Giampiero Locatelli Trio: Right Away – Auand 2017

au3016Si discute sovente, a volte anche su questo blog, di jazz italiano, facendo inevitabilmente riferimento ai nomi che possiedono maggiore visibilità in tale panorama. Fortunatamente la lista dei protagonisti è molto più nutrita ed è costituita anche da musicisti degni della massima attenzione che, a volte, ci regalano gradite sorprese. Una di queste è rappresentata dal disco di cui ci apprestiamo a parlare e che costituisce il debutto discografico in ambito jazzistico del trio di Giampiero Locatelli. Pianista reggino della generazione dei quarantenni, il Nostro è musicista di formazione e consolidata attività accademica, dunque, personaggio con personalità musicale già formata, ricoprendo anche il ruolo di insegnante al conservatorio di Reggio Calabria. Dal 2002 inizia un percorso nell’ambito della musica improvvisata che lo avvicina al jazz e matura negli anni studi e collaborazioni che ne plasmano una personalità anche sotto il profilo jazzistico. Non è semplice far convivere l’ anima classica con quella di ispirazione afro-americana, ma in questo caso le due anime quasi si legittimano reciprocamente, senza alcun tipo di difficoltà che possa condizionare la validità del progetto.   Nel 2017, insieme al contrabbassista Gabriele Evangelista e al batterista Enrico Morello, Locatelli forma un suo trio e in Marzo incide il disco in oggetto, pubblicato nello scorso mese di Febbraio.
Ci troviamo di fronte ad un’opera di qualità, in cui è dispiegata una maturità linguistica importante, sia sotto l’aspetto compositivo che sotto quello solistico. Otto composizioni, tutte della penna del leader, ognuna con caratteristiche e peculiarità diverse e specifiche. La prima,  Fizzle, Deed Slow, apre il disco con una tensione ritmica e musicale che denota una urgenza espressiva controllata e ben definita. Una esigenza che si mantiene costante, dimostrando così il carattere personale della musica che si sviluppa poi in un alternanza di momenti, più sospesi, come nel seguente Path, o dalle influenze quasi bachiane di Inspire me, o come in From the last frame, altro brano contenente atmosfere di ispirazione accademica. Tuttavia, non ci si faccia trarre in inganno da queste considerazioni, poiché la musica mantiene in ogni brano una impronta jazzistica manifestando una pertinenza armonica e ritmica spiccata, direi di  “pieranunziana” ispirazione.  Merito di ciò va ascritto anche a Gabriele Evangelista ed Enrico Morello che si dimostrano ottimi strumentisti capaci di dialogare alla pari con il leader, condividendo con lui il merito della riuscita del disco. Un album importante, frutto di un talento che si pone autorevolmente come positivo protagonista della scena italiana.

Francesco Barresi

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Stefano Bollani: Mediterraneo- ACT (2017)

mediterraneo-e1513712723349In prossimità ormai dei cinquant’anni e con alle spalle circa un quarto di secolo di attività, ovvero nel pieno di quella che dovrebbe essere considerata “la maturità” di un musicista, è forse giunto il momento di fare il punto critico su Stefano Bollani, utilizzando (anche) l’ascolto e il commento a questo suo recente lavoro, che per quel che mi riguarda non è migliore né peggiore di tanti altri suoi.

Che ne è, in sostanza, del talento prodigioso e acclamato del nostro jazz? Stiamo indubbiamente parlando di un musicista la cui popolarità e “attualità”, almeno nel nostro paese, è indiscutibile, ma della cui effettiva arte musicale si nutrono da tempo seri dubbi. Il fatto è che non si vive eternamente di solo talento e di riscontro pubblico, almeno riguardo a una musica come il jazz che ha saputo produrre nel corso della sua storia una moltitudine di grandissimi, spesso misconosciuti, musicisti che certo non hanno potuto godere, per varie ragioni, nemmeno di una piccola parte del suo riscontro. D’altro canto,  forse non è il caso di citare la profetica “‘inattualità” di Gustav Mahler, in relazione alla sua epoca e dichiarata nella famosa frase “il mio tempo verrà“, ma, scorrendo svariati titoli della discografia del pianista, personalmente non riesco a fissare nella mente un solo suo disco, un solo suo brano, una sola sua frase musicale tale da giustificare l’enfasi pubblica e critica che è riuscito ad ottenere, al di là della sua riconosciuta abilità esecutiva e della sua capacità di intrattenere il pubblico. In estrema sintesi, la sua musica da “strappa applausi” mi lascia sempre un retrogusto di vacuità, o perlomeno di carenza di sinceri contenuti espressivi. Si è detto talvolta non esservi nulla di male nell’utilizzare l’intrattenimento nel proporsi in musica, in quanto è la stessa storia del jazz a illustrare come i rapporti con esso siano sempre stati diffusi e reciproci. Il fatto è che ciò è solo in apparenza vero e citare giganti del passato come Louis Armstrong o Fats Waller sarebbe del tutto improprio, poiché il loro genere di “entertainment”  ha poco o nulla a che fare con quello di Bollani. Il paragone non ci sta, anche solo per le diverse condizioni culturali e sociali nelle quali si sono trovati ad operare certi grandi jazzisti afro-americani, dovendo affrontare i noti pesanti problemi di integrazione e di accettazione, riuscendo anche tramite uno studiato atteggiamento ammiccante a penetrare progressivamente nella cultura americana. Viceversa, nel caso di Bollani, le porte dell’accettazione sociale e culturale sono sempre state spalancate, specie in un’Italia da tempo al declino artistico e culturale, così bisognosa di disporre di icone da mostrare nelle tanto decantate “eccellenze nazionali”. Inoltre, in Armstrong, come in Waller, al centro dell’attenzione vi era sempre stata, al di là delle bonarie apparenze, la musica, viceversa in Bollani vi è l’effetto che essa è in grado di produrre, o in termini più espliciti, l’esigenza di “piacere al pubblico”, con la musica vissuta più come mezzo che come scopo.

