Jazz al femminile: Tia Fuller

Tia Fuller (nata il 27 marzo 1976 a Aurora, Colorado) è una sassofonista, compositrice e membro docente presso il Berklee College of Music, che è emersa sulla scena jazz odierna come una tra le migliori jazziste afro-americane. Si gudagna da vivere dal 2006 come direttrice musicale del gruppo di Beyoncé, raggiungendo quella stabilità economica che le permette di dedicarsi al jazz, alla composizione e all’improvvisazione. Proviene da una famiglia di genitori musicisti ed è cresciuta con la musica di Charlie Parker, John Coltrane e Sarah Vaughan. Ha iniziato a suonare il sassofono nelle scuole superiori, dopo di che, ha continuato la sua formazione musicale allo Spelman College di Atlanta, in Georgia, sotto la tutela di Joseph Jennings. Nel 1998 si è laureata (Magna Cum Laude) con un Bachelor of Arts degree in Music e successivamente ha conseguito un master in Jazz Pedagogy and Performance dalla University of Colorado at Boulder.

La Fuller si è trasferita a Jersey City, NJ, due giorni prima degli eventi dell’11 settembre 2001. Nonostante non ci fosse molto lavoro in zona durante quel periodo, Tia non si è scoraggiata. Ha ottenuto un  primo concerto suonando in una big band. Brad Leali, che all’epoca faceva parte della Count Basie Orchestra, diffuse la voce che Tia fosse una abile sassofonista in grado di suonare anche il flauto. Questo l’ha portata all’attenzione della comunità jazzistica, tra cui verso personaggi di grande rilievo come Gerald Wilson, Jimmy Heath, Don Braden e Don Byron. Ha accumulato anche altre numerose esperienze con Esperanza Spalding, Dianne Reeves, Ralph Peterson, Rufus Reid, Geri Allen, Nancy Wison, Wycliff Gordon, Jon Faddis, Chaka Kahn, Ledisi, Kelly Rowland, Jay-Z, Jill Scott, Pattie Labelle, Sheila E, Valerie Simpson, Dionne Warwick, Janelle Monet, Patrice Rushen, Erica Badu e Aretha Franklin.

Ha condotto un suo quartetto comprendente Shamie Royston al pianoforte, Kim Thompson alla batteria e Miriam Sullivan al contrabbasso, con cui ha registrato gli album Pillar of Strength (2005, Wambui), Healing Space (2007, Mack Avenue), Decisive Steps (2010, Mack Avenue) che l’ha posta all’attenzione di pubblico e critica, e nel 2012 ha pubblicato il suo quarto album, Angelic Warrior, che ha ricevuto lodi da Wall Street Journal, New York Times e numerose pubblicazioni specializzate. La sua proposta tenta di rileggere in chiave moderna e fresca il mainstream jazzistico con una forte impronta soul e funk, conseguentemente il suo stile sassofonistico risente della lezione di Cannonball Adderley, Kenny Garrett e dei contraltisti storici del soul, del funk e della fusion (Hank Crawford, Grover Washington Jr etc.).

Riporto qui qualche esempio della suo talento e della sua adattabilità a diversi contesti formali. Buon ascolto.

Annunci

Alfredo Rodriguez aggiorna l’afro-cuban e lo spanish tinge

Alfredo Rodríguez è un pianista cubano trentaduenne già attivo da circa un decennio che negli ultimi tempi sta emergendo sulla scena jazz, non solo americana, come uno dei giovani jazzisti più in vista. Rodriguez ha studiato pianoforte classico presso il Manuel Saumell Conservatory, proseguendo poi presso l’Amadeo Roldán Music Conservatory e l’Instituto Superior de Arte all’Avana. Il suo interesse per il jazz risale al 2003, avendo partecipato al concorso annuale “JoJazz” per giovani leve, dove ha ricevuto una menzione d’onore. Nel 2006, è stato selezionato per esibirsi al Montreux Jazz Festival, dove fu notato nientemeno che da Quincy Jones (noto talent scout), che gli propose di lavorare con lui. Nel 2007, ha fondato l’Alfredo Rodríguez Trio, con Gastón Joya (contrabbasso) e Michael Olivera (batteria). Nel 2009, Rodríguez, accompagnando il padre cantante per un tour, decise di non fare ritorno a Cuba e di chiedere asilo politico agli Stati Uniti, iniziando una nuova stimolante carriera in territorio nord-americano. Da allora la sua fama internazionale si è progressivamente accresciuta, partecipando ad una serie di importanti manifestazioni festivaliere sparse per tutto il mondo. Durante questo periodo di tempo, Rodriguez ha interagito con jazzisti come Wayne Shorter, Herbie Hancock, McCoy Tyner, Esperanza Spalding, Richard Bona, e Lionel Loueke.

