Medeski, Scofield, Martin & Wood

Non c’è dubbio che viviamo in una epoca in cui il jazz risulta talmente contaminato da altri linguaggi musicali da rischiare persino di non riconoscerne più i contorni, ma questo è un dato di fatto di cui occorre prendere atto, poiché siamo noi a doverci adattare alla musica e non il viceversa, come spesso si pretenderebbe tra le fila degli appassionati del genere. Tuttavia, occorre notare come in realtà le cosiddette “commistioni” linguistiche più riuscite paiono essere quelle meno artificiose, o forzate, ossia quelle tra linguaggi in qualche modo contigui dal punto di vista proprio della provenienza geografica, prima ancora che culturale o etnica. In questo senso la proposta del trio Medeski Martin & Wood, formato da John Medeski (tastiere, organo, pianoforte), Billy Martin (batteria, percussioni) e Chris Wood (basso, contrabbasso), è conforme a questo discorso, nel senso che propone una musica che mescola il jazz, per lo più con r&b, soul, funk e hip-hop, ossia con musiche sostanzialmente appartenenti allo stesso bacino culturale.

Il trio nasce in un quartiere di Brooklyn (N.Y.), chiamato D.U.M.B.O. (Down Under the Manhattan Bridge Overpass) nel 1991 e ad oggi ha già prodotto una discografia ormai prossima alla trentina di titoli.

Wide open: questa è la frase che John Medeski usa per descrivere la sensibilità musicale dei suoi compagni della band, l’atteggiamento che cerca in se stesso e lo spirito di avventura musicale che la formazione ha perseguito per due decenni. L’amalgama del trio è quasi impossibile da classificare (ma è necessario farlo?), il che è proprio come piace a loro. Le escursioni con la tastiera di Medeski, le linee di basso rigide di Chris Wood e il ritmo flessuoso di Billy Martin sono diventati un unico organismo che riesce a generare un groove inesorabile.

I tre, provenienti da diverse parti degli Stati Uniti,  avevano in comune in precedenza un rapporto con il mentore/batterista jazz Bob Moses, il quale per primo portò i suoi protetti Medeski e Wood insieme per una session. Questi due si ritrovarono presto a New York, dove condividevano un appartamento. Lì hanno anche suonato in una serie di impegni di una settimana al Village Gate con vari batteristi, fino a quando capitò loro di suonare con Billy Martin, di cui Moses aveva spesso parlato bene, nonostante non suonasse propriamente jazz. Quando i tre si sono riuniti da Martin a Brooklyn per la loro prima jam session, la chimica è stata immediata e innegabile. “Billy ha iniziato a suonare un ritmo. Chris ha iniziato a suonare una linea di basso. Ho iniziato a suonare. Ed è stata istantaneamente musica “, ricorda Medeski e il 1992 li ha visti così pubblicare il loro album di debutto, Notes From Underground.

Sebbene iniziassero con una più o meno semplice formula jazz per pianoforte-basso-batteria, i tre ampliarono il loro sound con configurazioni insolite. Medeski ha aggiunto il piano elettrico (dotato di pedali di distorsione e altri effetti) l’organo Hammond, Clavinet, Mellotron e altre tastiere. Anche se lo “spirito del jazz”, come a loro piace chiamarlo, è stato sempre presente nei loro viaggi sonori, Medeski Martin & Wood ha conquistato un pubblico consistente che raramente risponde solo alla musica strumentale.

Per il fine settimana propongo un filmato in cui al trio si aggiunge la chitarra di John Scofield, musicista che si trova perfettamente a suo agio con tal genere di proposta, grazie al suo marcato background in ambito blues, r&b e più in generale a una commistione linguistica assai prossima a quella proposta dal trio. Si noti il modo estremamente percussivo di suonare il pianoforte e le tastiere di John Medeski, sottolineando ancora una volta la priorità dell’aspetto ritmico in ambito di musica improvvisata. Buon ascolto e buon fine settimana.

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Snarky Puppy in concerto

Snarky Puppy è una band di Brooklyn guidata dal bassista, compositore, produttore Micheal League. La band si è formata a Denton in Texas nel 2004. Si tratta di un esuberante collettivo strumentale a formazione variabile che agisce trasversalmente ai generi musicali, secondo un concetto di musica improvvisata attualmente molto frequentato. La maggior parte dei membri è stata studente della University of North Texas, dove si sono conosciuti. Vi partecipa una coalizione di quasi 40 musicisti cui poter attingere, ma il nucleo del gruppo è costituito oltre che dal citato leader da: Robert “Sput” Searight, Nate Werth, Larnell Lewis, Shaun Martin, Cory Henry, Justin Stanton, Bill Laurance, Bob Lanzetti, Chris McQueen, Mark Lettieri, Mike Maher e Chris Bullock. Per lo più si tratta di turnisti, o sideman, che nel tempo libero si riuniscono in studio per registrare album senza particolari ambizioni commerciali, ma che evidentemente riescono ad essere apprezzati da pubblico e critica. Hanno infatti pubblicato il loro album di debutto nel 2006 e contano già al loro attivo ben 11 pubblicazioni.

