Aaron Goldberg tra jazz, storia, scienza e filosofia

Acclamato dalla rivista DownBeat e descritto dal New York Times come un “pianista post-bop di gusto e varietà esemplari“, Aaron Goldberg si è fatto conoscere come uno dei pianisti più interessanti del jazz degli ultimi due decenni, sia come bandleader, sia come collaboratore di Joshua Redman, Wynton Marsalis, Kurt Rosenwinkel, Guillermo Klein, Charles Lloyd, Zach Brock ed altri ancora. 

Goldberg è nato a Boston da un biochimico e un’ematologa. Ha iniziato a prendere lezioni di pianoforte a 7 anni e a suonare jazz a 14. A 16 anni ha studiato con il sassofonista Jerry Bergonzi. Si è trasferito a New York City a 17 anni per frequentare la New School for Jazz and Contemporary Music, dedicandosi nelle ore libere a esercitarsi al pianoforte e ad esibirsi nei club della Grande Mela. A fronte dell’insistenza dei suoi genitori nel frequentare un tradizionale college accademico, Goldberg è tornato a Boston un anno dopo per conseguire una laurea in storia e scienze all’Università di Harvard. Con il filosofo Robert Nozick come relatore, Goldberg ha scritto una tesi sulle teorie scientifiche della coscienza e si è laureato magna cum laude. Mentre era uno studente universitario, ha mantenuto viva la fiamma ardente della musica. Ha trascorso molto tempo sia musicalmente che socialmente con i jazzisti del Berklee College of Music e ha continuato a esibirsi al pianoforte, suonando spesso nei locali di Boston e trascorrendo le estati a Manhattan, mantenendo così i legami con la scena jazz di New York. 

Dopo la laurea, nel 1996, Goldberg è tornato stabilmente a New York concentrandosi sulla musica. Tra gli altri, si è esibito con Mark Turner, Gregory Tardy e Betty Carter. Nel 1998, ha formato l’Aaron Goldberg Trio con Reuben Rogers al basso ed Eric Harland alla batteria, pubblicando il loro album di debutto, Turning Point nel 1999. Ha anche iniziato quella che sarebbe diventata una lunga associazione con il sassofonista Joshua Redman. Nel 2001, il trio ha pubblicato un secondo album, Unfolding, tornando poi a New York per esibirsi con musicisti del livello di Nicholas PaytonAl FosterFreddie Hubbard e Stefon Harris. Inoltre, ispirato dalla passione per la musica brasiliana, ha viaggiato frequentemente in Brasile tra il 2000 e il 2002. Nel 2005 è stato in tour in Sud America con Madeleine Peyroux, si è unito alle band di Kurt Rosenwinkel e Wynton Marsalis esibendosi in tutto il mondo come membro della Lincoln Center Jazz Orchestra.

Mentre la sua carriera di pianista prendeva slancio, Goldberg ha continuato ad esplorare i temi della sua tesi di laurea, ottenendo un master in filosofia. Nel 2005 si è iscritto a un programma di master presso la Tufts University, con sede a Medford, Massachusetts, un sobborgo di Boston. Vivendo a New York, ha fatto il pendolare a Boston per le lezioni mentre si destreggiava con Marsalis, Rosenwinkel e la sua band. Ha conseguito un master in Filosofia Analitica nel 2010, ritornando poi a concentrarsi esclusivamente sulla musica. Ha pubblicato un nuovo album, Home, nel 2010, e Bienestan, nel 2011, una collaborazione con il compositore argentino Guillermo Klein. nel 2012 ha registrato un album con Omer Avital e Ali Jackson intitolato col nome dato al Trio: Yes! e lo scorso anno con la stessa formazione ha replicato con Groove du jour.

Nel novembre 2014, è stato pubblicato The Now, un album di dieci tracce con sue composizioni, standard jazz e rielaborazioni di temi brasiliani. Il disco ha ricevuto un significativo plauso dalla critica. Il nostro Francesco Barresi si è occupato di recensire lo scorso anno sul nostro blog il suo ultimo brillante lavoro da leader esclusivo, At the Edge of the World, che ne ha confermato la maturità artistica raggiunta. Di seguito alcuni suoi esempi musicali, sia discografici che concertistici. Buon ascolto.

Alfredo Rodríguez Trio: NPR Music Tiny Desk Concert

Le esibizioni pubbliche al NPR Music Tiny Desk rese disponibili in rete hanno il merito di disegnare un interessante, ampio, quadro delle proposte attualmente presenti sulla scena musicale contemporanea americana.

