Andando a casa con Albert Ayler

Il movimento del Free Jazz e dei relativi protagonisti degli anni ’60, per lo più afro-americani, è stato sempre descritto, in modo a mio avviso abbastanza stereotipato, come un momento di rottura pressoché definitivo con la tradizione e il passato jazzistico, ma è davvero stato così?

Ho più di qualche dubbio in merito, anzi, si potrebbe dimostrare che sono più gli elementi di continuità che quelli di rottura con la tradizione e a tal proposito sto giusto approfondendo la materia con l’intenzione di scriverne qualcosa di più sostanzioso.

la musica di Albert Ayler ad esempio, si rivela nel suo apparire di completa rottura ed essere dissacratoria ed espressivamente lacerante, pregna di elementi tradizionali, arrivando sino alle profonde radici del jazz. Sono infatti identificabili marcette militari, semplici motivi folk e il popolarissimo rhythm & blues, (specie nell’ultimo frainteso periodo) riletti però nel suo personalissimo stile. Occorre poi sottolineare anche l’aspetto melodico e spirituale della sua musica. Non a caso ha dedicato un intero disco a motivi tradizionali legati per lo più al mondo religioso degli spirtuals in Goin’ Home ,del 1964.

Per l’occasione propongo qui la sua interpretazione contenuta in quel disco di un celeberrimo brano come  Ol ‘Man River, che in realtà non è uno spiritual, ma  una canzone scritta da Jerome Kern e Oscar Hammerstein II, tratta dal musical Show Boat, che comunque ha a che fare con il mondo afro-americano, poiché tratta il tema delle loro fatiche immedesimate nel personaggio di uno scaricatore di porto che canta in relazione all’infinito e immutabile flusso d’acqua del fiume Mississippi mentre viaggia appunto su un battello. Più tradizionale di questo non saprei cosa trovare.

Buon ascolto

Goin'_Home_(Albert_Ayler_album)Ol ‘Man River

 

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2 pensieri su “Andando a casa con Albert Ayler

  1. Probabilmente dipende dal fatto che la cultura bianca europea e quella afroamericana hanno due idee molto diverse di “tradizione”. Il problema nasce quando si difende l’idea di una “tradizione jazzistica” o si postula l’esistenza di altrettante “rotture nette” con questa tradizione partendo dal concetto bianco europeo di tradizione. Solo riportando i due concetti ai rispettivi contesti socio-culturali se ne può apprezzare la differenza, e capire quanto l’omonimia (meglio: l’utilizzo di una stessa etichetta per indicare fenomeni diversi) in questo caso tradisca.

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