Ho rintracciato in rete un loro concerto tenuto al Java Jazz Festival nel 2014 che allego per l’usuale proposta concertistica di fine settimana.

Buon ascolto

Joshua Redman e Brad Mehldau, ieri e oggi

Torniamo alle vecchie abitudini, proponendo delle registrazioni video di concerti rintracciati in rete per il fine settimana.

Si tratta di due bei concerti presi in due momenti differenti di due tra le più importanti figure presenti sulla scena jazz contemporanea nei rispettivi strumenti e attive già da alcuni decenni. Si tratta dapprima di un bel concerto del quartetto di Joshua Redman con Brad Mehldau al pianoforte registrato al Newport Jazz Festival del 1993, con i due maggiori protagonisti all’epoca ancora giovani talenti (di 24 e 23 anni rispettivamente) peraltro già sulla bocca di tutti. Il gruppo è completato da Brian Blade alla batteria e Christian McBride al contrabbasso, altre due figure di primo piano oggi. il che la dice lunga sulla forza di questo quartetto già all’epoca. Del resto la musica parla chiaro sin dal blues d’esordio dove si suona alla grande e con notevole freschezza da parte di tutti.

Il secondo concerto è invece più recente e in duo, registrato a Marciac nel 2011 e l’ho messo giusto per confrontare l’evoluzione anche nel linguaggio improvvisato dei due musicisti.

Faccio osservare, per inciso, come con la generazione di sassofonisti dell’età di Joshua Redman (e successive generazioni) il linguaggio coltraniano sullo strumento risulti ormai abbondantemente metabolizzato e mescolato con tutta la tradizione sassofonistica antecedente a Coltrane (cosa peraltro già  attuata nei sassofonisti della generazione precedente a quella di Redman, ossia quella di Branford Marsalis, per intenderci, anche se in maniera parziale e meno esplicita). Intendo cioè dire che in qualche modo l’esperienza del cosiddetto “coltranismo” è già storicizzata da un bel pezzo, nonostante buona parte della nostra critica pensi ancora che Coltrane sia oggi l’ultima frontiera del linguaggio sassofonistico contemporaneo. E’ passato mezzo secolo dalla morte di Trane e sarebbe ora di aggiornarsi, confrontandosi con la realtà musicale in atto per quella che è, evitando di rinchiudersi in ghetti di pensiero monolitico, pseudo elitari, fatti passare per situazioni generali e generalizzabili.

Quanto a Brad Mehldau, credo che, onestamente (anche da parte mia, che un tempo mostravo alcune perplessità sul suo conto), bisogna riconoscere che già allora mostrava tutto il suo talento, pienamente jazzistico e che oggi giustamente debba essere considerato tra le figure pianistiche guida del jazz e della musica improvvisata più in generale, tra l’altro perfetto conoscitore di tutta la tradizione jazzistica sin dalle origini, cosa poi non così frequente da riscontrare negli improvvisatori di oggi.

Buon ascolto e buon fine settimana.

Sulla scia di Paul Bley, Keith Jarrett e Andrew Hill

Frank Kimbrough (nato il 2 novembre 1956 a Roxboro, North Carolina) è un pianista di valore, molto interessante,  già da un pezzo sulla scena del jazz contemporaneo e che forse non gode del riscontro di pubblico che meriterebbe. Il suo linguaggio pianistico, decisamente aggiornato, risente di svariate influenze, a partire da quelle di Thelonious Monk e Herbie Nichols, ma si avvertono nei suoi lavori nitidamente quelle più recenti di Paul Bley, Andrew Hill, e Keith Jarrett.

Negli anni Ottanta si è trasferito prima a Washington, DC, per poi andare a New York City pubbicando il suo primo CD nel 1988. Negli anni ’90 si è fatto conoscere tra la critica internazionale e gli appassionati per l’ottimo lavoro prodotto con l’ Herbie Nichols Project assumendone la leadership assieme al contrabbassista Ben Allison. Ha anche lavorato con Joe Locke ed è membro della orchestra diretta dalla compositrice Maria Schneider. Ha già una corposa discografia da leader composta da una ventina di titoli, tra cui il più recente è un lavoro mastodontico di 6 CD dedicato alle composizioni di Thelonious Monk.

Propongo alcuni brani tratti dalla rete relativi a una esibizione dal vivo (in piano solo), due in trio tratti dall’eccellente Solstice (2016) e l’ultimo è un promo contenente una crepuscolare versione di Alabama Song di Kurt Weill parte del CD Meantime (2015), dove il pianista presenta un repertorio molto vario tra Harold Arlen, Andrew Hill e il citato Weill, oltre naturalmente a sue composizioni originali.

Buon ascolto.

Il Trio di Kevin Hays

Kevin Hays (nato il 1 maggio 1968 a New York) è riconosciuto come uno dei pianisti più interessanti della sua generazione. E’ cresciuto a Greenwich, nel Connecticut. Ha iniziato a studiare pianoforte all’età di sei anni e a suonare professionalmente raggiunti i quindici, ritrovandosi due anni dopo nella band del baritonsassofonista Nick Brignola. Dopo aver trascorso un anno alla Manhattan School of Music per perfezionare le sue capacità, ha iniziato a viaggiare negli Stati Uniti, in Giappone e in Europa con varie band, tra cui The Harper Brothers, quella di Benny Golson, di Joe Henderson e di Eddie Gomez.

