Warren Wolf alle prese con Corea

Warren Wolf (del 1979) è uno splendido vibrafonista di Baltimora (ma ha suonato anche piano e batteria) emerso nell’ultimo decennio come uno dei più interessanti improvvisatori afro-americani presenti sulla scena del jazz.

Wolf ha alle spalle seri studi di musica classica. Dopo la laurea alla Baltimore School for the Arts nel giugno del 1997, si iscrive al Berklee College of Music di Boston, studiando  con il vibrafonista Dave Samuels per sette degli otto semestri di corso. Durante il suo tempo al Berklee, Wolf ha iniziato ad esplorare più in profondità il linguaggio del jazz assieme a musicisti come Jeremy Pelt, John Lamkin, Darren Barrett, Wayne Escoffery, Richard Johnson, Kendrick Scott, Walter Smith, Jason Palmer, Rashawn Ross e molti altri.  In seguito alla laurea al Berklee ottenuta nel maggio del 2001, Wolf si è proposto come musicista attivo sulla scena locale di Boston, diventando a sua volta insegnante di vibrafono e batteria. Dopo due anni di insegnamento presso il Berklee College of Music, è tornato a Baltimora per diventare un musicista a tempo pieno.

Wolf ha già prodotto diverse registrazioni da leader e, in particolare, le ultime per l’etichetta Mack Avanue, nell’ordine Warren Wolf (2011), Wolfgang (2013) e il recentissimo Convergence (2016), mostrano un leader e un solista di primissimo livello, ma è anche diventato membro del SF Jazz Collective (in sostituzione di Stefon Harris), una brillante formazione che abbiamo potuto apprezzare nell’ultima (in tutti i sensi) stagione di concerti ad Aperitivo in Concerto a Milano e che costituisce una sorta di Jazz Messengers del XXI secolo.

La sua predilezione per la tecnica a due tamponi indica certamente una preponderanza di influenza sulla linea storica Lionel Hampton-Milt JacksonBobby Hutcherson, tuttavia lo stesso Wolf ha avuto modo di precisare la sua grande ammirazione per lo stile a quattro tamponi di Gary Burton, che non l’ha lasciato certo indifferente (da notare che Burton è stato uno degli insegnati a Berklee).

Ne dà prova brillante in questo video che ho rintracciato in rete dove suona Señor Mouse di Chick Corea, brano spesso suonato dal pianista in coppia proprio con Gary Burton. Wolf mostra di suonarlo benissimo e da par suo con la tecnica a due tamponi.

Musicista (assieme a parecchi altri) che meriterebbe di essere ascoltato più spesso nel purtroppo asfittico, vergognosamente chiuso e noiosamente ripetitivo panorama concertistico italiano dedicato al jazz, diventato più che un linguaggio musicale una etichetta ormai privata del suo profondo significato, bistrattata e utilizzata a proprio piacimento da chicchessia.

Buon ascolto

Ricordando con Avishai Cohen

Il contrabbassista Avishai Cohen (da non confondersi nemmeno per parentela con l’omonimo trombettista), è nato a Kabri, Israele il 20 Aprile 1970 ed è uno dei jazzisti israeliani da tempo attivi più conosciuti a livello internazionale. E’ cresciuto in una famiglia multiculturale le cui radici sono rintracciabili in Spagna, Grecia e Polonia. In casa la musica era sempre nell’aria, con l’ascolto di musica classica e tradizionale ebraica. Cohen ha cominciato con la musica all’età di nove anni, iniziando a suonare il pianoforte. Dopo essersi trasferito a St. Louis, Missouri con la sua famiglia a quattordici anni, ha continuato a studiare il pianoforte iniziando anche a suonare il contrabbasso. La passione in particolare per lo strumento elettrico si è diffusa su di lui quando il suo insegnante gli ha fatto conoscere la musica di Jaco Pastorius. Tornato temporaneamente in Israele, all’età di 22 anni e dopo aver servito per due anni in una banda militare, nel gennaio 1992 Cohen decide di fare un grande passo, trasferendosi a New York City. Lo spostamento verso la ‘Grande Mela’ è stata una decisione difficile sul piano emotivo e professionale. I primi tempi, come per altri giovani israeliani trasferitesi a New York, sono stati duri e difficili, obbligandolo a esecuzioni per le strade e a lavori nel settore delle costruzioni per tirare avanti. Ha studiato presso la New School di New York City con artisti del calibro di Brad Mehldau e ha avuto modo di effettuare le sue prime registrazioni per il trio del pianista panamense Danilo Perez, documentando il ruolo fondamentale che la musica latina ha giocato in quei suoi primi anni a New York. 