Oggi proponiamo quella del pianista cubano Alfredo Rodriguez, il quale ben rappresenta, tra gli altri, la grande tradizione pianistica cubana interagente col jazz e la musica improvvisata, attualizzandola, fatta di un trattamento altamente percussivo e tecnico allo strumento, mixato con certo lirismo derivato dalla tradizione romantica europea e gli umori popolari propri della musica cubana e più estensivamente nordamericana.

Rodriguez gode già da alcuni anni di una certa esposizione internazionale, arrivando ad essere apprezzato anche dagli appassionati europei del jazz, che hanno potuto ascoltarlo nell’ambito di alcuni prestigiosi festival europei dedicati alla musica improvvisata. Proprio in occasione di una di queste manifestazioni, il celebre produttore Quincy Jones ha potuto ascoltarlo proponendogli di entrare nel roster dei musicisti gestiti dalla sua agenzia.

Qui lo vediamo esibirsi in compagnia del batterista Michael Olivera e il chitarrista/bassista brasiliano Munir Hossn. Buon ascolto e buon fine settimana.

Dwight Trible: Inspirations (Gondwana Records, 2017)

Dwight Trible è un cantante da tempo presente sulla scena musicale, in grado di rinnovare la grande tradizione vocale africana-americana nella contemporaneità, fatta di una trasversalità stilistica che ormai è diventata prassi per molti. Nato a Cincinnati, Trible si è trasferito a Los Angeles nel 1978 ed è diventato rapidamente parte della scena jazz della metropoli californiana. Ha catturato a suo tempo l’attenzione del pianista/bandleader Horace Tapscott, di cui è diventato direttore vocale per la Horace Tapscott Pan Afrikan Peoples Arkestra, continuando a dirigerla dopo la morte del grande pianista, accaduta nel 1999. Due anni dopo il triste evento, Trible ha pubblicato un tributo a Tapscott (Horace – Elephant Records), di fatto il suo primo album. In carriera ha lavorato con grandi nomi come Bobby Hutcherson, Charles Lloyd Billy Childs, Kenny Burrell, Kenny Garrett, Steve Turre, Harold Land e Harry Belafonte. È stato anche il cantante della band di Pharaoh Sanders (ricordando non a caso il timbro vocale di Leon Thomas).

Seguendo la tradizione del suo mentore Horace Tapscott, Trible non si accontenta di usare la musica solo per intrattenere le persone, sebbene sia un artista eclettico, la usa infatti per riunire le persone, per colmare il divario tra le razze e per guarire le negatività dell’animo umano. Non a caso ha ricevuto diversi premi per i suoi sforzi umanitari. Egli è un cantante jazz che apprezza il senso dell’avventura e la modernità. Oltre ad agire in ambiti sperimentali, ha cantato R&B contemporaneo con LA Reid e Patrice Rushen, registrando anche musica elettronica e hip-hop, come nella sua collaborazione del 2005 con Carlos Nino. La pubblicazione di Living Water nel 2004 è stata la sua svolta in carriera, guadagnandosi una nomination dalla BBC Radio One come Worldwide Album of the Year e una designazione da LA Weekly come Artist of the Year. È tornato alle registrazioni da solista nel 2011, pubblicando un paio di album denominati Cosmic e Duality, quest’ultimo in duo col pianista e bandleader John Beasley. La notorietà di Trible è aumentata notevolmente quando ha cantato come voce solista in The Epic il celebrato album del 2015 di Kamasai Washington.

Questo che stiamo recensendo è il suo primo album per l’etichetta inglese Gondwana Records registrato sulla scia di quel successo in collaborazione col trombettista britannico Matthew Halsall. Il progetto discografico è stato concepito prendendo in esame una scelta di brani molto accurata della tradizione afro-americana, ispirati per lo più a temi spirituali e pacifisti legati all’amore verso Dio ma anche a quello tra gli uomini e le bellezze del mondo, dandone una versione aggiornata e molto convincente. Sicché non deve meravigliare l’ascolto di una rilettura vocale di Dear Lord di John Coltrane abbinata a un classico della musica popolare come What The World Needs Now Is Love di Burt Bacharach, tema scritto sì da un bianco americano (di origine ebrea tedesca), ma affrontato più volte da grandi cantanti e strumentisti neri ed entrato a far parte a pieno titolo della tradizione musicale afro-americana. In questo senso ho trovato strabiliante la versione di un traditional come Deep River, in cui Trible evidenzia tutta la qualità vocale del suo timbro baritonale e una ispirazione spirituale autentica, degna delle grandi interpreti vocali del gospel e dei negro spirtual, dimostrando così di saper trasportare la potenza espressiva legata alla tradizione della musica religiosa nera anche nella contemporaneità.

