Il talento di Aaron Diehl

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Il trentenne Aaron Diehl (nato il 22 Settembre 1985, Columbus, Ohio) fa parte delle nuove leve afro-americane più preparate e promettenti del piano jazz contemporaneo, nonostante sia relativamente  poco noto nel nostro paese, come  quasi sempre avviene per un certo tipo di jazzisti americani dell’entourage di Wynton Marsalis, bollati e categorizzati in modo sciocco e mistificatorio come “conservatori”.

Diehl è in possesso di una tecnica pianistica di prim’ordine ed è già considerato uno stimato musicista, eccellente compositore e virtuoso del suo strumento, tanto che già lo scorso anno ha ricevuto la nomina alla Commissione Artistica del Monterey Jazz Festival, diventando uno degli artisti più giovani a ricevere questo onore, avendo anche composto Three Stream of Expression, dedicata al grande John Lewis, di cui è stato per anni allievo e assistente e dal quale ha assorbito una profonda influenza stilistica, come si evince chiaramente nel suo precedente lavoro discografico The Bespoke Man’s Narrative. Diehl è cresciuto in un ambiente musicale fertile. Suo nonno, il pianista / trombonista Arthur Baskerville, è stato una delle sue primissime influenze. Ha iniziato a studiare musica classica all’età di 7 anni e ha scoperto la sua passione per la musica jazz quando ha potuto partecipare all’Interlochen Summer Camp. L’incontro col pianista prodigio Eldar Djangirov gli ha dato una impronta decisiva, assorbendo da lui l’entusiasmo per Oscar Peterson e Art Tatum. Nel 2003, è diventato membro del Wynton Marsalis Septet in vista del tour europeo. Si è laureato nel 2007 alla Juilliard School, studiando con docenti del calibro di Kenny Barron e Eric Reed.

Già vincitore di alcuni prestigiosi premi, Diehl ha pubblicato il suo primo album dal vivo nel 2009, un concerto da solista registrato al Caramoor Festival ed è già, con il suo ultimo Space, Time, Continuum, alla sua quarta pubblicazione discografica, mostrando una costante crescita musicale. E’ stato di recente in tour con la acclamata cantante Cécile McLorin Salvant e si è esibito con altri artisti di fama internazionale come il vibrafonista Warren Wolf, il sassofonista e flautista Lew Tabackin, il batterista Matt Wilson e il trombonista Wycliffe Gordon, oltre che con la Jazz at Lincoln Center Orchestra.

Per l’ascolto odierno vi propongo un brano tratto dal suo ultimo lavoro che meriterebbe una certa attenzione nelle varie classifiche di fine anno che pioveranno in rete e sul tavolo, ma che, sono certo, verrà ampiamente trascurato.

In generale nel disco si apprezzano oltre a sue composizioni e accurate scelte di brani come Uranus dei Jazz Messengers di Art Blakey, gli interventi solistici del baritonista Joe Temperley, di esperienza ellingtoniana e quindi inevitabile influenza di Harry Carney, e dell’interessante trentanovenne tenorsassofonista Stephen Riley, che mostra una particolare sonorità individuabile tra un Lucky Thompson e un Ben Webster filtrato da Paul Gonsalves, ammirabile nel brano che qui vi propongo per l’ascolto.

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La musicalità di Bill Watrous

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Se ci si mettesse a scorrere l’elenco dei grandi jazzisti poco noti nel nostro paese, probabilmente si dovrebbe dedicare un anno intero allo scopo. William Russell Watrous III (nato l’8 giugno 1939 a Middletown, Connecticut) è uno di quelli che certamente apparterrebbero a quell’elenco, probabilmente misconosciuto anche tra diversi jazzofili di vecchia data. L’argomento alla base, a mio modo di vedere, è sempre quello: una narrazione jazzistica che per decenni si è caratterizzata per steccati ideologici, immotivati pregiudizi e mistificazioni di vario genere, che hanno viziato, e in parte pure compromesso, una ampia divulgazione della materia.

