La Secret Society di Darcy James Argue

Rintracciare oggi dei musicisti che si esercitino nel jazz in una costante attività in ambito orchestrale è diventata ormai una ricerca simile a quella dei tartufi. Le ragioni le abbiamo già trattate in altri scritti del blog e sono più che altro di ordine economico e di sostenibilità economica, nel senso che sono difficili da gestire e ardue da proporre nei cartelloni dei festival, specie in quelli non aventi grossi budget a disposizione, che sono diventati rari e tra l’altro spesso in mano a direzioni artistiche miopi e poco aggiornate circa il panorama delle migliori proposte in circolazione. Il che, come si può capire, non è certo un bene, se si considera come in ambito di big band storicamente il jazz abbia saputo produrre alcuni tra i più grandi suoi capolavori e forgiato i suoi maggiori improvvisatori.

Darcy James Argue è uno di questi rari ma interessantissimi casi di giovani talentuosi big band leader presenti sulla scena contemporanea del jazz, capace di esibire una proposta musicale molto più che semplicemente stimolante. Egli è già da tempo in attività e noto alla critica specializzata per il suo lavoro compositivo e di direzione con la sua orchestra composta da 18 elementi denominata Secret Society.

Argue è canadese, nato a Vancouver, British Columbia e oggi in grado di rinnovare quella buona tradizione di big band leader canadesi che annovera alcuni storici nomi come ad esempio quelli di Maynard Ferguson e Rob McConnell. Egli h studiato alla McGill University in Montreal dal 1993 al 1998 e nel 2000 si è trasferito negli Stati Uniti per studiare composizione al New England Conservatory of Music con il grande Bob Brookmeyer, abitando dal 2003 a Brooklyn.

Nel 2005, Argue fonda la suddetta Darcy James Argue’s Secret Society, realizzando nel 2009 il suo primo disco in studio intitolato Infernal Machines. L’album catturò l’attenzione immediata della critica specializzata e ricevette una nomination al Grammy Award nella categoria Best Large Jazz Ensemble Album e una Juno Award nomination in Canada nel settore Contemporary Jazz Album of the Year.

Analogo apprezzamento e riscontro ricevettero i due successivi album della Secret Society: Brooklyn Babylon (2013), basato su una performance multimediale creata con la collaborazione della artista figurativa (presa dalla cosiddetta Visual Art) Danijel Zezelj, e il più recente Real Enemies (2016), ispirato all’opera della saggista Kathryn Olmsted, dedicata allo specifico argomento nella storia degli Stati Uniti d’America, dalla Prima guerra mondiale sino agli attentati dell’11 settembre 2001.

Darcy James Argue è stato tra l’altro in cartellone anche in Italia nella stagione 2010-2011 di Aperitivo in Concerto a Milano. Per l’occasione propongo un paio di filmati nei quali potrete apprezzare lo spessore musicale dell’orchestra di Darcy James Argue. Buon ascolto.

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Aaron Diehl Trio Live in Concert

Abbiamo già accennato un paio di volte su questo blog a Aaron Diehl, un eccellente pianista e preparato musicista, che è stato, tra l’altro, al servizio del sommo John Lewis, dal quale ovviamente è stato fortemente influenzato. Diehl è un grande studioso del repertorio jazzistico che sa riproporre in modo ancora fresco e idiomatico, evitando al massimo di produrre delle scialbe “copie” del passato. Inutile dire che musicisti di questo genere vengono per lo più da noi ignorati (a prescindere) da una critica pateticamente avvinghiata su posizioni ideologiche obsolete e ormai completamente fuori contesto storico e culturale e che paiono raggiungere solo l’obiettivo di ridurre il jazz a musica “esclusiva” ascoltata da quattro gatti malamente invecchiati. Tant’è, questo è d’altronde coerente con un paese di vecchi che pensa vecchio e che si rifiuta di guardare avanti. Noi altri invece si prosegue dritti per la nostra strada, cercando di divulgare più buona musica possibile. Suggerisco in particolare di ascoltarsi la sofisticata versione di Shiny Stockings, noto capolavoro compositivo di Frank Foster, intorno al minuto 31.

Buon ascolto e buon fine settimana con l’Aaron Diehl Trio.

