Rez Abbasi: Unfiltered Universe – Whirlwind Records ( 2017 )

51KJVOl+L4L._SX425_Rez Abbasi è un chitarrista poco conosciuto in Italia, ma è da tempo una figura molto rappresentativa del panorama chitarristico e jazzistico contemporaneo. Nato nel 1965 a Karachi, all’età di quattro anni si trasferisce con la famiglia dalla capitale pachistana per recarsi a vivere a Los Angeles. Qui muove i primi passi nel suo percorso musicale dove, a undici anni, si avvicina allo studio della chitarra. Nel 1995 incide il suo primo disco,  Third Ear e quello di cui ci accingiamo a parlare è la sua undicesima proposta discografica, con la formazione che è molto attiva anche sotto il profilo dell’ attività concertistica.
Il gruppo è costituito, oltre che naturalmente dal leader alla chitarra, da musicisti di spicco della scena jazzistica contemporanea come il pianista Vijay Iyer, l’altosassofonista Rudresh Mahanthappa, il contrabbassista Johannes Weindenmuller, il batterista Dan Weiss e, non in tutti i brani, la violoncellista Elizabeth Mikhael. Abbasi ha una lunga consuetudine con Iyer e Mahanthappa, condividendo analoghe origini orientali. Ciò ha facilitato, evidentemente, l’elaborazione del progetto che si presenta fresco e originale. La musica che qui si può ascoltare si inserisce nel filone di quello che oggi si potrebbe definire come “progressive jazz”, ma, aldilà delle catalogazioni che sono spesso limitanti, mi sento di dire che siamo al cospetto di una musica dai connotati decisamente contemporanei, nella quale si rintraccia un mood jazzistico pertinente unito a contaminazioni culturali diverse che, nello specifico indiano, ispirano, seppur in modo non esclusivo, le figure di Abbasi, Iyer e Mahanthappa. Il chitarrista si dimostra leader non assoluto, lasciando molto spazio ai suoi colleghi e dando la possibilità alla musica di assumere tratti caratteriali non solo suoi. Le personalità del pianista e del sassofonista sono infatti avvertibili come contributo non solo solistico e ciò è un aspetto molto apprezzabile. Naturalmente anche Weindenmuller e Dan Weiss offrono il loro determinante contributo, cosi come la Mikhael offre un arricchimento importante nei brani in cui è utilizzata. Questi sono tutti a firma del leader e non vissuti solo come mezzo per una competizione di improvvisazione, ma ognuno è ben scritto e arrangiato.

Disco importante che dimostra come il processo di sintesi culturale possa fare crescere la musica jazz in un’ ottica di apertura filtrata attraverso le precedenti esperienze e nel quale si può godere di un equilibrio rilevante fra capacità dei singoli e, nello stesso tempo, risultato della qualità corale del lavoro. Il 2017, in questo senso, ci ha proposto opere più che interessanti e questa ritengo possa essere tra quelle.

Francesco Barresi

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Sean Jones: Live From Jazz at the Bistro- Mack Avenue Records (2017)

149746362259417b46e3444Ormai prossimo ai quarant’anni, e perciò sulla soglia della maturità umana e artistica, il trombettista Sean Jones rappresenta il classico esempio (ma sono moltissimi i casi citabili) di un jazzista americano di prim’ordine che in Italia non riesce a trovare adeguato spazio concertistico a causa della ben nota programmazione ottusa e miope delle nostre direzioni artistiche che, in un diabolico mix tra artificiose pretese “cultural-progressiste” e ristrettissime conoscenze in materia, tendono ad appoggiarsi ad un circolo chiuso di agenzie proponenti sempre gli stessi nomi, sin quasi allo sfinimento, disegnando al pubblico un quadro delle proposte presenti sulla scena contemporanea del jazz a dir poco settario e pesantemente limitato.

