Un pezzo di storia musicale americana al Manzoni

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Non ho alcuna intenzione di entrare nello specifico musicale producendo un puntuale resoconto del concerto cui ho potuto assistere ieri al Teatro Manzoni, in occasione della penultima data della stagione musicale di Aperitivo in Concerto, perché in realtà si è trattato di qualcosa di più e di diverso da un normale concerto. E’ stata più che altro una occasione unica di assistere al racconto, nel senso pieno del termine e fatto con la musica, di un pezzo di storia della cultura americana e delle relative musiche che si sono manifestate nel secolo scorso, narrata e suonata da una autentica icona vivente, assente dalle scene milanesi da più di sessant’anni, come David Amram. L’ottantaseienne musicista di Philadelphia personifica infatti un pezzo di storia della musica americana (ma sarebbe meglio usare il termine estensivo al plurale) e si è rivelato sul palco del teatro un appassionato comunicatore e divulgatore, in ruoli che peraltro ha sempre ricoperto nella sua lunga carriera professionale di attivo educatore e non solo di musicista, compositore e multistrumentista, senza distinzione di genere e scevro da steccati culturali ed etnici. Un autentico pioniere di ciò che oggi è continuamente ricercato nello scenario musicale contemporaneo.

In un paio di ore di esibizione (ma se fosse stato per lui sarebbe andato avanti il doppio) e suonando pianoforte, corno francese e flauti di vario genere, Amram ha cercato di spiegare al pubblico milanese, in modo sorprendentemente esuberante e fisicamente agile per la veneranda età, le mille sfaccettature della cultura americana intorno alla musica che il Nuovo Continente ha man mano saputo produrre. Nella sua narrazione tra musica e parlato sono emerse non solo le grandi figure musicali e gli interpreti del jazz da lui direttamente frequentati, nomi del calibro di Duke Ellington, Louis Armstrong, Thelonious Monk, Gerry Mulligan, Sonny Rollins, sino a Paquito D’Rivera e le musica caraibiche, ma anche il cinema e la letteratura americana, attraverso la citazione di Arthur Miller, Frank Sinatra, Jack Kerouac, Allen Ginsberg e molto altro ancora.

Segnalo solamente che Amram si è presentato al pubblico milanese con un quintetto comprensivo del bassista Rene Hart (di scuola vagamente mingusiana ma esperienze più nel jazz tradizionale) il batterista Kevin Twigg, suo abituale collaboratore, il figlio Adam Amram alle congas e il leggendario ottantatreenne Jerry Dodgion al sax contralto, purtroppo non in buone condizioni di salute a causa di un recente importante intervento chirurgico non ancora completamente assorbito.

Riccardo Facchi

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il jazz “impegnato” di Max Roach

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Si parla troppo poco di Max Roach. Probabilmente è riduttivo considerarlo anche solo quello splendido batterista che è stato. E’ stato ben di più: un leader e un musicista a tutto tondo, oltretutto socialmente e politicamente impegnato, anche se, come al solito, la cosa è stata a suo tempo strumentalmente utilizzata in Italia, come per tutto il jazz purtroppo, per fini del tutto impropri riportati al miserrimo scontro ideologico nostrano degli anni ’70.

Ho rintracciato in rete un video davvero interessante che vi propongo nell’occasione, registrato in Europa per la tv belga nel periodo successivo all’incisione di “Freedom Now Suite”.

Si possono ascoltare nitidamente anche tutti i componenti del gruppo di allora, formato da Clifford Jordan al sax tenore, Coleridge Perkinson al piano, Eddie Kahn al contrabbasso e Abbey Lincoln alla voce, in una sorta di medley tra brani di quel disco e standard come Sophisticated Lady e Love For Sale.

buon ascolto

Michael Garrick e il jazz inglese anni ’60

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Sarò franco. Una delle tante facezie propagandistiche che circolano a proposito del nostro jazz, in tipico stile della miserrima politica italiana odierna e ad uso e consumo tutto interno, è che esso sia “il secondo al mondo” dopo quello americano (forse…). Ora, capisco il voler sfruttare certa abbondante ignoranza musicale congenita nel paese, non solo jazzistica, ma la cosa è totalmente priva di fondamento e bisognerebbe avere l’onestà intellettuale (questa sconosciuta…) di dirlo, ma ci si guarda bene dal farlo e in questi casi il silenzio ambiguo, se non omertoso, del “chi tace acconsente”, pare essere diventata la soluzione più comoda per tutti.

