Un concerto di Ambrose Akinmusire

Per il fine settimana, quando possibile, pubblico un intero concerto. Questa volta la scelta è caduta su un trombettista ancora relativamente giovane (trentaquattrenne) ma già affermato e discretamente noto anche in Italia come Ambrose Akinmusire, grazie anche ad una fitta agenda concertistica svolta in Europa. Personalmente ho potuto sentirlo dal vivo solo nell’edizione 2015 di Bergamo Jazz, nel gruppo del sassofonista Mark Turner, altro nome noto della scena jazz contemporanea, destandomi una ottima impressione. Il suo stile trombettistico si rifà a quello dei grandi maestri dello strumento di scuola hard-bop, con particolare riferimento a Clifford Brown e Booker Little, ovviamente in un linguaggio aggiornato alle nuove tendenze del jazz contemporaneo, ma senza farsi condizionare da mode del momento e formalismi. La sua ancora scarna discografia da leader (se non erro non più di tre titoli) rivela anche un interessante compositore.

il concerto è del 2014 eseguito con la seguente formazione:

Ambrose Akinmusire – tromba
Charles Altura – chitarra
Sam Harris – piano
Harish Raghavan – contrabbasso
Justin Brown – batteria

Nella didascalia del filmato potrete trovare anche la Track List. Buon ascolto e buon fine settimana

 

Tom Harrell: l’ultimo dei Moicani

Parlare di musica in questi giorni non è semplicissimo, visto il tragico avvenimento che ci ha colpito, ma proviamo comunque a farlo, con l’idea che la musica abbia in sé sempre un potere lenitivo sul dolore che lo accompagna.

Il titolo potrebbe apparire un po’ troppo enfatico, ma vuole evidenziare come Tom Harrell sia ancora un jazzista sul genere di quelli “vecchia maniera”, ossia oltre che sempre agganciato alla tradizione mainstream del jazz, anche dotato di un feeling e una espressività d’altri tempi, quella cioè di certi grandi solisti che hanno fatto la storia di questa musica. In questo senso, molti lo hanno definito come una sorta di “Chet Baker contemporaneo”, ma rispetto a questi, Harrell è dotato di una  superiore conduzione tecnica dello strumento e una più vasta e rigorosa conoscenza musicale, armonica in particolare, oltre che di un senso melodico ed interpretativo effettivamente paragonabile a quello del trombettista dell’Oklahoma.

Questo straordinario artista, nonostante i suoi serissimi e ben noti problemi di salute mentale, non finisce di stupirci per il suo talento. Nato nel giugno 1946, da oltre 40 anni è affetto da una forma di schizofrenia, che gli ha reso difficile affrontare quotidianamente l’attività artistica, tuttavia nel momento in cui porta la tromba alle labbra pare sprigionare una sorprendente energia che lo trasforma in positivo. Come egli stesso ha dichiarato in recenti interviste, la musica è la sua ragione di vita.

Harrell è nato a Urbana, Illinois , ma si è spostato nella Bay Area di San Francisco già all’età di cinque anni. Ha iniziato a suonare la tromba all’età di otto, e nel giro di cinque anni suonava già con band locali. Nel 1969 si è laureato presso la Stanford University in composizione musicale e si è unito alla Stan Kenton Orchestra.

Dopo aver lasciato Kenton, Harrell ha suonato con la big band di Woody Herman  (1970-1971), e si è affermato nell’ Horace Silver Quintet (1973-1977), con il quale ha realizzato cinque album iniziando una serie di importanti collaborazioni: nella Sam Jones -Tom Harrell Big Band, il Lee Konitz Nonet (1979-1981), con George Russell, la Mel Lewis Orchestra (1981). Dal 1983 al 1989 è stato un membro chiave del Phil Woods Quintet suonando in sette album con quel gruppo. Inoltre, ha inciso album con Vince Guaraldi, Bill Evans, Dizzy Gillespie, Ronnie Cuber, Bob Brookmeyer, Lionel Hampton, Bob Berg, Cecil Payne, Bobby Shew, Philip Catherine, Joe Lovano, Charlie Haden Liberation Orchestra, Charles McPherson, David Sánchez, Sheila Jordan, Jane Monheit, tra gli altri.