Alfredo Rodriguez ha il merito di mostrare sotto una luce aggiornata la storica fusione tra la tradizione della musica cubana e afro-cubana col jazz, riuscendo sempre a conservare il brio e la grande spinta ritmica di quella musica in un contesto musicale più ampio, in grado di interagire cioè, tramite il suo virtuosismo pianistico (peraltro usuale nella tradizione pianistica cubana), oltre la propria tradizione e quella del jazz, intrecciandole anche con materiali musicali provenienti dal mondo del pop.

Quincy Jones è divenuto produttore delle sue incisioni, come in Sounds Of Space (2012) The Invasion Parade (2014), mentre Tocororo (2016) è la sua più recente incisione disponibile. Il suo stile presenta influenze jazzistiche diversificate, oltre a quelle ovvie cubane e afro-cubane, e la cosa si può apprezzare nei diversi esempi che ho rintracciato in rete.

I primi due sono dei brevi spunti tematici nei quali si possono individuare alcune delle cose testé accennate. Il primo è un brillante arrangiamento cubano su Thriller di Michael Jackson. Il secondo, decisamente più di impronta cubana, pare a tratti risalire persino allo “spanish tinge” di Jelly Roll Morton.

Gli altri sono invece a carattere più marcatamente jazzistico, per quanto sempre “cubanizzato” con chiari accenni ai ritmi della salsa e la descarga cubana: una esibizione in piano solo “casalinga”, in cui si possono cogliere anche varie influenze pianistiche, tra cui il Bud Powell di Un Poco Loco, lo stile compositivo di Horace Silver, il Chick Corea “Spanish” e una in trio, al Festival di Montreux, con qualche vago spunto sulla tastiera a la Keith Jarrett. Il tutto sempre eseguito con grande dinamismo ritmico e la spettacolarità propria del virtuosismo pianistico cubano. Infine, Rodriguez dà via libera anche al suo spiccato senso melodico (oggi dote abbastanza rara da ascoltare nel jazz) con un tema orecchiabile, ma non per questo disprezzabile, tratto dal suo recente Tocororo.

Buon ascolto.

Il Soul “fresco” di Michael Blake

Uno dei tipici pregiudizi più comunemente riscontrabili negli scritti critici odierni relativi al jazz e, più in generale, alla musica improvvisata, è quello di utilizzare il termine “creativo” solo per musicisti che si collocano piuttosto rigidamente in ambito di musiche dette e supposte “di avanguardia”, il che l’ho sempre considerato un preambolo critico poco veritiero e, comunque, inefficacemente descrittivo della qualità della musica di volta in volta prodotta.

Personalmente, ho preferenze invece per musicisti che, pur muovendosi negli ambiti musicali più avanzati, sanno esprimere il proprio valore e la propria creatività anche in contesti, per così dire, “classici”, ripercorrendo in modo fresco e ispirato musiche del passato, sapendo metterle sotto una nuova luce. Questo modo di procedere, musicalmente più flessibile, non deve far pensare ad una carenza di rigore, tutt’altro, poiché questa è sempre stata la caratteristica dei migliori jazzisti della storia, più volte riscontrabile nel percorso secolare del jazz, in una sorta di ricerca del “nuovo” ripensando e ricollegandosi costantemente al “vecchio”.

In questo senso, il quarantatreenne sassofonista canadese Michael Blake può essere considerato uno di costoro, oltre che una delle voci leader più interessanti e creative della odierna scena jazz contemporanea.

Blake è attivo ovviamente da tempo (vista la già matura età) e si è messo in luce intorno al 1990 come membro dei Lizards Lounge di John Lurie, attivandosi anche in diversi altri progetti di collettivi jazz avanzati presenti a N.Y.C. Appresi i rudimenti del sassofono tenore durante la scuola superiore, il suo percorso di studi e di perfezionamento musicale è sfociato nel 1984 con la partecipazione al Banff Jazz Workshop, dove ebbe modo di incontrare musicisti della fama di Cecil TaylorKenny Wheeler e Steve Coleman. Dopo un periodo passato ancora in Canada, all’età di 23 anni Blake è tornato a N.Y.C., sostenendosi professionalmente esibendosi persino in bande di Merengue, oltre a maturare una varietà di esperienze con artisti come Chubby Checker e Jack McDuff. L’occasione con la citata band di Lurie di inizio anni ’90 gli ha permesso di ottenere una maggiore attenzione critica, facendolo passare anche all’utilizzo del sassofono soprano. La sua prima registrazione da leader, Kingdom of Champa, risale al 1997 ed è stata prodotta niente meno che da Teo Macero, ricevendo critiche entusiastiche. Un eccellente debutto che incorporava influenze musicali vietnamite in un album di jazz che presentava giovani esponenti della scena newyorkese come Thomas Chapin e Steven Bernstein. Blake ha anche lavorato regolarmente con il bassista Ben Allison nel Jazz Composers Collective, esibendosi in incisioni della Palmetto  del 1998 e del 1999.

