Vijay Iyer Sextet – Ojai Music Festival 2017

Oggi propongo un concerto di un gruppo che presenta alcuni dei musicisti più avanzati della scena jazz contemporanea. Un live del 2017 che presentava il progetto del pianista Vijay Iyer denominato Far From Over pubblicato da ECM lo stesso anno. La musica si presenta molto strutturata ma anche in buon equilibrio con le parti improvvisate, molte delle quali di assoluto interesse e che coinvolgono jazzisti di chiara fama come Steve Lehman, Graham Haynes e Mark Shim, oltre a constatare la presenza del polivalente  Tyshawn Sorey alla batteria. La formazione completa è la seguente:

VIJAY IYER SEXTET Vijay Iyer, piano | Stephan Crump, bass | Tyshawn Sorey, drums | Steve Lehman, alto saxophone | Graham Haynes, cornet and flugelhorn | Mark Shim, tenor saxophone.

Buon ascolto e buon fine settimana.

Aaron Diehl piano solo – 2018

Aaron Diehl (di cui abbiamo già parlato altre volte su queste colonne) è uno splendido pianista che si sta dimostrando col tempo uno dei jazzisti più forti tra quelli emersi nelle ultime generazioni. Profondo conoscitore della tradizione, è stato allievo e assistente personale nientemeno che del grande John Lewis, del quale peraltro si sente l’influenza anche in questo concerto, per l’eleganza e il senso del blues manifestati che erano caratteristiche peculiari del grande leader del Modern Jazz Quartet.

Diehl è già venuto in Italia alcune volte, non tante quanto meriterebbe, recentemente al Blue Note di Milano e ancor prima ad Aperitivo in Concerto al Teatrio Manzoni. Ascoltiamolo in questo bel concerto tenuto al Crested Butte Music Festival nel 2018, dove pare ripercorrere la storia del piano jazz. Ne vale la pena.

Buon fine settimana.

Un leader del jazz contemporaneo: Miguel Zenón

Per quel che mi riguarda non ho molti dubbi: Miguel Zenón è un leader assoluto del jazz e della musica improvvisata contemporanea. Uno dei migliori musicisti e compositori in circolazione e certo non da adesso. Peraltro il sassofonista di origine portoricana risulta già essere stato un pluripremiato, tra premi Grammy, Guggenheim e MacArthur Fellowship. Zenón fa parte di quel ristretto gruppo di musicisti che hanno saputo magistralmente bilanciare tradizione e innovazione nella propria musica, sapendo mescolare sapientemente diversi generi e culture musicali, tra cui ovviamente quella propria latino americana di nascita e origine. Non c’è ambito musicale che non abbia già dimostrato di saper affrontare con grande sapienza e abilità, mettendo in evidenza una preparazione e studio approfonditi, ma fatti propri. Oggi il quarantatrenne sassofonista è ampiamente considerabile uno dei musicisti del jazz più influenti e avanzati della sua generazione, sapendo sviluppare tra l’altro una voce strumentale personale e perfettamente riconoscibile.

Nato e cresciuto a San Juan, in Porto Rico, Zenón ha già pubblicato una dozzina di registrazioni da leader, tra cui Yo Soy La Tradición (2018) e Típico (2017), recentemente nominati per il Grammy nonché il suo ultimo Sonero: The Music of Ismael Rivera ( 2019). Come sideman è tra le voci e i compositori più interessanti del SFJAZZ Collective e ha lavorato con nomi del calibro di Charlie Haden, Fred Hersch, Kenny Werner, David Sánchez, Danilo Perez, The Village Vanguard Orchestra, Guillermo Klein & Los Guachos, The Jeff Ballard Trio, Antonio Sanchez, David Gilmore, Brian Lynch, Miles Okazaki, Ray Barreto, Jerry Gonzalez, The Mingus Big Band, Bobby Hutcherson e Steve Coleman.