Mentre Harrell ha registrato alcuni album da leader durante il suo ingaggio con il Phil Woods Quintet, è stato solo dopo la sua dipartita da quella formazione che ha iniziato più diffusamente la produzione di album in quel primario ruolo, in successione per Contemporary, Chesky, e RCA / BMG. Durante i suoi anni come artista della BMG (1996 – 2003), Harrell ha registrato sei album, molte delle quali dotati di suoi arrangiamenti per gruppi allargati.

Harrell è un arrangiatore e compositore prolifico. Le sue composizioni sono state registrate da altri artisti jazz, tra cui Ron Carter, Kenny Barron, Art Farmer, Chris Potter, Tom Scott, Steve Kuhn, Kenny Werner e Hank Jones. Come compositore e arrangiatore, Harrell lavora su diversi generi, compresa la musica classica. Le opere più recenti di Harrell dimostrano le sue doti di leader di small combos. Harrell ha realizzato infatti quattro album con un quintetto fisso da alcuni anni, che comprende il sassofonista Wayne Escoffery, il pianista Danny Grissett, il bassista Ugonna Okegwo e il batterista Johnathan Blake.

Per poterlo apprezzare al meglio, propongo l’ascolto un paio di sue esibizioni live. Una con un assolo strepitoso su Darn That Dream (alla faccia di chi ritiene che certo materiale sia ormai noioso e irrimediabilmente consunto, o è forse problema solo di chi lo afferma e in chi lo afferma?), dove si evidenziano tutte le sue doti espressive e di straordinario improvvisatore. Noterete le espressioni facciali ammirate del suo sassofonista durante il suo assolo.

L’altra è una malinconica versione di una sua recente composizione eseguita col suo usuale quintetto sopra citato, abbastanza adatta alla tragedia umanitaria che il nostro paese sta affrontando in questi terribili giorni.

Buon ascolto.

 

 

 

 

I remember Kenny Kirkland

Oggi è quasi dimenticato, ma Kenneth David Kirkland (Newport, 28 settembre 1955 – New York City, 11 novembre 1998) è stato uno dei migliori pianisti della scena jazz anni ’80-’90. Cominciò a suonare il pianoforte all’età di sei anni e più tardi studiò alla Manhattan School of Music. Il suo primo ingaggio da professionista fu nel 1977 con il violinista polacco Michał Urbaniak (su sintetizzatori) dove fece un tour europeo e registrò gli album Urbaniak e Daybreak. Nel 1979, collaborò con Miroslav Vitous con cui incise due album: First Meeting e Miroslav Vitous Group. Nel 1980 andò in tour con il trombettista Terumasa Hino; avendo l’occasione di conoscere la stella nascente di Wynton Marsalis, e da lì cominciò una collaborazione che partì già con il primo album di Marsalis dal titolo omonimo.

Influenzato da Herbie Hancock e Mc Coy Tyner, Kirkland si fece appunto conoscere al grande pubblico del jazz con la band di Wynton Marsalis (1981-1985), ma la sua dipartita nel 1985 per andare a suonare con Sting (insieme a Branford Marsalis) infastidì parecchio il suo giovane leader. Dopo avere lasciato Sting nel 1986, Kirkland divenne un musicista di sessione tra i più richiesti, il che gli impedì in parte di costruirsi una discografia da leader come avrebbe meritato. Il suo unico album in tale veste, intitolato semplicemente Kenny Kirkland, fu inciso infatti per la GRP Records solo nel 1991 e riedito anche dalla Verve Records e forse non gli rende completamente giustizia.

Kirkland venne trovato morto a Queens, New York, nel suo appartamento il 13 novembre 1998; aveva appena 43 anni.

Propongo qui una breve sua esibizione in trio su Black Nile di Wayne Shorter con seguente intervista e soprattutto una sua notevole composizione incisa in uno dei primi album Columbia di Branford Marsalis in cui si può meglio cogliere anche il suo talento da compositore.

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I fratelli Jones…

La famiglia Jones è stata una delle più importanti della storia del jazz, contribuendo con tre veri e propri geni come Thad, Hank e Elvin Jones. Il primo, grande trombettista/cornettista, arrangiatore e big band leader di primo livello; il secondo, pianista e compositore onnipresente nei più svariati contesti del jazz moderno e il terzo, il più famoso per aver militato per anni nel mitico quartetto di John Coltrane, vero e proprio innovatore del suo strumento, diventando uno dei batteristi più significativi della storia.