Kurt Elling: The Questions -Okeh (2018)

81MuO-yMCOL._SY355_Ho sempre apprezzato il personale canto di Kurt Elling, più che per le doti vocali (che volendo ben vedere non sono poi così eccezionali) soprattutto per un timbro vocale pressoché inconfondibile e riconoscibile dopo poche battute e ancor più per la sua capacità di affrontare il materiale tematico di volta in volta accuratamente scelto e interpretato, dimostrando di essere un  musicista colto e un autentico jazzista, cercando di produrre versioni originali, spesso quasi del tutto riscritte. Questo in particolare nella ricerca delle migliori canzoni popolari, o dei temi presi dal Song americano. Quando invece prende in esame composizioni strumentali del jazz, ne aggiunge appositamente i testi (l’aspetto poetico è in lui da sempre spiccato, riferendosi in particolare al maestro del genere Mark Murphy e più in generale alla grande letteratura americana), o utilizza il metodo di Jon Hendricks (alla cui memoria è dedicato l’album) e del Vocalese, cantando nota per nota interi assoli di grandi jazzisti. Pertanto, potrebbe non essere considerato un vero e proprio cantante, nel senso di come lo sono stati ad esempio Frank Sinatra o Ella Fitzgerald, interpreti esclusivi della canzone dotati entrambi di vocalità pressoché insuperabili. Semplicemente si tratta di qualcosa di più e di diverso di un semplice cantante.

In questo recente The Questions, co-prodotto assieme a Branford Marsalis, Elling conferma tutte le sue migliori doti e di essere cantante di punta di una scena jazz contemporanea che lo vede in realtà protagonista ormai da più di due decenni. Dopo un paio di lavori a mio avviso non all’altezza dei suoi migliori, in questo caso Elling realizza un notevole concept album, dimostrando che i molti premi ricevuti e l’ampio riscontro di pubblico e di critica non ne hanno esaurito la creatività e impigrito l’impegno nella ricerca di temi adatti alle sue originali interpretazioni. Il materiale è infatti preso allargando il campo ben oltre il jazz, il pop afro-americano e il classico Great American Songbook, pescando anche nel folk, nel pop e nel rock americano bianco, come dimostrano i temi presenti di Bob Dylan, Paul Simon e Peter Gabriel. Detto per inciso, quest’ultima pare una precisa tendenza, che va consolidandosi nell’area dei jazzisti americani bianchi (peraltro mai negata anche da musicisti afro-americani, se pensiamo anche solo al country-western di figure storiche come Ray Charles). Basterebbe citare riusciti lavori ad esempio di Bill FrisellBrad Mehldau, John Scofield e Nels Cline per notarlo, il che sembrerebbe indicare che un certo lungo processo di integrazione culturale si sia ormai compiuto e che certe distinzioni di appartenenza etnica, prima ancora che musicali o stilistiche, si siano ormai diluite in una concezione di complessiva “musica americana” e relativa cultura, cui accedere indistintamente a livello di materiale da interpretare.

Il disco affronta il tema della sfida posta dalle incertezze esistenziali degli attuali difficili tempi e le relative profonde preoccupazioni. presentando poetiche ed autorevoli interpretazioni di brani scritti da alcuni dei più influenti compositori della musica americana, tra cui Bob Dylan (A Hard Rain s A-Gonna Fall), Leonard Bernstein (Lonely Town), Rodgers & Hammerstein (I Have Dreamed, interpretato benissimo anche dal già citato Nels Cline), oltre a una potente rivisitazione di American Tune di Paul Simon, con il classico Skylark di Hoagy Carmichael che chiude la registrazione. Si apprezzano anche interessanti nuovi arrangiamenti di composizioni jazz strumentali scelte con notevole gusto e caratterizzate da linee melodiche cantabili e con i testi aggiunti da Elling: si tratta di A Secret in Three Views (adattato a Three Views of a Secret di Jaco Pastorius, uno dei migliori temi scritti in ambito jazz degli ultimi quarant’anni), Endless Lawns di Carla Bley  (originariamente intitolato Lawns) e The Enchantress di Joey Calderazzo. (originariamente chiamato The Lonely Swan).

Elling è ben accompagnato da strumentisti ospiti come Branford Marsalis (sax soprano e tenore), Joey Calderazzo (pianoforte), Marquis Hill (flicorno) e Jeff “Tain” Watts (batteria) che si aggiungono ai musicisti della sua usuale band  comprendente John McLean (chitarra), Stu Mindeman (piano / B3) e Clark Sommers (basso).

Disco tra i migliori della intera discografia di  Kurt Elling.