Bollani pare (astutamente) fornire le scorciatoie a un pubblico borghese alla ricerca di uno “status” culturale di cui è fondamentalmente privo. Questa è, tra l’altro, una possibile ragione del suo successo, ma per quel che mi può riguardare la sua musica è solo un esempio di grandezza apparente, che nasconde invece un profondo vuoto espressivo. L’apparenza più della sostanza, verrebbe da dire, e in questo senso siamo davvero di fronte a un musicista conforme all’attuale maggioritario modo di essere e di sentire.

Questo lavoro pare perciò collocarsi perfettamente nelle argomentazioni riportate. Sembra di aver a che fare con una sorta di bazar musicale, uno zibaldone, un Gran Varietà (la celebre trasmissione radiofonica domenicale anni ’70)  in musica, condotto da Bollani anziché da Johnny Dorelli o Raimondo Vianello, in cui si salta continuamente “di palo in frasca”, in un intreccio di materiali musicali e di contributi linguistici affrontati per lo più in modo abile ma, perlomeno al mio orecchio, troppo superficiale e oleografico. Il pianista sembra voler dire al pubblico:”Visto come so suonare tutto e in qualsiasi modo?” con lo scopo evidente di voler stupire.

Se penso che in passato moltissimi grandi jazzisti afro-americani, come Art Tatum, Rahsaan Roland Kirk, o Oscar Peterson, giusto per citare qualche caso eclatante, sono stati volgarmente dipinti dalla nostra critica alla stregua di vacui virtuosi o come fenomeni da circo, mi domando cosa si dovrebbe dire allora delle esibizioni di Bollani.

Il disco, che poi è la registrazione di un concerto tenutosi a Berlino e che vede la collaborazione di un’orchestra composta da membri della Berliner Philharmoniker, oltre alla presenza del fisarmonicista francese Vincent Peirani e l’usuale ritmica “nordica” del pianista, si basa su un repertorio composito di autori italiani di varie epoche. Sicché si passa con leggiadria (e buona dose di incoerenza stilistica) da Monteverdi a Nino Rota, da Puccini e Rossini a Morricone e Paolo Conte, interpretati in chiave improvvisata, producendo una insalata russa in salsa italiana tra musica colta, lirica, cantautorato e celebri colonne sonore dei film, utilizzando un pastrocchio linguistico nel quale si alterna a seconda dei casi, lo swing jazzistico (Azzurro, eseguito in trio a tempo brillante in 3/4, è forse il brano più riuscito e originale del disco) ai ritmi brasiliani per lo più privi di reale condivisione idiomatica e altro ancora.

Quasi tutto è ben suonato, per carità, con l’eccezione però della versione di Amarcord, in nulla paragonabile a quella profonda ed emotivamente coinvolgente già prodotta dal (suo) maestro Jaki Byard quasi quarant’anni fa e contenuta nel capolavoro Amarcord Nino Rota. Per non parlare del velo pietoso da stendere sul finale rossiniano, di considerevole cattivo gusto, eseguito col noto stucchevole atteggiamento gigione del pianista. Pare proprio una perfetta rappresentazione in musica dell’attuale immagine dell’Italia venduta inconsapevolmente all’estero, quella cioè di un paese di guitti che vorrebbe apparire grande, quando invece sta da tempo, mi si scusi la volgare espressione, con “le pezze al culo”.

Riccardo Facchi

 

Iiro Rantala & Ulf Wakenius: Good Stuff – Act (2017)

Iiro-Rantala-300x270Quando si parla di “jazz nordico” si dovrebbe in realtà specificare meglio, poiché solitamente si intende una musica derivata dal jazz ma parecchio distante da quelle componenti afro-americane che hanno storicamente caratterizzato il jazz e che peraltro ancora oggi lo caratterizzano. Come accade spesso, l’utilizzo di certe generiche etichette, dal carattere più “geografico” che stilistico, manifesta poi il difetto di non riuscire a rappresentare adeguatamente e nella sua completezza il panorama musicale e i relativi protagonisti a cui ci si vorrebbe riferire.

Nel caso infatti del duo di cui sto per parlarvi, composto dal pianista finlandese Iiro Rantala e dal chitarrista svedese Ulf Wakenius, ovvero due musicisti indubbiamente “nordici”, l’associazione automatica con quel tipo di etichetta risulta di fatto fuorviante, in quanto siamo in presenza di musicisti che, non solo non si affrancano dalle suddette peculiarità linguistiche afro-americane, ma dimostrano di continuare ad utilizzarle, credendoci pienamente. D’altronde la cosa non deve sorprendere più di tanto, in quanto la tradizione jazzistica finlandese elenca una serie di musicisti come, tanto per citare, il pianista Heikki Sarmanto o il sassofonista e flautista Juhani Aaltonen, o ancora la prestigiosa Umo Orchestra nella sua interezza, che da sempre “sguazzano” in certa afro-americanità e in certo “mainstream jazzistico” con grande proprietà linguistica, rivelandosi musicisti con relative proposte di consolidato riconoscimento internazionale. Senza contare che in particolare il chitarrista svedese ha già alle spalle alcuni decenni di attività con significative esperienze jazzistiche americane, come quella nella quale ha fatto da sorta di Herb Ellis moderno nelle formazioni dell’ultimo Oscar Peterson, manifestando peraltro evidenti influenze chitarristiche da far risalire anche a Pat Metheny e non solo.