Non sono state moltissime le occasioni di riunione in sala di registrazione di tutti e tre i fratelli, ma quando lo hanno fatto, hanno saputo produrre musica di altissimo livello e di rara eleganza formale ed esecutiva. Un esempio è costituito da questi due brani che sto per proporvi incisi in un eccellente disco della storica label Riverside, fondata da due lungimiranti e appassionati produttori quali Orrin Keepnews e Bill Grauer, e pubblicato sotto il nome di Elvin Jones ad inizio anni ’60. Si tratta di una vera e propria lezione di estetica jazzistica.

Buon ascolto.

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A proposito dei Festival e di Bergamo Jazz…

 

logo-bergamo-jazz-56d6b21f485d9La situazione dei cosiddetti “festival del jazz” in Italia, si sa, da tempo non gode di buona salute, per svariate ragioni difficili qui da riassumere tutte insieme e spesso collegate fra loro. Di fatto stanno sparendo, sia per ragioni di carenza di fondi e/o relativa discutibile loro gestione, sia per il diradarsi di un pubblico di appassionati che invecchia e che stenta a rinnovarsi con nuove leve di appassionati, sia per il progressivo scadimento qualitativo nella formazione di cartelloni che, nel disperato tentativo di attrarre più pubblico, alimentano ambiguità di genere, proponendo musiche e progetti pasticciati con l’alibi di supposte “contaminazioni” che col jazz hanno poco o nulla a che fare. Anche le modalità di informazione e divulgazione della materia jazzistica in questo paese sarebbero da discutere e gli operatori del settore non paiono immuni da responsabilità in tutto questo, cosa che richiederebbe un serio processo di autocritica, scarsamente però preso in considerazione. Risultato: sono sempre più rari i contesti, anche di grande tradizione, che riescono a giustificare la propria esistenza e/o a preservare un accettabile livello qualitativo della proposta musicale e culturale più in generale.

Uno di questi contesti nazionali che ancora è rimasto in grado di mantenere un buon livello della proposta (ma ancora molto migliorabile) è certamente “Bergamo Jazz”. Un festival di grande tradizione storica (se non erro, la prima edizione è datata 1969) che, a parte una breve interruzione negli anni ’80, ha una durata ormai pluridecennale, un evento che ogni anno riesce a coinvolgere buona parte della cittadinanza e un uditorio extra provinciale, ormai affezionato e ben consolidato.

Di recente, il giornale principale della città (che è anche la mia), ha pubblicato un approfondimento sui risultati e le statistiche di presenze avute nell’ultimo quinquennio del festival, dichiarandone il sostanziale successo. Alcuni musicisti locali si sono tuttavia pubblicamente lamentati del fatto che meriti e relativi onori venissero per lo più attribuiti alla bontà della programmazione dei direttori artistici, che negli ultimi anni sono stati musicisti di fama come, nell’ordine: Uri Caine, Paolo Fresu, Enrico Rava e, dall’ultima edizione, Dave Douglas, senza tener adeguatamente conto, a loro dire, delle realtà locali e del loro livello qualitativo, ritenuto (in modo deliziosamente autoreferenziale come è ormai di prassi in questo paese), paragonabile a quello internazionale, non si sa bene su quali basi e quali dati. In buona sostanza, traduco io, si solleciterebbe a dare più spazio ai musicisti locali anche nelle serate clou del festival nelle principali e prestigiose sedi del Teatro Donizetti in Città Bassa e al Teatro Sociale in Città Alta e non solo nelle manifestazioni collaterali.

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Vista di Città Alta da Città Bassa (Porta Nuova)

Ora, è comprensibile che le parti in causa dicano la loro e portino avanti le loro istanze, tuttavia è altrettanto sacrosanto che altre parti, come ad esempio il pubblico degli appassionati, o semplicemente i cittadini che versano le tasse e a cui è rivolto il servizio culturale, dicano la loro, il cui ruolo, è bene ricordarlo, è primario e ineludibile. In qualità sia di appassionato che di cittadino, ritengo perciò sia altrettanto giusto che, come per altri, mi possa pronunciare in merito.