A questo quadro, già grave di per sé, per musicisti come Jones si aggiungono altre imperdonabili aggravanti, come quella di aver avuto a che fare con il “reazionario” Wynton Marsalis e relative attività come trombettista principale della Jazz at Lincoln Center Orchestra, e quella di continuare a riferirsi alla propria (grande) tradizione musicale. Tutte cose che farebbero implicitamente ritenere certe proposte musicali del tutto esauste e “superate” a prescindere.
Non voglio qui sostenere che la cosa non accada, anzi, succede spesso di sentire un “mainstream jazzistico” ripetitivo e linguisticamente esausto (e forse qualcosa del genere accade anche qui, ma succede anche con certa sedicente “avanguardia”, per quel che mi riguarda). Il problema, tuttavia, è che c’è modo e modo di riallacciarsi alla propria tradizione (cosa che peraltro il jazz ha sempre fatto), senza contare che la musica andrebbe comunque ascoltata e non giudicata a priori in termini settari e utilizzando filtri ideologici, poiché  ciò che dimostra qui di saper fare il trombettista dell’Ohio con il suo gruppo è molto più di una stanca e creativamente spenta ripresa di vecchi materiali e formule del jazz.
Sembrerà strano, ma si può ancora essere freschi e creativi anche esercitandosi in un canone musicale così ben definito, invece che pensare di essere tali semplicemente appuntandosi sul petto l’etichetta di “innovatori”. Anzi, per certi versi è forse più difficile dimostrare di esserlo nel primo caso, piuttosto che nel secondo, nel quale in troppi si illudono che con scelte estetiche fatte a prescindere dalla musica che si è in grado di produrre, ci si possa porre automaticamente nella categoria dei cosiddetti “creativi”. Queste sono solo delle comode scorciatoie che non aiutano minimamente l’eventuale crescita artistica del musicista e nemmeno la corretta divulgazione culturale verso il pubblico.
La musica prima di tutto, in sostanza, cioè prima delle scelte filosofiche o estetiche che vi possono stare appresso, occorre sempre non dimenticarlo, e la musica prodotta in questa registrazione “live” è, in buona parte, fresca e creativa, prodotta da musicisti artisticamente onesti e di pregevole livello, già in possesso di un curriculum di tutto rispetto, sia nella veste di musicisti professionisti che di educatori.
Questo Live from Jazz al Bistro, è già l’ottavo lavoro del trombettista per l’etichetta Mack Avenue Records e rappresenta forse  la sua uscita più dinamica, energica ed emotivamente coinvolgente della sua carriera, con un personale fuoco esecutivo oggi abbastanza raro da riscontrare. Avevo già avuto modo di apprezzare Sean Jones all’interno del SF Jazz Collective in un progetto su Miles Davis presentato a ottobre del 2016 nell’ambito di Aperitivo in Concerto a Milano, soprattutto per il suo senso del blues e un valido approccio melodico all’improvvisazione, ma qui ho avuto la conferma che non si trattava certo di un caso. I brani che in questo senso paiono fare la differenza sono The Ungentrifed Blues e soprattutto quello finale, il lungo  BJ’s Tune, un tema melodicamente accattivante di chiarissima ispirazione gospel (e la citazione di Amazing Grace nella lunga coda finale pare chiarirlo inequivocabilmente) dove Jones si lascia andare ad un dinamismo esecutivo raro oggi da riscontrare, comunicando un coinvolgimento emotivo tipicamente afro-americano, peraltro rilevabile in moltissimi musicisti della tradizione “black”, non solo del jazz. Jones pare qui voler riaffermare in musica, con profondo garbo (in modo cioè meno “politico” e più musicale di quello utilizzato da alcuni esponenti della cosiddetta B.A.M.), ma anche con certo tipico sacro fuoco, le migliori peculiarità della  tradizione musicale di sua appartenenza. In questo senso Jones si trova in grande sintonia con il pianismo di Orrin Evans, che qui dimostra ancora una volta tutte le sue notevoli doti musicali, oltre che di ferratissimo pianista jazz, fornendo un decisivo contributo alla riuscita dell’esibizione. Il resto del disco è tutto di ottimo livello e ben suonato, ma rappresenta forse un modern mainstream già battuto e sentito da altri gruppi del genere, tra un omaggio ad Art Blakey (Art’s Variable) e chiari riferimenti alla musica post-quintetto di Miles Davis anni ’60 (ProofPiscean Dichotomy).

Chiudiamo lo scritto semplicemente citando gli altri validi componenti del gruppo che contribuiscono alla compattezza e all’equilibrio della musica: il contraltista Brian Hogans, il bassista Luques Curtis e, a rotazione, i batteristi Obed Calvaire (anch’egli sentito e apprezzato nel citato concerto milanese degli SF Jazz Collective) e Mark Whitfield Jr.

Riccardo Facchi

Matt Brewer- Unspoken (Criss Cross – 2016)

1390Come noto ai jazzofili, la Criss Cross è un’etichetta da tempo dedita a documentare i migliori musicisti presenti sulla scena americana del cosiddetto “mainstream contemporaneo”. Si tratta per lo più di musicisti sotto la soglia dei 40 anni, solitamente attivi nell’area newyorkese e certo non tutti di egual talento e di egual rilevanza artistica. Sulla scia del suo riuscito debutto per l’etichetta (Mythology), il bassista Matt Brewer presenta questo Unspoken pensato per quintetto, convocando in sala di registrazione il tenorsassofonista Ben Wendel, il pianista Aaron Parks, il chitarrista Charles Altura e il batterista Tyshawn Sorey per eseguire un programma di nove brani che include sette composizioni originali del bassista più versioni rivisitate di Twenty Years di Bill Frisell e di Cheryl di Charlie Parker.