Nel 1997 una chiamata da Chick Corea gli cambia del tutto la carriera, dopo aver passato a uno degli amici del grande pianista un demo senza particolari speranze di essere notato. Diversamente dalle scarse aspettative, Corea dimostrò invece di apprezzare molto, a tal punto da chiamarlo un paio di settimane più tardi, ingaggiandolo come membro del suo nuovo trio e nel ruolo di co-fondatore del gruppo, “Origin”. Non a caso, il disco Past,Present & Futures rilanciò all’inizio del nuovo millennio Chick Corea come uno dei protagonisti assoluti del piano jazz trio, in un periodo tra l’altro dominato dallo Standard Trio di Keith Jarrett, producendo una delle migliori opere relativamente più recenti in tale ambito formale. Per oltre sei anni Avishai è diventato parte integrante della musica di Corea e ha ricevuto l’opportunità di affinare le sue abilità come bassista e compositore e plasmare la sua musicalità.

Da lì, Cohen ha preso l’abbrivio per cominciare a produrre suoi lavori da leader con la pubblicazione di ben quattro album: Adama (1998), Devotion (1999), Colours (2000) e Unity (2001) sono stati rilasciati per l’etichetta di Corea Stretch / Concord Records, già delinenando le peculiarità  della sua musica con la presenza di forti influenze mediterranee e latine. La fama del contrabbassista è andata poi progressivamente aumentando, avendo modo di partecipare a numerose manifestazioni concertistiche internazionali e arrivando a registrare dal 2003 ad oggi circa una dozzina di altri progetti discografici.

Per l’ascolto odierno propongo forse il suo brano più noto e spesso suonato come bis ai concerti, tratto da At Home (2004). Si tratta di Remembering, una ballata evocativa eseguita con il suo trio in compagnia di Sam Barsh al piano e Mark Guiliana alla batteria.

Buon ascolto

L’ampia visione di Peter Evans

Peter Evans è un trombettista e improvvisatore/compositore con base a New York City dal 2003 molto capace e assai considerato dalla critica specializzata. Egli fa parte oggi di quei musicisti e improvvisatori  della scena musicale contemporanea caratterizzati da un marcato eclettismo stilistico, capace cioè di passare da un ambito all’altro con grande abilità di adattamento idiomatico: dalla classica al jazz, dalla contemporanea alla sperimentazione linguistica in ambito improvvisato, dalla tradizione jazzistica alle istanze più avanzate.

Musicisti di questo genere sono particolarmente prediletti dalla critica odierna più “cool” (si fa per dire), specie quando si elaborano progetti musicali nei quali, a mio modo di vedere, si schiaccia l’occhiolino a certa “contemporanea” (ma di almeno mezzo secolo fa) o a un concetto di libera improvvisazione e cosiddetta “avanguardia” jazzistica (anche questa proiettata ormai verso il mezzo secolo di esistenza), per inserirsi nella quale a volte pare basti emettere qualche “pernacchietta” o suono stridulo dal proprio strumento, facendo così andare in brodo di giuggiole il “vero” intenditore, che evidentemente si sente intellettualmente gratificato solo quando viene martellato sugli zebedei in modo semi-esclusivo. Sono molto meno amati, se invece dimostrano di sapersi muovere e apprezzare in contesti jazzisti pregiudizialmente valutati  “più tradizionali”. In quel caso si lascia correre, come se si trattasse di un incidente di percorso del musicista in gioco.