La voce di Trible domina il disco, capace di rendere fresche anche le versioni di standard come I Love Paris di Cole Porter o Feeling Good di Anthony Newley & Leslie Bricusse, non trascurando anche di affrontare autori afro-americani come Donny Hathaway (Tryin’ Times) e l’arpista Dorothy Ashby (Heaven & Hell). La band a supporto è eccellente permettendo al trombettista Matthew Halsall di prendere buoni assoli a la Chet Baker in What the World Needs Now is Love, I Love Paris, Dear Lord, Deep River e Black Is The Colour Of My True Love’s Hair. La formazione comprende non solo il bel suono della tromba di Halsall, ma anche alcuni dei fidati musicisti del trombettista (padrone di casa Gondwana, etichetta di Manchester, sua città natale) come Taz Modi al piano, Rachel Gladwin all’arpa e Gavin Barras al basso.

Riccardo Facchi

Jeremy Pelt Quintet Live, 2019

Ho avuto modo di ascoltare il quintetto di Jeremy Pelt (in una formazione leggermente diversa da questa che sto per proporre) nell’edizione 2018 di Bergamo Jazz. Si tratta indubbiamente di uno dei migliori trombettisti in circolazione, nella piena tradizione dei vari Lee Morgan, Freddie Hubbard, Miles Davis e Woody Shaw. Tuttavia, non sempre le sue incisioni soddisfano appieno in termini di originalità e idee innovative.

In questo concerto, Pelt presenta buona parte della musica incisa nel suo recente album The Artist (pubblicato nello stesso anno di questa esibizione) ispirata all’eredità artistica lasciata dallo scultore francese Auguste Rodin. Nella suite a cinque movimenti a lui dedicata, il trombettista riflette non solo sulle opere che l’artista ci ha lasciato, ma su come la sua arte avrebbe potuto evolversi se fosse ancora vivo oggi. La sua band attinge ad ogni stile legato alla tradizione musicale di appartenenza: dallo swing e il bop, sino al soul e al rhythm & blues riuscendo a presentare il tutto in termini attualzzati, anche con momenti di delicatezza e senso del colore musicale. Meritano in questo senso attenzione gli interventi solistici del pianista Victor Gould e della vibrafonista Chien Chien Lu. Decisamente un ottimo e interessante lavoro meritevole di ascolto.

La formazione prevede: Jeremy Pelt tromba, Victor Gould piano & fender rhodes, Richie Goods contrabbasso, Chien Chien Lu vibrafono/marimba, Allan Mednard batteria.

Buon ascolto e buon fine settimana con il quintetto di Jeremy Pelt.

Luis Perdomo e i jazzisti di origine latina

Per quanto la radice latin nel jazz sia presente pressoché dalle origini di questa musica, occorre constatare come sulla scena jazz contemporanea siano da tempo presenti diversi importanti musicisti di origine latina, alcuni dei quali divenuti protagonisti assoluti. I nomi da farsi sono parecchi e provenienti da diverse aree della Americhe: tra cubani, domenicani, portoricani, venezuelani etc., si comincia persino a perderne il conto.

Tra questi, si può citare il pianista Luis Perdomo, nato il 19 febbraio 1971 a Caracas, in Venezuela, ma da tempo stabilmente presente sulla scena musicale newyorkese. Perdomo, ormai prossimo ai cinquant’anni, si è distinto discograficamente in pregevoli opere sia da leader (circa una decina, per lo più incisioni della Criss Cross) che da sideman, in particolar modo come collaboratore di uno dei più brillanti compositori e improvvisatori oggi in circolazione, ossia il portoricano Miguel Zenón, essendo stabilmente presente da anni nel suo quartetto.