Iiro Rantala e Ulf Wakenius sono perciò musicisti del genere indicato, che girano il mondo, spesso in tour come leader di relativi progetti e che non disdegnano di frequentare musicalmente lo swing, il blues, il song e le belle melodie, da qualsiasi parte esse provengano, senza ritenersi in alcun modo musicalmente poco attuali.

Questo duo che si presenta in questa incisione della ACT (casa discografica peraltro specializzata in questo genere di progetti musicali) è una sorta di punto d’arrivo di una esperienza in realtà già operativa dall’ottobre 2015, quando nell’ambito dei concerti previsti per Jazz at Berlin Philharmonic il direttore artistico della manifestazione li aveva proposti per i concerti intitolati Tears for Esbjörn per commemorare la improvvisa e prematura scomparsa del talentuoso pianista Esbjörn Svensson nel 2008.  Il risultato è un disco piacevole, senza particolari pretese, ma a tratti divertente, che presenta un repertorio composito (forse anche troppo) fatto di composizioni originali, per lo più intitolate a grandi capitali mondiali come Helsinki, Roma, Vienna, Berlino e Seoul probabilmente vissute nei loro tour concertistici, ma anche di grandi melodie legate a celeberrime arie della lirica come il Nessun Dorma di Puccini o la Carmen di Bizet, suonate in modo sufficientemente originale e allo stesso tempo sobrio e rispettoso. Non mancano poi riferimenti a grandi figure della musica popolare afro-americana qui rappresentate da Sir Duke di Stevie Wonder e Love The Stuff/Ain‘t No Mountain High Enough (un richiamo, anche nel titolo del disco, alla band jazz-funk anni ’70-’80 comprendente Richard Tee, Cornell Dupree e Steve Gadd), oltre al coltraniano Giant Steps e a un “bluesizzato” What A Wonderful World di armstronghiana memoria, che si rivela per essere di gran lunga l’esecuzione più brillante e originale del disco.

Non è certo un disco che rimarrà nella storia discografica del jazz, ma segnala comunque quanto sia ancora viva e attuale l’influenza della musica afro-americana e, soprattutto, l’utilizzo di belle melodie nella pratica dell’improvvisazione.

Riccardo Facchi

I concerti di Bergamo Jazz 2018

logo-bergamo-jazz-56d6b21f485d9La molteplicità dei concerti previsti nelle diverse sedi sparse per la città, mi ha reso impossibile quest’anno l’ascolto esaustivo delle varie esibizioni, rendendo difficile poter fare un realistico consuntivo di questa 40a edizione del Bergamo Jazz Festival, chiuso domenica sera al Teatro Creberg (posto in periferia della città, di rimpiazzo all’usuale Teatro Donizetti in centro città, attualmente in restauro) con il concerto dei quattro direttori alternatisi dal 2006 alla guida artistica della manifestazione. In questo senso, ho dovuto operare un’inevitabile selezione, con una scelta a priori alla fine caduta su complessivi otto concerti.

Solo basandomi su questi e prima di entrare in considerazioni di dettaglio, occorre innanzitutto evidenziare che si è realizzato un ottimo riscontro di pubblico, mentre sul piano musicale l’impressione è stata quella di un risultato mediamente sotto le aspettative. Sono emerse, almeno a parere di chi scrive, alcune considerazioni comuni a tutte le esibizioni, di cui la più importante si riferisce a una carente qualità compositiva e progettuale riscontrata, intesa in termini di spessore musicale e originalità, non all’altezza della preparazione musicale mostrata dai diversi attori ascoltati. In verità, pare essere questa una pecca generalizzabile all’odierna scena della musica improvvisata, che sembra sì sfornare ancora ottimi improvvisatori, ma molto meno delle forti leadership e, a maggior ragione, dei compositori di talento in grado di produrre una scrittura all’altezza della storica tradizione del jazz e dalla canzone popolare americana, ambiti dai quali comprensibilmente e non a caso si attinge ancora largamente.

L’altra considerazione, per certi versi piacevolmente positiva, è relativa al constatare come la cosiddetta  “black music”, ben rappresentata in questa edizione del festival dal funk “verace” e sufficientemente fresco proposto da Maceo Parker, sia ancora oggi in grado di coinvolgere un pubblico giovane inaspettatamente numeroso, in grado cioè di generare quell’indispensabile ricambio generazionale di una abituale platea concertistica del jazz ad ogni edizione sempre più attempata. Un elemento questo che dovrebbe essere preso attentamente in considerazione dagli organizzatori anche per le future edizioni del festival, riuscendo comunque a mantenere un buon livello qualitativo delle proposte.

Maceo Parker (foto Gianfranco Rota) GFR_4202
Maceo Parker (foto Gianfranco Rota)

Parto proprio dal concerto del gruppo ben assortito e affiatato di Maceo Parker che ha presentato una esibizione sì spettacolare, professionale, ben rodata e congeniata, ma anche dai risvolti musicali non così scontati come ci si poteva aspettare in prima battuta. Certo, tanto funky, peraltro molto ben suonato e coinvolgente, tanta energia e tanta comunicativa, ma anche a tratti dell’ottimo jazz. Parker alla bella età di 75 anni suonati ha mostrato di essere ancora in buona forma, in possesso di una vitalità ed un’energia invidiabili, che è arrivata nitidamente al pubblico in modo tale da richiamarlo spontaneamente a ballare sotto il palco a fine esibizione. Questo anche per merito dei musicisti di ottimo livello di cui si è attorniato. Una menzione in questo senso va al trombonista Dennis Rollins, che ha sfornato, tra l’altro, una prelibata versione in duo col tastierista  Will Boulware di When i Fall in Love , ben posizionata in scaletta tra un brano funky e l’altro, come pure ottime prestazioni hanno fornito la giovane batterista Nikki Glaspie, con un drumming potente e preciso ma anche estremamente “pulito”, e il poderoso basso elettrico in stile “slap” di Rodney “Skeet” Curtis. Lo stesso Parker ha contribuito con efficaci assoli al contralto e al flauto, esibendosi anche come occasionale cantante in Moonlight in Vermont (dedicato a Ray Charles) e in Over The Raimbow. La presenza nell’aria di James Brown, insieme ai richiami alla musica di Marvin Gaye e di Ben E. King (Send By Me) hanno in qualche modo voluto celebrare alcuni  tra i  grandi protagonisti della “Black Music” storica, la cui potenza ritmica ed espressiva pare riuscire a mantenersi ancora viva a decenni di distanza, molto più di altre pretenziose proposte odierne.

