Il Jazz e la Chicago degli anni ’20

Come noto a molti appassionati, la chiusura di Storyville, il quartiere a luci rosse di New Orlelans nel novembre del 1917 portò all’esodo forzato dei musicisti rimasti senza lavoro della Crescent City verso le città indistriali del Nord degli Stati Uniti, tra cui Chicago, che divenne in poco tempo il nuovo centro musicale legato al jazz e alla sua evoluzione. Un esodo peraltro associato alla trasmigrazione di molta gente di colore che viveva e lavorava nei campi delle campagne del Sud verso le città industriali del Nord, bisognose di mano d’opera in un periodo nel quale, tra l’altro, molti bianchi avevavano dovuto rispondere alla chiamata alle armi dovuta alla Prima Guerra Mondiale in corso di svolgimento. La South Side della Windy City divenne presto il ghetto abitato dai tanti neri arrivati in città speranzosi di una vita migliore e di minor discriminazione razziale rispetto a quella storicamente legata agli Stati del Sud, ma si facevano delle illusioni, in quanto presto scoppiarono forti tensioni con i residenti bianchi e relative violenze. Tuttavia, il vento del jazz portato dai grandi musicisti di New Orleans generò in poco tempo, e in particolare nei ruggenti anni Venti, quello che venne definito poi come lo “Stile Chicago”, uno stile derivato e per lo più rappresentato da quei musicisti bianchi che avevavano appreso dai musicisti neri e creoli venuti in città lo stile polifonico improvvisato di New Orleans. Uno stile caratterizzato da un approccio ritmicamente più “nervoso” e meno gioioso, che risentiva inevitabilmente dei ritmi di vita più stressanti tipici delle città industriali del Nord.

Una delle canzoni più rappresentative del jazz di Chicago di quegli anni è sicuramente China Boy di cui mio fratello Edoardo ci racconta brevemente la sua genesi, presentandone una delle sue migliori versioni jazz dell’epoca.

Riccardo Facchi

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Ragazzo cinese. La canzone China Boy (1922) è stata scritta da Dick Winfree e Phil Boutelje. Winfree era un membro di una orchestra da ballo della East Coast guidata da Art Hickman, mentre Boutelje era un pianista e autore che ha arrangiato e suonato con l’orchestra di Paul Whiteman prima di diventare direttore della Paramount Pictures e degli United Artists Studios. Ha scritto musiche per i film ed è stato nominato due volte per gli Academy Awards. La canzone è stata introdotta nel vaudeville da Henry E. Murtagh ed è diventata molto popolare tra i gruppi Dixieland, come i McKenzie & Condon Chicagoans, proprio la versione che propongo qui, inciso alla fine del 1927 a Chicago. Un illuminante esempio dello stile che ha preso il nome da questa città e che ha segnato buona parte della scena musicale degli Anni Venti del secolo scorso. Il brano è allo stesso tempo divertente e isterico nel suo procedere, e si caratterizza per la brevità e l’intensità della performance di tutti gli artisti presenti. Emblematico l’assolo di clarinetto di Frank Teschemaker, così moderno nella sua eccentricità. Un sapore particolare credo che a questo pezzo sia dato dalla assenza del trombone nella formazione, costituita tutta da musicisti di rilievo:

Jimmy McPartland (cornetta)/ Frank Teschemaker (clarinetto)/ Milton Mezz Mezzrow (sax tenore)/ Joe Sullivan (piano)/ Eddie Condon (chitarra)/ Jim Lanningan (tu)/ Gene Krupa (batteria) // Chicago, 8 dicembre 1927. Buon ascolto.

Edoardo Facchi

Aaron Goldberg tra jazz, storia, scienza e filosofia

Acclamato dalla rivista DownBeat e descritto dal New York Times come un “pianista post-bop di gusto e varietà esemplari“, Aaron Goldberg si è fatto conoscere come uno dei pianisti più interessanti del jazz degli ultimi due decenni, sia come bandleader, sia come collaboratore di Joshua Redman, Wynton Marsalis, Kurt Rosenwinkel, Guillermo Klein, Charles Lloyd, Zach Brock ed altri ancora. 

Goldberg è nato a Boston da un biochimico e un’ematologa. Ha iniziato a prendere lezioni di pianoforte a 7 anni e a suonare jazz a 14. A 16 anni ha studiato con il sassofonista Jerry Bergonzi. Si è trasferito a New York City a 17 anni per frequentare la New School for Jazz and Contemporary Music, dedicandosi nelle ore libere a esercitarsi al pianoforte e ad esibirsi nei club della Grande Mela. A fronte dell’insistenza dei suoi genitori nel frequentare un tradizionale college accademico, Goldberg è tornato a Boston un anno dopo per conseguire una laurea in storia e scienze all’Università di Harvard. Con il filosofo Robert Nozick come relatore, Goldberg ha scritto una tesi sulle teorie scientifiche della coscienza e si è laureato magna cum laude. Mentre era uno studente universitario, ha mantenuto viva la fiamma ardente della musica. Ha trascorso molto tempo sia musicalmente che socialmente con i jazzisti del Berklee College of Music e ha continuato a esibirsi al pianoforte, suonando spesso nei locali di Boston e trascorrendo le estati a Manhattan, mantenendo così i legami con la scena jazz di New York. 