Nel primo decennio del Duemila, le attività di Blake si moltiplicano in ambiti stilistici diversissimi tra loro, dai contesti free ai gruppi acid-jazz/hip-hop: Pink Noise Smoke Quartet, Slow Poke, Whipcracker, Groove Collective registrando anche per Medeski, Martin & Wood, Tricky, Gil Evans Orchestra, Pinetop Perkins e Herbie Nichols Project, ma la lista delle collaborazioni è assai più lunga.

Per l’ascolto odierno, propongo un paio di estratti da una sua recente pubblicazione che mi è stata opportunamente suggerita e che mi ha colpito positivamente, Red Hook Soul, dove Blake riprende in modo brillante, fresco ed espressivo alcuni stilemi e cavalli di battaglia del Soul-Jazz anni ’60, con riferimenti eloquenti a King Curtis, Rahsaan Roland Kirk e Ray Charles. A dimostrazione di come certi steccati di mera natura ideologica e certe distinzioni tra passato e presente del jazz non abbiano in concreto ragion d’essere. In particolare, suggerisco l’ascolto della sua versione di Lucky Old Sun, dalla quale emerge una espressività oggi abbastanza rara da rintracciare nei musicisti più acclamati di certa musica improvvisata ritenuta (non sempre a ragione) più “creativa”.

buon ascolto

Miguel Zenón- Tipico (Miel- 2017)

52246833Con questo Tipico, già decimo album da leader, il sassofonista Miguel Zenón si conferma uno dei musicisti e compositori più interessanti sulla scena contemporanea del jazz. Una scena che presenta ormai commistioni linguistiche talmente varie e vaste da doverle considerare prassi in un processo ormai inarrestabile in ambito di musiche improvvisate, jazz compreso. Eppure, è curioso dover constatare come una delle “contaminazioni” più longeve e diffuse nel jazz, quella con le musiche latine e caraibiche, sia da noi per lo più trascurata. E’ pur vero che in questo specifico caso Zenón ha prodotto un disco molto meno incentrato su questo aspetto rispetto a lavori precedenti, ma nella musica emerge comunque un modo di procedere ormai ben consolidato dall’altosassofonista in anni di sperimentazioni personali e di affiatata condivisione con gli altri membri di una formazione che è attiva da circa quindici anni su quel genere di progetti. Il quartetto che ha eseguito le musiche del disco è composto da musicisti che operano costantemente negli U.S.A. ma che hanno evidenti origini geografiche e culturali extra nord-americane. Oltre al leader portoricano, c’è infatti il fido Luis Perdomo al pianoforte, che è venezuelano e Henry Cole alla batteria che condivide le stesse origini di Zenón, mentre il bassista Hans Glawischnig è addirittura di provenienza austriaca.

In realtà il bagaglio di esperienze del contraltista va oltre, prevedendo anche diverse conoscenze in ambito accademico e relative tecniche compositive (è infatti anche uno stimato insegnante al New England Conservatory) oltre ad una vasta pratica di improvvisazione jazzistica, cosa che gli permette di esibirsi con grande perizia in ambiti musicali e progetti molto diversi tra loro: dalle esperienze col quartetto sassofonistico Prism, alle performances con gli illustri colleghi del SF Jazz Collective, un gruppo attivo ormai da oltre un decennio che rivisita in modo fresco e aggiornato i capolavori del mainstream jazzistico e di cui il sassofonista portoricano è stato peraltro uno dei membri fondatori. Zenón riesce a mettere in campo tutto questo ed è in possesso di un timbro sassofonistico sufficientemente distintivo (cosa poi  non così da poco di questi tempi), che potremmo definire come una via di mezzo tra Greg Osby e un Bobby Watson più lineare e con meno inflessioni vecchio stile, mentre il suo quartetto si muove in una sorta di post-bop aggiornato e “latinizzato”, mostrando una energia esecutiva analoga a quella di una band come gli Horizon  dello stesso Watson anni ’90.