Riccardo Facchi

Le diverse facce di Eric Reed

Nativo di Philadelphia e precoce talento pianistico, Eric Reed è stato portato ventenne alla ribalta jazzistica da Wynton Marsalis (nome considerato da certa critica sinonimo di bieco tradizionalismo jazzistico, ma che ha oggettivamente saputo sfornare una lunga serie di talenti) distinguendosi nella sua band di inizio anni ’90. Reed è fior di pianista che pare avere, secondo alcuni, il torto di muoversi in un ambito di piena tradizione jazzistica afro-americana, da noi  considerato per lo più creativamente defunto o quasi, pur costituendo ancora oggi la colonna portante del jazz. Ha assorbito sin da piccolo un forte tratto gospel, essendo figlio di un ministro della Chiesa Battista e avendo cantato in un gruppo evangelico chiamato Singers Bay State. Trattasi quindi della sua primissima influenza musicale, che peraltro è rintracciabile un po’ in tutte le registrazioni della sua già consistente discografia come importante ingrediente del suo pianismo. Reed è un pianista versatile e profondo conoscitore della tradizione di appartenenza, non solo pianistica, oltre ad essere un brillante interprete di Monk, come si può apprezzare su alcuni ottimi lavori in discografia e anche nella versione linkata qui sotto di Reflections, tratta da un concerto frncese di qualche anno fa. Buon ascolto.

Gwilym Simcock e la solida tradizione del jazz britannico

Raramente negli ultimi anni un musicista in concerto mi ha sorpreso in positivo tanto da lasciarmi a bocca aperta per il talento dimostrato. Uno di questi è stato il pianista gallese Gwilym Simcock (nato il 24 febbraio 1981). Ho avuto modo di ascoltarlo per la prima volta grazie ad una lodevole iniziativa del Jazz Club Bergamo che organizzò un concerto del pianista nella “Sala Piatti” di Città Alta nel Marzo del 2013 in duo con il contrabbassista  Yuri Goloubev.

A differenza di molti altri improvvisatori europei anche sin troppo strombazzati, specie se di casa ECM, Simcock mostra, come per gran parte del jazz inglese, una naturale predisposizione per il jazz e il suo relativo approccio ritmico, nonostante il suo background culturale e formativo preveda una conoscenza musicale ampia e approfondita di altri generi, come il progressive rock inglese (con particolare riferimento ai King Crimson) e naturalmente la musica classica. Il pianista ha anche una conoscenza approfondita degli standard del jazz, del song americano, ma anche del r&b e del pop afro-americano e perciò non è infrequente trovare nel suo repertorio brani di Stevie Wonder o di George Benson. Notevoli sono anche le sue capacità da compositore e di scrittura anche al di fuori dell’ambito pianistico, come dimostra il progetto sulla musica dei King Crimson preparato per gli amici del Delta Saxophone Quartet, con i quali si è esibito ad Aperitivo in Concerto edizione 2014/15.

Proprio in occasione del concerto sopra citato, ricordo ancora oggi perfettamente come Simcock improvvisò sui due piedi un fuori programma su un If I Were a Bell suggerito dai dieci tocchi serali del campanone di Città Alta, inanellando una serie di chorus di impressionante fantasia e arditezza, lasciando di stucco il pubblico presente in sala.

Dotato di un gran senso dello swing, non così frequente da rilevare nei jazzisti europei, Simcock rivela diverse influenze pianistiche relative ai maestri che ha avuto alla Royal Academy of Music di Londra dove ha potuto studiare con John Taylor e Geoffrey Keezer, ma nelle sue uscite discografiche si rilevano anche forti influenze di Chick Corea e Keith Jarrett. Tuttavia nelle sue fonti musicali non si colgono solo pianisti se si pensa che  un personaggio geniale come Kenny Wheeler, canadese d’origine, ma di adozione inglese, ha giocato un ruolo anche nella sua disposizione alla composizione.

Simcock si è trovato spesso a incidere e suonare con il già citato contrabbassista russo e con il sassofonista Tim Garland, mentre recentemente il suo talento è stato apprezzato da Pat Metheny, che lo ha voluto in tour nel suo quartetto completato da Linda Oh e Antonio Sanchez.

Del pianista ho rintracciato in rete alcuni suoi saggi musicali nei diversi contesti: in trio su uno standard celebre come Cry Me a River, un pezzo in solo piano “spiegato” tratto dal suo notevole Good Days at Schloss Elmau, inciso per la ACT e infine un estratto concertistico con la presenza di Tim Garland su una sua tema intitolato Barber Blues, ispirato al compositore Samuel Barber.