Al di là del sorgere dell’ennesima difesa di categoria tutta italiana cui si assiste da tempo anche in ambito jazzistico (per quanto legittima, ma in un ambiente in cui poi impera uno spiccato e persino barbaro individualismo), l’impressione, anche da osservatore pluridecennale dell’ambiente intorno al jazz locale e nazionale, pare di tutt’altro genere, poiché da troppo tempo si osserva un tentativo d’ingerenza dei musicisti (o, per meglio dire, dei relativi manager) sulla formazione dei cartelloni sempre più ingombrante, davvero intollerabile. Senza contare di chi si è creato pure una capillare ragnatela di “amicizie” e conoscenze (ambito dell’informazione e politico ovviamente compresi) messa abilmente ma poco correttamente in campo. Pare che i festival siano ormai un fatto di proprietà privata degli operatori in gioco e non un servizio culturale alle cittadinanze, come deve essere. Perlomeno ciò dovrebbe valere per manifestazioni a finanziamento pubblico, senza discussioni, ma è ben noto che siamo in un paese in cui è diventato “normale” ciò che per altri è “anormale”. In questo senso, ritengo che anche la scelta di un musicista come direttore artistico sia, in linea di principio, discutibile sul piano di un possibile implicito conflitto d’interessi. Più volte gli stessi musicisti hanno accusato di “scambismo” altri colleghi utilizzati come direttori artistici e quindi non è certo idea priva di fondamento. In generale, non discuto le competenze e l’onestà del singolo, ovviamente, ma ritengo che la cosa migliore sarebbe che ciascuno rispettasse i limiti del proprio ruolo e dimostrasse di saper far bene il proprio mestiere (e nel caso del musicista non è cosa poi di poco conto), stando al proprio posto ed evitando di by-passare quello altrui. In ogni caso, si possono trovare ancora direttori artistici competenti e di vasta esperienza nel complicato ruolo che potrebbero gestire al meglio e indipendentemente dalle parti in causa un cartellone di un festival. Basta volerli cercare e prendere in considerazione. A tal proposito e per inciso, è stato citato ad esempio il cartellone stilato dal direttore artistico della recente edizione del Festival di Torino, ma, guarda caso, proprio quest’anno lo stesso ha ricevuto diverse voci critiche circa la carenza di respiro internazionale, in relazione al budget disponibile, e si è avuto modo di leggere a suo tempo un articolo di resoconto complessivo fortemente critico su La Stampa, l’autorevole giornale della città torinese.

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Ricordo che il Festival di Bergamo, nello specifico, è sempre stato a carattere internazionale, non nazionale e men che meno locale, a meno che si voglia ridurre la manifestazione ad una delle tante proposte provinciali e alla degustazione di “prodotti locali”. Mica stiamo parlando di calcio e dell’Atalanta che vorrebbe “andare in Europa”, o del formaggio Branzi e della polenta taragna. Il Jazz è fenomeno internazionale e a mio sapere coinvolge, anche solo sulla scena americana, una moltitudine di musicisti di primissimo livello che si gradirebbe vedere sui palchi dei nostri teatri, molti dei quali sciaguratamente nemmeno noti o proposti. Un livello medio difficilmente raggiungibile dai musicisti locali e pure per buona parte di quelli nazionali. Lo sanno in cuor loro gli stessi musicisti. Peraltro, mi risulta che già in passato si sono esibiti al Donizetti gruppi composti da musicisti locali (nemmeno i migliori possibili, se è por questo) e certo chi dirige un festival deve pensare di migliorare la capacità attrattiva anche a carattere turistico-internazionale oltre che a mantenere alto il riscontro di pubblico e relativi incassi al botteghino, fine non facilmente ottenibile con certe proposte localistiche dagli esiti assai dubbi e che comunque si possono sentire in abbondanza già tutto l’anno in città e provincia.

Mi domando chi si vuole convincere con amenità per sprovveduti in materia prive di un qualsiasi fondamento. Tutti gli appassionati degni di questo nome sanno qual è la situazione della scena jazz attuale, molto competitiva e affollata da numerosi talenti da far esibire e certa rozza disinformazione, da tempo pure improvvidamente supportata dai media nazionali circa un fantasioso “jazz inventato dagli italiani”, o su improbabili classifiche del “made in Italy” jazzistico da posizionarsi “secondo al mondo”(?) e analoghe allegre facezie degne della più grossolana e misera propaganda dei nostri attuali politici, letteralmente non si può più sentire.