Chucho Valdes - Gonzalo Rubalcaba (foto Gianfranco Rota) GFR_9545
Chucho Valdes – Gonzalo Rubalcaba (foto Gianfranco Rota)

La serata “latin” del sabato ha mostrato i suoi pregi nell’esibizione del trio di Chano Dominguez, ma anche i suoi limiti nel deludente (almeno per il sottoscritto) duo pianistico Chucho Valdes Gonzalo Rubalcaba, che ha fatto sfoggio di un prevedibile virtuosismo fine a se stesso, abbastanza noioso ed inespressivo, puntando più sulle influenze di certo pianismo di stampo accademico europeo (tipico elemento della tradizione pianistica cubana) più che sugli originali punti di forza della musica popolare afro-cubana da tempo fusi perfettamente col jazz, come il ritmo di clave, il son montuno, piuttosto che la descarga cubana. In questo senso ha fatto meglio il più che dignitoso concerto dello spagnolo Chano Dominguez che ha saputo proporre un jazz canonico senza inutili fronzoli, insaporito di flamenco, milonga e dei suddetti spunti latin-jazz, distribuiti su temi originali e standard, come Freddie Freeloader, o Evidence e The Serpent’s Tooth, interpolati con Just You, Just Me, i cui accordi costituiscono in effetti la struttura armonica di entrambi i temi.

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Chano Dominguez (foto Gianfranco Rota)

Il concerto pomeridiano del sabato all’Auditorium del quartetto della contrabbassista Linda May Han Oh pur muovendosi in una sorta di “mainstream contemporaneo” ha abbastanza deluso le aspettative, mostrandosi una leader ancora in formazione, non in grado cioè di sostenere adeguatamente, sia in termini compositivi, sia in termini dii conduzione musicale le sorti di un gruppo di giovani ancora in evidente stato di maturazione.

Il concerto domenicale mattutino del duo “Brockowitz” composto dal pianista Phil Markowitz e il violinista Zach Brock, dopo una buona partenza su un tradizionale americano è scaduto nel deja vu di una musica da camera (peraltro più scritta che improvvisata) dominata dall’impronta armonica impressionista imposta dal pianista, che ha parzialmente inibito la vena improvvisativa del quarantenne talentuoso violinista, perdendo di fatto in originalità. Tra i temi noti trattati dal duo, quel Sno’ Peas del pianista reso celebre da Bill Evans e Toots Thielemans in Affinity e una discutibile interpretazione dell’ immortale ellingtoniano Come Sunday, inopinatamente svuotato del suo profondo significato spirituale tipicamente africano-americano. Un’occasione fondamentalmente persa per farsi meglio conoscere e apprezzare, soprattutto per il capace violinista del Kentucky.

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Zach Brock – Phil Markowitz (foto Gianfranco Rota)

Il successivo concerto pomeridiano de quintetto del trombettista Jeremy Pelt (organizzato dal Jazz Club Bergamo) che conta tra le sue più significative influenze trombettistiche quelle di Woody Shaw e Miles Davis, ha dato probabilmente soddisfazione agli amanti di certo “modern mainstream” derivato dal quintetto davisiano anni ’60, toccando il vertice però più su un tema non di composizione del leader, scritto da Michel Legrand, ossia I Will Wait For You, dove  il trombettista ha potuto esaltare tutto il suo talento espressivo, ben coadiuvato dal giovane pianista Victor Gould e dall’eccellente contrabbassista Richie Goods.

Jeremy Pelt Quintet (foto Gianfranco Rota) GFR_0766
Jeremy Pelt Quintet (foto Gianfranco Rota)

Per ultimo lascio i commenti ai concerti ascoltati al Teatro Sociale la serata del giovedì. Rita Marcotulli ha presentato un jazz per trio, per chi scrive, non particolarmente stimolante, con una serie di composizioni proprie sviluppate in improvvisazioni ritmicamente monocordi e presentando un pianismo abbastanza impersonale. L’utilizzo  di effetti di riverbero mi è parso più un escamotage per dare un’enfasi “poetica” ad una musica piuttosto carente di reale spessore espressivo. La mancanza di nerbo nelle parti improvvisate mi è parsa ancor più evidente nella pur azzeccata scelta di famosi temi come I’m Calling You, tratto dal film Baghdad Café e Nightfall (noto anche come Ellen&David) di Charlie Haden.

Logan Richardson Blues People (Foto Gianfranco Rota) GFR_3078
Logan Richardson Blues People (Foto Gianfranco Rota)

Logan Richardson ha invece portato un progetto parso ancora embrionale in un ambito di interesse comune tra le giovani leve afro-americane odierne che vorrebbe trovare una nuova sintesi tra diversi approcci linguistici pescando tra (poco) jazz, (tanto e voluminoso) rock, funk, blues e altro ancora, con risultati che per ora, francamente, paiono abbastanza confusi. Peccato, perché Richardson pare dotato di una voce strumentale particolarmente bella e luminosa già mostrata in precedenti occasioni, ma, nel caso specifico, non suffragata da un accurato progetto musicale.

