Eric Harland Quintet Live

Oggi, come ogni venerdì, è il turno di una proposta concertistica contenente, si spera, della buona musica e del buon jazz. Si tratta di un concerto di una decina d’anni fa relativo a un leader che è da considerare tra i migliori batteristi in circolazione, molto richiesto anche in diversi altri contesti e proposte musicali di altri leader. Parliamo dell’ Eric Harland Quintet, composto da Walter Smith III – al sax tenore, Taylor Eigsti al pianoforte, Julian Lage alla chitarra, Harish Raghavan al contrabbasso, oltre ovviamente al leader batterista.

Buon ascolto e buon fine settimana

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Inaspettato successo del “Flop Jazz”…

Visto il riscontro che ha avuto l’articolo di venerdì scorso relativo al mio “Flop Jazz”, sia in termini di accessi (una autentica esplosione) sia in termini di commenti susseguenti sui social, annuncio che in futuro, a scadenza periodica non programmata, proporrò ancora articoli con la presenza di sintetiche recensioni, anche fortemente negative, relative a quello che mi capiterà di ascoltare.

Come avevo ampiamente previsto, lo scritto ha suscitato commenti contrastanti ed era ciò che in parte volevo e mi aspettavo, in quanto ritengo necessario smuovere le acque di un ambiente da troppo tempo carico di ipocrisia e conformismo critico che negano al lettore e all’appassionato indicazioni sincere riguardo ai lavori dei musicisti e a questi ultimi di emergere per meriti oggettivi. In questo senso, rimarco il fatto che questo blog non è stato pensato per fare pubblicità a musicisti, parenti o amici, ma per fornire, nel suo piccolo,  un servizio divulgativo agli appassionati e possibilmente ai neofiti che vorrebbero avvicinarsi a questa genere di musica per potersi appassionare come è capitato al sottoscritto più di quattro decenni fa.

C’è chi si è lamentato per il fatto che avrei scritto nascondendomi dietro ad uno pseudonimo. Evidentemente la distrazione (o il pregiudizio?) di taluni ha impedito di notare che il sito ha il mio nome e cognome sin dall’indirizzo internet, scritto a chiare lettere e il nick “cotecchio” (di derivazione vernacolare bergamasca) mi identifica come Riccardo Facchi, ossia il gestore di questo blog. Non ho problemi su questo e se interessa avere altre informazioni basta andare sulla mia personale pagina Facebook dove condivido questi scritti quotidianamente.

Quanto al discorso accennato da alcuni relativamente alle competenze di chi scrive, premesso che non stiamo parlando di scienze esatte e che dovrebbe vigere la libertà di opinione, specie quando motivata nel merito, come sempre faccio, mi sembra giusto metterle in dubbio e verificarle, esattamente come certi musicisti dovrebbero viceversa imparare ad accettare i rischi della pubblica esposizione (a meno che amino esibirsi “davanti alle loro mamme”, come affermò a suo tempo Arrigo Polillo sulle pagine di Musica Jazz), a mettere in dubbio anche se stessi e il risultato del loro lavoro e ad accettare opinioni diversificate, anche negative, che possono arrivare da voci diverse, rimanendo, si spera, nell’ambito della correttezza. Fa un po’ sorridere constatare come le competenze vengano messe regolarmente in dubbio solo a fronte di critiche negative, mentre si può essere degli autentici analfabeti della musica (e nell’ambiente dei jazzofili di mia conoscenza, anche di vecchia data, ce ne sono a bizzeffe) e a nessun musicista balenano certi pubblici dubbi, purché  se ne parli bene.

Nel frattempo, ci si potrebbe fare una idea leggendo qualche articolo di quelli che da due anni pubblico su questo blog e farsi una propria opinione in merito. Sono a disposizione per ogni ulteriore chiarimento o osservazione. Grazie

Riccardo Facchi

Un ricordo di Muhal Richard Abrams

image_14712Ci ha lasciato all’età di 87 anni a fine ottobre una delle migliori menti musicali dell’AACM (Association for the Advancement of Creative Musicians) di Chicago, di cui è stato tra i membri fondatori sin dalla metà degli anni ’60. Un innovatore autentico ma mai dimentico della propria grande tradizione musicale.

L’italiana Black Saint ha avuto il merito di documentare una serie di album che sono da considerare tra i capolavori della sua discografia. Eccellenti anche alcune sue esibizioni in piano solo come Afrisong, in cui è leggibile la sua appartenenza alla grande tradizione pianistica africana-americana.