Il suo stile è profondamente radicato nel moderno pianismo jazz afro-americano, cioè fortemente influenzato da Bud Powell, Oscar Peterson, McCoy Tyner e Herbie Hancock. I primi rudimenti sullo strumento li ha appresi in Venezuela, all’età di 12 anni, dal suo primo insegnante di origine austriaca, Gerry Weil. “La più grande lezione che ho ricevuto da Gerry Weil in Venezuela è stata quella di tenere la mente aperta a tutti i tipi di musica” – ha affermato il pianista, – ma come per tutti i musicisti che poi si sono affermati, Perdomo ha compreso che avrebbe dovuto recarsi a New York City (nel 1993) per potersi realizzare professionalmente. “Essere in un ambiente più competitivo e stimolante è stato un grande cambiamento che ho accolto con favore“. Perdomo ha perciò conseguito una laurea in Musica presso la Manhattan School of Music, dove è stato studente di Harold Danko e in seguito si è laureato con un Master presso il Queens College di New York City, dove ha studiato con il grande Sir Roland Hanna.

Oltre che con Zenón, Perdomo vanta collaborazioni in progetti musicali con Ravi Coltrane, Ray Barretto, David Sanchez, John Patitucci, Dave Douglas, Yosvany Terry, Brian Lynch, Tom Harrell, Henry Threadgill, David Gilmore, David Weiss, Steve Turre e Robin Eubanks, tra gli altri. 

Propongo qualche brano tratto da sue incisioni rintracciate in rete, oltre ad uno spezzone concertistico in solo. Perdomo eccelle sia nell’interpretazione di battuti standard come Almost Like Being in Love nella classica formula del trio, ma, a maggior ragione, si trova a suo agio in formazioni allargate ai fiati, come nel bel brano proposto insieme a Miguel Zenón. Meritano tutti l’ascolto e l’apprezzamento dei lettori.

Marquis Hill Blacktet, live – 2019

Oggi proponiamo un concerto della band di uno dei trombettisti delle ultime leve più acclamati sulla scena della musica improvvisata internazionale. Stiamo parlando di Marquis Hill, trentatrenne afro-americano di Chicago già in bella evidenza da alcuni anni, sia a livello concertistico che discografico. E venuto anche in Italia nell’ambito di Umbria Jazz un paio di volte, nel 2018 come sideman di Kurt Elling e lo scorso anno col suo Blacktet di cui proponiamo oggi un concerto che merita senz’altro l’ascolto dei nostri lettori.

Hill è dotato di uno stile trombettistico e compositivo riconoscibile, il che di questi tempi non è cosa da poco, e propone una musica molto aggiornata, pur essendo ben ancorata alla lunga tradizione storica e linguistica del jazz moderno, ereditando in modo non scontato la lezione del Miles Davis Quintet e dei grandi referenti trombettistici dell’hard bop anni ’50 e ’60, sapendo miscelare con gusto hip hop, elettronica e una sofisticata poliritmia davvero affascinante da ascoltare. La sua band gode tra l’altro della presenza di un altro giovane talento che si sta rapidamente affermando, il vibrafonista Joel Ross, che, come potrete ascoltare, sa dare un notevole contributo al progetto del trombettista.

A questo link potrete ascoltare il concerto.

La formazione completa è la seguente: Braxton Cook sax contralto, Marquis Hill tromba, Junius Paul contrabbasso, Jonathan Pinson batteria, Joel Ross piano & vibrafono. Buon ascolto e buon fine settimana.

L’eccesso di enfasi dei “coccodrilli”

Lo scritto di oggi penso che non farà piacere a molti, e troverà altrettanti in disaccordo, ma questo blog si è sempre distinto per una visione controcorrente rispetto a una narrazione “mainstream” nazionale del jazz abbastanza discutibile, spesso persino artefatta, e anche questa volta non intende venir meno al ruolo che si è dato da osservatore critico del modo con cui questa musica viene maggioritariamente raccontata nel nostro paese.

Questo è sicuramente un anno disgraziato per il mondo della musica e in particolare del jazz, non solo per l’evidente danno economico catastrofico che la pandemia sta causando, ma anche per un susseguirsi di scomparse di grandi figure musicali, solo in parte dovute alle conseguenze nefaste da covid 19. Ultima di queste, è stata quella di Keith Tippett, eccellente musicista inglese, icona del jazz-rock e del prog-rock inglese, che è stato ricordato da più parti alla stregua dei più grandi jazzisti della storia, scomparsi anche recentemente, se non di più.

Devo essere sincero, da appassionato di jazz di vecchia data ho trovato eccessiva l’enfasi attribuita al pur valido musicista inglese, specie se confrontata con quella data alla recente morte di McCoy Tyner, questo sì un musicista che è stato centrale nell’evoluzione linguistica, non solo pianistica, del jazz moderno. Eppure leggendo certi commenti sembrerebbe esattamente il contrario.