Dopo la laurea, nel 1996, Goldberg è tornato stabilmente a New York concentrandosi sulla musica. Tra gli altri, si è esibito con Mark Turner, Gregory Tardy e Betty Carter. Nel 1998, ha formato l’Aaron Goldberg Trio con Reuben Rogers al basso ed Eric Harland alla batteria, pubblicando il loro album di debutto, Turning Point nel 1999. Ha anche iniziato quella che sarebbe diventata una lunga associazione con il sassofonista Joshua Redman. Nel 2001, il trio ha pubblicato un secondo album, Unfolding, tornando poi a New York per esibirsi con musicisti del livello di Nicholas PaytonAl FosterFreddie Hubbard e Stefon Harris. Inoltre, ispirato dalla passione per la musica brasiliana, ha viaggiato frequentemente in Brasile tra il 2000 e il 2002. Nel 2005 è stato in tour in Sud America con Madeleine Peyroux, si è unito alle band di Kurt Rosenwinkel e Wynton Marsalis esibendosi in tutto il mondo come membro della Lincoln Center Jazz Orchestra.

Mentre la sua carriera di pianista prendeva slancio, Goldberg ha continuato ad esplorare i temi della sua tesi di laurea, ottenendo un master in filosofia. Nel 2005 si è iscritto a un programma di master presso la Tufts University, con sede a Medford, Massachusetts, un sobborgo di Boston. Vivendo a New York, ha fatto il pendolare a Boston per le lezioni mentre si destreggiava con Marsalis, Rosenwinkel e la sua band. Ha conseguito un master in Filosofia Analitica nel 2010, ritornando poi a concentrarsi esclusivamente sulla musica. Ha pubblicato un nuovo album, Home, nel 2010, e Bienestan, nel 2011, una collaborazione con il compositore argentino Guillermo Klein. nel 2012 ha registrato un album con Omer Avital e Ali Jackson intitolato col nome dato al Trio: Yes! e lo scorso anno con la stessa formazione ha replicato con Groove du jour.

Nel novembre 2014, è stato pubblicato The Now, un album di dieci tracce con sue composizioni, standard jazz e rielaborazioni di temi brasiliani. Il disco ha ricevuto un significativo plauso dalla critica. Il nostro Francesco Barresi si è occupato di recensire lo scorso anno sul nostro blog il suo ultimo brillante lavoro da leader esclusivo, At the Edge of the World, che ne ha confermato la maturità artistica raggiunta. Di seguito alcuni suoi esempi musicali, sia discografici che concertistici. Buon ascolto.

Erroll Garner live 63′ & 64′

L’ho già scritto altre volte, ma qui lo ribadisco: considero Erroll Garner un genio assoluto del jazz e dell’improvvisazione. Un talento pianistico di rara originalità e fantasia musicale folgorante, con un grande senso dell’intrattenimento senza venir meno a grande arte musicale. Per anni è stato da noi superficialmente trattato come un pianista di piano bar o poco più. Lo stesso Arrigo Polillo scrisse delle belle corbellerie su di lui, ma come sempre il tempo sa rendere giustizia.

Lo propongo oggi in un bel filmato che lo vede protagonista e che raccoglie due sue esibizioni datate 1963 e ’64. Garner si presenta nella formula del classico trio, accompagnato dal contrabbassista Eddie Calhoun e il batterista Kelly Martin. Tra i numeri previsti in scaletta si rintracciano titoli celebri come Fly Me To The Moon, I Get A Kick Out Of You, Sweet and Lovely e sue composizioni originali come Erroll’s Theme e Mambo Erroll, oltre naturalmente la sua composizione più conosciuta, Misty.

Buon ascolto e buon fine settimana.

Lee Konitz, Charlie Haden, Paul Bley live, 1998

Oggi dedichiamo un filmato concertistico a tre figure dirimenti del jazz moderno che purtroppo ci hanno lasciato negli ultimi anni. Si tratta di Charlie Haden, scomparso nel 2014, Paul Bley, nel 2016 e Lee Konitz morto la primavera scorsa proprio per aver contratto il COVID-19.

Essendo un filmato Rai, deduco che, con tutta probabilità, si tratti di un concerto italiano (forse Umbria Jazz edizione 1998?). La scaletta dei brani dovrebbe essere la seguente:

00:00 Sweet and Lovely – 13:48 My Old Flame – 27:11 speaker introduction – 30:02 Turnaround/Billie’s Bounce – 43:37 Body and Soul.

Buon ascolto e buon fine settimana.