Il set dei brani è di varia ispirazione e presenta composizioni che, pur essendo di una certa complessità, riescono a mantenere una certa leggibilità, con esecuzioni intense ma adeguatamente controllate. Si esordisce con la frenetica e ritmicamente frastagliata Academia, ispirata dai suoi studenti avanzati del New England Conservatory. Cantor presenta un sofisticato tema composto da due parti ben collegate tra loro, ma dal mood assai diverso: la prima in forma di ballad moderna, la seconda più solare e ritmicamente energica che esplode verso la fine. Ciclo è la traccia più d’impostazione post-bop del disco, mentre Tipico è decisamente il brano più intriso di cadenze armoniche e ritmi caratteristici di certa musica caraibica e latina. Questa traccia basata probabilmente su qualche spunto popolare, comprende infatti una miriade di influenze, dal montuno al bolero, sempre ben organizzate in una struttura compositiva di alto livello. Il lirico Sangre De Mi Sangre è invece dedicato alla figlia di Zenón e vede protagonista il lavoro di basso del contrabbassista austriaco. Corteza sembra quasi voler accennare all’intro di Parker’s Mood, seguendo però poi uno sviluppo assai diverso. Entre Las Raices è forse il brano musicalmente più ardito, con un’introduzione pianistica di Perdomo a la Cecil Taylor e con uno sviluppo più controllato dalle parti scritte complesse ma ben strutturate da Zenón. Finale melodico con tanto di tema “fischiettato” in Las Ramas.

In definitiva si tratta di un lavoro organico e compatto, eseguito da un quartetto molto affiatato, ben descritto dalle parole stesse di Zenón: “La musica di questa registrazione è ispirata dal linguaggio musicale che abbiamo sviluppato insieme in questo periodo. Alcuni dei brani sono stati disegnati direttamente dalle idee musicali provenienti dai miei compagni della band; ho trascritto quello che ho percepito dalle loro frasi più riconoscibili e caratteristiche, usandole come spunto per alcune delle composizioni “.

Warren Wolf alle prese con Corea

Warren Wolf (del 1979) è uno splendido vibrafonista di Baltimora (ma ha suonato anche piano e batteria) emerso nell’ultimo decennio come uno dei più interessanti improvvisatori afro-americani presenti sulla scena del jazz.

Wolf ha alle spalle seri studi di musica classica. Dopo la laurea alla Baltimore School for the Arts nel giugno del 1997, si iscrive al Berklee College of Music di Boston, studiando  con il vibrafonista Dave Samuels per sette degli otto semestri di corso. Durante il suo tempo al Berklee, Wolf ha iniziato ad esplorare più in profondità il linguaggio del jazz assieme a musicisti come Jeremy Pelt, John Lamkin, Darren Barrett, Wayne Escoffery, Richard Johnson, Kendrick Scott, Walter Smith, Jason Palmer, Rashawn Ross e molti altri.  In seguito alla laurea al Berklee ottenuta nel maggio del 2001, Wolf si è proposto come musicista attivo sulla scena locale di Boston, diventando a sua volta insegnante di vibrafono e batteria. Dopo due anni di insegnamento presso il Berklee College of Music, è tornato a Baltimora per diventare un musicista a tempo pieno.

Wolf ha già prodotto diverse registrazioni da leader e, in particolare, le ultime per l’etichetta Mack Avanue, nell’ordine Warren Wolf (2011), Wolfgang (2013) e il recentissimo Convergence (2016), mostrano un leader e un solista di primissimo livello, ma è anche diventato membro del SF Jazz Collective (in sostituzione di Stefon Harris), una brillante formazione che abbiamo potuto apprezzare nell’ultima (in tutti i sensi) stagione di concerti ad Aperitivo in Concerto a Milano e che costituisce una sorta di Jazz Messengers del XXI secolo.

La sua predilezione per la tecnica a due tamponi indica certamente una preponderanza di influenza sulla linea storica Lionel Hampton-Milt JacksonBobby Hutcherson, tuttavia lo stesso Wolf ha avuto modo di precisare la sua grande ammirazione per lo stile a quattro tamponi di Gary Burton, che non l’ha lasciato certo indifferente (da notare che Burton è stato uno degli insegnati a Berklee).

Ne dà prova brillante in questo video che ho rintracciato in rete dove suona Señor Mouse di Chick Corea, brano spesso suonato dal pianista in coppia proprio con Gary Burton. Wolf mostra di suonarlo benissimo e da par suo con la tecnica a due tamponi.

Musicista (assieme a parecchi altri) che meriterebbe di essere ascoltato più spesso nel purtroppo asfittico, vergognosamente chiuso e noiosamente ripetitivo panorama concertistico italiano dedicato al jazz, diventato più che un linguaggio musicale una etichetta ormai privata del suo profondo significato, bistrattata e utilizzata a proprio piacimento da chicchessia.