Nel 1994 ha firmato un contratto con Blue Note, rilasciando tre registrazioni che hanno ricevuto recensioni favorevoli. Seventh Sense (1994), è stato riconosciuto come uno dei “Top 40 Jazz Releases of the Year” da Musician Magazine e Andalucia (1997), con Ron Carter Jack DeJohnette, è stato valutato con quattro stelle dalla rivista DownBeat.

Nel 1995 Sonny Rollins ha invitato Hays a unirsi al suo gruppo, e un anno e mezzo dopo il chitarrista John Scofield lo ha voluto presente nel tour della sua band. Hays ha continuato a esibirsi in tutto il mondo in concerti da solista e come membro del Sangha Quartet, che presentava giovani jazzisti come Seamus Blake (tenore sax), Larry Grenadier (contrabbasso) e Bill Stewart (batteria); con questo quartetto ha registrato Fear of Roaming, dove ha contribuito con cinque composizioni e un arrangiamento.

Tra le molte collaborazioni nella veste di sideman (circa una sessantina), quella per Chris Potter è forse la più significativa, visti i molti lavori discografici cui ha partecipato sin dagli esordi del sassofonista. Nel 2011 ha anche lavorato al progetto Modern Music (Nonesuch), una collaborazione per duo di pianoforti con Brad Mehldau e il compositore Patrick Zimmerli. Il duo ha debuttato in diversi occasioni alla Carnegie Hall e ha svolto tournée negli Stati Uniti, in Europa e in Sud America. Nella classica formazione del trio, si è esibito spesso assieme al bassista Doug Weiss e a Bill Stewart alla batteria.

Il New Day Trio è l’ultimo progetto di Hays con il bassista Rob Jost e il batterista Greg Joseph. La band  enfatizza la componente lirica con una portata musicale che, oltre al jazz, coinvolge la musica classica, blues, soul, folk e rock. L’album di debutto del trio, New Day del 2015 (Sunnyside), ha segnato il ritorno di Hays in studio dopo oltre 3 anni, mentre il successivo, North (Sunnyside, 2016), segna un ritorno al trio di pianoforte acustico.

Propongo un estratto concertistico del precedente trio di Kevin Hays, con Bill Stewart e Doug Weiss e uno del New Day Trio. Buon ascolto e buon fine settimana.

Un norvegese a New York

Vi è una consistente schiera di jazzisti europei (e non solo europei) i quali sono riusciti a dare un impulso decisivo alla loro carriera e affermarsi internazionalmente trasferendosi o, perlomeno, passando un consistente periodo formativo e professionale negli Stati Uniti, con particolare riferimento a New York, considerata da sempre la capitale musicale mondiale, peraltro non solo del jazz.

Lage Lund (nato il 12 Dicembre 1978) è un chitarrista norvegese che rappresenta uno di questi casi. Dopo aver abbandonato il suo sogno di diventare uno skateboarder professionista, Lund concentrò la sua attenzione verso la musica e prese in mano la chitarra all’età di 13 anni. Presto fondò il suo trio esibendosi in concerti locali, e a 16 anni gli fu permesso di iniziare a suonare con una certa regolarità.  L’occasione di una borsa di studio al Berklee College of Music, lo ha portato a trasferirsi a Boston dopo il diploma. Lì ha trovato una grande comunità di musicisti con la quale interloquire musicalmente. Una seconda borsa di studio, stavolta  della Fulbright foundation gli offrì l’opportunità di trasferirsi a New York, dove nel 2003 è entrato alla celebre Juilliard School come primo chitarrista elettrico nella storia della scuola, con conseguimento del diploma nel 2005.

Da allora la presenza di Lund nei club e nei luoghi dedicati al jazz di New York è diventata costante. Allo stesso tempo è diventato un sideman ricercato lavorando con  una varietà di musicisti affermati come Carmen Lundy, Wynton Marsalis, Eric Revis, Seamus Blake e altri ancora. La conquista del primo posto al Thelonious Monk International Jazz Competition del 2005 gli ha permesso di ottenere un riscontro anche al di fuori della Grande Mela, considerato presto come uno dei migliori chitarristi emergenti del jazz, arricchendo le proprie esperienze con Ron Carter, Mulgrew Miller e Maria Schneider.

Lund ha pubblicato il suo primo album solista Early Songs nel 2008 per la Criss Cross, specializzata nel pubblicare i lavori dei migliori talenti emergenti sulla scena newyorkese, seguito da Unlikely Stories nel 2010, seguito nel 2012 da un album dal vivo Four – Live At Smalls prima che arrivassero Foolhardy nel 2013 e Idlewild nel 2015. Ha poi collaborato discograficamente con colleghi di casa Criss Cross come David Sanchez, Matt Brewer, Zach Brock, Will Vinson e Jimmy Greene, tra gli altri.