Si tratta di un eccellente strumentista e di un ottimo band leader che ha prodotto parecchi dischi di qualità, con nel proprio bagaglio professionale svariate esperienze musicali, sviluppate anche nell’ambito degli studi hollywoodiani, il che, come per molti altri, è solitamente requisito di grande flessibilità e vasta preparazione.

Il padre di Watrous , anch’egli  trombonista, lo ha introdotto allo strumento in tenera età. Mentre prestava servizio nella Marina degli Stati Uniti, Watrous ha studiato nientemeno che con il pianista e compositore jazz Herbie Nichols, mentre le sue prime prestazioni professionali sono state fatte nella band di Billy Butterfield. La carriera di Watrous è sbocciata già nei primi anni ’60. Ha suonato e registrato con molti luminari del jazz per big band, tra cui Maynard Ferguson, Woody Herman, Quincy Jones e Johnny Richards. Nel 1971, ha suonato  con un gruppo jazz-fusion, Ten Wheel Drive, mentre un anno prima , Watrous aveva formato una sua band, “The Wildlife Refuge Big Band Manhattan“, che ha registrato due album per la Columbia Records. La band fu poi ribattezzata “Refuge West” quando Watrous sì trasferì nel Sud  della California. Ha continuato a lavorare attivamente dal 1980 come band leader, musicista di studio, e performer in diversi jazz club. Nel 1983, Watrous ha collaborato con Alan Raph in vista della pubblicazione di un testo didattico: Trombonisms, un manuale di istruzioni che copre varie tecniche di esecuzione per il trombone. Ha inciso come solista, band leader e in diversi piccoli ensemble per etichette diverse. Tra queste registrazioni si segnala un album di importazione giapponese prodotto nel 2001, contenente materiale registrato nel 1984 con Carl Fontana, da lui citato come suo trombonista preferito.

Watrous risiede a Los Angeles, dalla fine del 1970 con la moglie Mary Ann. e fa parte del corpo docente presso la University of Southern California Thornton School of Music.

Per l’ascolto vi propongo un notissimo brano tratto da una selezione del Book di Johnny Mandel, compositore  a lui particolarmente congeniale.

Buon ascolto

41BBB0HMGSLA Time for Love 

 

l’arte nella (relativa) semplicità di Horace Silver

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Negli ultimi tempi, il concetto di complessità nel jazz pare essere diventato una sorta di totem, un “must” per qualificare la musica improvvisata, e il jazz in particolare, di qualità. Niente di più erroneo, almeno per quel che mi riguarda. Peraltro bisognerebbe distinguere a quale complessità ci si riferisce: strutturale, armonica, ritmica, melodica? E poi, complesso il produrre la musica e/o ostico l’ascolto? Occorrerebbe chiarire e io il concetto non lo trovo chiarito pressoché mai e potrei fare centinaia di esempi che confuterebbero eventuali argomenti a sostegno.

Una delle tipiche sciocchezze (non trovo altro termine da utilizzare) che rendono molto “trendy” il jazzofilo odierno (spesso a corto di conoscenze musicali per la mia esperienza diretta) e che circolano intorno al jazz, è che l’hard bop sarebbe una musica “semplice”, stereotipata rispetto ad altre, supposte più avanzate (ma rispetto a cosa e secondo quali criteri?). Ora, è chiaro che tale genere di musica ha avuto il suo periodo di fulgore in altra epoca (gli anni ’50) e che oggi è improponibile suonarla tale e quale con grandi pretese artistiche. Eppure, come sempre nell’arte e in musica, c’è chi certe cose le sa produrre e chi no, al di là degli stili e delle mode, mi sembrerebbe anche banale sostenerlo.

Horace Silver è stato notoriamente uno dei padri  dello Hard Bop, oltre ad essere stato uno dei massimi compositori che il jazz moderno abbia espresso. Sostanzialmente si è sempre mantenuto fedele al suo credo musicale ed estetico, riuscendo a produrre della grande e, solo in apparenza, semplice musica, basandosi sui tipici ingredienti che hanno reso sublime ed eccitante il suo jazz, ossia: blues, gospel, swing, ritmi latini etc. Radici musicali che, grosso modo, ne costituiscono ancora oggi la spina dorsale. Il fatto da evidenziare è che Silver è riuscito a produrre eccellenti incisioni anche a decenni di distanza dal  suddetto periodo di massimo riscontro critico e di pubblico.