Buon ascolto

Ricordando con Avishai Cohen

Il contrabbassista Avishai Cohen (da non confondersi nemmeno per parentela con l’omonimo trombettista), è nato a Kabri, Israele il 20 Aprile 1970 ed è uno dei jazzisti israeliani da tempo attivi più conosciuti a livello internazionale. E’ cresciuto in una famiglia multiculturale le cui radici sono rintracciabili in Spagna, Grecia e Polonia. In casa la musica era sempre nell’aria, con l’ascolto di musica classica e tradizionale ebraica. Cohen ha cominciato con la musica all’età di nove anni, iniziando a suonare il pianoforte. Dopo essersi trasferito a St. Louis, Missouri con la sua famiglia a quattordici anni, ha continuato a studiare il pianoforte iniziando anche a suonare il contrabbasso. La passione in particolare per lo strumento elettrico si è diffusa su di lui quando il suo insegnante gli ha fatto conoscere la musica di Jaco Pastorius. Tornato temporaneamente in Israele, all’età di 22 anni e dopo aver servito per due anni in una banda militare, nel gennaio 1992 Cohen decide di fare un grande passo, trasferendosi a New York City. Lo spostamento verso la ‘Grande Mela’ è stata una decisione difficile sul piano emotivo e professionale. I primi tempi, come per altri giovani israeliani trasferitesi a New York, sono stati duri e difficili, obbligandolo a esecuzioni per le strade e a lavori nel settore delle costruzioni per tirare avanti. Ha studiato presso la New School di New York City con artisti del calibro di Brad Mehldau e ha avuto modo di effettuare le sue prime registrazioni per il trio del pianista panamense Danilo Perez, documentando il ruolo fondamentale che la musica latina ha giocato in quei suoi primi anni a New York. 

Nel 1997 una chiamata da Chick Corea gli cambia del tutto la carriera, dopo aver passato a uno degli amici del grande pianista un demo senza particolari speranze di essere notato. Diversamente dalle scarse aspettative, Corea dimostrò invece di apprezzare molto, a tal punto da chiamarlo un paio di settimane più tardi, ingaggiandolo come membro del suo nuovo trio e nel ruolo di co-fondatore del gruppo, “Origin”. Non a caso, il disco Past,Present & Futures rilanciò all’inizio del nuovo millennio Chick Corea come uno dei protagonisti assoluti del piano jazz trio, in un periodo tra l’altro dominato dallo Standard Trio di Keith Jarrett, producendo una delle migliori opere relativamente più recenti in tale ambito formale. Per oltre sei anni Avishai è diventato parte integrante della musica di Corea e ha ricevuto l’opportunità di affinare le sue abilità come bassista e compositore e plasmare la sua musicalità.

Da lì, Cohen ha preso l’abbrivio per cominciare a produrre suoi lavori da leader con la pubblicazione di ben quattro album: Adama (1998), Devotion (1999), Colours (2000) e Unity (2001) sono stati rilasciati per l’etichetta di Corea Stretch / Concord Records, già delinenando le peculiarità  della sua musica con la presenza di forti influenze mediterranee e latine. La fama del contrabbassista è andata poi progressivamente aumentando, avendo modo di partecipare a numerose manifestazioni concertistiche internazionali e arrivando a registrare dal 2003 ad oggi circa una dozzina di altri progetti discografici.

Per l’ascolto odierno propongo forse il suo brano più noto e spesso suonato come bis ai concerti, tratto da At Home (2004). Si tratta di Remembering, una ballata evocativa eseguita con il suo trio in compagnia di Sam Barsh al piano e Mark Guiliana alla batteria.

Buon ascolto

L’ampia visione di Peter Evans

Peter Evans è un trombettista e improvvisatore/compositore con base a New York City dal 2003 molto capace e assai considerato dalla critica specializzata. Egli fa parte oggi di quei musicisti e improvvisatori  della scena musicale contemporanea caratterizzati da un marcato eclettismo stilistico, capace cioè di passare da un ambito all’altro con grande abilità di adattamento idiomatico: dalla classica al jazz, dalla contemporanea alla sperimentazione linguistica in ambito improvvisato, dalla tradizione jazzistica alle istanze più avanzate.