Oggi mi faccio un regalo…

Dopo aver festeggiato un mese fa i cinque anni raggiunti dal blog, oggi nel giorno del mio cinquantanovesimo (sigh!) compleanno mi faccio un regalo, ovviamente musicale, semplicemente inserendo alcuni brani che hanno spesso alleviato le mie sfiancanti giornate di lockdown lombardo in questo 2020 horribilis. Una sorta di personale, parziale, playlist che rendo pubblica. Il potere lenitivo della musica è peraltro ben noto, al di là della sua valenza artistica intrinseca. Mi scuso in anticipo per l’attacco di ego incontrollato e se per una volta faccio prevalere me stesso sulla musica. Spero comunque che possa piacere ai nostri lettori che, noto, sono in costante aumento anno dopo anno.

Riccardo Facchi

L’intrigante biografia del leggendario Dizzy Reece

Alphonso Son “DizzyReece (nato il 5 gennaio 1931 a Kingston, in Giamaica)  è certamente uno dei personaggi più oscuri e allo stesso tempo intriganti del jazz moderno. Si dice che il suo soprannome si ricolleghi ad alcuni dei suoi strani comportamenti infantili e alla tendenza al vagabondaggio. I resoconti che hanno tentato di raccontare la vita leggendaria del trombettista hanno dipinto il quadro di un artista dai mille volti. Eppure nessuno è stato in grado di incapsulare ogni aspetto della sua vita. Eccellente trombettista in stile hard bop, Reece fa parte di un gruppo di jazzisti nati in Giamaica o provenienti da famiglia giamaicana che include altri nomi illustri, come ad esempio, Joe Harriott (suo compagno di classe a scuola), Wynton KellyMonty Alexander.

Reece ha frequentato la Alpha Boys School, passando dal sassofono baritono alla tromba all’età di 14 anni. Musicista a tempo pieno dai 16 anni, si trasferì a Londra nel 1948 trascorrendo gli anni ’50 in Europa, gran parte del tempo in particolare a Parigi, dove “è stata la prima volta che ho visto Charlie Parker e Miles Davis quando hanno suonato al primo festival jazz di Parigi nel 1949“, ha riferito a Clifford Allen nel 2005. Qui ha potuto suonare con grandi nomi come Don Byas, Kenny Clarke, Frank Foster e Thad Jones. Di ritorno nel Regno Unito, Reece è stato in grado di affermarsi e costruire relazioni chiave nella scena musicale locale. Alcuni dei suoi primi ingaggi in Inghilterra lo videro suonare con Victor Feldman, Ronnie Scott e la Tony Crombie Orchestra. Sempre a Londra, ha registrato nel maggio 1955 le sue prime tracce come leader, che avrebbero formato l’album A New Star e poi quello che è diventato il suo primo album da leader per Blue Note, Blues in Trinity (1958), firmando un contratto procuratogli da Tony Hall, il suo manager. Nelle note di copertina del disco, lo stesso Hall affermava che due anni prima aveva inviato registrazioni di Reece a Miles Davis e che il trombettista si era preso la briga di telefonare a Nat Hentoff dicendogli che c’era un grande trombettista in Inghilterra: “un ragazzo che ha anima e originalità e, soprattutto, che non ha paura di soffiare con fuoco“. Lo stesso Reece ha affermato che è stato proprio Davis a incoraggiarlo a trasferirsi a New York.

Stabilitosi perciò a New York City nel 1959, Reece ha impiegato poco tempo a immergersi nella fiorente scena jazz della metropoli americana. Il 10 novembre ha partecipato alle sessioni di Africaine dei Jazz Messengers, suonando non la tromba ma le congas, come aveva fatto in precedenza con gli afro-cuban di Kenny Graham. Nove giorni dopo, una sessione di registrazione presso il leggendario studio Englewood Cliffs di Rudy Van Gelder con il sassofonista Hank Mobley, il pianista Wynton Kelly, il batterista Art Taylor e il bassista Paul Chambers portò all’incisione del materiale di Star Bright, un album che ancora oggi è considerato tra i suoi migliori. Entro l’anno successivo Reece completò la serie di quattro dischi per l’etichetta americana. partecipando anche alle sessioni per Flight To Jordan di Duke Jordan in compagnia di un giovane Stanley Turrentine al sassofono tenore.

Il trasferimento di Reece a New York pare non abbia però avuto l’effetto desiderato in termini di progressione di carriera e che l’ambiente in cui era entrato non fosse il più salutare per la sua famiglia. “Quando sono venuto qui [a New York] con mia moglie, ho ricevuto un feedback negativo. Molte persone [musicisti jazz] si sono offese di un matrimonio integrato”, dichiarò al Jazz Times nel 2004. Pare che la coppia si sia separata poco dopo, con la moglie di Reece che è tornata in Inghilterra insieme alle figlie.

Reece ha registrato negli anni come sideman anche per Dizzy Gillespie (The Dizzy Gillespie Reunion Big Band),  Hank Mobley (The Flip), Andrew Hill (Passing Ships), Clifford Jordan (Inward Fire, Play What You Feel, Down Through the Years), Dexter Gordon (A Day in Copenhagen), il collega trombettista Ted Curson (Blowin’ Away), il sassofonista John Gilmore e i batteristi Philly Joe Jones Art Taylor. Ha scritto anche la musica per il film degli Ealing Studios del 1958, Nowhere to Go.

Allego alcune tracce di suoi dischi rintracciate in rete. Buon ascolto.