Al di là della mia immancabile (ma motivata) considerazione polemica, il fatto è che Peter Evans sa suonare di tutto e parecchio bene, essendo fior di strumentista (di impostazione basilarmente accademica, direi, sentendo l’emissione del timbro della sua tromba) e improvvisatore, distinguendosi pure per un eclettismo musicale (non superficiale) che in ambito di trombettismo jazz potrebbe richiamare come capostipite (spero di non far inorridire qualcuno nel farne il nome, ormai un vero e proprio tabù per la critica nostrana) il più volte deplorato Wynton Marsalis, definito dai più il campione del conservatorismo musicale del pianeta, ma stimato da quasi tutte le giovani leve trombettistiche americane, le quali si sono probabilmente formate sullo strumento e al jazz sentendo sin da adolescenti la fulgida tromba di Wynton.

Evans può essere considerato, comunque la si veda e indipendentemente da tutto, uno dei giovani appartenenti alla cerchia dei musicisti più avanzati di oggi capace di adattarsi perfettamente ai diversi contesti che ama frequentare, utilizzando lo strumento dell’improvvisazione anche con intenti compositivi.

Evans agisce come leader principalmente in contesti di quintetto e settetto, ma è stato anche membro di Mostly Other People Do The Killing  e ha partecipato con ruolo di rilievo a un bel disco del contrabbassista Peter Brendler che ho già recensito tempo fa su questo blog, impegnandosi da protagonista in un repertorio che potremmo definire di “mainstream jazzistico avanzato”. Inoltre, Evans ha prodotto anche registrazioni in veste di tromba solista, generalmente molto apprezzate dalla critica e prossime a certa contemporanea di cui parlavo (ma che personalmente ho trovato abbastanza noiose). E’ membro anche di gruppi cooperativi  come Pulverize the Sound (con Mike Pride e Tim Dahl) e Rocket Science (con Evan Parker, Craig Taborn e Sam Pluta) ed è costantemente impegnato in progetti sperimentali con musicisti in possesso di analoghi intenti e affinità musicali, oltre all’attività di compositore puro. In qualità di sideman, ha lavorato con alcuni dei protagonisti della scena musicale contemporanea come: John Zorn, Kassa Overall, Jim Black, Weasel Walter, Matana Roberts, Tyshawn Sorey, Levy Lorenzo, Nate Wooley, Steve Schick, Mary Halvorson, Joe McPhee e si esibisce sia con l’ICE e il Wet Ink Ensemble. Ha cominciato a pubblicare le registrazioni per una sua etichetta, la More is More, dal 2011. Il 2016 ha visto l’uscita dell’ album in solo Lifeblood e di Genesis, terza ultima interessante registrazione del Peter Evans Quintet che ho già avuto modo di ascoltare e di apprezzare.

Per far meglio comprendere in musica le sue notevoli capacità di strumentista e il suo eclettismo, propongo tre significativi brani tratti dal suo Ghosts (More is More 2011) disco decisamente jazzistico, dove interpreta in modo molto originale uno standard strabattuto come Stardust , in un altro propone una sorta di mainstream avanzato in One to Ninety Two e infine il brano che dà il titolo al disco, che altro non è che una rivisitazione di Ghost of a Chance.

Buon ascolto.

Arturo O’Farrill Octet Live

Ho parlato spesso di Arturo  O’Farrill su questo blog e può essere che sia diventato una specie di “pallino” personale, ma il fatto è che rappresenta un caso esemplare di ingiustificato oblio quasi assoluto in questo paese mentalmente e culturalmente chiuso in un patetico provincialismo, nel quale ciascuno si fa, come dire senza tanti giri di parole, “gli affari propri”, senza badare alla qualità del servizio culturale che si produce e dove, non contenti, poi ce la si canta e ce la si suona per proprio conto.

Viceversa, O’Farrill è un musicista e compositore di primissimo livello molto stimato e conosciuto negli Stati Uniti, ma si sa, agli americani a proposito di jazz e arte musicale bisogna proprio insegnargli tutto…E dire che Arturo proviene da una grande tradizione familiare nel jazz e nella commistione con il linguaggio afro-cubano, essendo figlio del leggendario Chico O’Farrill e i cui figli sono anch’essi jazzisti di una certa fama, tra cui il giovane trombettista Adam O’Farrill, che tra l’altro fa già parte della cerchia dei giovani musicisti e improvvisatori di talento portatori di alcune tra le istanze più avanzate nello scenario del jazz contemporaneo.