Dotato di una eccellente tecnica chitarristica e di buone idee, nel suo stile, prossimo ad una sorta di mainstream aggiornato, si coglie la lontana influenza nell’approccio allo strumento di un Jim Hall e quella più prossima di un John Abercrombie, pur mantenendo una sua chiara identità.

Porto qui un esempio estratto da un suo recente concerto in Trio, composto da:

Lage Lund, guitar Jared Henderson, bass Johnathan Blake, drums – Recorded October 4, 2017 at The Red Room at Cafe 939, Berklee

Buon ascolto e buon fine settimana

La Secret Society di Darcy James Argue

Rintracciare oggi dei musicisti che si esercitino nel jazz in una costante attività in ambito orchestrale è diventata ormai una ricerca simile a quella dei tartufi. Le ragioni le abbiamo già trattate in altri scritti del blog e sono più che altro di ordine economico e di sostenibilità economica, nel senso che sono difficili da gestire e ardue da proporre nei cartelloni dei festival, specie in quelli non aventi grossi budget a disposizione, che sono diventati rari e tra l’altro spesso in mano a direzioni artistiche miopi e poco aggiornate circa il panorama delle migliori proposte in circolazione. Il che, come si può capire, non è certo un bene, se si considera come in ambito di big band storicamente il jazz abbia saputo produrre alcuni tra i più grandi suoi capolavori e forgiato i suoi maggiori improvvisatori.

Darcy James Argue è uno di questi rari ma interessantissimi casi di giovani talentuosi big band leader presenti sulla scena contemporanea del jazz, capace di esibire una proposta musicale molto più che semplicemente stimolante. Egli è già da tempo in attività e noto alla critica specializzata per il suo lavoro compositivo e di direzione con la sua orchestra composta da 18 elementi denominata Secret Society.

Argue è canadese, nato a Vancouver, British Columbia e oggi in grado di rinnovare quella buona tradizione di big band leader canadesi che annovera alcuni storici nomi come ad esempio quelli di Maynard Ferguson e Rob McConnell. Egli h studiato alla McGill University in Montreal dal 1993 al 1998 e nel 2000 si è trasferito negli Stati Uniti per studiare composizione al New England Conservatory of Music con il grande Bob Brookmeyer, abitando dal 2003 a Brooklyn.

Nel 2005, Argue fonda la suddetta Darcy James Argue’s Secret Society, realizzando nel 2009 il suo primo disco in studio intitolato Infernal Machines. L’album catturò l’attenzione immediata della critica specializzata e ricevette una nomination al Grammy Award nella categoria Best Large Jazz Ensemble Album e una Juno Award nomination in Canada nel settore Contemporary Jazz Album of the Year.

Analogo apprezzamento e riscontro ricevettero i due successivi album della Secret Society: Brooklyn Babylon (2013), basato su una performance multimediale creata con la collaborazione della artista figurativa (presa dalla cosiddetta Visual Art) Danijel Zezelj, e il più recente Real Enemies (2016), ispirato all’opera della saggista Kathryn Olmsted, dedicata allo specifico argomento nella storia degli Stati Uniti d’America, dalla Prima guerra mondiale sino agli attentati dell’11 settembre 2001.

Darcy James Argue è stato tra l’altro in cartellone anche in Italia nella stagione 2010-2011 di Aperitivo in Concerto a Milano. Per l’occasione propongo un paio di filmati nei quali potrete apprezzare lo spessore musicale dell’orchestra di Darcy James Argue. Buon ascolto.

Aaron Diehl Trio Live in Concert

Abbiamo già accennato un paio di volte su questo blog a Aaron Diehl, un eccellente pianista e preparato musicista, che è stato, tra l’altro, al servizio del sommo John Lewis, dal quale ovviamente è stato fortemente influenzato. Diehl è un grande studioso del repertorio jazzistico che sa riproporre in modo ancora fresco e idiomatico, evitando al massimo di produrre delle scialbe “copie” del passato. Inutile dire che musicisti di questo genere vengono per lo più da noi ignorati (a prescindere) da una critica pateticamente avvinghiata su posizioni ideologiche obsolete e ormai completamente fuori contesto storico e culturale e che paiono raggiungere solo l’obiettivo di ridurre il jazz a musica “esclusiva” ascoltata da quattro gatti malamente invecchiati. Tant’è, questo è d’altronde coerente con un paese di vecchi che pensa vecchio e che si rifiuta di guardare avanti. Noi altri invece si prosegue dritti per la nostra strada, cercando di divulgare più buona musica possibile. Suggerisco in particolare di ascoltarsi la sofisticata versione di Shiny Stockings, noto capolavoro compositivo di Frank Foster, intorno al minuto 31.

Buon ascolto e buon fine settimana con l’Aaron Diehl Trio.