Buon ascolto

Ken Schaphorst, musicista da conoscere

Lo scritto di oggi intende dare visibilità e fornire informazioni su un musicista tanto bravo quanto poco conosciuto, perlomeno in Italia, che risponde al nome di Ken Schaphorst. Egli rappresenta uno dei più brillanti esempi di band leader, compositore e arrangiatore del panorama jazzistico internazionale odierno.
Nato nel 1960 ad Abington, città della Pennsylvania, si diploma in tromba al Conservatorio New England di Boston, uno dei più storici e prestigiosi dell’intero territorio statunitense. Nel 1985 è cofondatore della  Jazz Composers Alliance, associazione no profit che si pone come scopo la ricerca di nuove forme musicali che continuino a basarsi sull’idioma afro-americano. Nel 1991 gli viene assegnato l’ incarico di direttore del dipartimento studi sul jazz presso l’ Università di Appleton, in Wisconsin, che ricoprirà fino al 2001, anno in cui si trasferisce definitivamente a Boston per presiedere il dipartimento jazz del conservatorio New England, lo stesso in cui si diplomò. Nello stesso istituto è, attualmente, anche insegnante di composizione jazz, arrangiamento e dirige la NEC Orchestra, big band degli studenti della scuola.
Mi sono dilungato su queste note per sottolineare quanto l’ aspetto teorico e didattico sia importante per Schaphorst e, forse, è proprio questo aspetto del suo lavoro che, non portandolo ad esibirsi spesso, lo limita nella visibilità pubblica.
Nonostante ciò, nel 1989 fonda la Ken Schaphorst big band, tuttora attiva, con la quale inaugura una attività discografica basata più sulla qualità che sulla quantità. Dal 1989 al 2016, anno dell’ ultima pubblicazione, vengono pubblicati solo sei dischi con questo organico ed uno solo con un inusuale trio.  A nome della big band vengono editi diversi dischi.  Making Lunch (1989), opera prima ma già molto interessante, nella quale si trova già ben presente l’ estetica del leader, basata sul rispetto della tradizione ma con tutti i suoi elementi miscelati in modo abile, sapiente e innovativo.  Il brano di apertura, infatti, sovrappone stilemi diversi e apparentemente poco compatibili, unendo un pianismo stride ad echi di Cecil Taylor, con un impronta ritmica molto tradizionale e sezioni che paiono richiamare lo stile di Count Basie. Tutto ciò è reso compatibile e compatto attraverso una idea molto chiara e convincente di scrittura ed arrangiamento che fa si che la musica non perda mai in logica e non si presenti come una provocazione fine a se stessa.  Gli studi intrapresi nella ” Jazz Composers Alliance” evidentemente hanno trovato un valido sbocco.  Del 1991 è After Blue e del 1994 è When the moon jumps. Nel 1997 viene pubblicato Over the rainbow e nel 1999 Purple, vera e propria opera d’arte edita dall’etichetta Naxos Jazz, in cui gli equilibri fra parti scritte e arrangiate si coniugano con quelle solistiche in modo mirabile.  Si tratta di un disco in cui i brani spesso hanno la struttura di una suite e, dunque, contiene una varietà di atmosfere in continua elaborazione. E’  necessario attendere il 2016 per potere ascoltare una nuova opera di tale compagine: How to say good bye  è il titolo dell’ ultima opera che presenta un tasso qualitativo sempre elevato, ma forse con minore impatto innovativo rispetto alle opere precedenti. Ciò che, comunque, caratterizza ogni lavoro della band di Schaphorts è l’attenzione ai colori e alle dinamiche che, come detto, si uniscono attraverso composizioni interessanti e arrangiamenti utilizzati in modo visionario, ma allo stesso tempo di notevole concretezza, tesi alla ricerca di nuove soluzioni in un ambito rispettoso della tradizione jazzistica. Un altro pregio dell’orchestra è che da essa sono transitati importanti musicisti in fase di maturazione e che qui hanno potuto vivere un’esperienza professionale importante. Il sassofonista Donny McCaslin, il pianista Uri Caine, l’ organista John Medeski, il sassofnista Seamus Blake, il contrabbassista Drew Gress, il chitarrista Brad Shepik sono solo alcuni fra coloro che hanno fatto parte di questo contesto negli anni passati. Attualmente l’ attenzione di Schaphorst, da buon insegnante, è rivolta soprattutto alla NEC Orchestra che, con tale guida, può confrontarsi con progetti dedicati a momenti e musicisti importanti della storia del jazz, contribuendo a far nascere e crescere i nuovi talenti del jazz statunitense. A quando qualche analogo progetto stabile in Italia?