Volendo anche accettare, in pieno spirito olimpico, tale implicita assegnazione delle virtuali medaglie d’oro e d’argento del jazz, pare comunque assai improbabile attribuire quella di bronzo all’attuale jazz bergamasco, medaglia alla quale forse nemmeno credono certi petulanti e provinciali personaggi in preda a incontrollati attacchi di narcisismo.

La magia di un Bill Evans Concert

E’ ben noto tra gli appassionati che Bill Evans è stato uno dei più importanti e influenti pianisti bianchi del jazz moderno, riuscendo a dare un impulso decisivo ad una formula del trio piano-basso-batteria che è stata poi sfruttata da una infinità di pianisti nei decenni successivi. Occorre sottolineare come egli abbia contribuito anche a costruire fondamentali strumenti didattici sullo strumento, grazie ai suoi approfonditi studi sull’armonia funzionale, sulla diteggiatura e sui rivolti degli accordi, col fine di ottenere i migliori voicing possibili sulla tastiera.

Evans era dotato infatti di un gusto musicale quasi infallibile, assai raro, che gli permetteva quasi sempre di forgiare meravigliose versioni delle canzoni e degli standard che affrontava. Il suo pianismo dagli anni della sua rivelazione sino alle ultime drammatiche esibizioni poche settimane prima della sua morte, avvenuta prematuramente nel settembre del 1980, ha attraversato diverse fasi, tutte interessanti, di cui la prima, quella per intenderci terminata con la dolorosa scomparsa del contrabbassista Scott La Faro nel 1961, è stata senz’altro la più importante e innovativa.

Nonostante i molti gravi problemi personali che ha dovuto affrontare nell’ultimo periodo di vita, Evans aveva trovato un altro grande giovane bassista di nome Marc Johnson e ciò gli aveva fornito ancora una grande motivazione musicale, col fine di esplorare  un repertorio di canzoni e composizioni originali fattosi volutamente più ristretto, ma sul quale approfondiva la sua grande arte di improvvisatore, dotato di un feeling unico, pressoché impareggiabile.

Perciò per il fine settimana vi propongo un intero suo concerto registrato nel 1979, nel quale si può apprezzare buona parte di quel repertorio nella magica atmosfera che solo lui assieme ai compagni del Trio, il suddetto Marc Johnson e Joe LaBarbera alla batteria, sapeva realizzare.

Buon ascolto.

 

La mesmerica intesa tra Tristano e Konitz

Lennie Tristano è stato probabilmente uno dei più importanti jazzisti bianchi della storia, certamente un genio innovatore che, partendo dal moderno linguaggio be-bop di Charlie Parker, ha saputo fornire nuove metodologie e tecniche di improvvisazione rielaborando in modo magistrale e sapiente, specie sul piano armonico, le strutture di note vecchie canzoni americane. Non a caso è stato anche uno dei primi grandi insegnanti di jazz, formando una ristretta cerchia di fidi allievi che poi sono emersi come grandi solisti dei rispettivi strumenti, ma anche un grande come Charles Mingus ha risentito nelle prime edizioni del suo Jazz Workshop di una certa influenza musicale.

Tristano ha anche impresso una diffusa impronta, diretta o indiretta, in ambito di piano jazz su una serie di pianisti delle successive generazioni, in specie bianchi, ma non in modo esclusivo: da Bill Evans a Keith Jarrett, passando anche per Paul Bley, senza voler citare veri e propri seguaci come Sal Mosca, o Ted Rosenthal, si possono rintracciare elementi di influenza, ma anche nel fraseggio di Herbie Hancock si odono modalità esecutive prossime a Tristano. Per molto tempo le sue registrazioni disponibili sono state rare ancorché essenziali, ma dopo la sua morte avvenuta nel 1978 sono saltate fuori delle registrazioni, quasi tutte pubblicate dalla Jazz Records, molte delle quali live e registrate in compagnia dei suoi prediletti allievi sassofonisti Lee Konitz e Warne Marsh.

Una delle migliori è stata tuttavia pubblicata postuma da Atlantic nel 1981,  in edizione di doppio LP che al tempo acquistai, intitolata semplicemente The Lennie Tristano Quartet e contenente della musica eccelsa registrata al Confucius Restaurant di NYC, nel giugno 1955 rimasta sino ad allora inedita. Sono quasi tutti brani costruiti sulle strutture di note canzoni americane sapientemente rinnovate dalla mano di Tristano e utilizzate in modo superbo per l’improvvisazione. Da quell’album propongo una delle tante versioni di Background Music (costruito su All of Me) presenti nella sua discografia ma anche in quella dei suoi prediletti allievi. E’ la mia preferita, in particolare per l’assolo di Lee Konitz che mostra uno swing per lui inusitato e un “calore” esecutivo che va ben oltre la concezione “cool” che lo ha sempre contraddistinto.