Arturo è anche un eccellente pianista e big band leader e in questi ultimi decenni è riuscito a portare la fusione tra jazz e ritmi afro-cubani ad un nuovo livello, molto aggiornato e forse anche più riuscito, rispetto all’opera del padre, peraltro sempre in un contesto di continuità con la grande tradizione musicale afro-cubana. Non a caso è possibile ascoltare nella sua discografia anche qualche originale rielaborazione di materiale compositivo proveniente dalla penna di autori cubani, come ad esempio Ernesto Lecuona. Proprio nella sua unica esibizione italiana avvenuta nel gennaio 2016 al Teatro Manzoni di Milano alla quale ho potuto assistere portò nel programma una bella versione di Siboney (qui potete ascoltare il brano suonato), che è proprio una composizione di Lecuona.

Ho rintracciato in rete una esibizione di O’Farrill proprio con l’ottetto con il quale si presentò in quella data a Milano, riscuotendo un grande successo tra il pubblico e ve la propongo come concerto  del fine settimana.

Buon ascolto e buon week end.

Haiti e il Jazz di Jacques Schwarz-Bart

La presenza delle cosiddette “contaminazioni” nel jazz contemporaneo è sempre più evidente e vasta. Peraltro ho sempre l’impressione che il termine sia usato in modo improprio ed estremamente ambiguo, se non a volte addirittura in maniera strumentale e settaria, nel senso che certe contaminazioni (solitamente di origine extra-americana) sembrano star bene, mentre altre, inspiegabilmente poco gradite, molto meno. Inoltre occorrerebbe tener conto che il jazz sin dalle sue origini si è manifestato come una musica formata da una particolarissima commistione di linguaggi e di vernacoli, derivata dalle diverse culture presenti sul territorio americano, quindi per sua stessa natura “contaminata”.

Al di là di questo accenno di polemica (volutamente immancabile su questo blog) ma che si basa su constatazioni di fatto e non di aria fritta, vorrei oggi proporre la musica “contaminata” di un sassofonista dalle idee in merito davvero originali. Sto parlando del sassofonista Jacques Schwarz-Bart, che negli ultimi anni ha proposto un progetto sempre prossimo di base al mainstream jazzistico, ma che presenta una particolarissima commistione con i ritmi e i suoni di Haiti. Il progetto si chiama Jazz Racine Haiti ed è un intrigante dialogo che esplora le radici comuni del jazz, la musica voodoo, e le radici musicali prese dalle campagne di Haiti. Schwarz-Bart (nato il 22 Dicembre 1962 in Les Abymes) risiede stabilmente a New York e proviene da una famiglia di scrittori: la madre è di Guadalupa mentre il padre è di origine ebreo-francese. E’ cresciuto appunto a Guadalupa, ma è andato a scuola in Francia e ha lavorato per il Senato francese. Ha visitato Haiti numerose volte, studiando al noto Berklee College of Music di Boston. Dopo tali studi, ha suonato al fianco di jazzisti di fama come Danilo Perez, Chucho Valdés, e Roy Hargrove. Il suo background culturale diversificato suggerisce l’idea della sua attuale visione musicale. La musica, come potrete ascoltare, è accessibile anche ad un nuovo pubblico, offrendo comunque l’occasione di ricercare qualcosa di fresco e imprevedibile, per quanto riconoscibile e radicato nella tradizione.

Propongo un primo brano registrato nel 2011 con l’ottimo Etienne Charles nella front line alla tromba, insieme a Jacques Schwarz-Bart…

…e poi un concerto di una mezz’oretta del 2014. La formazione esatta del concerto non l’ho trovata ma dovrebbe comprendere: Darren Barret al flicorno, Rozna Zila alla voce e Jean-Marie Brinage alla batteria voodoo. Non riconosco invece i componenti dell’usuale ritmica. Se chi legge riesce a farlo farà cosa gradita a riferirlo nello spazio dedicato ai commenti, grazie.