Ora, non mi stupisco di certo eccesso di enfasi che proviene da chi ha evidentemente più conoscenza e pratica del rock inglese che del jazz e della sua storia (mi è noto che una buona parte della critica odierna sia passata dal rock al jazz tramite le figure di Miles Davis e John Coltrane, ma che del jazz e della sua lunghissima storia e dei suoi protagonisti conosca in profondità relativamente poco e non perda occasione per dimostrarlo), ma oggettivamente Keith Tippett – e lo dico con tutto il rispetto dovuto – è stata per il jazz una figura di rilievo, ma sostanzialmente marginale.

Mi rendo conto che dire una cosa del genere scandalizzerà le menti di chi è abituato a vivere la musica, e conseguentemente il jazz, come una serie di proprie icone intoccabili, o di figurine di grandi calciatori, dimostrando dal mio punto di vista una maturità di analisi degna di un adolescente zeppo di brufoli, ma questa è come tutte le realtà, una cosa forse spiacevole da affrontare, ma non difficile da argomentare.

Non vorrei tirare in ballo una questione di razzismo – probabilmente eccessivo – o di semplice eurocentrismo, ma da tempo faccio caso al fatto che quando si tratta di enfatizzare il contributo di un afro-americano al jazz, anche di prima grandezza, l’enfasi utilizzata è assai meno gonfiata, a meno che gli stessi siano funzionali a giustificare un qualche indirizzo musicale intrapreso da musicisti europei. Sicché gli sproloqui su Miles Davis e John Coltrane si sprecano (addirittura ho letto più volte che sarebbero importanti in quanto avrebbero pensato volutamente di dare un contributo al rock, ma quando mai?), mentre se si parla di Duke Ellington o Louis Armstrong, che vuoi che sia? Due bonari negri da trattare paternalisticamente, che proponevano poco più che musica di intrattenimento assecondando lo sfruttamento commerciale americano della musica. Mica sono rivoluzionari e sperimentatori degni dell’avanguardia quelli, men che meno degli intellettuali.

Ora, per carità, ciascuno ha il diritto di farsi piacere quel che gli pare, ma non si può arrivare a falsificare la storia della musica, e in questo caso del jazz, a proprio piacimento. Altrimenti poi non ci si può lamentare se in Italia si arriva a proporre per jazz Gino Paoli, Ornella Vanoni, i Kraftwerk o la musica di Casadei, o, perchè no a quel punto, i cori degli alpini, perché quella diventa poi l’inevitabile deriva e conseguenza di certe distorsioni.

Riccardo Facchi

Dave Douglas & Donny McCaslin, Live 2011

Oggi presentiamo questo bel concerto di un quintetto capitanato da Dave Douglas e Donny McCaslin, quest’ultimo uno dei tenorsassofonisti più interessanti emersi negli ultimi due decenni. La musica è estroversa e imbevuta di energia ritmica, con marcati spunti funky. La presenza di basso elettrico e tastiere elettriche potrebbe riportare in qualche modo a ricollegarsi al quintetto di Miles Davis (quello da Miles in The Sky in avanti, per intenderci) in una sua versione contemporanea che non pare comunque ripetere l’errore di altre formazioni di presentarne una sua esausta copia. Entrambi i fiati suonano con il giusto fuoco e adeguata concentrazione. L’ascolto attento dei nostri lettori è suggerito e del tutto meritato.

La sequenza dei brani è la seguente : 1. Energy Generation 2. Moonshine 3. Five Hands Down 4. Creature Theme 5. L.Z.C.M. 6. Prologue 7. Split Personality 8. Memphis Redux

mentre la formazione completa è: Dave Douglas – tromba; Donny McCaslin – sax tenore; Jason Lindner – piano, tastiere, Tim Lefebvre – basso elettrico; Mark Guiliana – batteria.

Buon ascolto e buon fine settimana.

Christian McBride – The Movement Revisited: A musical portrait of four icons (Mack Avenue, 2020)

Questo disco del contrabbassista Christian McBride pubblicato giusto da qualche mese, pare cascare a fagiolo in questo periodo legato mediaticamente alla uccisione di George Floyd, che ha riproposto con forza il tema del razzismo e dei diritti civili per gli afro-americani negli Stati Uniti e non solo, problema di fatto mai risolto.