Come compositore ha prodotto lavori per  SFJAZZ, NYO Jazz, The New York State Council for the Arts, Chamber Music America, Logan Center for The Arts, The Hyde Park Jazz Festival, The John Simon Guggenheim Foundation, MIT, Jazz Reach, Peak Spettacoli, PRISM Quartet e molti altri suoi colleghi. Zenón ha tenuto centinaia di lezioni e masterclass presso istituzioni di tutto il mondo ed è membro permanente della facoltà del Conservatorio di musica del New England. Nel 2011 ha fondato Caravana Cultural, un programma che presenta concerti Jazz gratuiti nelle aree rurali di Puerto Rico.

Lo propongo qui in alcune tracce rintracciate in rete, di cui la prima datata 2009 mostrava già un sassofonista e compositore di primissimo livello, mentre gli altri due sono filmati in studio di registrazione che illustrano due titoli del suo più recente lavoro Sonero: The Music of Ismael Rivera. In tutti emerge la sua dimestichezza con i diversi linguaggi da lui elaborati. Buon ascolto.

Billy Childs feat. by WDR BIG BAND, live – 2018

Di Billy Childs su questo blog abbiamo parlato tempo fa. Si tratta di un pianista, compositore e direttore d’orchestra di primo livello ma da noi poco noto ai più. Vincitore tra l’altro di diversi Grammy Award in diverse categorie, dal 2006 sino al più recente vinto nel 2018 nella categoria Best Jazz Instrumental Album , con Rebirth.

Ve lo propongo per il concerto del fine settimana in una esibizione con la eccellente e collaudata WDR Big band, una delle migliori formazioni orchestrali europee che i jazzisti americani in tournée europea utilizzano spesso con ottimi risultati.

Di seguito riporto il programma del concerto che prevede tra l’altro diversi brani del suddetto disco premiato. Buon ascolto.

01Mount Olympus [0:01] Arrangement: Florian Ross – Soli: Paul Heller(ts), Billy Childs (p) 02Rebirth [06:35] Arrangment: Florian Ross – Soli: Johan Hörlén (ss), Billy Childs (p), Tim Hepburn (tb) 03Stay [15:40] Arrangement: Ansgar Striepens – Solo: Billy Childs (p) 04The Mountains [22:45; 24:26] Arrangement: Billy Childs – Soli: billy Childs (p), Johan Hörlén (as) 05The Cities [34:20] Arrangment: Billy Childs – Soli: Andy Hunter (tb), Ruud Breuls (flh) 06Dance of Shiva [43:35] Arrangment: Ansgar Striepens – Soli: Billy Childs (p), Johan Hörlén (as), Hans Dekker 07Twilight is upon us [55:32] Arrangement: Florian Ross – Soli: Johan Hörlén (as), Billy Childs (p) 08Peace [1:04:52] Composition: Horace Silver – Trio: Billy Childs, John Goldsby, Hans Dekker 09Do You Know my Name [1:16:22] Arrangement: Florian Ross – Soli: Billy Childs (p), Karolina Strassmayer(as), Ludwig Nuss (tb), Paul Shigihara (g)

Terry Lee Carrington + Social Science, NPR Music Tiny Desk Concert

Terry Lee Carrington ha visitato il Tiny Desk con la sua attuale band, Social Science, una collaborazione con il pianista Aaron Parks e il chitarrista Matthew Stevens.

Questa esibizione include musica tratta dal recente album della band, Waiting Game. È musica piena di racconti, groove, eseguita da un gruppo di musicisti affermati che improvvisano, rappano e cantano su motivi strumentali elaborati ma accessibili. Una sintesi di jazz, indie rock e hip-hop, le quattro canzoni che hanno suonato affrontano argomenti di protesta importanti e culturalmente rilevanti: incarcerazione di massa, liberazione collettiva, brutalità della polizia, specie nei confronti degli afro-americani, e genocidio dei nativi americani.

I crediti relativi al filmato sono i seguenti:

  • “Trapped In The American Dream (feat. Kassa Overall)”
  • “Waiting Game (feat. Debo Ray)”
  • “Bells (Ring Loudly) (feat. Malcolm Jamal Warner)”
  • “Purple Mountains (feat. Kokayi)”

I musicisti coinvolti sono:

Terri Lyne Carrington: drums; Kassa Overall: vocals, percussion; Debo Ray: vocals; Malcolm Jamal Warner: vocals; Kokayi: vocals, percussion, effects; Aaron Parks: piano; Matthew Stevens: guitar; Morgan Guerin: bass, saxophone.