Musicisti di questo genere sono particolarmente prediletti dalla critica odierna più “cool” (si fa per dire), specie quando si elaborano progetti musicali nei quali, a mio modo di vedere, si schiaccia l’occhiolino a certa “contemporanea” (ma di almeno mezzo secolo fa) o a un concetto di libera improvvisazione e cosiddetta “avanguardia” jazzistica (anche questa proiettata ormai verso il mezzo secolo di esistenza), per inserirsi nella quale a volte pare basti emettere qualche “pernacchietta” o suono stridulo dal proprio strumento, facendo così andare in brodo di giuggiole il “vero” intenditore, che evidentemente si sente intellettualmente gratificato solo quando viene martellato sugli zebedei in modo semi-esclusivo. Sono molto meno amati, se invece dimostrano di sapersi muovere e apprezzare in contesti jazzisti pregiudizialmente valutati  “più tradizionali”. In quel caso si lascia correre, come se si trattasse di un incidente di percorso del musicista in gioco.

Al di là della mia immancabile (ma motivata) considerazione polemica, il fatto è che Peter Evans sa suonare di tutto e parecchio bene, essendo fior di strumentista (di impostazione basilarmente accademica, direi, sentendo l’emissione del timbro della sua tromba) e improvvisatore, distinguendosi pure per un eclettismo musicale (non superficiale) che in ambito di trombettismo jazz potrebbe richiamare come capostipite (spero di non far inorridire qualcuno nel farne il nome, ormai un vero e proprio tabù per la critica nostrana) il più volte deplorato Wynton Marsalis, definito dai più il campione del conservatorismo musicale del pianeta, ma stimato da quasi tutte le giovani leve trombettistiche americane, le quali si sono probabilmente formate sullo strumento e al jazz sentendo sin da adolescenti la fulgida tromba di Wynton.

Evans può essere considerato, comunque la si veda e indipendentemente da tutto, uno dei giovani appartenenti alla cerchia dei musicisti più avanzati di oggi capace di adattarsi perfettamente ai diversi contesti che ama frequentare, utilizzando lo strumento dell’improvvisazione anche con intenti compositivi.

Evans agisce come leader principalmente in contesti di quintetto e settetto, ma è stato anche membro di Mostly Other People Do The Killing  e ha partecipato con ruolo di rilievo a un bel disco del contrabbassista Peter Brendler che ho già recensito tempo fa su questo blog, impegnandosi da protagonista in un repertorio che potremmo definire di “mainstream jazzistico avanzato”. Inoltre, Evans ha prodotto anche registrazioni in veste di tromba solista, generalmente molto apprezzate dalla critica e prossime a certa contemporanea di cui parlavo (ma che personalmente ho trovato abbastanza noiose). E’ membro anche di gruppi cooperativi  come Pulverize the Sound (con Mike Pride e Tim Dahl) e Rocket Science (con Evan Parker, Craig Taborn e Sam Pluta) ed è costantemente impegnato in progetti sperimentali con musicisti in possesso di analoghi intenti e affinità musicali, oltre all’attività di compositore puro. In qualità di sideman, ha lavorato con alcuni dei protagonisti della scena musicale contemporanea come: John Zorn, Kassa Overall, Jim Black, Weasel Walter, Matana Roberts, Tyshawn Sorey, Levy Lorenzo, Nate Wooley, Steve Schick, Mary Halvorson, Joe McPhee e si esibisce sia con l’ICE e il Wet Ink Ensemble. Ha cominciato a pubblicare le registrazioni per una sua etichetta, la More is More, dal 2011. Il 2016 ha visto l’uscita dell’ album in solo Lifeblood e di Genesis, terza ultima interessante registrazione del Peter Evans Quintet che ho già avuto modo di ascoltare e di apprezzare.

Per far meglio comprendere in musica le sue notevoli capacità di strumentista e il suo eclettismo, propongo tre significativi brani tratti dal suo Ghosts (More is More 2011) disco decisamente jazzistico, dove interpreta in modo molto originale uno standard strabattuto come Stardust , in un altro propone una sorta di mainstream avanzato in One to Ninety Two e infine il brano che dà il titolo al disco, che altro non è che una rivisitazione di Ghost of a Chance.

Buon ascolto.

Arturo O’Farrill Octet Live

Ho parlato spesso di Arturo  O’Farrill su questo blog e può essere che sia diventato una specie di “pallino” personale, ma il fatto è che rappresenta un caso esemplare di ingiustificato oblio quasi assoluto in questo paese mentalmente e culturalmente chiuso in un patetico provincialismo, nel quale ciascuno si fa, come dire senza tanti giri di parole, “gli affari propri”, senza badare alla qualità del servizio culturale che si produce e dove, non contenti, poi ce la si canta e ce la si suona per proprio conto.