Omer Klein: Fearless Friday (2015)

downloadLa scena musicale israeliana con il trentacinquenne pianista e compositore Omer Klein si conferma una delle più rigogliose e creative nel panorama della musica improvvisata contemporanea e del jazz, portando in dote una quantità di protagonisti qualitativamente paragonabili al livello dei migliori esponenti in circolazione sulla scena internazionale. Oltre a Klein, si possono infatti elencare il trombettista Avishai Cohen, con la sorella clarinettista e sassofonista Anat, i pianisti Yonathan Avishai, Shai Maestro e Yaron Herman, i contrabbassisti Omer Avital e Avishai Cohen, il chitarrista Gilad Heckselman, il trombonista Rafi Malkiel (che abbiamo potuto apprezzare ad inizio 2016 a Milano nell’ottetto “latin” di Arturo O’Farrill) e il collega Avi Lebovich (titolare di una eccellente big band composta da giovani talenti israeliani con la quale Klein si è esibito come ospite nell’ultima stagione di Aperitivo in Concerto), il clarinettista Oran Erkin; sono solo alcuni dei nomi già da tempo noti agli appassionati più avveduti.

Il contributo degli ebrei al jazz negli U.S.A. d’altronde è storicamente noto (sono centinaia i nomi dei jazzisti bianchi americani di origine ebrea, tra i più grandi, che si potrebbero snocciolare) e da considerare senza ombra di dubbio il più importante dopo quello afro-americano, con buona pace di certi recenti sproloqui diffusi nel nostro paese circa la preponderanza del contributo italiano al jazz. La particolarità della generazione di musicisti appena citati è che è composta da tutti (o quasi) nativi di Israele, poi trasferiti, più o meno per lunghi periodi, negli Stati Uniti per studiare musica e jazz, confrontandosi giornalmente con i colleghi americani. Proprio per tale ragione tutti costoro mostrano, oltre ad una grande preparazione musicale generale, una specifica conoscenza del jazz e della sua tradizione e una proprietà idiomatica nel suonare (soprattutto dal punto di vista dell’approccio ritmico all’improvvisazione) che li rende distinguibili solo per l’influenza dalle culture musicali ebraiche e mediorientali, fortemente percepibile in gran parte delle loro composizioni, peraltro ben miscelate con le componenti americane e afro-americane.

Omer Klein ha seguito analogo genere di percorso: cresciuto in Israele, ha studiato dal 2005 presso il New England Conservatory di Boston con Danilo Perez e ha continuato i suoi studi a New York con Fred Hersch, lavorando nel contempo con Joel Frahm, Mark Feldman, Clarence Penn, Ben Street, Meshell Ndegeocello, Jason Lindner, Avishai Cohen, Donny McCaslin e Jaleel Shaw. Dopo l’esordio discografico da leader nel 2007 (Introducing Omer Klein), il talentuoso pianista ha già prodotto altre sei incisioni a suo nome e vive attualmente a Dusseldorf, in Germania, dove ha registrato questo Fearless Friday (2015) nel famoso Bauer Studios di Ludwigsburg in compagnia di Haggai Cohen-Milo al contrabbasso e Amir Bresler alla batteria.

Oltre che nel ruolo di dotato strumentista, Klein si rivela qui anche un brillante compositore in uno stile di scrittura che mescola sapientemente spunti mediorentali (Yemen e Niggun), con colori classici e contemporanei. Klein è dunque il protagonista dei dieci brani ben supportato dai colleghi della ritmica, dimostrando di essere anche un fantasioso improvvisatore e un pianista meravigliosamente ritmico sin dal tema d’esordio: il gioioso Fearless Friday, un tema orecchiabile come se ne sentono pochi nel jazz di oggi e che potrebbe fare da sigla di una qualsiasi trasmissione radiotelevisiva, caratterizzato da una vivacità ritmica e una chiarezza melodica davvero non comuni. L’impostazione pianistica e la gestione del trio per il resto è molto moderna ma comunque pienamente dentro la tradizione jazzistica, con uno sguardo a un Brad Mehldau (Tears On A Bionic Cheek) in versione complessivamente più estroversa, Ahmad Jamal, ma anche a Ramsey Lewis.