Riccardo Facchi

Vijay Iyer & Wadada Leo Smith – A Cosmic Rhythm with Each Stroke (ECM, 2016)

Wadada-Leo-Smith-300x300Coltivavo l’intenzione dichiarata di replicare il provocatorio Flop Jazz che aveva ottenuto un riscontro inaspettato di lettori a fine anno scorso, ma devo confessare che non è mia abitudine ascoltare volutamente musica mediocre con tale fine. Diciamo che capita di inciamparci, ma tendenzialmente preferisco occupare il tempo libero ascoltando musica valida, se non di pregio, pertanto non mi sono capitate molte occasioni per criticare in negativo ciò che ho ascoltato e nemmeno è detto che abbia poi voglia di scriverne. In molti casi non ne vale proprio la pena. Tuttavia, uno dei pochi dischi ascoltati in questo periodo che mi hanno deluso e stimolato alla scrittura è questo A Cosmic Rhythm with Each Stroke che mi appresto a commentare, ovviamente senza pretesa di avere verità rivelate in tasca.

Premettendo che considero Vijay Iyer e Wadada Leo Smith due mirabili musicisti che hanno saputo singolarmente produrre negli ultimi anni dischi molto più che interessanti, devo anche dire che ho compreso poco le lodi sperticate lette a suo tempo su questo duo che, detto con franchezza, mi pare portatore di una progettualità sostanzialmente fallimentare, proponente cioè una musica povera di reali contenuti, mascherata dietro un’apparente atmosfera magica e di grande poesia. Ora, va bene tutto, la potenza del silenzio in relazione agli spazi creati tra le note lunghe del trombettista, sicuramente ispirate al prediletto Miles Davis (peraltro un po’ più impreciso e fallace rispetto all’originale) e agli accenni o le intelligenti sottolineature pianistiche di Iyer, ma non mi pare che ci stiamo occupando del livello musicale prodotto da storici duetti come quello, giusto per intenderci, tra Louis Armstrong e Earl Hines o, per rimanere a qualcosa di vagamente più affine in termini di poesia e di spazi creati tra note e silenzi, tra Paul Bley e Chet Baker.

Per essere chiari, un duo, per quanto sostanzialmente improvvisato (al di là della stucchevole diatriba jazz/non jazz e della qui evidente assenza della componente ritmica, peraltro in perfetta linea con l’attuale estetica ECM), dovrebbe almeno promettere una spiccata componente dialogica, una forma di interazione musicale, una elevata intesa tra i protagonisti, ma nulla di tutto questo si rileva, se non in rarissimi momenti, come verso la fine di A Divine Courage e nella traccia finale, Marian Anderson, che almeno concede una parvenza di tema costruito. Qui siamo spesso di fronte al fatto che quando suona uno, l’altro se ne sta zitto e buono, il che non pare giustificare la necessità di esibirsi in duo. Non a caso Iyer si guarda bene dall’imporre una qualche struttura accordale che arricchisca il discorso solistico di Smith (limitandosi quasi esclusivamente a un apporto timbrico o coloristico), il quale è davvero libero (e in questo senso siamo di fronte davvero ad un’opera “free”) di suonare “melodicamente” come gli pare, senza cioè vincolo armonico di alcun genere, il che potrebbe persino far pensare i più sospettosi  di qualche problema del trombettista con l’armonia, cosa che peraltro non costituirebbe una rarità nel jazz.

Non vorrei deludere gli estimatori di questo genere di esibizioni, ma fare musica in questo modo per professionisti di questa levatura è un gioco da ragazzi e non richiede di affrontare particolari difficoltà, non manifestando tra l’altro alcuna delle tanto sbandierate “complessità strutturali” di cui si ciancia spesso come pre-requisito di presunta superiorità in ambito di  musiche improvvisate odierne rispetto a quelle del glorioso passato jazzistico. C’è molta più complessità nel jazz polifonico della Creole Jazz Band di King Oliver, nello swing per big band delle orchestre di Chick Webb e Gene Krupa, o ancora nel latin jazz di Eddie Palmieri (per lo più oggi nemmeno degnati di un ascolto, o giudicati frettolosamente come produttori di musiche “facili”), che in questo genere di proposte solo apparentemente più sofisticate. Il rischio che si corre è quello della pura illusione, dell’apparenza di assistere alla grandezza, ma la sostanza è molto diversa e i musicisti, quelli seri, ben lo sanno.

Riccardo Facchi

Keith Jarrett Standard Trio: After The Fall – ECM

918lUzB+ODL._SY355_Che Keith Jarrett abbia da tempo imboccato il viale del tramonto artistico pare non essere più nemmeno un’opinione. Lo dimostra il fatto che l’ECM, la casa discografica che Jarrett stesso ha contribuito a lanciare ormai quasi mezzo secolo fa, rovista tra i molti nastri registrati in suo possesso relativi a concerti dei decenni precedenti, ricchi di grandi prestazioni sue, o delle formazioni con le quali si è esibito nel corso della sua carriera.

Questo lavoro appena pubblicato dello Standard Trio, la formazione che con il quartetto americano rappresenta forse il contributo più importante dato da Jarrett al jazz, risale addirittura a vent’anni fa, ossia al 1998, e ha una sua valenza storica al di là dell’eccellente musica contenuta, in quanto rappresenta una delle sue prime esibizioni pubbliche dopo la grave malattia psico-fisica che lo aveva colpito alla fine del 1996, costringendolo ad un momentaneo ritiro dalle scene.