Viceversa, O’Farrill è un musicista e compositore di primissimo livello molto stimato e conosciuto negli Stati Uniti, ma si sa, agli americani a proposito di jazz e arte musicale bisogna proprio insegnargli tutto…E dire che Arturo proviene da una grande tradizione familiare nel jazz e nella commistione con il linguaggio afro-cubano, essendo figlio del leggendario Chico O’Farrill e i cui figli sono anch’essi jazzisti di una certa fama, tra cui il giovane trombettista Adam O’Farrill, che tra l’altro fa già parte della cerchia dei giovani musicisti e improvvisatori di talento portatori di alcune tra le istanze più avanzate nello scenario del jazz contemporaneo.

Arturo è anche un eccellente pianista e big band leader e in questi ultimi decenni è riuscito a portare la fusione tra jazz e ritmi afro-cubani ad un nuovo livello, molto aggiornato e forse anche più riuscito, rispetto all’opera del padre, peraltro sempre in un contesto di continuità con la grande tradizione musicale afro-cubana. Non a caso è possibile ascoltare nella sua discografia anche qualche originale rielaborazione di materiale compositivo proveniente dalla penna di autori cubani, come ad esempio Ernesto Lecuona. Proprio nella sua unica esibizione italiana avvenuta nel gennaio 2016 al Teatro Manzoni di Milano alla quale ho potuto assistere portò nel programma una bella versione di Siboney (qui potete ascoltare il brano suonato), che è proprio una composizione di Lecuona.

Ho rintracciato in rete una esibizione di O’Farrill proprio con l’ottetto con il quale si presentò in quella data a Milano, riscuotendo un grande successo tra il pubblico e ve la propongo come concerto  del fine settimana.

Buon ascolto e buon week end.

Haiti e il Jazz di Jacques Schwarz-Bart

La presenza delle cosiddette “contaminazioni” nel jazz contemporaneo è sempre più evidente e vasta. Peraltro ho sempre l’impressione che il termine sia usato in modo improprio ed estremamente ambiguo, se non a volte addirittura in maniera strumentale e settaria, nel senso che certe contaminazioni (solitamente di origine extra-americana) sembrano star bene, mentre altre, inspiegabilmente poco gradite, molto meno. Inoltre occorrerebbe tener conto che il jazz sin dalle sue origini si è manifestato come una musica formata da una particolarissima commistione di linguaggi e di vernacoli, derivata dalle diverse culture presenti sul territorio americano, quindi per sua stessa natura “contaminata”.

Al di là di questo accenno di polemica (volutamente immancabile su questo blog) ma che si basa su constatazioni di fatto e non di aria fritta, vorrei oggi proporre la musica “contaminata” di un sassofonista dalle idee in merito davvero originali. Sto parlando del sassofonista Jacques Schwarz-Bart, che negli ultimi anni ha proposto un progetto sempre prossimo di base al mainstream jazzistico, ma che presenta una particolarissima commistione con i ritmi e i suoni di Haiti. Il progetto si chiama Jazz Racine Haiti ed è un intrigante dialogo che esplora le radici comuni del jazz, la musica voodoo, e le radici musicali prese dalle campagne di Haiti. Schwarz-Bart (nato il 22 Dicembre 1962 in Les Abymes) risiede stabilmente a New York e proviene da una famiglia di scrittori: la madre è di Guadalupa mentre il padre è di origine ebreo-francese. E’ cresciuto appunto a Guadalupa, ma è andato a scuola in Francia e ha lavorato per il Senato francese. Ha visitato Haiti numerose volte, studiando al noto Berklee College of Music di Boston. Dopo tali studi, ha suonato al fianco di jazzisti di fama come Danilo Perez, Chucho Valdés, e Roy Hargrove. Il suo background culturale diversificato suggerisce l’idea della sua attuale visione musicale. La musica, come potrete ascoltare, è accessibile anche ad un nuovo pubblico, offrendo comunque l’occasione di ricercare qualcosa di fresco e imprevedibile, per quanto riconoscibile e radicato nella tradizione.

Propongo un primo brano registrato nel 2011 con l’ottimo Etienne Charles nella front line alla tromba, insieme a Jacques Schwarz-Bart…

…e poi un concerto di una mezz’oretta del 2014. La formazione esatta del concerto non l’ho trovata ma dovrebbe comprendere: Darren Barret al flicorno, Rozna Zila alla voce e Jean-Marie Brinage alla batteria voodoo. Non riconosco invece i componenti dell’usuale ritmica. Se chi legge riesce a farlo farà cosa gradita a riferirlo nello spazio dedicato ai commenti, grazie.