Non è il caso di fare classifiche ma il Jazz inglese ha dato e continua a dare uno dei maggiori contributi europei, anche solo in termini storici, sia per quantità di musicisti sfornati che per qualità. Non serve fare elenchi di musicisti britannici di ieri e di oggi, ma il pianista, organista e compositore Michael Garrick,  morto nel 2011 a 78 anni dopo aver sofferto di problemi cardiaci, è stato una delle figure di spicco del jazz britannico sin dal lontano  1960.  Creativamente inquieto, Garrick si unì agli innovatori del jazz inglese come il contraltista di origine giamaicana Joe Harriott (non a caso, si interessò come lui alla musica indiana, utilizzando scale e tecniche indiane in un certo numero di sue composizioni) e poeti con un debole per il jazz, ma contribuì anche alla costruzione di un considerevole repertorio di estese composizioni orchestrali, svolgendo anche una intensa attività  divulgativa e di proselitismo per il jazz nelle scuole. Tutto questo, mentre conduceva i propri piccoli gruppi e una big band. La gamma di tali composizioni di Garrick si estese anche a opere corali e pezzi liturgici,  il suo A Zodiac of Angels è ad esempio un’opera di 70 minuti, scritta nel 1988,  per orchestra sinfonica, sei solisti jazz, cantante jazz e coro.

Garrick è venuto alla ribalta inizialmente come pianista del  Don Rendell – Ian Carr Quintet nel periodo 1965-1969 (di Don Rendell si è scritto anche su Musica Jazz di febbraio),  portando avanti il progetto del suo sestetto dal 1966, le cui registrazioni sono state ultimamente ristampate, tra cui Black Marigolds (1966) e Dusk Fire (1965). Ispirato in parte da Ellington e Bill Evans, Garrick  era in realtà un pianista in gran parte autodidatta, brillantemente intuitivo e clone di nessuno. Era culturalmente vorace ed un esperto lettore di letteratura inglese essendosi anche laureato in tale ambito nel 1959, mantenendo un amore costante per la letteratura spesso fondendo le sue composizioni musicali con discorsi e  riferimenti letterari, in una sorta di Jazz & Poetry.

Per l’ascolto odierno vi propongo un brano tratto appunto dal suo Black Marigolds.

Buon ascolto.

 

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La più sconvolgente versione di Summertime

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Oggi copriamo una mancanza del blog, visto che sino ad ora non avevo parlato di un autentico mito del tenorsassofonismo come John Coltrane, ma come tutti i miti a volte si esagera nel celebrarli, oscurando altre figure che nello stesso ambito hanno rappresentato e tutt’ora rappresentano molto. Spero di non far inorridire qualcuno se dico che in questo periodo non è il mio sassofonista preferito e che la tendenza del tenorsassofonismo si sta negli ultimi decenni progressivamente sganciando dai modelli coltraniani fin troppo inflazionati negli anni ’70 e ’80, rivolgendosi anche a riferimenti profondamente diversi e persino antecedenti, ma sarebbe un lungo discorso che occorrerebbe affrontare seriamente e in modo meno generico e più articolato di quanto scritto ora.