Si potrebbe dire che McBride ha sfornato nell’occasione una cosiddetta “opera impegnata”, ma il giudizio altamente positivo che sto per dare non deve essere influenzato solo da questo aspetto, peraltro non irrilevante, perché davvero il progetto, lungamente pensato prima della sua definitiva gestazione, presenta momenti riusciti, tra musica e recitativi, estremamente vari, in cui traspare tutto l’orgoglio per la propria cultura musicale – quella afro-americana – nella sua interezza, oltre a riproporre nei testi gli emozionanti discorsi fatti a suo tempo da icone delle battaglie per i diritti civili come Rosa Parks, Malcolm X, Martin Luther King Jr., Muhammad Ali, con l’aggiunta pensata successivamente del Yes We Can di Barack Obama, narrati dalle voci di attori quali Vondie Curtis-Hall, Dion Graham e Wendell Pierce e della celebre poetessa Sonia Sanchez.

Ricapitolando infatti la sequenza degli eventi, si scopre che una versione iniziale di The Movement Revisited: A Musical Portrait of Four Icons risale addirittura al 1998 e pensata all’epoca in quattro movimenti dedicati alle prime quattro personalità sopra citate. Una decina di anni dopo, McBride ha ampliato e riscritto l’album, aggiungendo Barack Obama (il primo presidente nero degli Stati Uniti, giusto eletto nel 2008) all’elenco delle sue icone. L’album è stato poi registrato nel settembre 2013 ma pubblicato solo il 7 febbraio 2020 tramite l’etichetta Mack Avenue. Per registrare il nuovo album, McBride ha coinvolto una big band di 18 elementi, il coro gospel Voices Of The Flame di dieci elementi, due cantanti solisti e quattro narratori. In definitiva, questo è il risultato di 20 anni di preparazione, in cui il contrabbassita esplora temi sociali e civili che si rivelano oggi estremamente attuali, tanto quanto lo erano oltre 50 anni fa.

La musica abbraccia come accennato molti degli elementi caratterizzanti della tradizione musicale afro-americana: dal jazz per big band (con chiari riferimenti al modo di comporre e arrangiare di Duke Ellington e Wynton Marsalis, si ascolti ad esempio l’ultima sezione, Apotheosis; November 4th, 2008) a quello per piccoli gruppi, intrecciati al gospel, al soul (A View from the Mountaintop), al funk e a musiche corali, insieme a passaggi narrati davvero coinvolgenti.

Nelle ampie sezioni narrate, gli attori scandiscono passaggi di discorsi di King, Parks, X e Ali. Wendell Pierce (The Wire, Treme) rappresenta King. Dion Graham (Malcolm X, The Wire) interpreta X, Vondie Curtis-Hall (Chicago Hope, Daredevil) interpreta Ali. L’unico non attore è la poetessa Sonia Sanchez, che interpreta Rosa Parks.

La conferma dell’unitarietà del bacino musicale afro-americano e di come il jazz debba essere vissuto e conosciuto in parallelo al resto della cultura e musica afro-americana e americana. Disco assolutamente da ascoltare.

Riccardo Facchi

Vijay Iyer Sextet – Ojai Music Festival 2017

Oggi propongo un concerto di un gruppo che presenta alcuni dei musicisti più avanzati della scena jazz contemporanea. Un live del 2017 che presentava il progetto del pianista Vijay Iyer denominato Far From Over pubblicato da ECM lo stesso anno. La musica si presenta molto strutturata ma anche in buon equilibrio con le parti improvvisate, molte delle quali di assoluto interesse e che coinvolgono jazzisti di chiara fama come Steve Lehman, Graham Haynes e Mark Shim, oltre a constatare la presenza del polivalente  Tyshawn Sorey alla batteria. La formazione completa è la seguente:

VIJAY IYER SEXTET Vijay Iyer, piano | Stephan Crump, bass | Tyshawn Sorey, drums | Steve Lehman, alto saxophone | Graham Haynes, cornet and flugelhorn | Mark Shim, tenor saxophone.

Buon ascolto e buon fine settimana.

Aaron Diehl piano solo – 2018

Aaron Diehl (di cui abbiamo già parlato altre volte su queste colonne) è uno splendido pianista che si sta dimostrando col tempo uno dei jazzisti più forti tra quelli emersi nelle ultime generazioni. Profondo conoscitore della tradizione, è stato allievo e assistente personale nientemeno che del grande John Lewis, del quale peraltro si sente l’influenza anche in questo concerto, per l’eleganza e il senso del blues manifestati che erano caratteristiche peculiari del grande leader del Modern Jazz Quartet.