Nonostante una buona fetta della nostra (pseudo)musicologia jazz abbia sempre minimizzato in modo settario e pregiudiziale la musica del trio, parlando improvvidamente di “conservatorismo di lusso”, quel progetto (per quanto eccessivamente longevo) in realtà ha saputo rileggere gli standard e il cosiddetto Great American Songbook come pochi altri, mettendo sempre una firma originale a quel genere di battutissimo materiale, considerato per lo più musicalmente esausto. Il fatto è che Jarrett, a differenza di tanti altri interpreti di quel repertorio, è in possesso di una propria estetica autentica, quasi unica, ed è in grado di metterla in campo con una leadership e una sicurezza nel proprio gusto innato, assai rari da riscontrare. Anche questa registrazione pare documentarlo nitidamente, e poco conta se ci capita di riascoltare l’ennesima sua versione di Autumn Leaves, Old Folks o di When i Fall in Love, quest’ultimo sorta di sigla (nel suo caso di chiusura concertistica) simile al 52nd Street Theme dei boppers, o al derivato The Theme di Miles Davis, piuttosto che  l’introduttivo Take The “A” Train dell’orchestra ellingtoniana. A livello di approfondimento del tema potrebbe venire in mente l’analogia con ciò che Bill Evans fece nei suoi ultimi anni con Nardis.

La musica comunque risulta ancora fresca (a differenza delle esibizioni del trio degli ultimi anni, dove la routine e la stanchezza anche fisica dei componenti si faceva sentire in modo ormai evidente) e forse non è un caso che in quel periodo di ripresa concertistica (se si pensa anche al set di brani presenti in  Whisper Not– ECM, registrato l’anno successivo) Jarrett avesse preferenza per un repertorio tipicamente be-bop, con la presenza cioè del parkeriano Scrapple From The Apple o di Bouncing with Bud, piuttosto che di One for Majid, o Moment’s Notice, quasi a voler testare su se stesso di aver ripreso il pieno possesso delle proprie doti tecniche, cimentandosi su materiale notoriamente difficile su cui improvvisare con creatività. Le tracce che si fanno preferire sono l’introduttiva lunga versione di The Masquerade Is Over e Late Lament, ma la perla del disco è nettamente l’interpretazione che profuma sorprendentemente di blues di una canzoncina di Natale come Santa Claus Is Coming To Town, che conferma una volta di più la capacità del pianista di saper letteralmente riscrivere il Song e molti degli standard più battuti. Solo questa traccia potrebbe valere l’acquisto del disco e garantire momenti di gratificazione uditiva oggi poi non così frequenti da riscontrare. Vi pare poco?

Riccardo Facchi

Riccardo Fassi Tankio Band meets Fabio Morgera – Alfa Music 2016

albumsPubblichiamo oggi la recensione di uno dei lavori italiani più rappresentativi, almeno per il sottoscritto, fra quelli pubblicati a cavallo tra 2016 e 2017.
La Tankio Band è, con ogni probabilità, la formazione italiana più longeva, essendo stata creata dal pianista Riccardo Fassi nel 1983 e da allora in costante e continua attività. Trentacinque anni di intensa produzione, fatta di molti concerti, di sette realizzazioni discografiche e di collaborazioni con musicisti importanti, che hanno portato questa realtà ad essere un riferimento all’interno del panorama jazzistico italiano.
Il disco in oggetto nasce proprio da una delle suddette collaborazioni che, come anticipa il titolo, vede ospite il trombettista Fabio Morgera. Tornato da tempo in Italia dopo una lunga permanenza negli Stati Uniti (perlopiù a New York) che lo ha reso musicista di respiro internazionale, il trombettista non è solo ospite, ma coprotagonista a tutti gli effetti dell’opera, in quanto autore di tutti i brani, degli arrangiamenti, rivestendo naturalmente il ruolo di principale solista del gruppo di cui è componente. Ciò che favorevolmente ha impressionato l’ascolto sin dalle prime battute è l’equilibrio fra i temi, dei quali nessuno banale, gli arrangiamenti e le parti solistiche. Questo fa si che la musica scorra sempre fluida, anche nei momenti esecutivi più complessi, che non sono pochi, mantenendo una compattezza di insieme ed una tensione sempre costantemente ad alto livello, sia sotto il profilo armonico-melodico, sia sotto quello ritmico. Merito anche delle doti dei musicisti coinvolti e di una sezione ritmica che lavora incessantemente per unire le parti in ogni momento. Si rilevano echi di influenze orchestrali collegabili, di volta in volta, ad atmosfere kentoniane piuttosto che gilevansiane, ma tutto collocato e interpretato in modo coerente e non fine e se stesso. L’esperienza che Morgera ha maturato negli Stati Uniti in ambito orchestrale (tra cui ricordiamo l’eccellente Captain Black Big Band di Orrin Evans) ha indubbiamente lasciato positivamente il segno.
Difficile scegliere fra i brani e segnalarne alcuni sopra gli altri, poiché, come accennato, la tensione esecutiva e creativa non manifesta delle stasi, anche nei momenti di musica più riflessiva, ma un’eccezione si potrebbe fare per Undermining the Pyramid, traccia che pare contenere un po’ tutti i pregi del disco in oggetto.