Buon ascolto.

Alla scoperta di Camille Thurman

Nella storia del jazz la presenza femminile è sempre stata minoritaria, per quanto più rilevante di quel che si potrebbe pensare in prima istanza, con la ovvia eccezione del settore canto, dove le grandi voci femminili sono sempre state numerose. Negli ultimi decenni c’è stata una autentica esplosione di donne jazziste anche a livello strumentale, persino negli strumenti a fiato come gli ottoni e le ance, solitamente non frequentati dal mondo femminile. Trovare tuttavia una donna in grado di distinguersi sia come cantante che come sassofonista è invece una autentica rarità, ma è oggi incarnata dalla sassofonista, flautista e cantante Camille Thurman. Nata nel Queens, a New York nel 1986, la Thurman ha già maturato diverse esperienze ad alto livello e raccolto diversi riconoscimenti. Nel 2017 ha fatto il suo debutto alla Chesky Records con “Inside the Moment”. Con i veterani del jazz Cecil McBee(basso) Jack Wilkins (chitarra) Steve Williams (batteria) e Jeremy Pelt (tromba), la Thurman è tornata l’anno successivo con un’altra uscita Chesky, “Waiting for the Sunrise”, una raccolta di standard jazz. È attualmente membro della Jazz at Lincoln Center Orchestra, partecipando ai più recenti progetti pensati dal leader Wynton Marsalis.

Come sassofonista i suoi riferimenti prediletti sono quelli di Dexter Gordon e Joe Henderson, mentre come cantante pare ricordare a tratti l’approccio unico di Sarah Vaughan. Sicuramente un bel talento che merita l’attenzione dei nostri lettori. Buon ascolto.

L’etnomusicologia di Russell Gunn

Russell Gunn, classe. 1971, è un trombettista afro-americano cresciuto a East St. Louis, nell’Illinois e attivo sulla scena contemporanea della musica improvvisata sin dagli anni ’90, quando fu scoperto nel 1993 da Oliver Lake. Gunn è un approfondito conoscitore della grande tradizione trombettistica del jazz moderno (tra le sue influenze si riscontrano quelle della linea che congiunge Miles Davis, Clifford Brown, Donald Byrd, Lee Morgan, Blue Mitchell, Freddie Hubbard e Booker Little, sino ad arrivare a Wynton Marsalis), cercando di aggiornarla proponendo una mescolanza di musiche e ritmi provenienti da diverse aree culturali, introducendo nel suo jazz elementi africani, cubani e brasiliani, oltre a quelli propri africani-americani legati a generi musicali di sua frequentazione sin dall’adolescenza quali hip hop e funk. In questo senso, nella sua discografia spiccano quattro interessanti volumi intitolati Ethnomusicology che tendono, non a caso, a sviluppare questo tema.

Siamo in un ambito mediamente poco apprezzato tra i cosiddetti “puristi” del jazz nostrani, ma, d’altro canto, anche dai propugnatori di un jazz europeo sempre più “de-afroamericanizzato”, per così dire. Tuttavia, la tendenza proposta da Gunn è molto diffusa (per non dire maggioritaria) nelle proposte dei jazzisti afro-americani odierni, che quindi non può essere in alcun modo derubricata, o peggio esclusa, dalla analisi critica della scena musicale contemporanea.

Propongo qui qualche esempio della musica del trombettista rintracciato in rete. Buon ascolto.

Joshua Redman & WDR Big Band live at Moers Jazz Festival, 2019

Joshua Redman è senza dubbio uno dei sassofonisti leader attivi sulla scena jazzistica contemporanea, una riuscita sintesi odierna in forma aggiornata e personale della grande tradizione sassofonistica africana-americana. Lo propongo per il fine settimana in questo filmato che lo vede impegnato in un notevole e avanzato progetto orchestrale realizzato con la WDR big band su composizioni e arrangiamenti di Vince Mendoza. Ascoltate, ne vale la pena.