Tra i dieci temi, uno solo è una rivisitazione, peraltro molto originale e sofisticata, di una delicata composizione di Duke Ellington come Azure, tra le sue meno battute, confermando per l’ennesima volta quanto sia fuorviante la polemica sull’uso o meno degli standard nella musica improvvisata odierna. Tutte le altre composizioni presentano spunti di interesse, con una particolare menzione per il relax esecutivo della suadente Cally Lily.

Concludendo, Fearless Friday documenta senza dubbio una delle figure più interessanti e da tenere d’occhio del pianismo jazz contemporaneo.

Riccardo Facchi

P.S. Di seguito il video promo del disco e la versione di Fearless Friday eseguita da Klein ad Aperitivo in Concerto a Milano con l’orchestra di Avi Lebovich.

Il concerto (alternativo) del primo maggio

Miguel Zenón (portoricano nato a San Juan, il 30 dicembre 1976) è uno dei compositori e contraltisti più importanti e interessanti presenti sulla scena contemporanea della musica improvvisata, non solo del jazz. Il suo eclettismo musicale gli permette di essere presente ad alti livelli in diversi ambiti musicali e stilistici, evitando accuratamente il rischio di una certa superficialità di approccio che contraddistingue invece parecchio eclettismo odierno. Ne sono a dimostrazione i suoi decisivi contributi in contesti musicali assai diversi, come ad esempio quello che gioca all’interno del SF Jazz Collective, nella veste di membro fondatore, o in ambito di musica contemporanea per quartetto/quintetto di sassofoni nel gruppo Prism. Già in possesso di importantissimi riconoscimenti professionali e artistici tra cui un Guggenheim Fellowship e un MacArthur Fellowship, Zenón ha all’attivo molti album da leader e oltre 70 registrazioni nel ruolo di sideman.

In contatto sin da giovanissimo con diversi generi musicali, Zenón si trasferisce a Boston nella primavera del 1996 per implementare i suoi studi al Berklee College of Music, avendo come compagni di corso giovani allievi che godranno poi di fama internazionale, come Antonio Sánchez, Anat Cohen, Avishai Cohen e Jeremy Pelt. Dopo la laurea al Berklee, Zenón ha frequentato la Manhattan School of Music, dove si è perfezionato con Dick Oatts, Nils Vigeland e Ludmila Ulehla, conseguendo un master nel 2001 prima di trasferirsi a New York City.  In qualità di sideman, Zenón è in possesso di un prestigioso e vario curriculum di esperienze, tra cui nientemeno che: Charlie Haden, Fred Hersch, Kenny Werner, David Sánchez, la Vanguard Jazz Orchestra, la Mingus Big Band, Ray Barreto, Jerry González & The Fort Apache Band, Jeff Ballard Trio, Bobby Hutcherson, Steve Coleman, Brian Lynch, Antonio Sánchez, Miles Okazaki, David Gilmore e Jason Lindner, il che ha certamente contribuito a renderlo quel musicista completo che oggi conosciamo.

Dal 1999 Zenón ha iniziato a riunirsi con il batterista messicano e compagno di studi Antonio Sánchez, il bassista austriaco Hans Glawischnig (conosciuto nella esperienza comune con la band di David Sanchez ) e il pianista venezuelano Luis Perdomo (compagno di studi di Glawischnig alla Manhattan School of Music) formando un suo quartetto. Il Miguel Zenón Quartet ha iniziato esibendosi in vari luoghi della metropoli americana. Nel 2005 Sanchez è stato ingaggiato nel Pat Metheny Group e sostituito dal batterista portoricano Henry Cole, con il quale la formazione è divenuta fissa.