Il grande Paul Bley in piano solo

Paul Bley, che fra pochi giorni festeggerebbe il suo compleanno se fosse ancora vivo, ci ha lasciati quasi cinque anni fa (gennaio 2016). E’ stata senza dubbio di sorta una delle menti pianistiche più geniali e visionarie del jazz moderno. La sua musica ascoltata ancora oggi risulta di una freschezza e attualità rare da riscontrare e lo si capisce non tanto e non solo dai pur validi suoi progetti avanzati dell’epoca o dalla sua brillantissima interpretazione del book di composizioni della ex moglie Carla (Borg) Bley, o di Ornette Coleman, ma da come ha saputo rielaborare materiale iper inflazionato come quello degli standard del jazz letteralmente riscrivendoli, senza perdere una stilla della loro essenza. Anche il sommo Keith Jarrett in questo senso gli deve più di qualcosa.

Per questo fine settimana perciò vi propongo un bel filmato/programma monografico del 1988 preparato da una tv spagnola, che lo vede al piano solo. Una oretta circa di pura goduria. Buon ascolto e buon fine settimana.

Walter Davis, Jr. con Powell e Monk in mente

Proseguendo nella sagra dei jazzisti misconosciuti o semplicemente trascurati, tra i molti pianisti del l’era post be-bop influenzati dalla lezione di Bud Powell e Thelonious Monk, oggi parliamo di Walter Davis, Jr. (2 settembre 1932 – 2 giugno 1990).

Davis è stato uno dei tanti validi pianisti del periodo hard-bop, oltre che un buon compositore di temi discretamente utilizzati anche da jazzisti delle più recenti generazioni. Composizioni come Scorpio Rising, Backgammon, Uranus, Gypsy Folk Tales, Jodi e Ronnie Is a Dynamite Lady.

Davis si è rivelato spesso pianista notevole e inventivo, anche se dalla carriera professionale discontinua, se si pensa che ha dovuto lasciare negli anni ’60 il mondo della musica per dedicarsi alla attività di sarto, pittore e designer, tornando sulla scena solo negli anni ’70. Si è trattato comunque di un solido solista e accompagnatore che ha accumulato un discreto corpus discografico senza però mai riuscire a diventare un nome di altissimo profilo nel mondo del jazz. 

Nato a Richmond, in Virginia, Davis si è esibito da adolescente con il cantante Babs Gonzales. emergendo negli anni ’50 dopo essersi trasferito a New York nelle incisioni in particolare per Max Roach (1953) e Dizzy Gillespie (1956), con il quale ha partecipato alle tournée del trombettista in Medio Oriente e Sud America organizzate dal Dipartimento di Stato americano. Nel 1958 Ha suonato nella band del trombettista Donald Byrd al Le Chat Qui Pêche di Parigi e partecipato poi alla seduta di registrazione di Byrd in Hand. Poco dopo ha realizzato il suo sogno di diventare pianista e compositore-arrangiatore per i Jazz Messengers di Art Blakey, risultando nelle sedute di registrazione di Africaine (Blue Note, 1959), Paris Jam Session (Fontana, 1961) e Roots & Herbs (Blue Note, 1961). Tale collaborazione con la formazione storica del batterista di Pittsburg potè riprendere solo a metà anni ’70, documentata discograficamente in Gypsy Folk Tales (Roulette, 1977).

Al suo ritorno sulle scene nei primi anni ’70 risulta presente nella formazione di Sonny Rollins in Horn Culture (Milestone, 1973). Scorrendo le sue collaborazioni in discografia lo ritroviamo anche con Sonny Criss, Jackie McLean, Kenny Clarke, Teddy Edwards, Hank Mobley, Charlie Rouse, Art Taylor, Philly Joe Jones, Julian Priester, Nick Brignola, Archie Shepp, Slide Hampton e Walt Dickerson.

Nelle vesti da leader, la sua discografia indica una dozzina di dischi, di cui il primo è stato registrato per Blue Note e intitolato Davis Cup, mentre tra gli ultimi è citabile Scorpio Rising registrato in trio per la danese Seeeplachase. Di entrambi i dischi abbiamo più sotto evidenziato degli estratti insiema ad un documento concertistico.

Davis ha anche contribuito alla colonna sonora del Clint Eastwood nel celebre film dedicato a Charlie Parker (1988). E’ scomparso a New York City il 2 giugno 1990, per complicazioni a malattie epatiche e renali.

Russ Freeman e il suo The Wind

I vecchi appassionati del West Coast Jazz, sicuramente conoscono Russell Donald Freeman (28 maggio 1926 – 27 giugno 2002) che è stato un pianista e compositore della costa californiana emerso tra i tanti validi musicisti nel fertile periodo successivo allo stazionamento di Charlie Parker nell’area di Los Angeles a partire dal dicembre 1945, tempo nel quale Bird e Dizzy Gillespie portarono i suoni frenetici del bebop della East Coast alla West Coast americana, grazie anche ad una lungo ingaggio di due mesi al Billy Berg di Hollywood e al successivo risiedere di Parker per circa due anni in zona, compreso il noto ricovero al Camarillo State Hospital.