Dopo aver ottenuto consensi come  sideman di personaggi importanti come Gonzalo Rubalcaba, Greg Osby, Steve Coleman e Vijay Iyer e aver già partecipato alle incisioni Criss Cross di Alex Sipiagin, David Binney e Mike Moreno, Brewer propone qui una musica meno ardita rispetto al citato disco d’esordio, cioè caratterizzata da un sound complessivo che pare a tratti ricordare certi lavori ECM anni ’80 di John Abercrombie (o anche Pat Metheny) con Michael Brecker più che l’usuale post-bop, cui molti altri artisti dell’etichetta fanno riferimento. Pertanto, non si può comunque parlare di una proposta innovativa, anche se ben suonata e con la presenza di diverse composizioni di valore del contrabbassista, dotate di un apprezzabile tono intimista e lirico nella linea melodica, non molto frequente da rintracciare nelle incisioni dell’odierna musica improvvisata. Citabili tra queste, il brano d’esordio (Juno), quello finale (Tesuque) e quello che dà il titolo al disco, ispirato, a detta dello stesso Brewer, dalla musica di Milton Nascimento. Tra le prestazioni dei singoli, tutti musicisti come Tyshawn Sorey che oggi brillano per sapersi inserire in qualsiasi genere di contesto musicale, si segnalano quelle di Altura e Parks, per l’ottima intesa nel mai semplice intreccio tra chitarra e pianoforte, mentre manifesto qualche perplessità sulla resa del tenorsassofonista, che oltre a non avere un sound particolarmente distintivo, risulta in Lunar un po’ verboso e ripetitivo sul piano fraseologico.

Riccardo Facchi

 

Raffaele Genovese: Musaico -Alfa Music (2016)

albumsProseguiamo nell’attività di recensione di nuove uscite discografiche scrivendo dell’ultima pubblicazione del pianista italiano Raffaele Genovese. Si tratta del terzo cd pubblicato dal musicista in oggetto, sempre per Alfa Music come i precedenti, e lo vede impegnato con il suo trio, completato da Carmelo Venuto al contrabbasso ed Emanuele Primavera alla batteria, con ospite l’ altosassofonista olandese Ben Van Gelder.
La presente opera contiene dieci brani, tutti a firma del leader ad eccezione di Gentle Piece di Kenny Wheeler, e si dimostra essere una proposta che risponde ad un progetto ben pensato ed organizzato. Non siamo, dunque, in presenza di un pugno di brani messi insieme alla bisogna per assolvere ad un esigenza discografica, ma, appunto, ad un jazz che, forse, non farà la felicità degli appassionati degli standard a tutti i costi, ma che presenta una propria solida dignità, cosa che non è sempre così scontata. Musica dal carattere apparentemente intimista, ma che rivela nel suo dipanarsi un alto grado di incisività e concretezza, alternando momenti riflessivi che mi ricordano molto la poetica di un importante pianista contemporaneo come il polacco Marcin Wasilewski, ad altri ritmicamente più movimentati, come in Bright inside, in For this time e in Pentapolis, che chiude il cd.
Genovese si dimostra strumentista tecnicamente e armonicamente solido e ed è affiancato da musicisti altrettanto ferrati che lo coadiuvano in modo determinante per la riuscita del risultato positivo. Indubbiamente non siamo al cospetto di una registrazione che cambierà le sorti del jazz, ma certamente di una proposta ben suonata da musicisti preparati e non ammiccanti ad un facile risultato e ciò è già da solo elemento che gli varrebbe la nostra attenzione.

Francesco Barresi

John Beasley: ” Presents MONK ‘ estra ” Vol. 1&2 – Mack Avenue Records (2017)

R-10976906-1507739497-9151.jpegJohn Beasley è un pianista cinquantasettenne nativo della Louisiana che, nonostante non sia molto conosciuto in Italia, gode di meritata fama nella sua patria, grazie alla quantità, alla qualità e alla trasversalità delle sue collaborazioni che vanno, tra le altre, da Miles Davis agli Steely Dan, da Freddie Hubbard a Sergio Mendes e, naturalmente, grazie anche ai propri progetti.