In ogni caso e lungi da me voler minimizzare la portata innovativa del suo sassofonismo e della sua concezione musicale, propongo per l’ascolto quella che almeno per me è una delle versioni di Summertime ancora oggi più avanzate e creative mai ascoltate. Non solo Coltrane suona ed improvvisa “da urlo”(qui la trascrizione dell’assolo), ma si può godere anche di un Elvin Jones  straordinario. Una autentica sagra del ritmo e del poliritmo, interpretata con una energia,  una precisione e una intesa coi componenti del gruppo pressoché ineguagliabili. Un indiscutibile capolavoro del jazz.

buon ascolto

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In vendita i biglietti per i concerti al Teatro Parenti

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Sono in vendita da oggi i biglietti per i concerti previsti  al Teatro Parenti  in Milano.
Riporto, per vostra comodità e conferma, il calendario che avevo già anticipato su questo blog:
 
Domenica 06/03/2016 h 11:00 
TRIO DA PAZ
Romero Lubambo – chitarra
Nillson Matta – contrabbasso
Duduka Da Fonseca – batteria
21/03/2016 h 21:00 
DONNY MC CASLIN “FAST FUTURE”
Donny Mc Caslin – sax tenore
Jason Lindner – pianoforte, tastiere
Matt Clohesy – basso elettrico
Nate Wood – batteria
08/04/2016 h 21:00 
JIM BLACK TRIO
Elias Stemeseder – pianoforte
Thomas Morgan – contrabbasso
Jim Black – batteria
25/04/2016 h 21:00 
NICOLE MITCHELL “BLACK EARTH STRINGS”
Nicole Mitchell – fauto Renee Baker – violino e viola
Tomeka Reid – violoncello
Josh Abrams – contrabbasso
09/05/2016 h 21:00 
DAVE LIEBMAN – RICHIE BEIRACH DUO
Dave Liebman sax
Richie Beirach, pianoforte

le raffinatezze di Philip Catherine

Philip Catherine, di origine londinese ma belga a tutti gli effetti, è uno dei migliori chitarristi presenti sulla scena europea del jazz già dal 1960. E’ ormai prossimo ai 74 anni, ma continua a suonare senza sosta. Catherine possiede un suono  riconoscibile, raffinato e sensuale in cui si può sentire l’originaria influenza di Django Reinhardt, ma ha assimilato molto altro di più contemporaneo nella sua musica e nel suo chitarrismo, debitore anche di Wes Montgomery e fors’anche con una punta di Bill Frisell, rilevabile nelle incisioni più recenti. Già all’età di 16 anni ha avuto modo di esibirsi con il sassofonista Sonny Stitt a Bruxelles. Più tardi  accompagnando grandi nomi come Dexter Gordon, Charles Mingus, Tom Harrell, Niels- Henning Orsted Petersen, Charlie Mariano e Chet Baker. In gran parte autodidatta, problemi di droga e alcol in gioventù gli sono stati di ostacolo in carriera.

Ho avuto modo di ascoltare di recente Philip Catherine Plays Cole Porter contenente una raffinata interpretazione di un book ottimamente scelto di meravigliosi temi porteriani. L’ennesimo esempio nel quale si può dimostrare la propria personalità musicale anche su un battuto repertorio, quando si ha qualcosa da dire, confermando una certa pretestuosità di certe argomentazioni critiche circa la tipologia di materiale sul quale improvvisare.

 

MI0003209356 So in Love

musicisti :

Philip Catherine – guitar
Karel Boehlee- piano
Philippe Aerts – bass
Martijn Vink – drums

Recorded at Fattoria Musica, Osnabrück, Germany on June
13-14 , 2010

Challenge records

Buon ascolto

Il Bill Evans compositore

 

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Un paio di decenni fa seguii un seminario di Giacomo Aula, nel quale egli divideva (vado a memoria…)  la carriera di Bill Evans grosso modo in tre parti. Nella prima, la più innovativa sia musicalmente che strumentalmente, Aula considerava le incisioni sino alle esibizioni al Village Vanguard con Scott La Faro ed evidenziava particolarmente il tocco di Evans. La seconda, quelle dopo la morte dello sfortunato contrabbassista sino alla fine degli anni ’60, la sua fase, diciamo così, “classica”. La terza, quella successiva sino alla sua morte nel 1980, dove, a dire di Aula, si evidenziavano maggiormente le sue doti da compositore.