Inizialmente, Freeman si è formato in ambito classico. La sua reputazione come jazzista è cresciuta poi nella seconda metà degli anni ’40 dopo aver lavorato con Art Pepper e Shorty Rogers. Suonò anche con Charlie Parker nella sessione del 1947 intitolata Home Cooking. Il suo nome cominciò a circolare più di frequente tra gli appassionati negli anni ’50, quando seguirono collaborazioni più frequenti con Chet BakerShelly Manne ((lo si ritrova in molte incisioni del periodo di entrambi, targate Pacific Jazz e Contemporary) e Art Pepper, ma ha inciso anche per Maynard Ferguson, Pete Rugolo, Jimmy Giuffre e André Previn. Tra queste, occorre citare anche l’album Jazz Immortal registrato nel 1954 con il grande Clifford Brown che si stava imponendo sulla scena jazz dell’epoca.

Nel 1988, Keith Jarrett ha permesso di far riscoprire Freeman nel ruolo di compositore a un pubblico più largo, proponendo una sua memorabile versione di The Wind (presente nell’album Paris Concert – ECM) tema il cui mood espressivo parve adattarsi molto bene all’idea interpretativa del pianista di Allentown. Il tema era comunque già stato affrontato da Jarrett l’anno precedente in occasione del suo 100° concerto giapponese (videoregistrato e di cui propongo sotto la versione).

Nel 1991, la cantante pop Mariah Carey ha proposto una sua versione cantata (contenuta nel suo album Emotions) dopo aver apposto suoi testi al posto di quelli originali. In realtà Freeman aveva scritto The Wind con testi di Jerry Gladstone ed era stato eseguito come pezzo strumentale negli anni ’50 e ’60 da artisti del calibro di Chet Baker (il pianoforte di Freeman è presente nella registrazione di Baker in Chet Baker & Strings, del 1954), Leo Wright e Stan Getz, ed era già stato cantato dalla vocalist June Christy (in The Misty Miss Christy).

Come per molti musicisti presenti in prossimità di Hollywood, Freeman si è impegnato professionalmente anche nell’attività di compositore di colonne sonore per film, sino praticamente alla sua scomparsa avvenuta a Las Vegas nel 2002.

Propongo l’ascolto di diverse versioni del brano rintracciate in rete, tra cui quella di Jarrett del concerto giapponese appena citata. Buon ascolto.

Alfredo Rodríguez Trio: NPR Music Tiny Desk Concert

Le esibizioni pubbliche al NPR Music Tiny Desk rese disponibili in rete hanno il merito di disegnare un interessante, ampio, quadro delle proposte attualmente presenti sulla scena musicale contemporanea americana.

Oggi proponiamo quella del pianista cubano Alfredo Rodriguez, il quale ben rappresenta, tra gli altri, la grande tradizione pianistica cubana interagente col jazz e la musica improvvisata, attualizzandola, fatta di un trattamento altamente percussivo e tecnico allo strumento, mixato con certo lirismo derivato dalla tradizione romantica europea e gli umori popolari propri della musica cubana e più estensivamente nordamericana.

Rodriguez gode già da alcuni anni di una certa esposizione internazionale, arrivando ad essere apprezzato anche dagli appassionati europei del jazz, che hanno potuto ascoltarlo nell’ambito di alcuni prestigiosi festival europei dedicati alla musica improvvisata. Proprio in occasione di una di queste manifestazioni, il celebre produttore Quincy Jones ha potuto ascoltarlo proponendogli di entrare nel roster dei musicisti gestiti dalla sua agenzia.

Qui lo vediamo esibirsi in compagnia del batterista Michael Olivera e il chitarrista/bassista brasiliano Munir Hossn. Buon ascolto e buon fine settimana.

Da qualche parte, sopra l’arcobaleno…

I gravi problemi di salute di Keith Jarrett, ormai certificati dallo stesso pianista in una intervista in cui ha recentemente dichiarato di non poter più suonare lo strumento, hanno gettato nello sconforto milioni di fan e decretato in pratica la morte artistica di uno dei musicisti americani più importanti emersi nella seconda metà del Novecento.

Non ho intenzione di sfornare uno scritto zeppo di retorica sentimentale e di luoghi comuni prossimi a quelli che si sono letti di recente su giornali nazionali, articoli che mirano solo a stimolare la lacrimuccia dei lettori basandosi per la milionesima volta sulla colorita narrazione attorno agli eventi che hanno dato alla luce il presunto capolavoro (che non è, in quanto i suoi capolavori al piano solo sono stati ben altri) del popolarissimo e inflazionato Koeln Concert. Nel caso, se a qualcuno interessasse sapere come la penso su quel concerto e su altro relativo al piano solo, potete rintracciare un saggio scritto anni fa e consultabile a questo link.

Per quanto sia stato tra i più amati (persino venerati) e nel contempo più discussi (persino odiati talvolta, direi parecchio a sproposito e in modo abbastanza sciocco) nell’ambito della musica improvvisata, Jarrett ci ha lasciato un enorme patrimonio di musica a cui attingere e molto altro, ne siamo certi, emergerà nei prossimi anni, vista la mole di esibizioni registrate ma non ancora pubblicate a disposizione della casa discografica ECM.