Qui ci occupiamo dell’ ultimo fra questi che lo vede a capo della sua MONK ‘ estra, big band creata, come si evince dal suo nome, con l’ obbiettivo di proporre la musica di Thelonious Monk attraverso questa formazione. L’ opera è contenuta in due cd distinti che si possono acquistare anche separatamente e sono stati pubblicati in due momenti diversi dalla meritoria etichetta Mack Avenue; il vol. 1 nel 2016 ed il vol. 2 nel 2017, anno in cui si è ricordato il centennale della nascita del grande pianista e compositore. Ammetto che mi sono avvicinato a questa musica con un minimo di circospezione e perplessità in quanto, molto spesso, opere analoghe finiscono per essere ricordi in musica piuttosto superficiali e dal peso specifico molto ridotto se non nullo, ma in questa occasione sono stato molto piacevolmente costretto a ricredermi. Ci troviamo, infatti, al cospetto di una musica che non è unicamente un elemento filologico che nulla aggiunge alla sostanza già presente, ma prende a pretesto il materiale monkiano per giungere ad un risultato sorprendente e a tratti, concedetemi, entusiasmante.  E’ necessario avere una arditezza non comune per inserire un cantante rap (Dontae Winslow) e arrangiare in tale stile un brano come Brake’s Sake o far eseguire un capolavoro come Round Midnight in ambito hip hop, ma ogni brano contiene qualche sorpresa imprevedibile e, allo stesso tempo, richiami ad atmosfere di sapore, di volta in volta, kentoniano o evansiano o ellingtoniano. Non si rilevano mai cali di tensione, né creativi né esecutivi ed è difficile, forse inutile, segnalare i momenti migliori dei suddetti cd perché il livello di tutti i brani è molto alto.  Lo spirito di Monk aleggia ed è sempre presente, ma lo sguardo è rivolto avanti, come il suo messaggio ha sempre esortato a fare.

Da segnalare anche l’ equilibrio mirabile fra gli arrangiamenti e le parti solistiche che si vedono trattati con pari dignità senza che gli uni vadano a discapito delle altre, nonostante la presenza all’interno dell’ orchestra di musicisti di valore assoluto.
Sono stati chiamati a far parte di tale progetto, tra gli altri, personaggi come il vibrafonista Gary Burton, protagonista in  Epistrophy, che apre il vol. 1, il trombonista Conrad Herwig, il sassofonista Kamasi Washington, la violinista Regina Carter, l’armonicista Greg Maret, la vocalist Dianne Reeves (che canta in una straordinaria versione di Ruby My Dear) ed il batterista Terreon Gully. Mi sento di potere affermare che siamo in presenza di una musica inclusiva che abbatte molti steccati di cui soffre spesso il jazz e che può essere considerata elemento di riferimento contemporaneo e consacra, qualora ce ne fosse ancora necessità, Thelonious Monk come uno dei più importanti compositori del secolo scorso.

Francesco Barresi

Ambrose Akinmusire al Village Vanguard

AmbroseAkinmusire_ARiftInDecorum_coverAmbrose Akinmusire, classe 1982, è ormai un musicista sulla soglia della maturità in modo evidente, poiché sembra rinverdire i fasti della grande tradizione trombettistica africana-americana del jazz, ossia quella delle geniali figure nate dall’hard-bop anni ’50, sulla scia del loro capostipite Clifford Brown, ma  prossima più allo stile di Booker Little, con influenze successive e più libere rilevabili tra Don Cherry e Lester Bowie. Akinmusire sembra cioè ricercare una sintesi più ampia in ambito di moderna tradizione trombettistica, riuscendovi direi quasi perfettamente, anche su un piano espressivo, solitamente oggi un po’ trascurato rispetto al passato.
 A Rift In Decorum, è il suo terzo album da leader registrato per l’etichetta Blue Note, dopo When the Heart Emerges Glistening (2011) e The Imagined Savior Is Far Easier To Paint (2014), ed è un doppio CD che documenta un concerto al leggendario Village Vanguard di New York. Qui viene svolto un lungo programma di 14 composizioni, tutte originali del trombettista californiano, ed eseguito da un quartetto comprendente Sam Harris al piano, Harish Raghavan al basso e Justin Brown alla batteria.
Il mood generale del concerto è prevalentemente introspettivo e ipnotico, con emozioni espresse tramite una sorta di personale meditazione in musica intorno ai sentimenti del dolore, della nostalgia, del rimpianto e della rabbia per una mancata opportunità del passato, o la perdita di un amico. Esplicito in questo senso è il brano d’apertura Maurice & Michael (sorry i didn’t say hello), che Akinmusire pare abbia scritto dopo aver mancato di salutare un vecchio amico. Un caso analogo è A Song to Exhale To (Diver Song), con la presenza di una sentita introduzione d’archetto al contrabbasso, accompagnata dal pianoforte di Harris (che pare influenzato più in generale da Paul Bley) prima dell’ingresso della tromba. Le note sono sparse, quasi con la parvenza di una preghiera, ma altri esempi simili ai già citati si ritrovano in Purple (Intermezzo), piuttosto che in Moment In Between The Rest (To Cure an Ache), traccia in cui per circa dieci minuti il trombettista si cimenta in un soliloquio lento e riflessivo. Akinmusire sfrutta l’intera gamma di suoni producibili dalla tromba, inclusi lamenti vocali e grida, sembra cioè quasi parlare, ricercando a tratti suoni persino inaspettati per lo strumento. La ritmica nel suo complesso lo asseconda fornendo un supporto appropriato alle sue intenzioni espressive.
Brooklyn (ODB) inizia con una riflessione prolungata al pianoforte, con il tema completo non dichiarato sino alla fine, in una sorta di inversione nell’usuale sviluppo musicale.  Ai compagni della band viene dato spazio su Piano Sketch e Condor (che contiene peraltro una bella sezione melodica nel tema). Trumpet Sketch (milky pete) è la traccia più lunga e ardita del disco con un assolo di piano particolarmente energico e “free”, seguito da una sezione in duetto tromba-batteria, che sembra ricordare il  Don Cherry di “Mu fine anni ’60, con Ed Blackwell alla batteria. Non c’è un classico assolo di batteria, ma il ruolo di Brown si evidenzia sull’ostinato del mosso Umteyo, che chiude l’ottimo concerto.