Proprio in questa versione definitiva propongo il quartetto in un concerto del 2013 che ho rintracciato in rete registrato al mitico Village Vanguard di New York e che può valere come concerto del 1° maggio alternativo a certe storiche abbuffate in versione “insalata mista musicale” senza né capo né coda cui siamo abituati.

L’amore secondo Nels Cline

Lovers_(Nels_Cline_album)Stando a quanto affermato da Nels Cline nell’intervista comparsa su Musica Jazz del settembre dello scorso anno, il progetto che stiamo per commentare era allo studio del chitarrista californiano di Los Angeles già da molto tempo, nientemeno che da un quarto di secolo. Il che già di per sé dà l’idea di quanto lavoro di approfondimento deve esserci stato dietro la sua stesura definitiva, sebbene ciò non basti a definirne l’implicita riuscita, senza cioè tener conto della sua realizzazione finale. Sta di fatto che Cline ha per davvero realizzato un’opera pregevole sotto vari punti di vista. Si tratta di un lavoro importante, tra i migliori che mi sia capitato di ascoltare di recente, considerata anche la produzione media odierna tracciata su CD intorno al jazz e alla musica improvvisata, spesso non così curata. Siamo infatti in un periodo nel quale i musicisti non sono più stimolati come un tempo a realizzare opere discografiche di questo impegno verso un mercato discografico sempre più povero di profitti e nel quale il supporto digitale ricopre più che altro una funzione promozionale, in vista di più remunerativi ingaggi concertistici. Evidentemente le motivazioni espressive dell’artista sono state superiori a tutto questo. Cline, già sessantenne, arriva a produrre un lavoro di grande maturità e mirabile sintesi linguistica, perfettamente inseribile nell’alveo di un jazz “avanzato” ma allo stesso tempo fortemente legato anche alla sua tradizione, dopo aver maturato esperienze pluridecennali negli ambiti più disparati della musica improvvisata e trasversalmente ai generi. Emerge chiaramente un’accurata conoscenza sia del song americano, sia di un repertorio jazzistico ricercato e non comunemente affrontato.

Lovers è un album (doppio CD) che tratta un repertorio di composizioni intorno al tema dell’amore, come esplicitamente richiamato nel titolo, inteso però nel senso più ampio possibile, cercando di mapparne anche i possibili umori e gli stati d’animo che lo accompagnano. In questo senso, non ci si sorprende nel leggere titoli di battuti standard come Beautiful Love, Secret Love, Invitation e Glad To Be Unhappy, peraltro rivisti e arrangiati in modo originale, e nei quali il suo chitarrismo evidenzia chiaramente l’influenza del prediletto Jim Hall, ma vengono proposti anche temi di compositori poco frequentati e diversissimi tra loro, come Jimmy Giuffre (Cry,Want), Annette Peacock (da lui molto stimata, in So Hard It Hurts / Touching), Michel Portal (Max, Mon Amour), Gabor Szabo (Lady Gabor), richiamandosi anche ai Sonic Youth (in Snare, Girl, avendo nel bagaglio delle sue esperienze pure una collaborazione con un suo componente, Thurston Moore). Sul piano musicale l’ispirazione complessiva in realtà si espande anche ad artisti del calibro di Paul Bley, Gil Evans (negli arrangiamenti) e Henry Mancini, con un richiamo alla musica sulla scena finale del film Colazione da Tiffany (ottimo l’arrangiamento su The Search for Cat). Cline realizza qui il suo ambizioso progetto ingaggiando un ensemble di 23 musicisti di primo livello provenienti da ambiti diversi, condotti e arrangiati da Michael Leonhart che regala un interessante impasto timbrico con l’utilizzo degli archi mescolato sapientemente con flauti e legni (clarinetto, oboe e fagotto) in prevalenza sui classici sassofoni. In questo senso è da lodare la versione di I Have Dreamed, una tenera melodia di Rodgers/Hammerstein II, poco battuta nel jazz ma qui resa magnificamente. Particolarmente apprezzabile anche il trattamento di Why Was I Born? di Jerome Kern, in cui fa capolino persino il chitarrismo di Django Reinhardt con tanto di caratteristico vibrato e splendidi soli con trombe sordinate. Tutto ciò a smentire per l’ennesima volta il cliché critico relativo all’utilizzo del song, ritenuto erroneamente esausto nella contemporaneità della musica improvvisata. Come sempre, tutto dipende da chi e come si utilizza certo materiale. Ci sono infine valide composizioni dell’autore come l’introduttivo Diaphanous, Hairpin & Hatbox, The Bed We Made, You Noticed e The Bond a completare la riuscita dell’opera.