Un vero peccato non poter più godere della sua arte, in quanto si sa che i pianisti possono reggere all’avanzare dell’età molto più di altri strumentisti (in particolare i fiati, che sono fisicamente più dispendiosi), se solo pensiamo a certi concertisti storici della musica classica o ai tanti pianisti jazz in età avanzata (mi viene in mente, solo ad esempio, il grande Hank Jones) che hanno saputo fornire grandi prestazioni concertistiche e discografiche, alcuni dei quali ancora attivi sono più in età di Jarrett stesso.

Sicuramente abbiamo perso una delle figure guida della musica improvvisata contemporanea, anche se già da anni Jarrett si era musicalmente isolato, avendo ridotto ormai il suo far musica a improvvisazioni in piano solo dopo l’abbandono del longevo progetto dello Standard Trio nel 2014, senza più pensare a progetti che, ad esempio, riprendessero il discorso dei quartetti anni ’70.

Ci rimane comunque la sua vastissima opera discografica a disposizione che, tra inevitabili alti e bassi, richiede ancora oggi una valutazione più profonda e sedimentata, perlomeno non viziata dalle abbondanti e stucchevoli critiche extra musicali collegate al suo carattere emotivamente mutevole ed imprevedibile, alle sue bizze sul palco, alle sue scomposte movenze nel suonare, ed altro ancora.

Proprio in questi giorni è uscito il suo Budapest Concert, registrato nel 2016 nella capitale ungherese. L’ennesimo capitolo di una lunga serie di concerti live in solo pubblicati dalla casa tedesca che si protrae periodicamente dai tempi del Bremen/Lausanne Concerts dei primi anni ’70, con risultati inevitabilmente diseguali, ma con non infrequenti momenti musicali di rara bellezza, come solo i veri grandi della musica sanno produrre.

La sua musica spiega più e meglio di qualsiasi scritto, in particolare ritengo straordinario, per quanto ancora abbastanza sottostimato dalla critica, il suo lavoro di riscrittura degli abusati standard del jazz (uno studio approfondito sullo Standard Trio potete rintracciarlo su questo stesso blog al seguente link) troppo spesso liquidato in modo superficiale e musicalmente ingiustificato. Credo che una delle ragioni a certo rifiuto pregiudiziale su quel materiale e sul modo di trattarlo dipenda dal fatto che Jarrett impersonifichi e sintetizzi al meglio gli umori propri di quella cultura musicale americana la cui importanza viene ribadita dalla sua opera e proiettata ancora nella nostra contemporaneità, ma troppo spesso da noi ingiustificatamente minimizzata.

In questo senso, propongo qui la sua meravigliosa versione di Over The Raimbow ripresa a Tokyo nel 1984 e raccolta in un video che documenta tutto il concerto e rintracciabile anche in commercio. Una musica davvero celestiale, suonata da qualche parte, davvero sopra l’arcobaleno. Buon ascolto.

Riccardo Facchi

Jazz Crusaders tra hard-bop, soul, r&b e funk

I Jazz Crusaders, poi divenuti dal 1971 semplicemente Crusaders, sono stati un gruppo che ebbe un buon successo dagli anni ’60 agli anni ’80.

Inizialmente si trattò di una formazione composta da tre amici e compagni di scuola, come Joe Sample (piano), Wilton Felder (sassofono tenore) e Nesbert “Stix” Hooper (batteria) ai quali si aggiunsero Wayne Henderson (trombone) e Henry Wilson (contrabbasso).

Dal 1960, Sample, Felder, Hooper e Henderson si trasferirono dal Texas in California, a Los Angeles, e formarono i Jazz Crusaders, un quintetto hard- bop fisso con la sola alternanza nel ruolo del contrabbassista del gruppo. Influenzata da musicisti come Cannonball AdderleyArt Blakey e John Coltrane, la band firmò presto per l’etichetta Pacific Jazz nel 1961, pubblicando ben sedici album negli otto anni successivi, tutti di ottimo livello. Con una sezione di fiati in prima linea composta da Felder e Henderson, il suono del gruppo era sì radicato nell’hard-bop, ma con una spiccata inclinazione verso l’R&B, la musica soul e relativo repertorio. 

I loro primi due album, con Jimmy Bond al contrabbasso, furono Freedom Sound (1961) e Lookin ‘Ahead (1962), seguiti dall’album live At the Lighthouse (1962) e Tough Talk, il primo di diversi album con il bassista Bobby Haynes al posto di Jimmy Bond. In tutto, il gruppo ha registrato cinque album dal vivo negli anni ’60, quattro dei quali sono stati registrati al famoso Lighthouse Café di Hermosa Beach. Hanno anche avuto il loro primo ingresso nelle classifiche degli hit con la loro versione di Uptight (Everything’s Alright)  di Stevie Wonder. L’album del 1969 del gruppo, Powerhouse, è stato il loro primo a raggiungere la classifica degli album Billboard 200 ed è stato anche il loro ultimo album in studio registrato per la Pacific Jazz.

