La sobrietà nella musicalità di Tommy Flanagan

Sì, lo ammetto, Thomas Lee Flanagan (Detroit, 16 marzo 1930 – New York, 16 novembre 2001)  è davvero uno dei miei pianisti preferiti, che pur emergendo tra i protagonisti del periodo hard-bop, ritengo sia limitativo classificarlo in modo esclusivo in tale ambito stilistico. Flanagan si è infatti distinto non solo nel ruolo di eccellente accompagnatore nei capolavori di grandi solisti come Sonny Rollins e John Coltrane, ma anche in qualità di raffinato accompagnatore di una cantante come Ella Fitzgerald, senza considerare che ha prodotto dischi da leader in trio magnifici, alcuni dei quali hanno contribuito alla costruzione di un canone di riferimento per molti pianisti delle generazioni successive. Anche solo per tale ragione non dovrebbe essere trascurato. Tra l’altro la sua produzione discografica è addirittura migliorata con gli anni. I dischi prodotti nell’ultimo decennio della sua vita (ma forse anche prima) sono uno meglio dell’altro, eppure questo grandissimo pianista, grande conoscitore della tradizione jazzistica e umile uomo non ha goduto dalla nostra critica dell’attenzione e del merito che gli andavano riconosciuti. La motivazione potrebbe essere legata principalmente alla difficoltà di molti nel riconoscere le sottili differenze tra un pianista e l’altro, gettandoli superficialmente nel calderone del cosiddetto “mainstream”, genere per lo più poco amato da una critica maggioritaria immotivatamente con la puzza sotto il naso. Solo così riesco a spiegarmi come certi sedicenti testi di storia del jazz pubblicati nel nostro paese riescano a malapena a trovare il modo di fare una singola e distratta citazione per un pianista di questa importanza (e non è l’unico, peggior sorte è toccata ad Hank Jones, nemmeno degno di una citazione, e un altro ancora è Brad Mehldau, portando degli eclatanti esempi). Più che libri di storia mi sono parse orrende storie di fantascienza musicale costruite a propria immagine e somiglianza, ma tant’è, come dire, ognuno si sceglie i riferimenti che preferisce.

Al di là delle polemiche, la musica può spiegare meglio delle parole. Per questo propongo per l’ascolto questa sentita versione di Sunset and the Mockingbird, stupenda composizione del magico duo Duke Ellington-Billy Strayhorn tratta dalla nota “Queen’s Suite” composta in onore delle regina Elisabetta d’Inghilterra.

Buon ascolto

513I7+NiIqL._SY355_Sunset and the Mockingbird

 

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