Allegati al presente scritto proponiamo due brani rappresentativi ed esplicativi riguardanti la Big Band e due che si riferiscono al lavoro condotto con la NEC Orchestra. Buon ascolto.

Francesco Barresi

Uri Caine e l’uso del termine “eclettico”

Uno degli aggettivi più utilizzati, persino abusati, per descrivere il jazzista o l’improvvisatore contemporaneo è il termine “eclettico”, ma non di rado lo si è fatto in modo improprio. In un’epoca come la nostra nella quale si assiste a processi di globalizzazione anche in termini culturali e musicali, direi che, almeno in termini di conoscenza e di studio, è difficile oggi trovare un musicista che non abbia nel suo bagaglio cognitivo una molteplicità di generi musicali, il che però non basta certo a definire con un tale appellativo il musicista di turno. Solitamente, almeno nella musica improvvisata, si intende un musicista in possesso di una vasta conoscenza dei generi musicali ai quali è in grado di riferirsi nelle sue esecuzioni con paritaria abilità idiomatica. Direi che da (almeno) gli anni ’70 è difficile rintracciare un improvvisatore, più o meno etichettato come jazzista, che non abbia operato in quel modo e al quale quindi si eviti di affibbiare un tale termine. Il fatto è che ciò potrebbe non bastare a descrivere davvero il musicista eclettico, termine al quale la critica jazz assegna solitamente (o almeno lo faceva un tempo) un’accezione negativa.

Per esempio (tra i tanti citabili), Keith Jarrett parrebbe rientrare perfettamente nei requisiti indicati per utilizzare il termine (ricordo di averlo sentito in un seminario da Giorgio Gaslini, rivolto proprio a Jarrett in termini critici negativi), eppure, come sosteneva giustamente Ian Carr nella sua biografia del pianista, nel suo caso “…si tratta senz’altro di un uso improprio di un termine ormai inflazionato, anche perché sussiste una notevole differenza tra l’avere un’ampia conoscenza di generi musicali diversi, da cui volta per volta si trae quello che serve alla creazione della propria musica, e l’essere eclettico. Un musicista eclettico è paragonabile a una persona che è solo circonferenza e non ha alcun centro, a un magazzino di musica altrui. Jarrett possiede, fin dall’inizio della sua carriera, un centro troppo forte, un’identità troppo potente per giustificare l’uso del termine eclettico“. Questa semmai, almeno per quel che mi riguarda, sembra una descrizione più azzeccata per il nostro Stefano Bollani che per Jarrett. direi il campione degli eclettici, in questo senso.

Anche nel caso del musicista che propongo oggi, si è spesso usato il termine eclettico, forse a ragione, forse a torto, non saprei bene, sulla base di quanto appena scritto. Ditemi voi. So solo che questo concerto che ho rintracciato in rete di Uri Caine in Trio mi sembra particolarmente buono, al di là di possibili categorizzazioni del pianista in un senso o nell’altro e dimostra una proprietà jazzistica e di profonda conoscenza linguistica mica da poco, al di là della  nota molteplicità di influenze e di conoscenze musicali ad ampio spettro mostrata in carriera e nella sua discografia.

Buon ascolto e buon fine settimana.

Kurt Rosenwinkel alle prese con Inner Urge

La triade di chitarristi John Scofield, Bill Frisell e Pat Metheny può essere considerata, in estrema sintesi e con lo sguardo di oggi verso il passato,  la svolta innovativa più importante in ambito di moderna chitarra jazz, rispetto alla scuola precedente, quella dei George Benson, Wes Montgomery e Grant Green, arrivando sino al capostipite Charlie Christian, passando per i vari Kenny Burrell, Barney Kessell, Tal Farlow, Jimmy Raney, (citandone solo alcuni dei tantissimi emersi negli anni ’50).

Lasciando stare per un attimo l’influenza “esterna”, ma non trascurabile,  che hanno esercitato chitarristi provenienti dal mondo del blues e del rock come Jimi Hendrix e Allan Holdsworth, strumentisti di generazioni successive come Kurt Rosenwinkel hanno cercato di sviluppare uno stile personale partendo da una sintesi linguistica molto variegata (dove chitarristi come Scofield e Metheny hanno avuto un peso non indifferente) ma che non hanno dimenticato di riferirsi anche al chitarrismo jazz antecedente alla triade citata. Lo stile di Rosenwinkel è estensivamente influenzato ben oltre il semplice chitarrismo. Distinto da una notevole tecnica sullo strumento, il fraseggio melodico ed il suo approccio all’armonia risentono infatti delle influenze di artisti come George Van Eps, Tal Farlow, Lennie Tristano, John Coltrane e Joe Henderson (con cui ha anche suonato) fino ad arrivare ai citati chitarristi più moderni.