Il gruppo ha successivamente firmato per l’etichetta Chisa. Il loro album del 1970 Old Socks, New Shoes fu l’ultimo come Jazz Crusaders, dopo di che si decise di chiamare il gruppo semplicemente Crusaders, in modo da non limitare il raggio d’azione e il potenziale dei fruitori al pubblico del jazz. Dopo un secondo album con Chisa, (Pass the Plate, 1971) e un album per l’etichetta MoWest (Hollywood, 1972) il gruppo passò alla Blue Thumb Records, rimanendovi fino a fine anni ’70. La musica virò sempre più verso un jazz-funk, peraltro in voga nel periodo, incorporando chitarra elettrica e basso nei loro concerti e registrazioni, oltre a utilizzare il piano elettrico e il clavinet da parte del leader Joe Sample.

La qualità della musica iniziò a diminuire.  Sample in seguito ha affermato che il gruppo era sotto pressione commerciale da parte delle case discografiche per registrare versioni jazzate di canzoni popolari di successo. Henderson lasciò il gruppo a metà anni ’70 per diventare un produttore discografico, mentre gli altri componenti del gruppo lavoravano regolarmente come sideman con nomi popolari come Jackson 5, Marvin GayeJoni Mitchell, Steely Dan e Randy Newman. 

L’apice del successo commerciale del gruppo arrivò con Street Life del 1979, che utilizzava la bella voce di Randy Crawford in primo piano.  I successivi album del gruppo inclusero cantanti come  Bill Withers e Joe Cocker. L’album live del 1982, Royal Jam, comprendeva il chitarrista BB King, il bassista James Jamerson e la Royal Philharmonic Orchestra. Hooper se ne andò nel 1983 e, sebbene Felder e Sample mantennero il gruppo operativo negli anni ’80, il successo commerciale del gruppo progressivamente diminuì, portando ad un temporaneo abbandono dell’attività discografica per quasi tutti gli anni ’90, ripresa solo nel 2000. Felder e Sample si riunirono di nuovo sotto l’etichetta Crusaders nel 2003, riprendendo l’attività discografica e concertistica negli anni successivi.

Una triste rapida sequenza di morti mise fine alla band: Wayne Henderson è scomparso il 5 aprile 2014, Joe Sample il 12 settembre 2014 e Wilton Felder il 27 settembre 2015. Rimane in eredità la loro corposa discografia. Porto qui alcuni esempi della loro musica nelle varie fasi stilistiche. Buon ascolto.

Dexter Gordon – Live in Europe, ’63 & ’64

Quando si parla di tenorsassofonisti nel jazz, occorrerebbe non dimenticarsi mai di nominare Dexter Gordon che è stato un jazzista chiave e di massimo riferimento, diretto o indiretto, per i sassofonisti delle generazioni successive, a cominciare proprio dai più rinomati Sonny Rollins e John Coltrane che, non a caso, ne hanno sempre dichiarato la decisiva influenza.

In troppi considerano ancor oggi Coltrane una sorta di alfa e omega del tenorsassofonismo, non capendo che Gordon è stato, insieme allo sfortunato Wardell Grey e Sonny Stitt, da un lato, e da Don Byas, Lucky Thompson e Eddie “Lockjaw”Davis, dall’altro, uno dei massimi protagonisti di quel sassofonismo che, partendo dai capostipiti Coleman Hawkins e Lester Young, hanno saputo sintetizzare nel periodo di formazione del Be-bop un linguaggio tenorsassofonistico moderno, in grado di proiettare lo strumento in un ruolo da protagonista nell’evoluzione del jazz nei decenni successivi.

E’ fondamentale comprendere cioè che l’evoluzione del jazz (non solo per i sassofonisti) non è mai stata l’opera di singole e isolate menti geniali e “rivoluzionarie” – come purtroppo ancora da noi viene per lo più inteso, – ma da un complesso intreccio di contributi e di interscambi progressivi di idee in cui il concetto di continuum e i riferimenti alla propria tradizione culturale la fanno da padroni anche nel modellare e inserire le innovazioni che mano mano vengono a implementare l’evoluzione lingustica stessa. Si viene cioè a comporre una sorta di mosaico, fatto di tessere in cui tutte, dalle più grandi alle più piccole, contribuiscono a disegnarne il quadro.

Privare l’apprendimento della materia jazzistica di questo genere di approccio, significa di fatto arrivare a non comprendere a fondo nemmeno le innovazioni dei protagonisti più vicini a noi e persino la nostra scena contemporanea.