Buon ascolto.

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Dedicato a Bobby Hutcherson

Se  n’è andato a Ferragosto uno dei più innovativi e influenti vibrafonisti della storia del jazz, il cui sound e relativo linguaggio sullo strumento sono rintracciabili, tanto per dire, anche in diversi acclamati gruppi recenti di musicisti che vanno per la maggiore, come quelli di Nate Wooley e Steve Lehman, giusto per sottolineare quanto sia estesa la sua influenza, nonostante Hutcherson negli ultimi decenni fosse ancorato ad un linguaggio jazzistico moderno ma più canonico, rispetto ai primi anni della sua affermazione, nei quali ricopriva un ruolo di maggiore sperimentazione.

Non amando particolarmente scrivere “coccodrilli”, che credo troverete fatti più o meno bene da altre parti in rete, preferisco fargli omaggio dedicandogli un post meramente musicale avendo trovato in rete un suo concerto del 1982 dove improvvisa da par suo su United di Wayne Shorter e My Foolish Heart. Credo che vederlo in azione sia il modo migliore per commemorarlo.

Lubambo e Camargo Mariano Duo

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Nel jazz contemporaneo si parla spesso e non sempre a proposito di “contaminazioni”, come se il jazz fosse diventato da poco musica da mixare e fondere con altri generi musicali, sottintendendo che esista una sorta di rigoroso “jazz puro” cui riferirsi, ma che pare in definitiva essere più uno schema mentale di certi vecchi appassionati che un effettivo ambito musicale ben definito. In realtà, il jazz  è sempre stato, di nascita e per natura, una musica ibrida e dal carattere inclusivo, predisposta a miscelarsi con contributi provenienti da una pluralità di culture musicali, che in terra nord-americana hanno trovato modo e le “naturali” condizioni per combinarsi, finendo per innescare una nuova forma di processo linguistico che ha saputo dinamicamente rinnovarsi nel tempo.

Una delle preponderanti “contaminazioni” (giusto se si vuole usare un tale termine) che il jazz ha subito e che oggigiorno può essere ormai considerata parte indissolubile di esso è quella proveniente dalla musica brasiliana. Samba, Bossanova e Choro, giusto per citare, sono da tempo entrati a far parte del mondo del jazz e rintracciabili in una moltitudine di registrazioni dedicate al jazz da una pluralità di musicisti. A tal proposito, occorre ricordare che la fusione della musica brasiliana con il jazz è avvenuta diversi decenni fa, già negli anni ’50, durante i tour che diversi musicisti americani hanno fatto in terra brasiliana, nei momenti e nei modi che, ad esempio, ho sinteticamente cercato di descrivere in un mio articolo dedicato a Dizzy Gillespie e pubblicato su Musica Jazz nel febbraio di quest’anno, intitolato: ” Dizzy ai Caraibi“. Tutto questo ben prima cioè delle famose registrazioni di Stan Getz con Charlie Byrd del febbraio 1962 che per i più ancora oggi segnarono discograficamente l’incontro tra i ritmi brasiliani e quelli del jazz.

Il fatto è che non solo i jazzisti americani hanno saputo assorbire i ritmi brasiliani nella loro musica, ma anche, viceversa, si sono potuti affermare molti musicisti brasiliani come jazzisti di valore, creando in un certo senso uno scambio musicale alla pari. Conseguenza di un tale processo nei decenni successivi sino all’oggi è stata una presenza ragguardevole sulla scena musicale di molti bravissimi jazzisti brasiliani che hanno saputo dare un loro importante contributo.

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Tra questi,  il pianista Cesar Camargo Mariano e il chitarrista Romero Lubambo, già da tempo sulla breccia, sono da considerare tra i più importanti musicisti brasiliani presenti sulla scena contemporanea della musica improvvisata. Si tratta di due eccelsi strumentisti e compositori da noi peraltro ancora poco noti tra gli appassionati. La cosa si spiega anche col fatto che verso la musica brasiliana, e latino-americana più in generale, si è formato una sorta di pregiudizio critico dovuto ad un retaggio culturale, giudicabile ad essere generosi come improprio, che ha fatto considerare “facile” quella musica, così legata al ballo, al divertimento e all’intrattenimento. Tutte “parolacce” per chi si è formato una idea precostituita sull’arte musicale, peraltro applicata anche a contesti, se non del tutto, in gran parte estranei a certi concetti.