Jazz at the Lincoln Center Orchestra – Wayne Shorter Music, Live

Che il jazz dopo più di un secolo goda di un suo repertorio dovrebbe ormai essere accettato come normale conseguenza dovuta alla storica presenza di grandi compositori che si sono succeduti nel corso dei decenni. Eppure la cosa è invisa a molti in quanto si ritiene, non propriamente, che il jazz debba sempre “guardare avanti” e che l’affidarsi alla riproposizione di materiale tematico del passato, sia qualcosa in conflitto con l’essenza stessa del jazz. Come tutte le generalizzazioni questo pensiero contiene qualcosa di vero, ma d’altro canto rischia di generare delle superficiali semplificazioni, per non dire delle autentiche distorsioni, relativamente ad una cultura musicale che, per quanto di tradizione orale più che scritta, ha sempre rivelato profondi agganci con il proprio passato. E’ vero che in questo genere di cultura l’attingere al proprio passato dovrebbe essere utile a generare e rigenerare nuova musica, ma è anche vero che non si deve nemmeno arrivare a negarlo, men che meno lo si può richiedere all’intera collettività di africani-americani giustamente orgogliosi della propria cultura. In questo senso il lavoro di riproposizione e di divulgazione jazzistica che Wynton Marsalis sta facendo da anni con la Jazz at The Lincoln Center Orchestra (JLCO) è a nostro avviso meritorio e non comprendiamo perciò le insistite critiche feroci e spropositate verso un così brillante musicista, critiche che, peraltro, paiono rivelare le solite vetuste e fuori contesto motivazioni ideologiche più che concrete ragioni musicali.

Sta di fatto che recentemente Marsalis con la sua JLCO (un’istituzione condotta dal trombettista da circa un trentennio) ha proposto in una riuscitissima veste orchestrale la musica di Wayne Shorter sia in concerto che su disco, con la presenza stessa del compositore e sassofonista in qualità di solista principe. Inutile dire che consideriamo Shorter uno dei più grandi compositori del jazz moderno, visto che lo abbiamo già omaggiato sin dalle prime pubblicazioni di questo blog, dove potrete trovare a questo link il corposo elenco di tutte (o quasi)  le sue composizioni incise su disco. Al di là di quel che pensiamo noi, l’ottantaseienne sassofonista è considerabile uno dei giganti del jazz ancora in vita ed è venerato ai massimi livelli sia dai musicisti che dalla critica internazionale. Wynton Marsalis ha detto di lui: “Wayne Shorter è al livello più alto della nostra musica – non puoi essere più alto di lui. Tutti si sforzano di avere un suono personale. Il suono di Wayne è definitivo.” Come molti di noi sanno, attraverso i suoi primi dischi con Art Blakey e i suoi album da solista Blue Note, il suo ruolo con il quintetto di Miles Davis, la pioneristica band fusion Weather Report, il suo lavoro con Joni Mitchell e il Wayne Shorter Quartet degili ultimi anni, l’influenza di Shorter si è diffusa dappertutto sulla mappa del jazz.

Se non andiamo errati, questa è la prima volta che il sassofonista viene ascoltato nel contesto di un grande ensemble orchestrale. Nonostante l’età e qualche comprensibile incertezza, l’anziano sassofonista riesce a dare ancora una alta prova di sé come improvvisatore originalissimo e dal flusso di idee inarrestabile. Ascoltare per credere.

La JLCO è composta da 15 musicisti di alto livello, con un elenco di possibili 28 sostituti. I musicisti coinvolti in questo concerto dovrebbero essere, oltre a Wayne Shorter – Sax tenore e soprano, Wynton Marsalis, Ryan Kisor, Marcus Printup, Kenny Rampton – trombe; Chris Crenshaw, Elliot Mason, Vincent Gardner – tromboni; Walter Blanding, Victor Goines, Sherman Irby, Ted Nash, Paul Nedzela – alle ance; Dan Nimmer – pianoforte, Carlos Henriquez – contrabbasso e Ali Jackson alla batteria.

Buon ascolto e buon fine settimana.