Unico appunto da farsi, ma non di dettaglio, è legato all’eccessiva lunghezza del prodotto discografico (più di due ore di musica). Con una migliore e meno dispersiva selezione dei brani si sarebbe potuto ottenere un risultato discografico ancora migliore. Si capisce come oggi il calo di interesse economico sulle vendite discografiche comporti una minor accuratezza nella definizione del prodotto, forse anche per  la presenza di produttori molto meno dotati rispetto a quelli carismatici di un tempo nel mondo del jazz. Dovrebbe ben saperlo la Blue Note, visto che nella sua lunga storia ha goduto delle prestazioni di un grande come Alfred Lion, che certamente avrebbe messo mano a un lavoro pregevole di questo genere prima di pubblicarlo integralmente.

Riccardo Facchi

 

The Billy Lester Trio: Italy 2016 – UltraSound Records (2017)

the-billy-lester-trio-600-300x300Uno degli obiettivi che ci prefiggiamo attraverso l’attività di questo blog è quello di portare alla luce musicisti che, per diverse ragioni, non hanno la visibilità che meriterebbero. La lista è molto lunga e contiene personaggi del jazz di ogni epoca, ma oggi ci occupiamo di un contemporaneo che occupa il suo posto in tale elenco, il pianista statunitense Billy Lester, recensendone il suo ultimo lavoro discografico, rappresentato dal cd Italy 2016, registrato in trio in nel nostro Paese in compagnia di Marcello Testa al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria.
Lester è un personaggio piuttosto atipico nel panorama jazzistico. Originario di Yonkers, un sobborgo non lontano da New York, rivela un precoce talento e attenzione per la musica, applicandosi ad essa e al pianoforte sin dall’età di 4 anni. A 18 anni riesce ad entrare alla Manhattan School of Music e, sempre a New York, ha poco dopo l’occasione di ascoltare dal vivo Lennie Tristano, che lo impressiona al punto da diventarne, insieme a Bud Powell, il suo riferimento artistico. In seguito diviene uno degli allievi prediletti di Sal Mosca, diventando a sua volta, nel tempo, uno degli esponenti principali di tale corrente. Tutta l’ attività del Nostro, però, sia sotto il profilo concertistico, sia sotto quello didattico, si svolge esclusivamente in ambito locale, a seguito della sua scelta di avere e mantenere una professione al di fuori dell’ambito musicale che gli consenta una più stabile condizione economica per sé e la famiglia.
Quando i figli si sono resi autonomi, Lester inizia a muoversi oltre gli abituali confini, iniziando così a farsi conoscere da un pubblico più vasto e, nel corso di una sua visita in Italia, conosce i due musicisti italiani prima citati, con i quali fin da subito instaura un feeling umano e artistico. Ciò li porta ad incidere nel 2016 il presente disco in studio, oltre che a dar vita ad una collaborazione che si protrae nel tempo e che si è concretizzata anche in un tour di concerti in Italia durante il passato mese di Agosto.
Il cd comprende sei brani tutti composti dall’artista di Yonkers ed offre diversi spunti di riflessione. Innanzitutto, si percepisce nitidamente che ci si trova al cospetto di un pianista dalla non comune preparazione, sia tecnica che musicale. Il linguaggio pianistico verte su atmosfere sì di stampo ed evocazione tristaniana, ma risponde anche ad una ricerca ed esigenza di personalizzazione dello stesso. L’elemento che stupisce è il continuo variare del gioco delle sue mani, che a volte utilizza in modo classico, con il fraseggio della destra e accompagnamento ad accordi della sinistra, invertendo a volte questo procedere, creando una tensione musicale che sembra non risolversi, per poi trovare invece soluzioni impreviste e sorprendenti a tutta tastiera. Linguaggio certamente non semplice ed immediato né, tanto meno, prevedibile, ma che costituisce il grosso atout di questo disco. La sensazione è che ci sia il tentativo, conscio o inconscio, di trovare una sintesi fra le due più forti influenze pianistiche dichiarate da Lester: Lennie Tristano e Bud Powell. In tale non semplice contesto, bene si comportano il contrabbassista Marcello Testa ed il batterista Nicola Stranieri, che si inseriscono nel tessuto dell’ opera in modo non invasivo, ma presente ed incisivo allo stesso tempo, come richiesto dal tipo di contesto, sia per quanto riguarda la parte di accompagnamento, sia per le parti solistiche.
Disco che certamente non cambia il corso della storia, ma che costituisce un esempio di jazz ben congegnato e ben suonato, che dimostra come, anche con organici tradizionali, si possono ottenere risultati originali e di livello. Suggerisco un attento ascolto.