Sta di fatto che questo disco in duo registrato nel 2002 e pubblicato in prima istanza da Trama in Brasile e da Sunnyside per il mercato internazionale è esemplificativo ai massimi livelli dell’arte musicale e strumentale dei due musicisti brasiliani ed è il punto d’arrivo di una esperienza concertistica iniziata nel 1998. Il repertorio è accuratamente scelto tra composizioni originali e brani di noti autori brasiliani, come Wave  e Fotografia di A.C . Jobim, Samba Dobrado di Djavan e  April Child di Moacir Santos. In aggiunta c’è una originale versione di un noto standard jazz come Joy Spring riarrangiato, per certi versi quasi riscritto, con grande musicalità da Romero Lubambo. Una sessione di registrazione semplicemente deliziosa che farebbe bene ad essere ascoltata per decomprimersi, come minimo, da un eventuale eccesso di ascolto di avanguardismi jazzistici.

Per chi non conoscesse la musica di questi due straordinari musicisti linko qui sotto un paio di brani del disco eseguiti dal vivo.

Qualche giorno di relax…

Ci avviciniamo al Ferragosto e una piccola pausa di relax per il sottoscritto mi sembra dovuta, anche solo per ricaricare le pile e rinfrescare le idee, non solo in fatto di musica. Quindi, per qualche giorno non aggiornerò (scusate il bisticcio) il sito, ma ritengo che chi avesse tempo e voglia può sfogliare il già consistente materiale pubblicato in passato.

I dati di accesso e di visitatori dopo circa 10 mesi dall’inaugurazione di questo blog sono più che incoraggianti e in progressivo costante aumento, anche se l’obiettivo che perseguo non è tanto la quantità di visite, ma la qualità delle proposte e delle indicazioni che mi auguro vengano apprezzate, ma, come dire, non si può piacere a tutti e certo il mio voluto modo di prendere nette e franche posizioni, al di là di eventuali ragioni o torti, tende a creare inevitabilmente simpatie o antipatie, apprezzamenti o deprezzamenti. Va bene così.

Più in generale, lo scopo è quello di rendere disponibile in rete una voce diversa, alternativa e il più possibile onesta rispetto ad una narrazione italica sul jazz divenuta maggioritaria, ma abbastanza falsata nei valori, conformata su posizioni tristemente ripetitive e ormai stantie, fatte passare invece per avanzate. Senza voler offendere nessuno, segnalo a prova di questo che il pubblico del jazz mediamente è diventato oggettivamente vecchio, fatto in gran parte da ultra sessantenni che perseguono idee sulla materia legate ai propri anni giovanili e perciò rimaste sostanzialmente immutabili da ormai mezzo secolo. Idee peraltro basate non di rado su pregiudizi e fraintendimenti che rivelano una conoscenza dell’ambito culturale e sociale intorno al jazz e musiche limitrofe ancora incerta e approssimativa, che non aiuta a favorire la formazione di un quadro di valori musicali adeguato e possibilmente non viziato da ingiustificati settarismi, che invece abbondano.

Date una occhiata ogni tanto al pubblico dei concerti e vedrete che scarseggiano i giovani e sulla cosa occorrerebbe fare una seria riflessione, forse anche una seria autocritica, circa i modi con i quali si divulga oggi la materia. Occorrerebbe poi ricordare a tutti, sottoscritto per primo, che nessuno su una tale materia può ritenersi possessore della verità, ma sarebbe invece importante che ciascuno riflettesse su propri eventuali errori di impostazione, pregiudizi, confusioni e quant’altro, favorendo un confronto di idee che invece manca clamorosamente in questo paese, e non solo in fatto di musica, forse perchè manca una reale passione.

Vi lascio con la proposta di un brano che ha dei risvolti personali, quasi privati. Un brano di un disco che acquistai l’estate di diciannove anni fa, l’ultima passata con mio padre, e che ad ogni Ferragosto mi riporta alla mente con immutata emozione la sua carismatica figura. La musica serve anche a questo.

Buon Ferragosto

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