Ted Nash, Somewhere Else: West Side Story Songs – (Plastic Sax Records, 2019)

R-14230811-1570338298-2533.jpegOggi parliamo dell’ultima opera discografica del sassofonista Ted Nash dedicata, come si evince dal titolo, alle canzoni contenute in uno dei musical per eccellenza, quel West Side Story che, fin dal suo debutto, scrisse un capitolo importante all’interno di questo filone e della musica americana in genere, ispirato alla tragedia Romeo e Giulietta di Shakespeare. Per dare un’ idea del successo che tale opera riscosse immediatamente è sufficiente ricordare che alla sua prima rappresentazione, nel 1957 a Broadway, collezionò 732 repliche e che al debutto europeo di Londra, l’ anno successivo, ne collezionò 1038. Per chi volesse approfondire il tema, suggerisco di andare a leggere l’ autorevole contributo di Gianni Morelenbaum Gualberto che abbiamo postato su questo stesso blog.
Nash è un cinquantanovenne di Los Angeles che, oltre ad essere strumentista di spicco, è in grado di muoversi con disinvoltura in ambiti orchestrali diversi. Da molti anni, ad esempio, è componente fisso della sezione ance della Lincoln Center Orchestra, ma guida e partecipa anche a progetti con combo di formazione ridotta, come quello oggetto della nostra recensione. Si tratta di un musicista che non ha mai raggiunto la visibilità che meriterebbe, si può dire che sia il classico ” musician’s musician”  molto apprezzato dai suoi colleghi, ma colpevolmente un po’ trascurato dalla critica ufficiale, considerata la qualità delle proposte discografiche presentate negli anni.
Una di queste è il trio che ha dato origine al disco in oggetto e che vede protagonisti, oltre alla figura del leader al sax tenore e al clarino, Ben Allison al contrabbasso e Steve Cardenas alla chitarra. Non è la prima opera che vede questa formazione protagonista. La si può trovare infatti anche in Quite Revolution del 2018 e sia Cardenas che, soprattutto, Ben Allison sono due storici collaboratori sassofonista.
A prima vista il tipo di formazione presente nel disco potrebbe indurre ad immaginare un jazz da camera privo di nerbo e con caratteristiche ritmiche deboli dovute all’ assenza di batteria e pianoforte. Non lasciatevi trarre in inganno perché quella presa in considerazione è un’ opera di alta qualità anche sotto questo profilo. La musica che si ascolta è molto rispettosa delle canzoni del musical, ma  ben arrangiata ad uopo della situazione e comunica un impatto non datato, anzi, la musica emana in modo costante freschezza, swing (spero si possa ancora utilizzare questo termine) ed un equilibrio mirabile. La caratteristica, però, che più impressiona è l’interplay esistente fra i tre protagonisti ed è ciò che rende veramente speciale il disco di cui stiamo parlando.  L’empatia che si avverte tra i musicisti è viva e palpabile, rendendo la fruizione coinvolgente e senza cali di tensione. Il risultato offre l’ascolto di un gruppo estremamente coeso in cui ognuno risponde alle sollecitazioni e agli stimoli dei compagni di viaggio, regalando al contenuto musicale una creatività e una immediatezza non sempre facili da rintracciare. Qui ogni cosa fluisce in modo naturale ed esprime la gioia dei tre di partecipare ad un progetto evidentemente condiviso con convinzione.  Il materiale tematico utilizzato sicuramente favorisce il buon risultato e ciò sottolinea come e quanto il patrimonio del grande song americano abbia costituito e costituisca tuttora una importante fonte di ispirazione per la musica afroamericana.

Non cercate questo bel disco nei vari sondaggi e Top Jazz annuali perché non lo troverete, ma potrete qui scoprire molto jazz di alta qualità e senza tempo. Questo è ciò che più conta.

Francesco Barresi

Marc Cary, tra suoni acustici ed elettronici

Marc Cary (nato il 29 gennaio 1967)  è un pianista newyorkese, cresciuto suonando sulla scena musicale di Washington, DC ma trasferitosi poi a New York City. Cary è stato l’accompagnatore di cantanti del livello di Betty Carter e Abbey Lincoln sviluppando uno stile  ritmico influenzato da figure pianistiche quali Randy Weston e McCoy Tyner.