Francesco Barresi

 

Arturo O’Farrill Sextet: Boss Level (Zoho- 2016)

downloadMentre siamo impegnati a proporre l’ennesimo fiacco e ripetitivo cartellone festivaliero fatto con i soliti nomi, per lo più imposti dalle agenzie, e a sorbirci inflazionati concerti di qualche strombazzata “starletta” nazionale fatta passare per grande del jazz, la misura di quanto questo paese sia fermo e miope in ambito di musiche improvvisate si percepisce da come riesce ancora a incensare dischi di invecchiate ed esauste figure dell’avanguardia storica, permettendosi nel contempo di trascurare il lavoro più che eccellente di compositori e pianisti di comprovate capacità, assai stimati nell’ambiente musicale, come Arturo O’Farrill, da anni uno dei jazzisti più importanti e riconosciuti a livello internazionale, mentre da noi è pressoché sconosciuto ai più.

O’Farrill, erede di grandi tradizioni musicali come quelle del padre Chico, protagonista storico dell’afro-cuban jazz a cavallo tra anni ’40 e ’50, propone in famiglia una terza generazione di O’Farrill, già riconosciuti talenti del jazz, come il trombettista Adam e il batterista Zack, che partecipano a questo Boss Level del 2016 in sestetto, dove il leitmotiv, più che a un sofisticato latin jazz orchestrale (splendidi, a tal proposito, gli ultimi due lavori in big band, già vincitori di Grammy), è dedicato a un mainstream jazz avanzato, in cui emergono il grande talento compositivo e organizzativo del leader e una sincera ispirazione di gruppo, favorita dalla naturale intesa familiare. L’album riprende l’idea di sestetto dopo la versione proposta nel 2009 che aveva prodotto Risa Negra. Questo Boss Level è stato la naturale conseguenza a un breve ingaggio del gruppo al Birdland. Il fatto è che Arturo O’Farrill padroneggia perfettamente sia il linguaggio latino, sia quello jazzistico, tenendo presente che ha ereditato dal padre anche un’educazione alla composizione dal carattere accademico (Chico è stato infatti allievo di Stefan Wolpe), peraltro peculiarità abbastanza comune tra i musicisti di origine cubana, ed è ben curioso che tra tanto straparlare quotidiano di “contaminazioni”, ci si permetta bellamente di trascurare quelle storiche per il jazz che, tra l’altro, hanno significativamente contribuito alla crescita e ampliamento del lessico in ambito improvvisato.

La presenza contemporanea del pianoforte e della chitarra elettrica di Travis Reuter evidenzia un tipico rebus organizzativo dei compiti armonici in musica tutt’altro che semplice da risolvere, ma assolutamente alla portata di un compositore e arrangiatore abituato a lavorare per grandi formazioni orchestrali, che infatti riesce a sfruttare opportunamente lo strumento a corde anche come “colore”, oltre che sul piano solistico. In questo tipo di formazione ridotta, Arturo O’Farrill spicca tuttavia anche come pianista e improvvisatore (cosa che peraltro si era già notata nell’unico suo concerto italiano fatto in Ottetto a Milano, nell’ambito di Aperitivo in Concerto, edizione 2015-16).

Come già accennato, non si tratta stavolta di un lavoro incentrato sul latin-jazz (con l’eccezione di Not Now, Right Now dell’amico trombonista Papo Vasquez), con pochissimi momenti di fiacca e che presenta modalità compositive e approcci stilistici assai variegati. L’iniziale Miss Stephanie, ad esempio, contiene un bel tema post bop eseguito in modo vigoroso e per nulla datato. True That è una composizione complessa, molto strutturata, in cui sono sapientemente distribuite le parti scritte e quelle improvvisate. The Moon Follows Us Wherever We Go è un bel tema di Adam O’Farrill, contenente notevoli assolo del leader e del giovane trombettista. I Circle Games di Zack (gli O’Farrill amano i videogiochi, giocando un po’ come sanno fare col jazz) cominciano con un ritmo in stile marziale, seguito dal basso di Shawn Conley che suona il tema poi armonizzato dall’insieme tenore-tromba. Livio Almeida e Adam O’Farrill improvvisano in sequenza su una complessa sequenza armonica ed effetti timbrici della chitarra elettrica; ma i pezzi forti del lavoro sono Maine Song, una melodia dal carattere elegiaco scritta da Adam, accompagnata in modo quasi “impressionistico” da pianoforte e chitarra (gli accordi del piano a un certo punto ricordano vagamente In A Mist di Bix Beiderbecke) e Compay Doug, scritto dal leader, in cui compare una luminosa melodia che sfocia in un approccio ritmico vigoroso, quasi funky. Chiude una sentita versione di Peace, il capolavoro di Horace Silver divenuto da tempo uno standard tra i più battuti dai jazzisti di tutto il mondo per la raffinatezza della struttura armonica concepita sulla splendida melodia. Già, melodia e il relativo gusto di scriverla e suonarla, un’arte che per certi versi pare oggi quasi dimenticata e che fortunatamente qualcuno sa ancora rispolverare, in modo ovviamente aggiornato, ma sempre in conformità ad una tradizione musicale, quella jazzistica, che di tale “ingrediente” si è costantemente nutrita.