Ne è un esempio la sua produzione degli anni ’90, con particolare riferimento a due magnifici dischi prodotto in sequenza per Impulse!: The HardBop Grandpop e A Prescription for the Blues che riescono a mantenere la freschezza musicale e creativa dei tempi migliori.

Vi propongo per l’ascolto un brano del primo dei due dischi che vede la presenza di una formazione stellare di musicisti composta, oltre che da Silver al piano, da:

Ronnie Cuber Baritone Saxophone

Ron Carter Bass

Lewis Nash Drums

Michael Brecker Tenor Saxophone

Steve Turre Trombone

Claudio Roditi Trumpet, Flugelhorn

e vedrete che certi discorsi lasciano istantaneamente il tempo che trovano. Se vi interessa approfondire la discografia di questo gigante vi rimando a questo link .

Buon ascolto

R-2569914-1290959837.jpegThe Lady From Johannesburg

L’European Jazz-Rock di Volker Kriegel

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I sostenitori dichiarati del jazz europeo odierno a volte paiono essere i primi a scordarsi di quel jazz  che già negli anni ’70 sfornava musicisti ed improvvisatori europei di livello, i quali, senza alcuna necessità di fare proclami circa la loro presunta autonomia linguistica dal jazz americano, contribuivano a produrre opere di valore che oggi, più di altre eccessivamente strombazzate, meriterebbero di essere studiate e approfondite.

Il compositore e chitarrista tedesco Volker Kriegel (24 dicembre 1943-15 giugno 2003) è stato uno di questi. Nato a Darmstadt, in Germania, Kriegel è noto per il suo contributo ad un European Jazz Rock  sorto in quegli anni molto interessante e creativo, oltre che per le sue collaborazioni con il vibrafonista americano Dave Pike. Nel 1975 è stato uno dei membri fondatori del United Jazz and Rock Ensemble.

Chitarrista autodidatta, ha iniziato a suonare quando aveva quindici anni, formando tre anni dopo un trio che vinse un premio già nel 1963, in un festival jazz per dilettanti. Nel 1973 ha fondato Spectrum, un quartetto che comprendeva Eberhard Weber, tra gli altri. Nel 1975 Kriegel trascorse un mese insegnando per il Goethe Institute. Nel 1976 Spectrum si sciolse, e Kriegel inaugurò un nuovo progetto musicale chiamato The Mild Maniac Orchestra, che rimase insieme sino al 1980. Nel 1977 Kriegel diventa proprietario parziale di un’etichetta chiamata Mood Records. Oltre alla musica, coltivava anche altri interessi professionali ed artistici, tra cui disegnatore per giornali, scrittore di libri sulla musica e regista di film.

Vi propongo qui un brano davvero interessante tratto da Inside: Missing Link, 1972.  con la seguente prestigiosa formazione, composta da alcuni tra i migliori musicisti europei sulla scena nel periodo:

-Volker Kriegel / electric guitar, acoustic guitar, octave guitar
-Albert Mangelsdorff / trombone
-Alan Skidmore / soprano saxophone, tenor saxophone
-Heinz Sauer / tenor saxophone
-John Taylor / electric piano
-Eberhardt Weber / bass
-Cees See / percussion, voice, flutes, effects
-John Marshall / drums

Buon ascolto.

R-1351310-1226733099.jpegSlums on Wheels

Le radici di Clifford Jordan

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Nel 1965, il tenorsassofonista Clifford Jordan ha registrato These Are My Roots Clifford Jordan Plays Leadbelly, un tributo al compianto folksinger Leadbelly. Originariamente inciso per Atlantic e ristampato poi da Koch nel 1999, il disco è in realtà molto più che un omaggio più o meno riuscito dei tanti disseminati nella discografia jazzistica. Jordan esegue nove originali di Leadbelly trasformando la musica in jazz sopraffino, senza ridurre l’impatto delle melodie o le loro radici popolari. Il trombettista Roy Burrowes, il trombonista Julian Priester, il bassista Richard Davis, e il batterista Albert “Tootie” Heath partecipano alla maggior parte delle selezioni, mentre Chuck Wayne (alla chitarra e banjo) suona in soli quattro brani e Cedar Walton è su tre.