Kurt Elling: The Questions -Okeh (2018)

81MuO-yMCOL._SY355_Ho sempre apprezzato il personale canto di Kurt Elling, più che per le doti vocali (che volendo ben vedere non sono poi così eccezionali) soprattutto per un timbro vocale pressoché inconfondibile e riconoscibile dopo poche battute e ancor più per la sua capacità di affrontare il materiale tematico di volta in volta accuratamente scelto e interpretato, dimostrando di essere un  musicista colto e un autentico jazzista, cercando di produrre versioni originali, spesso quasi del tutto riscritte. Questo in particolare nella ricerca delle migliori canzoni popolari, o dei temi presi dal Song americano. Quando invece prende in esame composizioni strumentali del jazz, ne aggiunge appositamente i testi (l’aspetto poetico è in lui da sempre spiccato, riferendosi in particolare al maestro del genere Mark Murphy e più in generale alla grande letteratura americana), o utilizza il metodo di Jon Hendricks (alla cui memoria è dedicato l’album) e del Vocalese, cantando nota per nota interi assoli di grandi jazzisti. Pertanto, potrebbe non essere considerato un vero e proprio cantante, nel senso di come lo sono stati ad esempio Frank Sinatra o Ella Fitzgerald, interpreti esclusivi della canzone dotati entrambi di vocalità pressoché insuperabili. Semplicemente si tratta di qualcosa di più e di diverso di un semplice cantante.

In questo recente The Questions, co-prodotto assieme a Branford Marsalis, Elling conferma tutte le sue migliori doti e di essere cantante di punta di una scena jazz contemporanea che lo vede in realtà protagonista ormai da più di due decenni. Dopo un paio di lavori a mio avviso non all’altezza dei suoi migliori, in questo caso Elling realizza un notevole concept album, dimostrando che i molti premi ricevuti e l’ampio riscontro di pubblico e di critica non ne hanno esaurito la creatività e impigrito l’impegno nella ricerca di temi adatti alle sue originali interpretazioni. Il materiale è infatti preso allargando il campo ben oltre il jazz, il pop afro-americano e il classico Great American Songbook, pescando anche nel folk, nel pop e nel rock americano bianco, come dimostrano i temi presenti di Bob Dylan, Paul Simon e Peter Gabriel. Detto per inciso, quest’ultima pare una precisa tendenza, che va consolidandosi nell’area dei jazzisti americani bianchi (peraltro mai negata anche da musicisti afro-americani, se pensiamo anche solo al country-western di figure storiche come Ray Charles). Basterebbe citare riusciti lavori ad esempio di Bill FrisellBrad Mehldau, John Scofield e Nels Cline per notarlo, il che sembrerebbe indicare che un certo lungo processo di integrazione culturale si sia ormai compiuto e che certe distinzioni di appartenenza etnica, prima ancora che musicali o stilistiche, si siano ormai diluite in una concezione di complessiva “musica americana” e relativa cultura, cui accedere indistintamente a livello di materiale da interpretare.

Il disco affronta il tema della sfida posta dalle incertezze esistenziali degli attuali difficili tempi e le relative profonde preoccupazioni. presentando poetiche ed autorevoli interpretazioni di brani scritti da alcuni dei più influenti compositori della musica americana, tra cui Bob Dylan (A Hard Rain s A-Gonna Fall), Leonard Bernstein (Lonely Town), Rodgers & Hammerstein (I Have Dreamed, interpretato benissimo anche dal già citato Nels Cline), oltre a una potente rivisitazione di American Tune di Paul Simon, con il classico Skylark di Hoagy Carmichael che chiude la registrazione. Si apprezzano anche interessanti nuovi arrangiamenti di composizioni jazz strumentali scelte con notevole gusto e caratterizzate da linee melodiche cantabili e con i testi aggiunti da Elling: si tratta di A Secret in Three Views (adattato a Three Views of a Secret di Jaco Pastorius, uno dei migliori temi scritti in ambito jazz degli ultimi quarant’anni), Endless Lawns di Carla Bley  (originariamente intitolato Lawns) e The Enchantress di Joey Calderazzo. (originariamente chiamato The Lonely Swan).

Elling è ben accompagnato da strumentisti ospiti come Branford Marsalis (sax soprano e tenore), Joey Calderazzo (pianoforte), Marquis Hill (flicorno) e Jeff “Tain” Watts (batteria) che si aggiungono ai musicisti della sua usuale band  comprendente John McLean (chitarra), Stu Mindeman (piano / B3) e Clark Sommers (basso).

Disco tra i migliori della intera discografia di  Kurt Elling.

Riccardo Facchi

Le diverse facce di Eric Reed

Nativo di Philadelphia e precoce talento pianistico, Eric Reed è stato portato ventenne alla ribalta jazzistica da Wynton Marsalis (nome considerato da certa critica sinonimo di bieco tradizionalismo jazzistico, ma che ha oggettivamente saputo sfornare una lunga serie di talenti) distinguendosi nella sua band di inizio anni ’90. Reed è fior di pianista che pare avere, secondo alcuni, il torto di muoversi in un ambito di piena tradizione jazzistica afro-americana, da noi  considerato per lo più creativamente defunto o quasi, pur costituendo ancora oggi la colonna portante del jazz. Ha assorbito sin da piccolo un forte tratto gospel, essendo figlio di un ministro della Chiesa Battista e avendo cantato in un gruppo evangelico chiamato Singers Bay State. Trattasi quindi della sua primissima influenza musicale, che peraltro è rintracciabile un po’ in tutte le registrazioni della sua già consistente discografia come importante ingrediente del suo pianismo. Reed è un pianista versatile e profondo conoscitore della tradizione di appartenenza, non solo pianistica, oltre ad essere un brillante interprete di Monk, come si può apprezzare su alcuni ottimi lavori in discografia e anche nella versione linkata qui sotto di Reflections, tratta da un concerto frncese di qualche anno fa. Buon ascolto.