Infine, per completezza di informazione, segnalo di seguito tutti i musicisti che hanno partecipato al progetto discografico:

Fabio Morgera Tromba, composizioni,arrangiamenti
Riccardo Fassi Rhodes piano, tastiere
Giancarlo Ciminelli , Claudio Corvini trombe
Roberto Pecorelli tuba
Massimo Pirone trombone
Sandro Satta, Michel Audisso, Torquato Sdrucia sassofoni
Pierpaolo Bisogno vibrafono
Steve Cantarano contrabbasso, basso elettrico
Pietro Iodice batteria

Francesco Barresi

Rez Abbasi: Unfiltered Universe – Whirlwind Records ( 2017 )

51KJVOl+L4L._SX425_Rez Abbasi è un chitarrista poco conosciuto in Italia, ma è da tempo una figura molto rappresentativa del panorama chitarristico e jazzistico contemporaneo. Nato nel 1965 a Karachi, all’età di quattro anni si trasferisce con la famiglia dalla capitale pachistana per recarsi a vivere a Los Angeles. Qui muove i primi passi nel suo percorso musicale dove, a undici anni, si avvicina allo studio della chitarra. Nel 1995 incide il suo primo disco,  Third Ear e quello di cui ci accingiamo a parlare è la sua undicesima proposta discografica, con la formazione che è molto attiva anche sotto il profilo dell’ attività concertistica.
Il gruppo è costituito, oltre che naturalmente dal leader alla chitarra, da musicisti di spicco della scena jazzistica contemporanea come il pianista Vijay Iyer, l’altosassofonista Rudresh Mahanthappa, il contrabbassista Johannes Weindenmuller, il batterista Dan Weiss e, non in tutti i brani, la violoncellista Elizabeth Mikhael. Abbasi ha una lunga consuetudine con Iyer e Mahanthappa, condividendo analoghe origini orientali. Ciò ha facilitato, evidentemente, l’elaborazione del progetto che si presenta fresco e originale. La musica che qui si può ascoltare si inserisce nel filone di quello che oggi si potrebbe definire come “progressive jazz”, ma, aldilà delle catalogazioni che sono spesso limitanti, mi sento di dire che siamo al cospetto di una musica dai connotati decisamente contemporanei, nella quale si rintraccia un mood jazzistico pertinente unito a contaminazioni culturali diverse che, nello specifico indiano, ispirano, seppur in modo non esclusivo, le figure di Abbasi, Iyer e Mahanthappa. Il chitarrista si dimostra leader non assoluto, lasciando molto spazio ai suoi colleghi e dando la possibilità alla musica di assumere tratti caratteriali non solo suoi. Le personalità del pianista e del sassofonista sono infatti avvertibili come contributo non solo solistico e ciò è un aspetto molto apprezzabile. Naturalmente anche Weindenmuller e Dan Weiss offrono il loro determinante contributo, cosi come la Mikhael offre un arricchimento importante nei brani in cui è utilizzata. Questi sono tutti a firma del leader e non vissuti solo come mezzo per una competizione di improvvisazione, ma ognuno è ben scritto e arrangiato.

Disco importante che dimostra come il processo di sintesi culturale possa fare crescere la musica jazz in un’ ottica di apertura filtrata attraverso le precedenti esperienze e nel quale si può godere di un equilibrio rilevante fra capacità dei singoli e, nello stesso tempo, risultato della qualità corale del lavoro. Il 2017, in questo senso, ci ha proposto opere più che interessanti e questa ritengo possa essere tra quelle.

Francesco Barresi

Sean Jones: Live From Jazz at the Bistro- Mack Avenue Records (2017)

149746362259417b46e3444Ormai prossimo ai quarant’anni, e perciò sulla soglia della maturità umana e artistica, il trombettista Sean Jones rappresenta il classico esempio (ma sono moltissimi i casi citabili) di un jazzista americano di prim’ordine che in Italia non riesce a trovare adeguato spazio concertistico a causa della ben nota programmazione ottusa e miope delle nostre direzioni artistiche che, in un diabolico mix tra artificiose pretese “cultural-progressiste” e ristrettissime conoscenze in materia, tendono ad appoggiarsi ad un circolo chiuso di agenzie proponenti sempre gli stessi nomi, sin quasi allo sfinimento, disegnando al pubblico un quadro delle proposte presenti sulla scena contemporanea del jazz a dir poco settario e pesantemente limitato.