Si è laureato nella prestigiosa Duke Ellington School For The Arts della capitale americana, luogo di formazione anche per nomi come Dave Chappelle, Wallace Roney, Denyce Graves e Meshell Ndegeocello che lo ha preparato ad affrontare la complicata scena musicale della Grande Mela all’età di 21 anni. Il decennio successivo della sua vita lo ha portato a condividere palcoscenici e progetti con Dizzy Gillespie, Arthur Taylor, Carlos Garnett, Jackie McLean, Wynton Marsalis oltre a un’altra figura divina tra le cantanti jazz come Carmen McRae. E’ stato anche accompagnatore preferito da Ndegeocello, Erykah Badu, Lauryn Hill e Ani Di Franco.

Il suo debutto discografico da leader risale al 1995. Da allora Cary ha pubblicato una dozzina di album, molti dei quali negli ultimi anni per Motéma. Tra questi si segnala il bel progetto in piano solo dedicato a Abbey Lincoln (For the Love of Abbey, 2012), mentre altri sono relativi al suo Focus Trio (Four Directions, 2013). Da segnalare anche i suoi lavori fatti con Indigenous People (pubblicati su Jazzateria) e dedicati ai popoli nativi americani, considerando anche il legame tra Cary e quella eredità instillata da sua madre.  Poi c’è la serie in due volumi intitolata Rhodes Ahead, di cui il primo volume del 1999 gli è valso il premio annuale Billboard/BET “Best New Jazz Artist” nel 2000. In entrambi i volumi Cary ha messo in mostra la sua spettacolare capacità come tastierista di intrecciare trame elettroniche in un contesto di improvvisazione molto dinamico, senza sacrificare la complessità musicale. Cary, in effetti, sin da giovane ha armeggiato con l’elettronica. Questo addestramento pratico iniziale lo ha reso poi abile nel ricollegare e riprogrammare alcuni dei suoi dispositivi sonori. Usando sintetizzatori analogici, pedali ed effetti sul Fender Rhodes, ha imparato a manipolare l’elettronica e creare suoni musicali.

Cary rimane uno dei progenitori di certo jazz contemporaneo carico di groove che va per la maggiore. I concerti dal vivo con il vibrafonista Stefon Harris e il suo disco Taiwa con il Focus Trio nel 2006 si sono evoluti in For You in Double Booked di Robert Glasper e in Urbanus dello stesso Harris. Cary è stato anche pianista del gruppo di David Murray, dove lo si può ascoltare in Be My Monster Love (Motéma, 2013)

Cary va considerato uno dei migliori pianisti jazz attivi di New York dove tra l’altro ora dirige le lezioni di improvvisazione jazz alla Manhattan School of Music e alla Juilliard School. Qui sotto propongo alcune tracce esemplari a corredo dello scritto: la prima in piano solo su un pezzo famoso della Lincoln, il secondo con il Focus Trio, il terzo un concerto completo in cui si cimenta anche con l’elettronica. Buon ascolto.

Gwilym Simcock: Near and Now (ACT – 2019)

Gwilym-Simcock-300x270In un certo senso e se ci si pensa bene, l’idea di Brexit, cioè del distacco della Gran Bretagna dal resto dell’Unione Europea che proprio in questi giorni si sta realizzando, non è un semplice fatto politico-economico, ma lo è a maggior ragione dal punto di vista storico-culturale (e per certi versi persino geografico se si pensa semplicemente al fatto che si sta parlando di un’isola separata fisicamente dal continente europeo dal braccio di mare della Manica). Basti considerare anche solo i legami che i britannici hanno sempre avuto con gli Stati Uniti, assai più stretti e certo non così reciprocamente contrapposti (per non dire conflittuali) come quelli che l’Europa a trazione tedesca manifesta oggi sempre più nitidamente. Qualcosa del genere si riscontra peraltro anche nell’ ambito di nostro interesse, ossia quello della musica improvvisata, dove la tradizione della musica inglese è ed è sempre stata molto prossima alla cultura musicale americana nelle sue molteplici sfaccettature, mentre invece il resto dell’Europa ha cercato e cerca di affrancarsi da quella cultura musicale proponendosi (o forse sarebbe meglio dire cercando di proporsi) in una propria idea di musica improvvisata dai contorni sempre più distanti e distinti da quella fonte genericamente (e un po’ sprezzantemente, aggiungerei) categorizzata come “mainstream jazzistico americano”.