Comrade Conrad  appartiene appunto a questa terza fase, ed è considerabile come una delle composizioni più affascinanti di Bill Evans. Incisa per la prima volta su The Bill Evans Album  nel 1971, la composizione era dedicata  a Conrad Mendenhall, un amico che si era reso più volte disponibile all’aiuto suo e di Ellaine, ed  era morto in un incidente stradale. Si tratta di una melodia in minore di sedici battute ricavata da un particolare studio armonico, suonata dapprima in 4/4 e poi ripetuta in 3/4, quindi trasposta iterativamente di una quinta ascendente durante gli assoli, come in una sorta di ciclo infinito passando per tutte le tonalità, in modo musicalmente molto espressivo dello stato d’animo del suo autore intorno al tema della morte e del relativo dolore.

Del brano vi propongo la versione tratta da We Will Meet Again con splendidi assoli di Tom Harrell e Larry Schneider di cui potete vedere anche le trascrizioni qui  e qui. Si racconta che i solisti presero questi meravigliosi assoli appena presa visione in sala di registrazione della sofisticata composizione. Il che la dice lunga sul loro livello di preparazione.

Buon ascolto.

downloadComrade Conrad

Un concerto per sax soprano e orchestra

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Steve Lacy è stato, assieme al suo “inventore” Sidney Bechet, il più grande sax soprano della storia del jazz e uno dei  più creativi improvvisatori del jazz più avanzato, almeno sino a che è stato in vita, cioè il 2004. Tuttavia, sarebbe scorretto incasellarlo in modo restrittivo nell’esclusivo e schematico ambito delle avanguardie legate al mondo della “free improvisation”, in quanto ha in realtà percorso in carriera pressoché tutti gli stili del jazz, mantenendo sempre saldi legami con la tradizione jazzistica e una forte strutturazione della sua musica. Non a caso iniziò la sua attività professionale da giovanissimo frequentando il jazz tradizionale (in compagnia dei “vecchi” Henry “Red” Allen e Pee Wee Russell, tra gli altri), passando poi per collaborazioni con alcuni protagonisti del mainstream di Kansas City (Buck Clayton, Dicky Wells e Jimmy Rushing) e si può ben dire rimanga a tutt’oggi il miglior interprete del repertorio compositivo di Thelonious Monk, frequentato pressoché da tutti i jazzisti, e pure eccellente di quello di Ellington-Strayhorn. A metà anni ’50 si segnala il suo ingresso nella musica improvvisata più libera ed avanzata contribuendo in modo significativo ad uno dei primissimi lavori di Cecil Taylor in Jazz Advance, ma guardando bene la sua discografia, di “Free” vero e proprio Lacy ne ha inciso abbastanza poco, poiché la sua musica è sempre stata formalmente molto strutturata. In realtà egli era un musicista straordinario, in grado di inserirsi in qualsiasi contesto formale, orchestrale compreso, come dimostra il brano che sto per proporvi, che considero un capolavoro assoluto della storia del jazz.

Si tratta di una meravigliosa interpretazione del porteriano Just One of Those Things inciso  in uno dei primissimi dischi a nome di Gil Evans, dal titolo Gil Evans And Ten e se non erro datato 1957, dove la bellezza del solo di Lacy si integra perfettamente con il già originale e inconfondibile modo di arrangiare di Gil Evans, che produrrà di lì a poco e non a caso i noti capolavori con la tromba di Miles Davis. Non c’è una nota fuori posto, tutto è perfetto e l’equilibrio formale tra parti scritte e parti improvvisate di questo brano è davvero raro e comparabile solo con i maggiori capolavori del genere “concerto per solista e orchestra”, con capostipite ellingtoniano Concerto for Cootie.

Fate bene attenzione a come dialogano ritmicamente il solista e l’orchestra alla ripresa a minuto 2:46, perché è uno di quei momenti alti che rendono così magica questa musica che di nome fa “jazz”.

buon ascolto.