Omer Klein: Fearless Friday (2015)

downloadLa scena musicale israeliana con il trentacinquenne pianista e compositore Omer Klein si conferma una delle più rigogliose e creative nel panorama della musica improvvisata contemporanea e del jazz, portando in dote una quantità di protagonisti qualitativamente paragonabili al livello dei migliori esponenti in circolazione sulla scena internazionale. Oltre a Klein, si possono infatti elencare il trombettista Avishai Cohen, con la sorella clarinettista e sassofonista Anat, i pianisti Yonathan Avishai, Shai Maestro e Yaron Herman, i contrabbassisti Omer Avital e Avishai Cohen, il chitarrista Gilad Heckselman, il trombonista Rafi Malkiel (che abbiamo potuto apprezzare ad inizio 2016 a Milano nell’ottetto “latin” di Arturo O’Farrill) e il collega Avi Lebovich (titolare di una eccellente big band composta da giovani talenti israeliani con la quale Klein si è esibito come ospite nell’ultima stagione di Aperitivo in Concerto), il clarinettista Oran Erkin; sono solo alcuni dei nomi già da tempo noti agli appassionati più avveduti.

Il contributo degli ebrei al jazz negli U.S.A. d’altronde è storicamente noto (sono centinaia i nomi dei jazzisti bianchi americani di origine ebrea, tra i più grandi, che si potrebbero snocciolare) e da considerare senza ombra di dubbio il più importante dopo quello afro-americano, con buona pace di certi recenti sproloqui diffusi nel nostro paese circa la preponderanza del contributo italiano al jazz. La particolarità della generazione di musicisti appena citati è che è composta da tutti (o quasi) nativi di Israele, poi trasferiti, più o meno per lunghi periodi, negli Stati Uniti per studiare musica e jazz, confrontandosi giornalmente con i colleghi americani. Proprio per tale ragione tutti costoro mostrano, oltre ad una grande preparazione musicale generale, una specifica conoscenza del jazz e della sua tradizione e una proprietà idiomatica nel suonare (soprattutto dal punto di vista dell’approccio ritmico all’improvvisazione) che li rende distinguibili solo per l’influenza dalle culture musicali ebraiche e mediorientali, fortemente percepibile in gran parte delle loro composizioni, peraltro ben miscelate con le componenti americane e afro-americane.

Omer Klein ha seguito analogo genere di percorso: cresciuto in Israele, ha studiato dal 2005 presso il New England Conservatory di Boston con Danilo Perez e ha continuato i suoi studi a New York con Fred Hersch, lavorando nel contempo con Joel Frahm, Mark Feldman, Clarence Penn, Ben Street, Meshell Ndegeocello, Jason Lindner, Avishai Cohen, Donny McCaslin e Jaleel Shaw. Dopo l’esordio discografico da leader nel 2007 (Introducing Omer Klein), il talentuoso pianista ha già prodotto altre sei incisioni a suo nome e vive attualmente a Dusseldorf, in Germania, dove ha registrato questo Fearless Friday (2015) nel famoso Bauer Studios di Ludwigsburg in compagnia di Haggai Cohen-Milo al contrabbasso e Amir Bresler alla batteria.

Oltre che nel ruolo di dotato strumentista, Klein si rivela qui anche un brillante compositore in uno stile di scrittura che mescola sapientemente spunti mediorentali (Yemen e Niggun), con colori classici e contemporanei. Klein è dunque il protagonista dei dieci brani ben supportato dai colleghi della ritmica, dimostrando di essere anche un fantasioso improvvisatore e un pianista meravigliosamente ritmico sin dal tema d’esordio: il gioioso Fearless Friday, un tema orecchiabile come se ne sentono pochi nel jazz di oggi e che potrebbe fare da sigla di una qualsiasi trasmissione radiotelevisiva, caratterizzato da una vivacità ritmica e una chiarezza melodica davvero non comuni. L’impostazione pianistica e la gestione del trio per il resto è molto moderna ma comunque pienamente dentro la tradizione jazzistica, con uno sguardo a un Brad Mehldau (Tears On A Bionic Cheek) in versione complessivamente più estroversa, Ahmad Jamal, ma anche a Ramsey Lewis.

Tra i dieci temi, uno solo è una rivisitazione, peraltro molto originale e sofisticata, di una delicata composizione di Duke Ellington come Azure, tra le sue meno battute, confermando per l’ennesima volta quanto sia fuorviante la polemica sull’uso o meno degli standard nella musica improvvisata odierna. Tutte le altre composizioni presentano spunti di interesse, con una particolare menzione per il relax esecutivo della suadente Cally Lily.

Concludendo, Fearless Friday documenta senza dubbio una delle figure più interessanti e da tenere d’occhio del pianismo jazz contemporaneo.

Riccardo Facchi

P.S. Di seguito il video promo del disco e la versione di Fearless Friday eseguita da Klein ad Aperitivo in Concerto a Milano con l’orchestra di Avi Lebovich.