Perciò, oggi ho deciso di proporre un bel video di circa 70 minuti, credo già noto a molti appassionati di vecchia data, in cui si può godere dell’ascolto di quel gigante del sassofono tenore che è stato Dexter Gordon, colto in esibizioni europee effettuate tra il 1963 e ’64, durante cioè il suo periodo di residenza nel Vecchio Continente. I filmati riprendono parti di esibizioni effettuate in locali olandesi, svizzeri e belgi. Si noti come in due dei tre filmati, Gordon sia accompagnato da una splendida ritmica europea composta da George Gruntz al piano, Guy Pedersen al contrabbasso e Daniel Humair e come sia apprezzabile la bravura e l’idiomaticità raggiunta dai jazzisti europei dell’epoca, assolutamente all’altezza dei jazzisti americani. Detto per inciso, il periodo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 è stato assai fruttifero per il jazz europeo proprio per il forte e continuo interscambio tra musicisti europei e americani; una lezione comportamentale che oggi si stenta a comprendere e realizzare, da quando cioè si è cominciato a pensare che l’Europa poteva affrancarsi e rendersi indipendente dal contributo americano in termini di linguaggio improvvisativo, col risultato – almeno ad avviso di chi scrive – di portare lo stesso linguaggio a prendere strade derivative assai meno interessanti e avanzate di quel che si afferma e propaganda spesso a mo’ di slogan pubblicitario (e ben si sa che la pubblicità, come la politica, con i suoi slogan ripetuti è in grado di diffondere e tramutare falsità in verità assodate e supinamente accettate).

Il set di brani proposti è il seguente:

1 A Night in Tunisia; 2 What’s New; 3 Blues Walk; 4 Second Balcony Jump; 5 You’ve Changed; 6 Lady Bird; 7 Body and Soul. Buon ascolto e buon fine settimana.

Jerome Kern e Long Ago And Far Away

Long Ago and Far Away è una delle melodie più inquietanti di Jerome Kern, il suo “ultimo grande capolavoro”, secondo le parole del suo biografo, Gerald Bordman.

Kern insieme al paroliere Ira Gershwin ha composto la canzone per il film Cover Girl del 1944 con Rita Hayworth e Gene Kelly nei ruoli di attori protagonisti-ballerini. Kelly (nel ruolo di Danny) balla al ritmo della canzone e quando Rusty (la Hayworth) realizza il suo amore per Danny torna da lui cantando Long Ago and Far Away in duetto, con la voce della Hayworth doppiata da Martha Mear.

Alec Wilder in American Popular Song afferma: “In questa canzone Kern ribadisce audacemente la sua idea principale di una terza minore più alta dopo sole otto misure. Quando la canzone è stata pubblicata per la prima volta, ero convinto che questo sarebbe stato troppo per l’orecchio pubblico, ma non fu così, perché è divenuta uno standard.”

Long Ago and Far Away ha ricevuto una nomination all’Oscar per la migliore canzone, ma ha perso contro Swinging on a Star dal film Going My Way. Con grande sorpresa di Ira, la canzone divenne il più grande successo che avesse avuto in un anno, e le vendite di spartiti furono oltre 600.000. Senza dubbio il sentimento della canzone si riferiva a un’epoca in cui famiglie e amanti furono separati dalla seconda guerra mondiale. In quello stesso 1944 furono pubblicate diverse versioni tra cui: Helen Forrest e Dick Haymes, Bing Crosby, Jo Stafford, Glenn Miller Orchestra, Perry Como, Guy Lombardo and His Royal Canadians e Frank Sinatra.

Altre versioni cantate sono di Johnny Hartman, Tony Bennett, Tony Bennett & Bill Charlap) Tiziana Ghiglioni (con Paul Bley), Lorez Alexandria, Mark Murphy, Mel TormeBev Kelly, Ann Hampton Callaway, Rod Stewart.

Il tema è stato frequentato parecchio dai jazzisti, tra cui indichiamo le versioni di: Benny Carter, Chet Baker (1 e 2), Art Pepper, Bud Shank (1 e 2), Phil Woods; Sonny Rollins (1 e 2) Erroll Garner (1 e 2), Red Garland, Charles Mingus, Henry Mancini, Dave McKenna & Scott Hamilton, Jeff Hamilton, Paul Bley (1 , 2 e 3) Brad Mehldau, Charlie Haden& Brad Mehldau, Ted Rosenthal, Adam Rogers.

Oltre alla versione cinematografica, aggiungiamo alcune altre versioni scelte e diverse da quelle indicate di Art Pepper, Phil Woods, una ardita di Paul Bley, di Brad Mehldau e una in concerto di Sonny Rollins.

Buon approfondimento di ascolto.

Un quartetto di stelle a JazzBaltica 2004

Il concerto di oggi, tenutosi in Germania nel 2004, è caratterizzato da nomi che certo non richiedono presentazioni di sorta. Si tratta di grandissime figure del jazz di ieri e di oggi, poiché alle icone di Wayne Shorter, Herbie Hancock e Dave Holland si può tranquillamente aggiungere il nome di Brian Blade, che è da considerare da tempo uno dei batteristi migliori in circolazione e degno di rappresentare la grande tradizione di batteristi afro-americani nel jazz.

Insomma, un quartetto di stelle che ci propongono un set di 75 minuti circa con la seguente lista di brani: 1. Sonrisa, 2. V, 3. Pathways, 4. Aung San Sun Kyi, 5. Prometheus Unbound, 6. Cantaloupe Island.

Buon ascolto e buon fine settimana.