Gwilym Simcock e la solida tradizione del jazz britannico

Raramente negli ultimi anni un musicista in concerto mi ha sorpreso in positivo tanto da lasciarmi a bocca aperta per il talento dimostrato. Uno di questi è stato il pianista gallese Gwilym Simcock (nato il 24 febbraio 1981). Ho avuto modo di ascoltarlo per la prima volta grazie ad una lodevole iniziativa del Jazz Club Bergamo che organizzò un concerto del pianista nella “Sala Piatti” di Città Alta nel Marzo del 2013 in duo con il contrabbassista  Yuri Goloubev.

A differenza di molti altri improvvisatori europei anche sin troppo strombazzati, specie se di casa ECM, Simcock mostra, come per gran parte del jazz inglese, una naturale predisposizione per il jazz e il suo relativo approccio ritmico, nonostante il suo background culturale e formativo preveda una conoscenza musicale ampia e approfondita di altri generi, come il progressive rock inglese (con particolare riferimento ai King Crimson) e naturalmente la musica classica. Il pianista ha anche una conoscenza approfondita degli standard del jazz, del song americano, ma anche del r&b e del pop afro-americano e perciò non è infrequente trovare nel suo repertorio brani di Stevie Wonder o di George Benson. Notevoli sono anche le sue capacità da compositore e di scrittura anche al di fuori dell’ambito pianistico, come dimostra il progetto sulla musica dei King Crimson preparato per gli amici del Delta Saxophone Quartet, con i quali si è esibito ad Aperitivo in Concerto edizione 2014/15.

Proprio in occasione del concerto sopra citato, ricordo ancora oggi perfettamente come Simcock improvvisò sui due piedi un fuori programma su un If I Were a Bell suggerito dai dieci tocchi serali del campanone di Città Alta, inanellando una serie di chorus di impressionante fantasia e arditezza, lasciando di stucco il pubblico presente in sala.

Dotato di un gran senso dello swing, non così frequente da rilevare nei jazzisti europei, Simcock rivela diverse influenze pianistiche relative ai maestri che ha avuto alla Royal Academy of Music di Londra dove ha potuto studiare con John Taylor e Geoffrey Keezer, ma nelle sue uscite discografiche si rilevano anche forti influenze di Chick Corea e Keith Jarrett. Tuttavia nelle sue fonti musicali non si colgono solo pianisti se si pensa che  un personaggio geniale come Kenny Wheeler, canadese d’origine, ma di adozione inglese, ha giocato un ruolo anche nella sua disposizione alla composizione.

Simcock si è trovato spesso a incidere e suonare con il già citato contrabbassista russo e con il sassofonista Tim Garland, mentre recentemente il suo talento è stato apprezzato da Pat Metheny, che lo ha voluto in tour nel suo quartetto completato da Linda Oh e Antonio Sanchez.

Del pianista ho rintracciato in rete alcuni suoi saggi musicali nei diversi contesti: in trio su uno standard celebre come Cry Me a River, un pezzo in solo piano “spiegato” tratto dal suo notevole Good Days at Schloss Elmau, inciso per la ACT e infine un estratto concertistico con la presenza di Tim Garland su una sua tema intitolato Barber Blues, ispirato al compositore Samuel Barber.