Era stato recentemente  anche in Italia nel febbraio 2016, nell’ambito di Aperitivo in Concerto. In mesto ricordo propongo un paio di significativi estratti catturati dalla rete.

Il secondo anniversario del blog…

1017Sono già passati due anni dal 13 ottobre 2015, quando provai a pubblicare qualche mio scritto su questo blog musicale (non strettamente legato solo al jazz), su consiglio di un’amica sul come fare ad aprirlo. Oggi approfitto dell’anniversario per fare un piccolo resoconto e parlare di alcune future novità che sono in cantiere.

Come già accennato lo scorso anno, ho cercato di mantenere una qualità il più possibile alta, compatibilmente con le mie possibilità di tempo e competenze, in modo che gli scritti quotidiani potessero mantenere una valenza anche riprendendone la lettura in futuro e devo dire che pian piano la cosa sta ripagando con un pubblico fedele di lettori, un progressivo aumento medio degli accessi e delle letture anche di articoli non pubblicati nel quotidiano. Non ho alcun obiettivo legato strettamente al numero di accessi dei lettori, se così fosse dovrei puntare a pubblicare più spesso articoli relativi a nomi nazionali ed internazionali sulla bocca di tutti, cosa che volutamente evito di fare, perché ritengo che troppe figure validissime di ieri e di oggi vengano mediamente trascurate con motivazioni varie, ma per me quasi tutte poco comprensibili se si è davvero appassionati alla musica e al jazz in particolare.

In linea di massima, do maggior peso e precedenza a figure del passato recente o remoto più che alla attualità, in quanto ho sempre più l’impressione che, in questo periodo di grande confusione in materia, ci sia un bisogno assoluto di ricordare quale influenza e quale contributo certi grandi musicisti hanno saputo dare al jazz, alla musica afro-americana, alla musica americana, ma direi proprio alla musica tout court, cercando di contestualizzarli il più possibile nel loro ambito culturale di riferimento.

In ogni caso, nel breve ci saranno delle novità che tenderanno a coprire meglio lo scenario musicale contemporaneo, anche a livello di musicisti nazionali. In diversi mi hanno infatti rimproverato del fatto che non scrivo quasi mai di jazz italiano e dei nostri jazzisti. Premesso che non sono un gran esperto di jazz italiano e premesso che è stata una scelta editoriale voluta, ho cercato di spiegarlo in privato a chi mi ha fatto presente la cosa (peraltro in qualche articolo ne ho anche parzialmente precisato le motivazioni pubblicamente), ma spero presto di avere il piacere di aggiungere qualche collaborazione in tal senso (fidata e di comprovata competenza) che darà un contributo tale da coprire, almeno in parte, la falla. Si parlerà comunque di rado dei nomi nazionali più battuti, sempre per precisa scelta, in quanto sono già sin troppo pubblicizzati con una sovraesposizione mediatica e concertistica che, per quel che mi riguarda, sfiora l’invadenza nauseabonda se comparata agli effettivi valori musicali messi in campo. Si valuterà di volta in volta se e quando parlare di musicisti a nostro giudizio meritevoli di maggior attenzione, evitando le cosiddette “marchette”, o eventuali conflitti di interessi semplicemente legati a rapporti di amicizia o d’altro, insomma tutto il tipico campionario che caratterizza da troppo tempo il parlato intorno alla musica improvvisata e ai relativi protagonisti in questo paese, che pare tenere in pochissimo conto il servizio fatto ai lettori e invece tenere particolarmente al servizio fatto al musicista di turno (o al suo influente manager, tanto per essere chiari…).

Avere poi la collaborazione di qualcuno aiuterà a levare quella inevitabile patina di autoreferenzialità che può trasparire da un blog retto da una persona sola, favorendo così anche una dialettica interna che può essere solo foriera di futuri miglioramenti, almeno lo spero. Si apriranno perciò altre categorie di articoli, magari anche arricchendo con occasionali interviste a qualche musicista interessante e meritevole (ma che dica cose interessanti, il che non è poi così scontato…).

Riccardo Facchi

Nel segno di Ornette Coleman

E’ noto a tutti i jazzofili il contributo fondamentale di Charlie Haden e di Don Cherry nel leggendario quartetto colemaniano che, tra fine anni ’50 e inizio ’60, produsse una serie di dischi per l’Atlantic che mutarono in modo sostanziale il percorso del jazz e, soprattutto, il modo di suonarlo.