Non è un caso perciò constatare come un talento europeo tra i più interessanti presenti sulla scena musicale  – peraltro già abbondantemente notato dai più avveduti in questi primi decenni del nuovo secolo – come il pianista gallese Gwilym Simcock venga così poco considerato da critica e pubblico continentale europeo. Come non è probabilmente un caso constatare come la sin troppo acclamata ECM di Manfred Eicher, nota per mettere sotto contratto i migliori talenti pianistici in circolazione non prenda nemmeno in considerazione il suo nominativo. In questo senso la controparte tedesca ACT  parrebbe avere idee più aperte e meno rigide dal punto di vista della imposizione di una precisa visione estetica ai musicisti che incidono per la propria etichetta. E’ peraltro non una grande scoperta osservare come il produttore tedesco abbia sostanzialmente in uggia il mainstream americano (non ne ha mai fatto mistero) puntando su una produzione europea più a trazione germanico-nordica, o comunque anche nel caso di artisti americani abbastanza depurata da preponderanti influenze americane. In tal senso la prossimità con tale mondo musicale (ma non solo quello ovviamente) di Simcock certo non lo aiuta a essere preso in considerazione. Per quel che ci può riguardare troviamo ad esempio Simcock un talento pianistico e compositivo più interessante di quello dei pur validi Tigran Hamasyan (che incide per ECM) o del tedesco Michael Wollny, tanto per dare qualche riferimento attinente al discorso fatto.

Forse non lo ha aiutato anche la sua recente esperienza con il gruppo di Pat Metheny, cui non si perdona sostanzialmente il successo commerciale ottenuto in carriera dal suo PMG, sta di fatto che anche in questo Near and Now (seconda opera in piano solo per la ACT dopo il brillante esordio del 2011 intitolato Good Days at Schloss Elmau) si constatano chiaramente profonde influenze americane, sia bianche che nere, sul pianista gallese, con particolare riferimento nello specifico ambito nel mondo del piano solo improvvisato jarrettiano (ma anche a quello a lui più prossimo di un John Taylor, a dire il vero, e al mondo del rock progressivo inglese, avendo lui collaborato agli inizi di carriera con Bill Bruford dei King Crimson) evidenziando una idea di musica improvvisata spiccatamente ritmica (Simcock non ha problemi di sorta con lo swing, gli standard e il linguaggio jazzistico più idiomatico, a differenza di molti altri improvvisatori odierni europei). 

Il disco è stato registrato in casa a Berlino, su una Steinway B di recente acquisizione (ricostruito su misura, e originariamente risalente al 1900 circa). La scaletta dei brani, tutti di sua composizione, è ben congeniata, dove l’apertura e chiusura del progetto discografico sono pensate in tre parti, intitolate rispettivamente Beautiful Is Our Moment (con dedica al pianista e compositore californiano Billy Childs) e Many Worlds Away (dedicata al brasiliano Egberto Gismonti). Gli altri tre brani rivelano anch’essi uno sguardo internazionale del pianista alle musiche improvvisate, con Before The Elegant Hour ispirata a Brad Mehldau e You’re my You dedicata al pianista Les Chisnall, sorta di mentore di Simcock ai tempi formativi trascorsi a Manchester. Infine Inveraray Air si riferisce al pianista e tastierista Russell Ferrante, degli Yellowjackets. Una prova solistica di tutto rispetto nella quale il pianista britannico ci invita a esplorare le molteplici fonti musicali che lo ispirano filtrate dalla sua personale sensibilità artistica.

Riccardo Facchi

Moonchild: Tiny Desk Concert

Moonchild è un trio  di Los Angeles che qui si presenta insieme a tre cantanti di sottofondo e un batterista. La cantante Amber Navran assieme a Max Bryk e Andris Mattson si sono uniti nel 2012 all’Università della California del Sud, producendo presto il loro album di debutto, Be Free. Recentemente hanno già pubblicato il loro quarto album, Little Ghost, intrecciando in modo intelligente jazz, R&B e hip-hop a supporto della sottile voce di Amber Navran.