Riccardo Facchi

Chris Thile & Brad Mehldau (2017)- Nonesuch

Chris Thile

Tempi duri per i puristi (se ancora esistono) del jazz. Le proposte intorno alla musica improvvisata considerano sempre più il jazz uno dei possibili linguaggi utilizzabili rispetto ad altri provenienti dai più svariati contesti culturali, per lo più mantenendo ancora una posizione centrale, altre volte paritaria, in altri casi subordinata, o persino del tutto assente. Sono i probabili effetti di un processo di generale globalizzazione culturale che perdura ormai da tempo e che in fondo ha visto il jazz essere, forse sin dalla sua nascita,  tra i precursori di ciò che più distintamente osserviamo oggi.

Ciò non significa che tutte le commistioni musicali che si realizzano siano valide e di buona fattura e, men che meno, tutto possa essere considerato con l’etichetta “jazz”, come si tende un po’ troppo superficialmente a fare. In linea di massima le miscele linguistiche che paiono più interessanti e riuscite sono ancora quelle meno forzate e artificiose, ovvero, quelle che condividono una qualche prossimità culturale o una contiguità geografica tra loro.

Il duo Chris Thile e Brad Mehldau è probabilmente uno di questi casi: un incontro fugace e occasionale nel 2011, una serie di concerti in nove città nel 2013 e un altro ingaggio di due serate di successo nel 2015 sono sfociati in una rapida incursione in studio per fissare in questo doppio CD quello che stava accadendo. Si tratta di una proposta che va oltre la semplice provenienza dal mondo del jazz di Mehldau, o quella dal bluegrass del mandolino e la voce di Thile. Al di là di tali componenti primarie, la loro tavolozza risulta qui più variegata, dedicando altrettanto spazio al country, al song, al rock acustico di cantautori americani, ovviamente non tralasciando grandi figure come Bob Dylan e Joni Mitchell nel set di temi proposti. Insomma, pare proprio di ascoltare un ritratto musicale di un’America bianca vista sotto il filtro jazzistico dell’uno, e del bluegrass dell’altro. Operazione di sintesi mi pare riuscita, di due linguaggi musicali evidentemente conciliabili, anche per le ragioni suddette.

Oltre alle composizioni di cantautori come Elliott Smith (sfortunato ma valido cantautore americano del rock) in Independence Day, o David Rawlings & Gillian Welch in Scarlet Town, ciascuno contribuisce con proprie composizioni, in Tallahassee Junction e The Watcher, a cura del pianista, Noise Machine e Daughter of Eve da parte di Thile, oltre a risultare coautori dell’iniziale The Old Shade Tree. Personalmente, le preferenze vanno per i brani di Mehldau e quelli dei cantautori citati, contenenti interventi solistici del pianista molto swinganti, oltre ad evidenziare l’eccellente trattamento del tema di Dylan, Don’t Think Twice It’s Alright.

Nel complesso un incontro originale e riuscito che si lascia ascoltare senza annoiare anche l’orecchio jazzisticamente più esigente. Di seguito propongo il set dei brani:

Disc 1
01: The Old Shade Tree 6:26 (Brad Mehldau & Chris Thile)
02: Tallahassee Junction 5:54 (Brad Mehldau)
03: Scarlet Town 6:03 (David Rawlings & Gillian Welch)
04: I Cover the Waterfront 7:00 (Johnny Green & Edward Heyman)
05: Independence Day 3:10 (Elliott Smith)
06: Noise Machine 4:50 (Chris Thile)

Disc 2
01: The Watcher 5:27 (Brad Mehldau)
02: Daughter of Eve 8:58 (Chris Thile)
03: Fast As You Can 6:07 (Fiona Apple)
04: Marcie 4:50 (Joni Mitchell)
05: Don’t Think Twice It’s Alright 6:02 (Bob Dylan)
06: Tabhair dom do Lámh 4:19 (Ruaidri Dáll Ó Catháin)

Chris Thile: mandolino, voce; Brad Mehldau: pianoforte, voce.