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La profonda voce di Billy Harper

Ho una passione spiccata per i sassofonisti con un suono particolarmente robusto, ma Billy Harper è proprio uno dei miei preferiti e non solo per quel motivo. Mi piace moltissimo quel suo linguaggio modern mainstream aggiornato sia con le istanze free che con la lezione post coltraniana, unite a un senso tradizionale del blues tipico dei sassofonisti texani, con una forza declamatoria e un senso della melodia rare da riscontrare insieme nei sassofonisti post-Coltrane e post-free. In estrema sintesi è un tenorsassofonista che comunica e mi comunica molto.

Harper è emerso nella seconda metà degli anni ’60 con le orchestre di Gil Evans e la Thad Jones / Mel Lewis Orchestra, poi  con alcuni dei più grandi batteristi di jazz:  Art Blakey, con i Jazz Messengers per due anni (1968-70); brevemente con Elvin Jones (1970), ma soprattutto è stato membro della band di Max Roach sino alla fine degli anni ’70.  E’ stato anche componente di primo piano dei gruppi di Randy Weston con il quale ha inciso diversi lavori notevoli in anni più recenti, registrando nel 2013  il loro primo album in duo, dal titolo The Roots of the Blues. Negli ultimi anni si è esibito spesso in tour venendo anche in Italia con il gruppo The Cookers.

L’etichetta italiana Black Saint esordì nel 1975 con il suo catalogo di registrazioni dedicate ad un jazz più avanzato di quegli anni proprio con Billy Harper, in un disco da leader intitolato per l’appunto Black Saint.

Vi propongo qui un lungo brano tratto da un disco del 1979 registrato per la tedesca MPS in cui si possono apprezzare tutte le sue qualità di compositore ed improvvisatore, ma diversi sono i suoi dischi molto più che interessanti rintracciabili in discografia negli anni più recenti, specie per Steeplechase ed Evidence.

Buon ascolto.

 

harper_bill_tryingtom_101bTrying To Make Heaven My Home

Il blues feeling di Gene Harris

Gene Harris (1933 – 2000) è stato un meraviglioso pianista jazz, un entertainer di razza, noto per il suo suono caldo e uno stile molto “soul” con il quale condiva ogni brano di blues e gospel, dando quel profumo di “chiesa” ad ogni melodia.

Dal 1956 al 1970 ha suonato nei The Three Sounds, un trio che ha inciso parecchi dischi per la Blue Note in compagnia del bassista Andy Simpkins e del batterista Bill Dowdy. 

La sua fama tra i jazzofili non è forse adeguata alla sua bravura, anche perché la sua carriera subì uno stop dovuto ad un ritiro volontario dalle scene per un lungo periodo a partire dal 1970. Poi, Ray Brown lo ha convinto a tornare in tour nei primi anni 1980, registrando principalmente per Concord Records, etichetta specializzata nel documentare gli sviluppi del mainstream, fino alla sua morte per insufficienza renale.

Personalmente ho avuto modo recentemente di scoprire tale produzione e di ascoltare diversi lavori sia suoi che con il trio di Ray Brown e devo dire che raramente mi è capitato di ascoltare un jazzista così padrone del linguaggio jazzistico e afro-americano più in generale, ottenendo risultati brillantissimi anche su un repertorio di canzoni popolari molto battute. Invito caldamente a scoprirlo o a riscoprirlo per chi già lo conosce, non ne rimarrà deluso, sempre che i vostri modelli “jazzaroli” non lo considerino troppo “commerciale” prevedendo l’ascolto pressoché quotidiano di Peter Brötzmann, nel qual caso occorre rivolgersi ad altri lidi.

Per l’ascolto odierno vi propongo questa eccellente e calda versione di un notissimo brano scritto da Fats Waller per il Musical di Broadway Hot Chocolates del 1929, in cui viene esaltato il blues feeling naturale del brano, in modo poderoso ma mai sbracato.

Buon ascolto.