Diehl è già venuto in Italia alcune volte, non tante quanto meriterebbe, recentemente al Blue Note di Milano e ancor prima ad Aperitivo in Concerto al Teatrio Manzoni. Ascoltiamolo in questo bel concerto tenuto al Crested Butte Music Festival nel 2018, dove pare ripercorrere la storia del piano jazz. Ne vale la pena.

Buon fine settimana.

Un leader del jazz contemporaneo: Miguel Zenón

Per quel che mi riguarda non ho molti dubbi: Miguel Zenón è un leader assoluto del jazz e della musica improvvisata contemporanea. Uno dei migliori musicisti e compositori in circolazione e certo non da adesso. Peraltro il sassofonista di origine portoricana risulta già essere stato un pluripremiato, tra premi Grammy, Guggenheim e MacArthur Fellowship. Zenón fa parte di quel ristretto gruppo di musicisti che hanno saputo magistralmente bilanciare tradizione e innovazione nella propria musica, sapendo mescolare sapientemente diversi generi e culture musicali, tra cui ovviamente quella propria latino americana di nascita e origine. Non c’è ambito musicale che non abbia già dimostrato di saper affrontare con grande sapienza e abilità, mettendo in evidenza una preparazione e studio approfonditi, ma fatti propri. Oggi il quarantatrenne sassofonista è ampiamente considerabile uno dei musicisti del jazz più influenti e avanzati della sua generazione, sapendo sviluppare tra l’altro una voce strumentale personale e perfettamente riconoscibile.

Nato e cresciuto a San Juan, in Porto Rico, Zenón ha già pubblicato una dozzina di registrazioni da leader, tra cui Yo Soy La Tradición (2018) e Típico (2017), recentemente nominati per il Grammy nonché il suo ultimo Sonero: The Music of Ismael Rivera ( 2019). Come sideman è tra le voci e i compositori più interessanti del SFJAZZ Collective e ha lavorato con nomi del calibro di Charlie Haden, Fred Hersch, Kenny Werner, David Sánchez, Danilo Perez, The Village Vanguard Orchestra, Guillermo Klein & Los Guachos, The Jeff Ballard Trio, Antonio Sanchez, David Gilmore, Brian Lynch, Miles Okazaki, Ray Barreto, Jerry Gonzalez, The Mingus Big Band, Bobby Hutcherson e Steve Coleman.

Come compositore ha prodotto lavori per  SFJAZZ, NYO Jazz, The New York State Council for the Arts, Chamber Music America, Logan Center for The Arts, The Hyde Park Jazz Festival, The John Simon Guggenheim Foundation, MIT, Jazz Reach, Peak Spettacoli, PRISM Quartet e molti altri suoi colleghi. Zenón ha tenuto centinaia di lezioni e masterclass presso istituzioni di tutto il mondo ed è membro permanente della facoltà del Conservatorio di musica del New England. Nel 2011 ha fondato Caravana Cultural, un programma che presenta concerti Jazz gratuiti nelle aree rurali di Puerto Rico.

Lo propongo qui in alcune tracce rintracciate in rete, di cui la prima datata 2009 mostrava già un sassofonista e compositore di primissimo livello, mentre gli altri due sono filmati in studio di registrazione che illustrano due titoli del suo più recente lavoro Sonero: The Music of Ismael Rivera. In tutti emerge la sua dimestichezza con i diversi linguaggi da lui elaborati. Buon ascolto.

Billy Childs feat. by WDR BIG BAND, live – 2018

Di Billy Childs su questo blog abbiamo parlato tempo fa. Si tratta di un pianista, compositore e direttore d’orchestra di primo livello ma da noi poco noto ai più. Vincitore tra l’altro di diversi Grammy Award in diverse categorie, dal 2006 sino al più recente vinto nel 2018 nella categoria Best Jazz Instrumental Album , con Rebirth.

Ve lo propongo per il concerto del fine settimana in una esibizione con la eccellente e collaudata WDR Big band, una delle migliori formazioni orchestrali europee che i jazzisti americani in tournée europea utilizzano spesso con ottimi risultati.

Di seguito riporto il programma del concerto che prevede tra l’altro diversi brani del suddetto disco premiato. Buon ascolto.