Jordan era nato a Chicago ed era un sassofonista e compositore di livello eccelso,  con un suono inconfondibile, anche lui oggi inspiegabilmente posto nel dimenticatoio assieme ad altri grandissimi. Eppure ha partecipato a storici eventi discografici e concertistici nei gruppi di Max Roach e Charles Mingus e ha inciso dischi da leader memorabili anche negli anni ’80 e primi ’90, alcuni prodotti anche per etichette italiane, come Soul Note. Jordan è morto di cancro ai polmoni nel 1993, alla sola età di 61 anni. A questo link è possibile trovare una sua discografia.

Per l’ascolto vi propongo questa interpretazione davvero straordinaria in cui si capisce molto bene da dove provenga il jazz e quali siano le sue imprescindibili radici popolari, che fanno parte del bagaglio quasi genetico di ciascun interprete africano-americano.

Buon ascolto.

MI0002424414Dick’s Holler

Paul Bley: Ramblin’

 

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Pur essendo stato Paul Bley un pianista dalla ricerca relativamente solitaria, oggi si può tranquillamente affermare che si tratti, direttamente o indirettamente di una geniale figura pianistica che ha interpretato un ruolo fondamentale nel pianismo jazz contemporaneo, soprattutto per quel filone “bianco” che, partendo dalla lezione del bop più cerebrale di Lennie Tristano e passando per la concezione più lirica di Bill Evans, è approdato ad un pianismo d’avanguardia, certamente più libero e ricco di sperimentazioni, ma essenziale e dai connotati melodici molto profondi, cosa che lo ha abbastanza differenziato da quell’approccio tipicamente iconoclasta caratteristico dei pianisti di pura derivazione “Free” che in quegli infuocati anni andavano per la maggiore. Ciò gli ha permesso di arrivare alla musica dei nostri giorni in una veste molto meno datata rispetto a quel genere di pianismo ormai abbastanza storicizzato. In un certo senso si può affermare che Bley è riuscito mirabilmente a trasporre al pianoforte le idee estremamente innovative di Ornette Coleman, riuscendo ad amplificarne proprio quell’aspetto melodico legato alle profonde radici folk e blues del sassofonista, come pochi altri improvvisatori da lui direttamente influenzati hanno saputo fare. Questo aspetto, a ben vedere, è davvero peculiare, se si pensa che la concezione “armolodica” di Coleman usualmente non prevedeva nei suoi gruppi la presenza di un pianista, il che la dice lunga sulla ardua impresa pianistica portata avanti da Bley, che non a caso deve essere considerato forse il migliore interprete delle sue composizioni. Oltretutto non sarebbe nemmeno possibile comprendere figure come Keith Jarrett, che hanno segnato fortemente gli ultimi decenni del pianismo improvvisato senza approfondire l’estetica e l’approccio del pianista canadese.

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Il disco che vi propongo ha una storia di edizioni e riedizioni particolarmente intricata. Registrato nel 1966 per la defunta Big Actuel, è stato pubblicato in Italia in LP per conto della Red Records con il titolo di Ramblin’ with Bley e qualche errore di compilazione e di corrispondenza tra titoli e brani effettivamente suonati. L’album fu poi ristampato sempre dalla Red in versione CD con il suo titolo originario.

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Il programma della registrazione proponeva un set di composizioni al tempo avanzatissime e che ancora oggi non risultano per nulla segnate dal tempo, nonostante i quasi 50 anni passati. Oltre al capolavoro colemaniano che dà il titolo al disco, si segnalano alcuni temi composti dalle compagne di vita di Bley, ossia la moglie Carla, con Albert’s Love Theme e il classico Ida Lupino e Annette Peacock, con Both e Touching, cui è stato aggiunto l’originale Mazatalan.

