha suonato con le band di Joe Klimm (1950-1953), Hans Koller (1953-1954) con Attila Zoller, Jutta Hipp (1954-1955), nonché con la Frankfurt All Stars (1955-1956 ). Nel 1957 ha condotto un quintetto hard-bop insieme a Joki Freund. Nel 1958 ha rappresentato la Germania nella formazione internazionale di giovani musicisti europei che è comparsa sul palco del prestigioso Newport Jazz Festival. Nel 1961 ha formato un quintetto con i sassofonisti Heinz Sauer, Günter Kronberg, il bassista Günter Lenz e il batterista Ralf Hübner che divenne una delle band europee più rinomate degli anni 1960. Nel 1962 ha anche registrato con John Lewis (in Animal Dance). Nel 1964 ha registrato col suo quintetto l’album Now Jazz Ramwong andando anche in tour per gli Stati Uniti e il Sud America con quella formazione. Tra la fine anni ’60/inizio ’70 entra a far parte esplicitamente del movimento Free Jazz europeo. Durante i primi anni ’70 si propone con un quartetto composto da Sauer, Buschi Niebergall e Peter Giger (1973-1976) e esplorando il nuovo linguaggio con la Globe Unity Orchestra, ma anche con altri gruppi (ad esempio, il trio di Peter Brötzmann). Proprio a quel tempo, grazie alla conoscenza del trombonista Paul Rutherford, scopre diverse sperimentazioni sonore sullo strumento tra cui la suddetta multifonia che metterà in atto in una serie di eccellenti dischi incisi per la benemerita tedesca MPS, con produttore quel lungimirante divulgatore europeo del jazz che corrispondeva al nome di Joachim-Ernest Berendt e che ancora oggi è da considerare una delle figure più importanti che la divulgazione del jazz ha saputo produrre nel nostro continente. Non a caso, in questo periodo Mangelsdorff divenne una delle figure eminenti del jazz internazionale, collaborando e incidendo sia da solo che con grandi musicisti come Elvin Jones, Eddie Gomez, Jaco Pastorius, Alphonse Mouzon, John Surman tra gli altri.

Per l’ascolto di giornata propongo perciò proprio un intero suo disco in solo in cui si possono apprezzare al meglio tutte le sue caratteristiche di eccelso strumentista e jazzista completo, senza necessità di certe forzate distinzioni geografiche.

Buon ascolto.

Richard Galliano e il Tango argentino

Richard Galliano, francese di origini italiane, nato nel 1950, è probabilmente il fisarmonicista e suonatore di bandoneon più noto nell’ambito dell jazz e più in generale della musica improvvisata, ma in realtà in grado di spaziare in tutti i campi musicali. Si tratta di un autentico virtuoso dello strumento e di un dotato improvvisatore che più volte ho potuto apprezzare in concerto.

Galliano inizia a suonare la fisarmonica a 4 anni sotto l’influenza del padre Luciano, fisarmonicista italiano. A 14 anni scopre il jazz, rimanendo particolarmente impressionato dalla tromba di Clifford Brown. Prosegue degli studi più metodici al Conservatorio di Nizza, dove studia armonia, contrappunto e trombone.
Nel 1975, durante il suo trasferimento a Parigi, incontra Claude Nougaro e nel 1980 Astor Piazzolla dal quale rimane enormemente influenzato, integrando poi spesso la sua “New Musette” con le composizioni ispirate al tango del grande autore argentino, risultandone tra i suoi migliori interpreti. La presenza del tango argentino e di Piazzolla nei suoi lavori discografici diventa pressoché costante. Non a caso gli dedicò un intero album intitolato Piazzolla Forever, ma forse il suo capolavoro assoluto è stato quel Ballet Tango dove si può osservare un allievo che arriva quasi a battere il maestro. Diciamo che le versioni originali di Piazzolla al bandoneon, o in gruppi da lui diretti, si fanno preferire per profondità ed esattezza interpretativa, mentre quelle di Galliano per il virtuosismo strumentale e la non comune capacità improvvisativa.

Personalmente presi una vera e propria cotta per Galliano e il tango argentino (stimolandomi anche a provare a ballarlo, ma era decisamente troppo impegnativo e difficile per le mie possibilità di goffo ballerino, ma non provate a dire ad un ballerino di tango che Piazzolla fa tango perché vi becchereste degli insulti) a metà anni ’90, poi diciamo che il genere e soprattutto quell’umore particolarmente greve e “noir” quasi sempre associato al tango è un po’ uscito dal mio spettro emotivo legato alla musica, ma tutte le volte che ne riprendo l’ascolto l’emozione di cui è pregno riesce sempre a catturare il mio orecchio. Mi sarebbe piaciuto proporre qualcosa di Ballet Tango, ma in rete non ho trovato nulla, pertanto ho ripiegato su un paio di brani comunque ben interpretati. Il primo è una versione concertistica con una tipica formazione d’archi su Oblivion, una delle composizioni più struggenti di Piazzola, il secondo è Tango Pour Claude, composto dallo stesso Galliano e tratto da uno dei suoi migliori dischi degli anni ’90, intitolato Viaggio e che mostra quanto egli abbia pienamente assorbito lo stile compositivo del maestro argentino.

Buon ascolto.

Yonathan Avishai e la ricca scena musicale di Israele

yona-2Con residenza in Francia, Yonathan Avishai fa parte di quel folto gruppo di musicisti di cui dispone l’attuale scena jazz israeliana, divenuta tra le più importanti a livello internazionale. Avishai pare dunque essere una delle voci più originali e da tenere d’occhio del pianoforte jazz contemporaneo. Ho avuto modo recentemente di ascoltare il suo progetto in trio intitolato Modern Times che ha catturato la mia attenzione e stimolato la mia curiosità.
Avishai fa anche parte del nuovo quartetto del trombettista  Avishai Cohen e del quintetto del bassista  Omer Avital  e in Modern Times,  edito nel 2015suona con  Yoni Zelnik  (basso) e  Donald Kontomanou  (batteria) . L’album ha ricevuto già molti apprezzamenti pubblici.
Avishai ha uno stile originale e moderno anche se radicato nel mainstream jazzistico, riattivando i principali elementi del jazz – swing, blues e improvvisazione-  in  modo molto personale. Ispirato da artisti come Louis Armstrong (nel disco c’è una sorprendente versione di Cornet Chop Suey), John Lewis, Art Ensemble of Chicago o Mark Rothko, Avishai cerca di dare alla musica  e alla tradizione jazzistica una lettura il più possibile profonda e aggiornata.  Ecco qui un esempio di originale interpretazione sul blues.