Segue per conoscenza l’elenco dei musicisti che hanno partecipato alla incisione:

  • Nels Cline – electric and acoustic guitars, lap steel, effects
  • Michael Leonhart – trumpet, flugelhorn, cymbalon, celeste, arranger, conductor
  • Devin Hoff – contrabass, bass guitar
  • Alex Cline – drumset, percussion
  • Steven Bernstein – trumpet, slide trumpet, flugelhorn, alto horn
  • Taylor Haskins – trumpet, flugelhorn, valve trombone
  • Alan Ferber – trombone, bass trombone
  • Charles Pillow – C, alto, & bass flutes, oboe, English horn, alto saxophone, Bb clarinet
  • J. D. Parran – C, alto, & bass flutes, Bb clarinet, alto clarinet, baritone & bass saxophones
  • Ben Goldberg – contra-alto clarinet, Bb clarinet
  • Douglas Wieselman – bass clarinet, Bb clarinet, tenor saxophone
  • Gavin Templeton – Bb clarinet, alto saxophone
  • Sara Schoenbeck – bassoon
  • Julian Lage – acoustic and electric guitars
  • Kenny Wollesen – vibraphone, marimba, percussion
  • Zeena Parkins – harp
  • Yuka Honda – celeste, Juno 60
  • Antoine Silverman – violin
  • Jeff Gauthier – violin
  • Amy Kimball – viola, violin
  • Stephanie Griffin – viola
  • Erik Friedlander – cello
  • Maggie Parkins – cello

L’uomo del momento…

Kamasi Washington è un giovane sassofonista afro-americano di Los Angeles, in realtà già trentaseienne (1981), che negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé, con discussioni anche accese sul valore o meno della sua proposta. In questo senso l’uscita nel 2015 del suo mastodontico e acclamato lavoro in 3 CD intitolato The Epic è stato decisivo per implementarne la fama e procurargli un tour di concerti in Europa che ha toccato in alcune date anche l’Italia, riscuotendo un grande successo di pubblico.

Personalmente non ho ancora le idee chiarissime sul valore del musicista e della musica che produce, nel senso che ho trovato The Epic un lavoro sì interessante, ma forse un po’ troppo dispersivo per considerarlo un capolavoro, come ho letto da più parti, relazionato ad un’idea di musica, quella della commistione dei diversi generi musicali (per lo più del bacino afro-americano, in questo caso) che mi pare coinvolga anche diversi altri gruppi (o per meglio dire, “collettivi”, che sono la tendenza attuale) e musicisti emergenti americani, percorrendo una varietà di soluzioni. Un progetto ambizioso, a mio avviso ancora inevitabilmente da mettere a punto, che comunque mostra un certo positivo fermento in un panorama della musica improvvisata che per troppo tempo ha ristagnato su schemi sin troppo battuti.

Data l’età, Washington ha già accumulato diverse importanti esperienze musicali prima di diventare l’acclamato leader di un suo gruppo (fa parte di un collettivo musicale della West Coast chiamato “West Coast Get Down”) ha suonato e registrato già con molti dei suoi eroi musicali dei vari generi, tra cui Gerald Wilson, McCoy Tyner, Freddie Hubbard, Kenny Burrell, George Duke, Lauryn Hill, Jeffrey Osborne, Mos Def, Quincy Jones, Stanley Clarke, Harvey Mason e Chaka Khan.

Per questo fine settimana propongo uno spezzone di una esibizione live radiofonica che ho rintracciato in rete, fatta con una selezione di musicisti rispetto all’opulento collettivo con il quale si è presentato nei concerti e su disco.

Buon ascolto e buon fine settimana.