Originario di Filadelfia, Kurt Rosenwinkel è emerso prepotentemente sulla scena della musica improvvisata negli anni Novanta, ma risiede da tempo con la famiglia a Berlino, dove ha esercitato a lungo l’insegnamento al Jazz Institute della capitale tedesca, costituendo un importante punto di riferimento per i giovano chitarristi europei, tra cui anche gli  italiani.

Rosenwinkel si addentrò nel mondo della musica partendo dallo studio del pianoforte, che ha suonato assieme alla chitarra in alcuni dei suoi primi concerti dal vivo, per poi approdare all’età di 12 anni alla chitarra. Ha frequentato la Berklee School of Music per due anni e mezzo prima di abbandonarla per fare dei tour con Gary Burton, uno dei “big” di quella scuola jazzistica. Successivamente, si spostò a Brooklyn dove continuò a maturare e divenne subito uno dei chitarristi di spicco fra quelli della sua generazione suonando anche con Paul Motian’s Electric Bebop Band, Joe Henderson Group, e The Brian Blade Fellowship.

Nel 1995 ha ricevuto il premio “Composer’s Award” dal National Endowment for the Arts e ha firmato con la Verve Records. Da allora ha suonato e registrato sia da leader che da accompagnatore con artisti del calibro di Mark TurnerBrad Mehldau e molti altri. Il suo album del 2005, Deep Song (2005), vede anche la partecipazione di Mehldau e Joshua Redman. Fra i suoi album degni di nota troviamo The Enemies of EnergyThe Next Step ed un più sperimentale HeartcoreNel 2017 è stato pubblicato Caipi, che rappresenta una decisa virata stilistica in cui Rosenwinkel si cimenta anche nel ruolo di cantante e polistrumentista.

A proposito della sua collaborazione con  Joe Henderson (di cui abbiamo accennato anche ieri) , in rete ho rintracciato una sua bella versione di Inner Urge che contiene un lungo solo di chitarra che illustra bene le sue eccellenti qualità di improvvisatore.

La formazione è la seguente: Peter Beets – piano; Kurt Rosenwinkel – guitar; Frans van Geest – double bass ; Joost Patocka – drums

Vijay Iyer Trio live at the Metropolitan Museum of Art

Concludiamo la settimana con la proposizione di un lungo filmato che documenta un concerto live di uno dei pianisti più acclamati nel jazz contemporaneo, ossia Vijay Iyer col suo abituale trio.

Ho avuto modo di ascoltare questa formazione a Bergamo Jazz 2015, se non ricordo male l’edizione. Iyer riscosse un grosso riscontro critico e di pubblico presentando più o meno la musica che si ascolta in questo filmato, legata alla pubblicazione di Break Stuff. Un disco e una musica incentrati, a detta dello stesso pianista, sul valore musicale della pausa (musical breaks). Pur trovandolo un pianista interessante, colto, intelligente (e anche molto attento a come presentarsi sul palco),  non ebbi la stessa impressione entusiasta del pubblico in sala alla fine del concerto, anche se il disco citato è decisamente buono. Ho sempre l’impressione che in Italia si tenda a cercare qualche icona del momento nella quale riconoscersi e da enfatizzare a prescindere, ma probabilmente in questo caso posso anche sbagliarmi, perciò il giudizio personale è sospeso. In ogni caso godiamoci la musica. Il programma dei brani dovrebbe essere il seguente:

01:54 ‘Geese’ 08:16 ‘Break Stuff’ 13:24 ‘Mystery Woman’ 20:28 ‘Libra’ 26:18 ‘Break Stuff (Reprise)’ 30:55 ‘Starlings’ 35:46 ‘Chorale’ 41:13 ‘Work’ 50:22 ‘Our Lives’ 58:58 ‘Hood’ 1:11:00 ‘Taking Flight’ 1:24:19 ‘Countdown’ 1:31:22 ‘Becoming’, mentre la formazione è: Vijay Iyer-piano, Stephan Crump- bass, Marcus Gilmore- drums

Buon fine settimana e buon ascolto.