I due si sono ritrovati periodicamente anche dopo lo scioglimento del gruppo, sia per riprendere il discorso iniziato con Coleman in propri gruppi (Old And New Dreams), sia in esperienze orchestrali a proprio nome (es. Liberation Music Orchestra), senza contare alcune riuscite rimpatriate sempre in incisioni sotto il nome  del contraltista texano (es. in Crisis– Impulse nel 1969, o Science fiction – Columbia, nel 1971, o ancora In All Language Caravan Of Dreams, nel 1987).

Nel 1989 Charlie Haden, (se non ricordo male) è stato direttore artistico dell’ edizione del Festival di Montreal di quell’anno, in cui egli stesso partecipava attivamente, presentandosi in concerti condivisi con artisti affini, affermati ma anche emergenti del periodo, come Paul Bley, Geri Allen, Joe Henderson, Gonzalo Rubalcaba, tutti registrati in una serie di pregevoli CD presentati dalla Verve in un box intitolato The Montreal Tapes che non dovrebbe mancare nella discoteca di ciascun appassionato degno di questo nome. Tra queste esibizioni concertistiche è documentato anche  l’incontro con Don Cherry e Ed Blackwell che sto qui per proporvi su un magnifico tema di Ornette Coleman e che vi invito ad ascoltare, intitolato The Law Years.

Il Blog un anno dopo…

1017il 13 ottobre dello scorso anno nasceva questo blog. E’ già passato un anno e per la verità dovrei evitare un’autocelebrazione che rischierebbe una forma di narcisismo oggi peraltro molto diffusa con la visibilità che può dare la rete a chiunque. Tuttavia, ho deciso di correre il rischio perché i risultati ottenuti nel giro di un anno sono più che incoraggianti, avendo creato anche un fedele pubblico di lettori interessati a sentire voci alternative rispetto ad una maggioritaria narrazione della materia un po’ troppo allineata su posizioni quanto meno discutibili.

Il sito ha proposto più di 300 articoli superando i 10.000 visitatori e i 17.000 accessi e considerando che è partito dal nulla e si divulga quasi solo con l’utilizzo di Facebook è un risultato iniziale quantitativamente soddisfacente, calcolando che ho sempre volutamente evitato di dedicare gli articoli ai nomi più battuti o in voga che solitamente contribuiscono ad aumentare gli accessi, il che non era e non è l’obiettivo primario che mi sono posto.

Al di là infatti dei numeri totalizzati, importanti sino ad un certo punto, mi sono mosso puntando in questo primo anno ad un racconto non troppo incentrato sull’attualità, ma più orientato ad una divulgazione della materia che miri a far scoprire, o semplicemente a far riscoprire, i grandi personaggi spesso inspiegabilmente trascurati, in un racconto “a puzzle” della lunga e ricca storia che questa musica ha saputo accumulare in circa un secolo di vita, andando anche oltre il bacino del jazz e guardando intorno a ciò che è successo intorno al jazz. Ciò principalmente perché uno degli errori più vistosi che ho notato nella narrazione italica della materia è il reiterato  e artificioso tentativo  di presentare questa musica separata dal bacino delle musiche popolari di riferimento, che nei decenni si è rivelato sempre più vasto e oltre i confini nordamericani dai quali ha preso le mosse. Contrariamente a quel che si è spesso detto, è più il jazz ad aver utilizzato materiale musicale proveniente da fonti musicali esterne che il viceversa, perciò non si capisce perché ritenerle separate.

Un’ altra importante motivazione è legata al fatto che si riscontra una visione odierna del jazz un po’ “modaiola” e falsamente “progressista”, che tende a minimizzare e derubricare un passato musicale essenziale, rischiando persino la mistificazione, senza la conoscenza del quale è peraltro difficile comprendere appieno anche lo scenario attuale. E’ una modalità più consona a musiche di consumo che ad una musica considerata “d’arte” come il jazz e che davvero comprendo poco, ma che si sta espandendo a macchia d’olio. In ambito accademico nessuno prenderebbe sul serio chi affermasse di ascoltare la musica da Schönberg in poi, ritenendo non più necessario l’ascolto di, che so,  J.S. Bach, ma nel jazz purtroppo questo genere di cose accade e quel che fa amaramente sorridere è che viene anche preso abbastanza sul serio.

Credo che proseguirò in questo percorso divulgativo anche nel prossimo anni, perché ve n’è a mio parere la necessità, cercando pian piano di aumentare l’attenzione alla scena contemporanea e all’attualità quando sarà il caso e di tenere alta la qualità delle scelte argomentali negli scritti, compatibilmente con le mie possibilità anche e soprattutto in termini di tempo disponibile.

