l’onda lunga di Ahmad Jamal sul piano jazz

Il caso di Frederick Russell Jones, meglio noto tra i jazzofili con il nome di  Ahmad Jamal, nome preso dopo la sua conversione all’Islam nel 1952, è davvero particolare.

Inizialmente sottovalutato dalla critica, che lo considerava poco più di un pianista da piano bar, nella fase matura e più recente della sua carriera si è trovato nella situazione opposta: relativamente poco conosciuto dal grande pubblico, ma riconosciuto dalla critica e dagli appassionati come una figura fondamentale del piano jazz, uno dei primi a differenziarsi dallo stile boppistico introdotto sul pianoforte da Bud Powell, il cui approccio al pianoforte sembrava negli anni del dopoguerra quasi ineludibile per chiunque volesse emergere come moderno pianista jazz.  Oggi è considerato un assoluto maestro del pianoforte jazz che ha influenzato stilisticamente moltissimi pianisti della generazioni successive, continuando a produrre anche recentemente pregevoli incisioni, nonostante l’avanzata età.

Jamal fondò nel 1951 un trio (The three strings) con Ray Crawford alla chitarra e Eddie Calhoun  al  contrabbasso, nella struttura quindi dei più noti trii del decennio precedente di Art Tatum e Nat King Cole, e col quale si fece conoscere sulla scena. Il suo modo di suonare del periodo, elegante, asciutto e dal tocco leggero, catturò l’attenzione di Miles Davis, che in fatto di gusto e scoprire talenti pianistici non sbagliò pressoché mai un colpo in carriera. Davis dichiarò pubblicamente la sua particolare e inaspettata preferenza per il pianista di Pittsburgh. Non a caso Jamal ebbe una forte influenza sullo stile del famoso primo quintetto del trombettista, soprattutto per quello che riguardava l’uso dello spazio,  della dinamica e le modalità di accompagnamento, cui il pianista Red Garland, indimenticato componente di quel gruppo, era fortemente debitore. Lo stile di Jamal, si distingueva dall’allora dominante estetica bebop per fraseggi più meditativi e di ampio respiro. Uno dei più grandi successi di Jamal fu la sua versione di Poinciana (brano non a caso ripreso tale e quale da un pianista di grande personalità come Keith Jarrett a fine anni ’90 con lo stesso tipo di arrangiamento, da tanto risultava perfetto), che registrò per la prima volta dal vivo al club Pershing di Chicago. Il suo stile ha avuto un’evoluzione costante: aperto e leggero negli anni Cinquanta, funky e ispirato alla musica caraibica negli anni Settanta, basato su voicing aperti e virtuosismi negli anni Novanta, senza però mai allontanarsi da alcune sue peculiarità stilistiche.

Jamal, come molti altri jazzisti di valore ma meno acclamati, era poco portato alla vita raminga tipica del jazzista e decisamente avverso all’ambiente affaristico collegato all’industria musicale, rifiutandosi di abbandonare il Midwest per New York, considerata tappa obbligata per la maggior parte dei jazzisti al fine di potersi affermare. Per questo ha sempre avuto una visibilità inferiore ai meriti, e si è spesso volontariamente isolato dal mondo della musica. Negli  anni Sessanta e Settanta si ritirò infatti a Chicago per dirigere il proprio club, l'”Alhambra”. A partire invece dagli anni Ottanta, Jamal ha ricominciato a effettuare tournée e a partecipare ai festival Europei, quasi sempre col suo nuovo trio che aveva come componenti il bassista James Cammack e il batterista Idris Muhammad, riscuotendo ovunque consensi.

Per l’ascolto odierno vi propongo un brano di una delle migliori incisioni della sua corposa discografia, tratto da un Impulse! del 1970 dal titolo The Avakening, registrato in trio con Jamil Nasser al basso e Frank Gant alla batteria. Si tratta di uno standard poco battuto ma molto bello ed interpretato magnificamente da Jamal e il suo trio di allora, contenente una lunga, strepitosa introduzione in piano solo.

Buon ascolto

31M0PETQF5LI Love Music

 

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