Buon ascolto

Ken Schaphorst, musicista da conoscere

Lo scritto di oggi intende dare visibilità e fornire informazioni su un musicista tanto bravo quanto poco conosciuto, perlomeno in Italia, che risponde al nome di Ken Schaphorst. Egli rappresenta uno dei più brillanti esempi di band leader, compositore e arrangiatore del panorama jazzistico internazionale odierno.
Nato nel 1960 ad Abington, città della Pennsylvania, si diploma in tromba al Conservatorio New England di Boston, uno dei più storici e prestigiosi dell’intero territorio statunitense. Nel 1985 è cofondatore della  Jazz Composers Alliance, associazione no profit che si pone come scopo la ricerca di nuove forme musicali che continuino a basarsi sull’idioma afro-americano. Nel 1991 gli viene assegnato l’ incarico di direttore del dipartimento studi sul jazz presso l’ Università di Appleton, in Wisconsin, che ricoprirà fino al 2001, anno in cui si trasferisce definitivamente a Boston per presiedere il dipartimento jazz del conservatorio New England, lo stesso in cui si diplomò. Nello stesso istituto è, attualmente, anche insegnante di composizione jazz, arrangiamento e dirige la NEC Orchestra, big band degli studenti della scuola.
Mi sono dilungato su queste note per sottolineare quanto l’ aspetto teorico e didattico sia importante per Schaphorst e, forse, è proprio questo aspetto del suo lavoro che, non portandolo ad esibirsi spesso, lo limita nella visibilità pubblica.
Nonostante ciò, nel 1989 fonda la Ken Schaphorst big band, tuttora attiva, con la quale inaugura una attività discografica basata più sulla qualità che sulla quantità. Dal 1989 al 2016, anno dell’ ultima pubblicazione, vengono pubblicati solo sei dischi con questo organico ed uno solo con un inusuale trio.  A nome della big band vengono editi diversi dischi.  Making Lunch (1989), opera prima ma già molto interessante, nella quale si trova già ben presente l’ estetica del leader, basata sul rispetto della tradizione ma con tutti i suoi elementi miscelati in modo abile, sapiente e innovativo.  Il brano di apertura, infatti, sovrappone stilemi diversi e apparentemente poco compatibili, unendo un pianismo stride ad echi di Cecil Taylor, con un impronta ritmica molto tradizionale e sezioni che paiono richiamare lo stile di Count Basie. Tutto ciò è reso compatibile e compatto attraverso una idea molto chiara e convincente di scrittura ed arrangiamento che fa si che la musica non perda mai in logica e non si presenti come una provocazione fine a se stessa.  Gli studi intrapresi nella ” Jazz Composers Alliance” evidentemente hanno trovato un valido sbocco.  Del 1991 è After Blue e del 1994 è When the moon jumps. Nel 1997 viene pubblicato Over the rainbow e nel 1999 Purple, vera e propria opera d’arte edita dall’etichetta Naxos Jazz, in cui gli equilibri fra parti scritte e arrangiate si coniugano con quelle solistiche in modo mirabile.  Si tratta di un disco in cui i brani spesso hanno la struttura di una suite e, dunque, contiene una varietà di atmosfere in continua elaborazione. E’  necessario attendere il 2016 per potere ascoltare una nuova opera di tale compagine: How to say good bye  è il titolo dell’ ultima opera che presenta un tasso qualitativo sempre elevato, ma forse con minore impatto innovativo rispetto alle opere precedenti. Ciò che, comunque, caratterizza ogni lavoro della band di Schaphorts è l’attenzione ai colori e alle dinamiche che, come detto, si uniscono attraverso composizioni interessanti e arrangiamenti utilizzati in modo visionario, ma allo stesso tempo di notevole concretezza, tesi alla ricerca di nuove soluzioni in un ambito rispettoso della tradizione jazzistica. Un altro pregio dell’orchestra è che da essa sono transitati importanti musicisti in fase di maturazione e che qui hanno potuto vivere un’esperienza professionale importante. Il sassofonista Donny McCaslin, il pianista Uri Caine, l’ organista John Medeski, il sassofnista Seamus Blake, il contrabbassista Drew Gress, il chitarrista Brad Shepik sono solo alcuni fra coloro che hanno fatto parte di questo contesto negli anni passati. Attualmente l’ attenzione di Schaphorst, da buon insegnante, è rivolta soprattutto alla NEC Orchestra che, con tale guida, può confrontarsi con progetti dedicati a momenti e musicisti importanti della storia del jazz, contribuendo a far nascere e crescere i nuovi talenti del jazz statunitense. A quando qualche analogo progetto stabile in Italia?

Allegati al presente scritto proponiamo due brani rappresentativi ed esplicativi riguardanti la Big Band e due che si riferiscono al lavoro condotto con la NEC Orchestra. Buon ascolto.

Francesco Barresi

Uri Caine e l’uso del termine “eclettico”

Uno degli aggettivi più utilizzati, persino abusati, per descrivere il jazzista o l’improvvisatore contemporaneo è il termine “eclettico”, ma non di rado lo si è fatto in modo improprio. In un’epoca come la nostra nella quale si assiste a processi di globalizzazione anche in termini culturali e musicali, direi che, almeno in termini di conoscenza e di studio, è difficile oggi trovare un musicista che non abbia nel suo bagaglio cognitivo una molteplicità di generi musicali, il che però non basta certo a definire con un tale appellativo il musicista di turno. Solitamente, almeno nella musica improvvisata, si intende un musicista in possesso di una vasta conoscenza dei generi musicali ai quali è in grado di riferirsi nelle sue esecuzioni con paritaria abilità idiomatica. Direi che da (almeno) gli anni ’70 è difficile rintracciare un improvvisatore, più o meno etichettato come jazzista, che non abbia operato in quel modo e al quale quindi si eviti di affibbiare un tale termine. Il fatto è che ciò potrebbe non bastare a descrivere davvero il musicista eclettico, termine al quale la critica jazz assegna solitamente (o almeno lo faceva un tempo) un’accezione negativa.