Probabilmente si sarà notata una certa carenza di presenza del jazz italiano, ma è una scelta voluta e per diverse ragioni legate anche alla mia esperienza passata quando ho affrontato il tema. In generale, ritengo che se ne parli anche sin troppo, in relazione alla vastità della attuale scena jazz mondiale, a volte anche con esagerazione e toni eccessivamente trionfalistici e provinciali. Sono interessato alla musica e non devo curare gli interessi promozionali contingenti di questo o quel musicista. La cosa non mi rende certo simpatico, ma non reggo più di tanto l’ipocrisia e in particolare quella che circola nell’ambiente che è davvero fuori controllo. D’altronde per esperienza diretta so, come altri, che non è possibile recensire criticamente un disco o un concerto di musicisti nazionali senza venir incontro a qualche diverbio o grana, se non ci si esercita in lodi incondizionate. Quindi, siccome non mi piace scrivere quello che non penso, in generale evito di farlo e se faccio un’eccezione è solo perché sono convinto di quel che scrivo. Pertanto, non mandatemi comunicati stampa su singoli musicisti da promuovere, perché non li pubblico, a meno che si tratti di annunciare manifestazioni concertistiche e festival del jazz che mantengano comunque un carattere internazionale nelle proposte e che ritenga sia il caso di segnalare sul blog. Il nazionalismo fine a se stesso e la faziosità lasciamoli ad altri ambiti più miseri rispetto alla musica, che è arte universale. E’ una scelta che certo mi fa perdere un po’ di potenziali visitatori, ma come già detto dei numeri non mi preoccupo più di tanto.

Mi auguro piuttosto di poter aver ancora il tempo necessario da dedicare a questa attività per l’anno a venire, il che di questi tempi non è semplice.

Un saluto a tutti i lettori sulle note di Happy Birthday suonate dal Wynton Marsalis Septet.

Riccardo Facchi

Qualche giorno di relax…

Ci avviciniamo al Ferragosto e una piccola pausa di relax per il sottoscritto mi sembra dovuta, anche solo per ricaricare le pile e rinfrescare le idee, non solo in fatto di musica. Quindi, per qualche giorno non aggiornerò (scusate il bisticcio) il sito, ma ritengo che chi avesse tempo e voglia può sfogliare il già consistente materiale pubblicato in passato.

I dati di accesso e di visitatori dopo circa 10 mesi dall’inaugurazione di questo blog sono più che incoraggianti e in progressivo costante aumento, anche se l’obiettivo che perseguo non è tanto la quantità di visite, ma la qualità delle proposte e delle indicazioni che mi auguro vengano apprezzate, ma, come dire, non si può piacere a tutti e certo il mio voluto modo di prendere nette e franche posizioni, al di là di eventuali ragioni o torti, tende a creare inevitabilmente simpatie o antipatie, apprezzamenti o deprezzamenti. Va bene così.

Più in generale, lo scopo è quello di rendere disponibile in rete una voce diversa, alternativa e il più possibile onesta rispetto ad una narrazione italica sul jazz divenuta maggioritaria, ma abbastanza falsata nei valori, conformata su posizioni tristemente ripetitive e ormai stantie, fatte passare invece per avanzate. Senza voler offendere nessuno, segnalo a prova di questo che il pubblico del jazz mediamente è diventato oggettivamente vecchio, fatto in gran parte da ultra sessantenni che perseguono idee sulla materia legate ai propri anni giovanili e perciò rimaste sostanzialmente immutabili da ormai mezzo secolo. Idee peraltro basate non di rado su pregiudizi e fraintendimenti che rivelano una conoscenza dell’ambito culturale e sociale intorno al jazz e musiche limitrofe ancora incerta e approssimativa, che non aiuta a favorire la formazione di un quadro di valori musicali adeguato e possibilmente non viziato da ingiustificati settarismi, che invece abbondano.

Date una occhiata ogni tanto al pubblico dei concerti e vedrete che scarseggiano i giovani e sulla cosa occorrerebbe fare una seria riflessione, forse anche una seria autocritica, circa i modi con i quali si divulga oggi la materia. Occorrerebbe poi ricordare a tutti, sottoscritto per primo, che nessuno su una tale materia può ritenersi possessore della verità, ma sarebbe invece importante che ciascuno riflettesse su propri eventuali errori di impostazione, pregiudizi, confusioni e quant’altro, favorendo un confronto di idee che invece manca clamorosamente in questo paese, e non solo in fatto di musica, forse perchè manca una reale passione.

