L’internazionalità autentica di Enrico Pieranunzi

Pieranunzi

Label: Challenge Records ‎

Released: Studio LeRoy, Amsterdam, Olanda (02/02/2000-02/05/2000)

Bass – Hein Van De Geyn

Drums – Hans Van Oosterhout

Piano – Enrico Pieranunzi

Le contraddizioni e le ipocrisie congenite caratteristiche del nostro paese si riscontrano frequentemente anche in ambito jazzistico, o sedicente tale. La cosa è notabile per esempio con l’uso ambiguo del termine “jazz italiano”, con il quale, da un lato, si intende semplicemente categorizzare in termini nazionalistici la musica improvvisata prodotta dai nostri musicisti, dall’altro si vorrebbe identificare una sorta di diversa forma di jazz dalle specifiche peculiarità mediterranee, che si affranca e distingue sempre più dai modelli della tradizione americana e africano-americana, con pari, se non superiore, dignità artistica. Peccato che, al di là di possibili mistificazioni più o meno consapevolmente create, o di semplicistiche classificazioni meramente geografiche,  la distinzione non abbia ragion d’essere, in quanto esiste uno e un solo jazz (per quanto linguaggio sincretico e continuamente integrativo di una molteplicità di contributi idiomatici), cioè un linguaggio che ha maturato nel tempo un suo canone di riferimento e peculiarità legate alla pronuncia e all’aspetto ritmico nel trattamento del materiale tematico, che, se assenti, non possono definire la musica prodotta con tale termine, qualsiasi essa sia e da qualsiasi area geografica provenga, come al contrario da troppo tempo si tende a fare ormai con qualsiasi genere di musica improvvisata.

L’esposizione di un concetto come questo, in un’epoca nella quale si parla di frequente e abbastanza impropriamente per il jazz, di “contaminazioni” e di “universalità” del linguaggio jazzistico, oggi verrebbe immediatamente tacciata per essere retriva, da quella parte ormai vetusta della nostra critica (questa sì davvero conservatrice al limite della reazionarietà, al di là delle apparenze), che, dietro ad un progressismo di facciata, mal applicato al jazz, mostra un preoccupante conformismo di pensiero, peraltro tipico di certi ambienti italici ormai culturalmente e politicamente sclerotizzati.

Ben lo sa Enrico Pieranunzi, che da decenni è ormai uno dei nostri jazzisti più emancipati da certi discorsi e oggettivamente meno provinciali, più seri, ricercati e rispettati a livello internazionale, nonostante siano altri i musicisti italiani propagandati, in modalità sempre più inflazionate. Egli riesce ad esprimere la sua personalità musicale di improvvisatore, perfettamente nell’alveo del canone jazzistico suddetto, senza essere tacciato di conservatorismo e non avendo necessità di appoggiarsi a sovrastrutture di pensiero che straparlano di jazz europeo, o autoctono, ormai affrancato dal mainstream americano, spesso in termini davvero ambigui e pretestuosi. Il problema è invece che non di rado ci troviamo di fronte a musicisti erroneamente convinti che sia solo più facile (e più “libero”…) collocarsi e distinguersi musicalmente in ambito improvvisativo, per poi scoprire tutte le difficoltà nell’affrontare un linguaggio quasi del tutto esogeno, che richiede invece una applicazione e uno studio approfondito del tutto peculiare, soprattutto riguardo agli aspetti ritmici, tipici della cultura musicale afro-americana. Un problema questo che non tocca minimamente Pieranunzi (come anche altri nostri validi musicisti), perfetto conoscitore del linguaggio jazzistico afro-americano, senza avere alcuna necessità di affrancarsene per affermare la propria personalità artistica, cioè di musicista con sensibilità certo europea e specificamente italiana. Pieranunzi nel corso dei decenni di attività professionale, di studio approfondito e di esperienze discografiche e concertistiche sempre più frequenti, non a caso ha collaborato con i maggiori jazzisti sulla scena internazionale, suonando e registrando, non occasionalmente, con Chet Baker, Art Farmer, Irio De Paula, Lee Konitz, Marc Johnson, Joey Baron, Paul Motian e Charlie Haden, Chris Potter e Kenny Wheeler, tra gli altri.

Questo suo disco che vi presento, registrato ormai quindici anni fa, ma pubblicato nel 2011 e registrato in Olanda con musicisti locali, è sintomatico di quanto sopra detto. Pieranunzi ci propone alcune pagine dell’assortito e vasto book di composizioni di Wayne Shorter, uno dei massimi geni compositivi del jazz moderno, profondamente studiate e personalizzate in versione trio pianistico.

Non si tratta cioè di una riproduzione calligrafica e consolatoria di un repertorio abbastanza noto per scaldare i cuori dei jazzofili più “puristi”, ma, anzi, di una rilettura molto interessante di alcuni brani, peraltro pensati originariamente per formazioni allargate a quartetto e quintetto, tipiche del miglior jazz anni ’60, adattate in modo per lo più brillante, con gusto e originalità, nell’ambito suo preferenziale del trio. Ovviamente, il pianismo di Pieranunzi si colloca in modo nitido nella concezione “bianca” del trio di pianoforte, cioè quella che fa riferimento alla linea Tristano-Bill Evans-Corea-Mehldau, per intenderci, con ovviamente imprescindibili riferimenti a Mc Coy Tyner e Herbie Hancock nei brani ritmicamente più mossi e che lo richiedono, come Deluge, E.S.P., Capricorn e Pinocchio. Le preferenze personali vanno però per le riletture di brani strutturalmente difficili da affrontare come Fall e molto ben suonati, o come Sleeping Dancer, Sleep On, sorta di lullaby shorteriana poco nota, che Pieranunzi è andato a scovare in un disco dei Jazz Messengers di Art Blakey dal titolo “Like Someone in Love”, sintomo evidente delle ricerca approfondita fatta sul materiale tematico del sassofonista di Newark. O ancora, This is for Albert, dove egli mette in rilievo la splendida melodia e improvvisa con travolgente swing, cosa poi non così comune tra i nostri jazzisti, ma tutto il disco si lascia ascoltare con grande piacere.

In sintesi, uno dei migliori dischi della già corposa discografia di Pieranunzi e forse anche della produzione jazzistica italiana dell’ultimo decennio, facente parte di un “made in Italy” jazzistico meno strombazzato, ma certo di valore.

Riccardo Facchi

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