Prodotto da Chris Thile & Brad Mehldau
Registrato il 30 dicembre 2015 e il 2-3 gennaio 2016 a Avatar Studios di New York, NY

Miguel Zenón- Tipico (Miel- 2017)

52246833Con questo Tipico, già decimo album da leader, il sassofonista Miguel Zenón si conferma uno dei musicisti e compositori più interessanti sulla scena contemporanea del jazz. Una scena che presenta ormai commistioni linguistiche talmente varie e vaste da doverle considerare prassi in un processo ormai inarrestabile in ambito di musiche improvvisate, jazz compreso. Eppure, è curioso dover constatare come una delle “contaminazioni” più longeve e diffuse nel jazz, quella con le musiche latine e caraibiche, sia da noi per lo più trascurata. E’ pur vero che in questo specifico caso Zenón ha prodotto un disco molto meno incentrato su questo aspetto rispetto a lavori precedenti, ma nella musica emerge comunque un modo di procedere ormai ben consolidato dall’altosassofonista in anni di sperimentazioni personali e di affiatata condivisione con gli altri membri di una formazione che è attiva da circa quindici anni su quel genere di progetti. Il quartetto che ha eseguito le musiche del disco è composto da musicisti che operano costantemente negli U.S.A. ma che hanno evidenti origini geografiche e culturali extra nord-americane. Oltre al leader portoricano, c’è infatti il fido Luis Perdomo al pianoforte, che è venezuelano e Henry Cole alla batteria che condivide le stesse origini di Zenón, mentre il bassista Hans Glawischnig è addirittura di provenienza austriaca.

In realtà il bagaglio di esperienze del contraltista va oltre, prevedendo anche diverse conoscenze in ambito accademico e relative tecniche compositive (è infatti anche uno stimato insegnante al New England Conservatory) oltre ad una vasta pratica di improvvisazione jazzistica, cosa che gli permette di esibirsi con grande perizia in ambiti musicali e progetti molto diversi tra loro: dalle esperienze col quartetto sassofonistico Prism, alle performances con gli illustri colleghi del SF Jazz Collective, un gruppo attivo ormai da oltre un decennio che rivisita in modo fresco e aggiornato i capolavori del mainstream jazzistico e di cui il sassofonista portoricano è stato peraltro uno dei membri fondatori. Zenón riesce a mettere in campo tutto questo ed è in possesso di un timbro sassofonistico sufficientemente distintivo (cosa poi  non così da poco di questi tempi), che potremmo definire come una via di mezzo tra Greg Osby e un Bobby Watson più lineare e con meno inflessioni vecchio stile, mentre il suo quartetto si muove in una sorta di post-bop aggiornato e “latinizzato”, mostrando una energia esecutiva analoga a quella di una band come gli Horizon  dello stesso Watson anni ’90.

Il set dei brani è di varia ispirazione e presenta composizioni che, pur essendo di una certa complessità, riescono a mantenere una certa leggibilità, con esecuzioni intense ma adeguatamente controllate. Si esordisce con la frenetica e ritmicamente frastagliata Academia, ispirata dai suoi studenti avanzati del New England Conservatory. Cantor presenta un sofisticato tema composto da due parti ben collegate tra loro, ma dal mood assai diverso: la prima in forma di ballad moderna, la seconda più solare e ritmicamente energica che esplode verso la fine. Ciclo è la traccia più d’impostazione post-bop del disco, mentre Tipico è decisamente il brano più intriso di cadenze armoniche e ritmi caratteristici di certa musica caraibica e latina. Questa traccia basata probabilmente su qualche spunto popolare, comprende infatti una miriade di influenze, dal montuno al bolero, sempre ben organizzate in una struttura compositiva di alto livello. Il lirico Sangre De Mi Sangre è invece dedicato alla figlia di Zenón e vede protagonista il lavoro di basso del contrabbassista austriaco. Corteza sembra quasi voler accennare all’intro di Parker’s Mood, seguendo però poi uno sviluppo assai diverso. Entre Las Raices è forse il brano musicalmente più ardito, con un’introduzione pianistica di Perdomo a la Cecil Taylor e con uno sviluppo più controllato dalle parti scritte complesse ma ben strutturate da Zenón. Finale melodico con tanto di tema “fischiettato” in Las Ramas.

In definitiva si tratta di un lavoro organico e compatto, eseguito da un quartetto molto affiatato, ben descritto dalle parole stesse di Zenón: “La musica di questa registrazione è ispirata dal linguaggio musicale che abbiamo sviluppato insieme in questo periodo. Alcuni dei brani sono stati disegnati direttamente dalle idee musicali provenienti dai miei compagni della band; ho trascritto quello che ho percepito dalle loro frasi più riconoscibili e caratteristiche, usandole come spunto per alcune delle composizioni “.