In questo breve set che vi propongo, presentano una musica fatta di ricette semplici ma efficaci, con un soffice sound di sottofondo alla voce molto “bianca americana”, per così dire, della Navran, ottenendo un buon relax ritmico. L’efficacia del sound è ottenuta qui anche grazie all’utilizzo di flauti, flicorni, sassofoni, tastiere, ukulele e del coro di accompagnamento dei tre cantanti.

Buon ascolto e buon fine settimana.

The Comet Is Coming: NPR Music Tiny Desk Concert

La scena britannica della musica improvvisata è da sempre una delle più interessanti a livello europeo, ma da alcuni anni è protagonista in ambito contemporaneo internazionale. Tra i gruppi attivi più in vista, c’è senz’altro la formazione denominata The Comet is Coming, un trio strumentale, costituito dal sassofonista Shabaka Hutchings (alias King Shabaka), dal tastierista Dan Leavers (alias Danalogue) e dal batterista Max Hallett, che presenta una musica molto contaminata e proposta in modo ritmicamente energico, con l’utilizzo timbrico dell’elettronica e l’uso del riverbero. Il sassofonista è di chiara influenza coltraniana e suona nel concerto che sto per proporvi con una sonorità molto abrasiva.

Il trio costringe gli amanti del jazz fuori dalla loro zona di comfort e in un regno musicale tutto da esplorare. Insomma, qualcosa di diverso da ciò che usualmente proponiamo su questo blog. Buon ascolto e buon fine settimana pre natalizio.

Scott Robinson: Tenormore (Arbors, 2019)

R-13411950-1553713011-4145.jpegNon è mia abitudine partecipare a sondaggi o classifiche sui migliori dischi jazz dell’anno, per varie ragioni, tra cui anche l’assenza di un quadro pur minimo delle uscite più recenti, ma se dovessi quest’anno fare una nomination probabilmente punterei su questo disco di Scott Robinson dedicato tutto al sax tenore, probabilmente lo strumento da lui più amato (è stato anche il suo primo acquisto, nel 1975) tra la moltitudine di strumenti che il sessantenne polistrumentista americano utilizza e sa suonare perfettamente, non solo tra le ance. Un musicista in grado di suonare in qualsiasi contesto, dal jazz classico all’avanguardia, come dimostra la sua lunga lista di collaborazioni discografiche (Robinson è apparso in oltre 275 uscite in LP e CD, di cui 20 sotto la sua guida, con musicisti come Frank Wess, Roscoe Mitchell, Ruby Braff, Joe Lovano, Ron Carter, Paquito D’Rivera, David Bowie, Maria Schneider, Rufus Reid, Buck Clayton, Bob Mintzer, Frank Kimbrough, etc.) e dotato di una conoscenza profonda e pratica del linguaggio jazzistico in tutte le sue sfaccettature. Un musicista di gran spessore, poco conosciuto in Italia, ma stimatissimo negli Stati Uniti e che dovrebbe essere preso in grande considerazione dai direttori artistici delle manifestazioni nazionali dedicate al jazz, dove invece si preferisce proporre ad un pubblico sempre più invecchiato ed annoiato ripetitivi cartelloni privi di un benché minimo barlume di acume e fantasia organizzativa.

Sta di fatto che per dischi come questo diventa quasi inutile stare a descriverli a parole. Questo Tenormore si deve solo ascoltarlo tutto di un fiato, presentando tra l’altro una lista di brani molto variegata tra noti standard (l’iniziale And I Love Her eseguito in solo, The Good Life, Put On A Happy Face e una brillantissima versione ritmata di The Nearness of You) e proprie composizioni tra cui spiccano, oltre al brano eponimo, Tenor Eleven, un anomalo blues in 11 battute, lo swingante Tenor Twelve, The Weaver, che mette in luce tutto il quartetto completato dalla pianista/organista Helen Sung, il bassista Martin Wind e il batterista Dennis Mackrel, con l’aggiunta solo in questa traccia del flauto di Sharon Robinson.

Riccardo Facchi