Vi lascio con la proposta di un brano che ha dei risvolti personali, quasi privati. Un brano di un disco che acquistai l’estate di diciannove anni fa, l’ultima passata con mio padre, e che ad ogni Ferragosto mi riporta alla mente con immutata emozione la sua carismatica figura. La musica serve anche a questo.

Buon Ferragosto

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Il Jazz e le sigle radiotelevisive

 

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Il jazz, specie quello per big band, è stato spesso utilizzato come sigla di diversi programmi radio e tv nazionali ed internazionali, molto più nel passato che oggigiorno, forse perché le big band attualmente scarseggiano, o semplicemente perché il jazz non ha più la stessa presa pubblica di un tempo, non saprei bene. In ogni caso, sono andato un po’ a memoria e ho rintracciato in rete questi brani che sto per proporvi come sigle radiotelevisive. Se qualcuno ha in mente qualche altra indicazione da aggiungere, sarà benaccetta.

Intermission Riff  – Stan Kenton, sigla di Tv 7

The Birth of a Band – Quincy Jones, sigla della trasmissione radiofonica Lo Sport (se ricordo bene…)

Winning The West – Buddy Rich, sigla de La domenica sportiva edizione 1973-74

Soul Bossa Nova  – Quincy Jones, sigla internazionale (Austin Powers), non solo per la tv italiana

Take The A TrainDuke Ellington sigla di Anicaflash

Nunzio Rotondo – sigla dello sceneggiato tv anni ’60 Nero Wolf

Taste of Honey – Herb Alpert & The Tijuana Brass, sigla di Tutto il calcio Minuto per Minuto

Jazz CarnivalAzimuth sigla di Mixer

Hard To Keep My Mind On YouWoody Herman sigla di AZ, un fatto come e perché

Country Keith Jarrett, sigla Radio Rai

Schuller e l’armonia agli albori del jazz

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Gunther Schuller

“(…) Nella preistoria del jazz l’armonia assolveva a molte funzioni…ma una cosa è chiara: qualsiasi discorso sull’armonia nel jazz e antenati deve partire dalla constatazione che in principio la musica afroamericana non possedeva armonia. Se pure c’era, era per caso e comunque non era certo l’armonia diatonica funzionale europea. Nel diario di Fanny Kamble (1839) i barcaioli schiavi cantano «tutti all’unisono»; e Charles Ware, quasi trent’anni dopo, afferma seccamente a proposito dei canti degli schiavi: «non esiste canto a più voci come lo intendiamo noi». E poteva essere altrimenti? L’armonia di tipo europeo è ignota alla musica africana. Sarebbe facile concludere, come la maggioranza degli studi sul jazz, che l’armonia del jazz deriva esclusivamente dalle tradizioni europee. In senso generale è vero; ma questa ha l’aria di essere un’altra di quelle ipersemplificazioni cui tanto facilmente indulgono gli storici quando i documenti scarseggiano. Infatti, in un altro senso, forse altrettanto essenziale, le specifiche scelte armoniche compiute dai neri, una volta adottato il quadro di riferimento dell’armonia europea, furono interamente dettate dalla tradizione africana. Vi sono prove cospicue del fatto che i neri assimilarono solo le tendenze armonico-melodiche compatibili con la loro tradizione (…)

Tratto da Il Jazz – le Origini – Gunther Schuller (edizione EDT)

Basta che funzioni…

Woody Allen è come noto a molti un genio della cinematografia, ma anche un ottimo clarinettista e appassionato di jazz tradizionale, sempre in grado di far mettere colonne sonore a dir poco eccellenti nei suoi film, in modo da far assaporare e riscoprire tanta buona musica anche agli appassionati incalliti.

Non sono molti i film suoi che non gradisca rivedere, ma “Basta Che Funzioni” (titolo originale Whatever Works) del 2009 è uno dei miei preferiti, soprattutto per il monologo iniziale che è di una efficacia e una sintesi folgoranti. Per questo sto per riproporvelo qui sotto.

Inutile dire che anche in questo film si possono risentire splendide musiche del passato. Un tema ad esempio discretamente battuto nel jazz tradizionale, e in questo film, è If I Could Be With You scritto nientemeno che da James P. Johnson. La canzone è stata pubblicata nel 1926 e il primo a registrarla fu Clarence Williams nel 1927 con i suoi Blue Five e la presenza della cantante-moglie Eva Taylor. Il brano è diventato popolare poi nel 1930 nella versione dei mitici Mc Kinney Cotton Pickers diretti da Don Redman, che la usarono come loro sigla.