01Mount Olympus [0:01] Arrangement: Florian Ross – Soli: Paul Heller(ts), Billy Childs (p) 02Rebirth [06:35] Arrangment: Florian Ross – Soli: Johan Hörlén (ss), Billy Childs (p), Tim Hepburn (tb) 03Stay [15:40] Arrangement: Ansgar Striepens – Solo: Billy Childs (p) 04The Mountains [22:45; 24:26] Arrangement: Billy Childs – Soli: billy Childs (p), Johan Hörlén (as) 05The Cities [34:20] Arrangment: Billy Childs – Soli: Andy Hunter (tb), Ruud Breuls (flh) 06Dance of Shiva [43:35] Arrangment: Ansgar Striepens – Soli: Billy Childs (p), Johan Hörlén (as), Hans Dekker 07Twilight is upon us [55:32] Arrangement: Florian Ross – Soli: Johan Hörlén (as), Billy Childs (p) 08Peace [1:04:52] Composition: Horace Silver – Trio: Billy Childs, John Goldsby, Hans Dekker 09Do You Know my Name [1:16:22] Arrangement: Florian Ross – Soli: Billy Childs (p), Karolina Strassmayer(as), Ludwig Nuss (tb), Paul Shigihara (g)

Terry Lee Carrington + Social Science, NPR Music Tiny Desk Concert

Terry Lee Carrington ha visitato il Tiny Desk con la sua attuale band, Social Science, una collaborazione con il pianista Aaron Parks e il chitarrista Matthew Stevens.

Questa esibizione include musica tratta dal recente album della band, Waiting Game. È musica piena di racconti, groove, eseguita da un gruppo di musicisti affermati che improvvisano, rappano e cantano su motivi strumentali elaborati ma accessibili. Una sintesi di jazz, indie rock e hip-hop, le quattro canzoni che hanno suonato affrontano argomenti di protesta importanti e culturalmente rilevanti: incarcerazione di massa, liberazione collettiva, brutalità della polizia, specie nei confronti degli afro-americani, e genocidio dei nativi americani.

I crediti relativi al filmato sono i seguenti:

  • “Trapped In The American Dream (feat. Kassa Overall)”
  • “Waiting Game (feat. Debo Ray)”
  • “Bells (Ring Loudly) (feat. Malcolm Jamal Warner)”
  • “Purple Mountains (feat. Kokayi)”

I musicisti coinvolti sono:

Terri Lyne Carrington: drums; Kassa Overall: vocals, percussion; Debo Ray: vocals; Malcolm Jamal Warner: vocals; Kokayi: vocals, percussion, effects; Aaron Parks: piano; Matthew Stevens: guitar; Morgan Guerin: bass, saxophone.

Buon ascolto.

Alla scoperta di Camille Thurman

Nella storia del jazz la presenza femminile è sempre stata minoritaria, per quanto più rilevante di quel che si potrebbe pensare in prima istanza, con la ovvia eccezione del settore canto, dove le grandi voci femminili sono sempre state numerose. Negli ultimi decenni c’è stata una autentica esplosione di donne jazziste anche a livello strumentale, persino negli strumenti a fiato come gli ottoni e le ance, solitamente non frequentati dal mondo femminile. Trovare tuttavia una donna in grado di distinguersi sia come cantante che come sassofonista è invece una autentica rarità, ma è oggi incarnata dalla sassofonista, flautista e cantante Camille Thurman. Nata nel Queens, a New York nel 1986, la Thurman ha già maturato diverse esperienze ad alto livello e raccolto diversi riconoscimenti. Nel 2017 ha fatto il suo debutto alla Chesky Records con “Inside the Moment”. Con i veterani del jazz Cecil McBee(basso) Jack Wilkins (chitarra) Steve Williams (batteria) e Jeremy Pelt (tromba), la Thurman è tornata l’anno successivo con un’altra uscita Chesky, “Waiting for the Sunrise”, una raccolta di standard jazz. È attualmente membro della Jazz at Lincoln Center Orchestra, partecipando ai più recenti progetti pensati dal leader Wynton Marsalis.

Come sassofonista i suoi riferimenti prediletti sono quelli di Dexter Gordon e Joe Henderson, mentre come cantante pare ricordare a tratti l’approccio unico di Sarah Vaughan. Sicuramente un bel talento che merita l’attenzione dei nostri lettori. Buon ascolto.