Both fa emergere chiaramente tratti assorbiti poi dal pianismo del Jarrett giovanile, quello di fine anni ’60, davvero impressionanti. Si prosegue con gli splendidi Albert’s Love Theme e Touching dove risalta una concezione del trio pianistico e della musica che fa del lavoro sugli spazi, sulle timbriche e per sottrazione di elementi, un approccio musicale oggi ampiamente utilizzato dai più aggiornati trii pianistici. L’immancabile riuscita versione di Ida Lupino dà la possibilità a Bley di esaltare la sua componente melodica, anche se forse in modo meno sofisticato di quanto prodotto negli altri brani, dove l’equilibrio tra gli strumenti e l’interplay tra i musicisti giganteggia, per merito soprattutto del modernissimo drumming di Barry Altschul.

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Mazatalan  (o Mazatalon secondo le vecchie note discografiche Red) viene invece preso a tempo di bossa e sviluppato in modo peculiarmente avanguardistico, evidenziando all’orecchio le qualità solistiche di Mark Levinson al contrabbasso. L’incisione si conclude in bellezza, con una straordinaria versione di Ramblin’ , in cui Bley esalta la profonda bellezza del tema, portando il trio a suonare con uno swing indemoniato e modernissimo.

Musicisti estremamente consapevoli e musica da ascoltare con amore e attenzione.

Riccardo Facchi.

 

La sagra dei jazzisti sottovalutati

 

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Lawrence Elliott “Larry” Willis (nato il 20 dicembre 1942) è un eccellente quanto da noi sottostimato pianista e compositore. Nel lungo corso della sua carriera si è esibito in una vasta gamma di stili, tra cui il mainstream jazz, la  fusion, il rock, e l’avant-garde.

Willis è nato a New York City e ha studiato musica presso la Manhattan School of Music. Dopo la laurea, ha fatto il suo primo disco di jazz, con Jackie McLean (Right Now!), comprendente ben due sue composizioni. Nel corso della sua carriera ha suonato nel ruolo di sideman con una vasta gamma di musicisti, tra cui Woody Shaw, compreso un periodo di sette anni come tastierista per Blood, Sweat & Tears (a partire dal 1972). Ha ricevuto il premio Don Redman nel 2011, e il Benny Golson Jazz Master Award al Howard University nel 2012.

Nella sua discografia sono rintracciabili diversi eccellenti lavori in trio e in piano solo. Uno dei suoi ultimi lavori è questo This Time The Dream’s On Me in piano solo ed è davvero superbo, contenente versioni di famosi brani suonati in modo molto ispirato. Altamente consigliato per l’acquisto.

Vi propongo oggi proprio il brano che dà il titolo al disco.

Buon ascolto.

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This Time The Dream’s On Me

 

 

 

Eric Reed e la tradizione mainstream

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Nativo di Filadelfia e precoce talento pianistico, Eric Reed è stato portato ventenne alla ribalta jazzistica da Wynton Marsalis (nome oggi considerato da certa critica come marchio di  negatività, ma che ha oggettivamente sfornato una lunga serie di talenti) distinguendosi nel suo settetto ad inizio anni ’90. Reed  è fior di pianista che pare avere il torto di muoversi in quell’ambito del modern mainstream da alcuni considerato creativamente defunto o quasi, pur costituendo ancora oggi la colonna portante del jazz. Ha assorbito sin da piccolo un forte tratto Gospel, essendo figlio di un ministro della Chiesa Battista e avendo cantato in un gruppo evangelico chiamato Singers Bay State. Trattasi quindi  della sua primissima influenza musicale, che peraltro è rintracciabile un po’ in tutte le registrazioni della sua già consistente discografia come importante ingrediente del suo pianismo.

Something Beautiful è uno dei suoi più brillanti lavori incisi relativamente di recente (2011) e contiene un set di brani davvero interessante, interpretati in modo molto ispirato. Tra questi si distingue questo Sun Out che vi propongo per l’ascolto e che Reed è andato a pescare tra le composizioni di quel grande sassofonista che è stato Lucky Thompson.

buon ascolto

 

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