Per esempio (tra i tanti citabili), Keith Jarrett parrebbe rientrare perfettamente nei requisiti indicati per utilizzare il termine (ricordo di averlo sentito in un seminario da Giorgio Gaslini, rivolto proprio a Jarrett in termini critici negativi), eppure, come sosteneva giustamente Ian Carr nella sua biografia del pianista, nel suo caso “…si tratta senz’altro di un uso improprio di un termine ormai inflazionato, anche perché sussiste una notevole differenza tra l’avere un’ampia conoscenza di generi musicali diversi, da cui volta per volta si trae quello che serve alla creazione della propria musica, e l’essere eclettico. Un musicista eclettico è paragonabile a una persona che è solo circonferenza e non ha alcun centro, a un magazzino di musica altrui. Jarrett possiede, fin dall’inizio della sua carriera, un centro troppo forte, un’identità troppo potente per giustificare l’uso del termine eclettico“. Questa semmai, almeno per quel che mi riguarda, sembra una descrizione più azzeccata per il nostro Stefano Bollani che per Jarrett. direi il campione degli eclettici, in questo senso.

Anche nel caso del musicista che propongo oggi, si è spesso usato il termine eclettico, forse a ragione, forse a torto, non saprei bene, sulla base di quanto appena scritto. Ditemi voi. So solo che questo concerto che ho rintracciato in rete di Uri Caine in Trio mi sembra particolarmente buono, al di là di possibili categorizzazioni del pianista in un senso o nell’altro e dimostra una proprietà jazzistica e di profonda conoscenza linguistica mica da poco, al di là della  nota molteplicità di influenze e di conoscenze musicali ad ampio spettro mostrata in carriera e nella sua discografia.

Buon ascolto e buon fine settimana.

Kurt Rosenwinkel alle prese con Inner Urge

La triade di chitarristi John Scofield, Bill Frisell e Pat Metheny può essere considerata, in estrema sintesi e con lo sguardo di oggi verso il passato,  la svolta innovativa più importante in ambito di moderna chitarra jazz, rispetto alla scuola precedente, quella dei George Benson, Wes Montgomery e Grant Green, arrivando sino al capostipite Charlie Christian, passando per i vari Kenny Burrell, Barney Kessell, Tal Farlow, Jimmy Raney, (citandone solo alcuni dei tantissimi emersi negli anni ’50).

Lasciando stare per un attimo l’influenza “esterna”, ma non trascurabile,  che hanno esercitato chitarristi provenienti dal mondo del blues e del rock come Jimi Hendrix e Allan Holdsworth, strumentisti di generazioni successive come Kurt Rosenwinkel hanno cercato di sviluppare uno stile personale partendo da una sintesi linguistica molto variegata (dove chitarristi come Scofield e Metheny hanno avuto un peso non indifferente) ma che non hanno dimenticato di riferirsi anche al chitarrismo jazz antecedente alla triade citata. Lo stile di Rosenwinkel è estensivamente influenzato ben oltre il semplice chitarrismo. Distinto da una notevole tecnica sullo strumento, il fraseggio melodico ed il suo approccio all’armonia risentono infatti delle influenze di artisti come George Van Eps, Tal Farlow, Lennie Tristano, John Coltrane e Joe Henderson (con cui ha anche suonato) fino ad arrivare ai citati chitarristi più moderni.

Originario di Filadelfia, Kurt Rosenwinkel è emerso prepotentemente sulla scena della musica improvvisata negli anni Novanta, ma risiede da tempo con la famiglia a Berlino, dove ha esercitato a lungo l’insegnamento al Jazz Institute della capitale tedesca, costituendo un importante punto di riferimento per i giovano chitarristi europei, tra cui anche gli  italiani.

Rosenwinkel si addentrò nel mondo della musica partendo dallo studio del pianoforte, che ha suonato assieme alla chitarra in alcuni dei suoi primi concerti dal vivo, per poi approdare all’età di 12 anni alla chitarra. Ha frequentato la Berklee School of Music per due anni e mezzo prima di abbandonarla per fare dei tour con Gary Burton, uno dei “big” di quella scuola jazzistica. Successivamente, si spostò a Brooklyn dove continuò a maturare e divenne subito uno dei chitarristi di spicco fra quelli della sua generazione suonando anche con Paul Motian’s Electric Bebop Band, Joe Henderson Group, e The Brian Blade Fellowship.

Nel 1995 ha ricevuto il premio “Composer’s Award” dal National Endowment for the Arts e ha firmato con la Verve Records. Da allora ha suonato e registrato sia da leader che da accompagnatore con artisti del calibro di Mark TurnerBrad Mehldau e molti altri. Il suo album del 2005, Deep Song (2005), vede anche la partecipazione di Mehldau e Joshua Redman. Fra i suoi album degni di nota troviamo The Enemies of EnergyThe Next Step ed un più sperimentale HeartcoreNel 2017 è stato pubblicato Caipi, che rappresenta una decisa virata stilistica in cui Rosenwinkel si cimenta anche nel ruolo di cantante e polistrumentista.

A proposito della sua collaborazione con  Joe Henderson (di cui abbiamo accennato anche ieri) , in rete ho rintracciato una sua bella versione di Inner Urge che contiene un lungo solo di chitarra che illustra bene le sue eccellenti qualità di improvvisatore.

La formazione è la seguente: Peter Beets – piano; Kurt Rosenwinkel – guitar; Frans van Geest – double bass ; Joost Patocka – drums