A questo quadro, già grave di per sé, per musicisti come Jones si aggiungono altre imperdonabili aggravanti, come quella di aver avuto a che fare con il “reazionario” Wynton Marsalis e relative attività come trombettista principale della Jazz at Lincoln Center Orchestra, e quella di continuare a riferirsi alla propria (grande) tradizione musicale. Tutte cose che farebbero implicitamente ritenere certe proposte musicali del tutto esauste e “superate” a prescindere.
Non voglio qui sostenere che la cosa non accada, anzi, succede spesso di sentire un “mainstream jazzistico” ripetitivo e linguisticamente esausto (e forse qualcosa del genere accade anche qui, ma succede anche con certa sedicente “avanguardia”, per quel che mi riguarda). Il problema, tuttavia, è che c’è modo e modo di riallacciarsi alla propria tradizione (cosa che peraltro il jazz ha sempre fatto), senza contare che la musica andrebbe comunque ascoltata e non giudicata a priori in termini settari e utilizzando filtri ideologici, poiché  ciò che dimostra qui di saper fare il trombettista dell’Ohio con il suo gruppo è molto più di una stanca e creativamente spenta ripresa di vecchi materiali e formule del jazz.
Sembrerà strano, ma si può ancora essere freschi e creativi anche esercitandosi in un canone musicale così ben definito, invece che pensare di essere tali semplicemente appuntandosi sul petto l’etichetta di “innovatori”. Anzi, per certi versi è forse più difficile dimostrare di esserlo nel primo caso, piuttosto che nel secondo, nel quale in troppi si illudono che con scelte estetiche fatte a prescindere dalla musica che si è in grado di produrre, ci si possa porre automaticamente nella categoria dei cosiddetti “creativi”. Queste sono solo delle comode scorciatoie che non aiutano minimamente l’eventuale crescita artistica del musicista e nemmeno la corretta divulgazione culturale verso il pubblico.
La musica prima di tutto, in sostanza, cioè prima delle scelte filosofiche o estetiche che vi possono stare appresso, occorre sempre non dimenticarlo, e la musica prodotta in questa registrazione “live” è, in buona parte, fresca e creativa, prodotta da musicisti artisticamente onesti e di pregevole livello, già in possesso di un curriculum di tutto rispetto, sia nella veste di musicisti professionisti che di educatori.
Questo Live from Jazz al Bistro, è già l’ottavo lavoro del trombettista per l’etichetta Mack Avenue Records e rappresenta forse  la sua uscita più dinamica, energica ed emotivamente coinvolgente della sua carriera, con un personale fuoco esecutivo oggi abbastanza raro da riscontrare. Avevo già avuto modo di apprezzare Sean Jones all’interno del SF Jazz Collective in un progetto su Miles Davis presentato a ottobre del 2016 nell’ambito di Aperitivo in Concerto a Milano, soprattutto per il suo senso del blues e un valido approccio melodico all’improvvisazione, ma qui ho avuto la conferma che non si trattava certo di un caso. I brani che in questo senso paiono fare la differenza sono The Ungentrifed Blues e soprattutto quello finale, il lungo  BJ’s Tune, un tema melodicamente accattivante di chiarissima ispirazione gospel (e la citazione di Amazing Grace nella lunga coda finale pare chiarirlo inequivocabilmente) dove Jones si lascia andare ad un dinamismo esecutivo raro oggi da riscontrare, comunicando un coinvolgimento emotivo tipicamente afro-americano, peraltro rilevabile in moltissimi musicisti della tradizione “black”, non solo del jazz. Jones pare qui voler riaffermare in musica, con profondo garbo (in modo cioè meno “politico” e più musicale di quello utilizzato da alcuni esponenti della cosiddetta B.A.M.), ma anche con certo tipico sacro fuoco, le migliori peculiarità della  tradizione musicale di sua appartenenza. In questo senso Jones si trova in grande sintonia con il pianismo di Orrin Evans, che qui dimostra ancora una volta tutte le sue notevoli doti musicali, oltre che di ferratissimo pianista jazz, fornendo un decisivo contributo alla riuscita dell’esibizione. Il resto del disco è tutto di ottimo livello e ben suonato, ma rappresenta forse un modern mainstream già battuto e sentito da altri gruppi del genere, tra un omaggio ad Art Blakey (Art’s Variable) e chiari riferimenti alla musica post-quintetto di Miles Davis anni ’60 (ProofPiscean Dichotomy).

Chiudiamo lo scritto semplicemente citando gli altri validi componenti del gruppo che contribuiscono alla compattezza e all’equilibrio della musica: il contraltista Brian Hogans, il bassista Luques Curtis e, a rotazione, i batteristi Obed Calvaire (anch’egli sentito e apprezzato nel citato concerto milanese degli SF Jazz Collective) e Mark Whitfield Jr.

Riccardo Facchi

Matt Brewer- Unspoken (Criss Cross – 2016)

1390Come noto ai jazzofili, la Criss Cross è un’etichetta da tempo dedita a documentare i migliori musicisti presenti sulla scena americana del cosiddetto “mainstream contemporaneo”. Si tratta per lo più di musicisti sotto la soglia dei 40 anni, solitamente attivi nell’area newyorkese e certo non tutti di egual talento e di egual rilevanza artistica. Sulla scia del suo riuscito debutto per l’etichetta (Mythology), il bassista Matt Brewer presenta questo Unspoken pensato per quintetto, convocando in sala di registrazione il tenorsassofonista Ben Wendel, il pianista Aaron Parks, il chitarrista Charles Altura e il batterista Tyshawn Sorey per eseguire un programma di nove brani che include sette composizioni originali del bassista più versioni rivisitate di Twenty Years di Bill Frisell e di Cheryl di Charlie Parker.

Dopo aver ottenuto consensi come  sideman di personaggi importanti come Gonzalo Rubalcaba, Greg Osby, Steve Coleman e Vijay Iyer e aver già partecipato alle incisioni Criss Cross di Alex Sipiagin, David Binney e Mike Moreno, Brewer propone qui una musica meno ardita rispetto al citato disco d’esordio, cioè caratterizzata da un sound complessivo che pare a tratti ricordare certi lavori ECM anni ’80 di John Abercrombie (o anche Pat Metheny) con Michael Brecker più che l’usuale post-bop, cui molti altri artisti dell’etichetta fanno riferimento. Pertanto, non si può comunque parlare di una proposta innovativa, anche se ben suonata e con la presenza di diverse composizioni di valore del contrabbassista, dotate di un apprezzabile tono intimista e lirico nella linea melodica, non molto frequente da rintracciare nelle incisioni dell’odierna musica improvvisata. Citabili tra queste, il brano d’esordio (Juno), quello finale (Tesuque) e quello che dà il titolo al disco, ispirato, a detta dello stesso Brewer, dalla musica di Milton Nascimento. Tra le prestazioni dei singoli, tutti musicisti come Tyshawn Sorey che oggi brillano per sapersi inserire in qualsiasi genere di contesto musicale, si segnalano quelle di Altura e Parks, per l’ottima intesa nel mai semplice intreccio tra chitarra e pianoforte, mentre manifesto qualche perplessità sulla resa del tenorsassofonista, che oltre a non avere un sound particolarmente distintivo, risulta in Lunar un po’ verboso e ripetitivo sul piano fraseologico.

Riccardo Facchi