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Chick Corea e Béla Fleck

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Continuiamo oggi con un altro strepitoso duo, costituito da Chick Corea e Béla Fleck, due maestri dei loro rispettivi strumenti (pianoforte e banjo), che negli ultimi anni si sono esibiti spesso e volentieri insieme, diventando pure amici. L’unione ha dato vita ad una musica estremamente coinvolgente fatta di un  mix di standard jazz e pop, attraversando una miriade di generi: jazz, bluegrass, rock, flamenco e gospel. Nel 2008 la registrazione in studio di The Enchantment  ha permesso al duo di vincere  un Grammy per il genere Latin, cui è seguita più recentemente la pubblicazione di un doppio CD contenente una raccolta di brani eseguiti in diverse sedi previste nei loro tour concertistici di tutti questi anni.

Per l’ascolto odierno vi propongo un brano tratto appunto dal disco vincitore del Grammy.

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Un duo qualcosa oltre l’originale…

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Charlie Hunter e Scott Amendola sono due interessantissimi musicisti che agiscono principalmente nell’area della Baia di San Francisco e costituiscono da un bel po’ di tempo un duo chitarra-batteria in grado di proporre una musica particolare, che stilisticamente spazia trasversalmente tra diversi generi musicali, pur avendo in repertorio anche molti classici del jazz reinterpretati in modo davvero originale ed eseguiti con grande affiatamento e maestria tecnica. Recentemente ho avuto modo di apprezzare un loro lavoro pubblicato nel 2014 intitolato The Cars, suddiviso in quattro parti, di cui due dedicate in particolare alle composizioni di Cole Porter e Duke Ellington, che mi hanno incuriosito non poco.

Hunter è nativo di Rhode Island nella zona di Newport ed è attivo professionalmente da tempo, avendo inciso dal suo esordio discografico nel 1993 già più di diciassette lavori. Egli è protagonista di un virtuosismo chitarristico un po’ bizzarro ma efficace, costruito sull’utilizzo di una chitarra a otto corde che gli ha permesso di suonare le linee di basso e della melodia contemporaneamente, passando poi più recentemente ad una chitarra a sette corde.

Il batterista Scott Amendola, che spesso lavora anche con un altro chitarrista di rilievo sullo scenario musicale contemporaneo come Nels Cline, è il suo partner ideale per questo tipo di progetti avendo integrato le sue vaste esperienze tra funk, blues, rock e jazz avanzato, assemblandosi perfettamente con il virtuosismo e le idee del chitarrista californiano. Non facendo sentire la mancanza di altri strumenti. Come sideman, Amendola ha suonato e registrato con un vasto e stilisticamente variegato roster di artisti, tra cui Bill Frisell, John Zorn, Mike Patton, Wadada Leo Smith, Madeleine Peyroux, Jacky Terrasson, Larry Goldings, Dave Liebman, Wayne Horvitz, Johnny Griffin, Julian Priester, Sonny Simmons, ROVA Saxophone Quartet, Pat Martino, Paul McCandless e Mark Turner.

Ho trovato in rete questa esibizione di una mezz’oretta in cui il duo ad un certo punto dà anche una interessante interpretazione di Skylark e ho deciso di proporvela sul mio blog per l’ascolto odierno. Se avete pazienza c’è di che drizzare le orecchie.

Geri Allen e la Motown Music

coverSe qualcuno ha dei dubbi sul fatto che il jazz debba essere considerato una musica che, per quanto sofisticata, faccia parte o meno dell’ampio bacino delle musiche popolari, non solo afro-americane, potrebbe scioglierli ascoltando questo pregevole lavoro di Geri Allen, uscito nel 2013 e tra i suoi migliori. Non si sa se per pregiudizio, ignoranza, o per visione artistica di base impropriamente estrapolata dalla concezione europea in materia, il jazz in Italia è vissuto invece dai più come qualcosa di separato e di separabile dal resto: una musica colta pensata per il gradimento di una élite esclusiva di intenditori molto “cool”, la sola in grado di comprenderlo al grido di: “Meno siamo meglio è”. Negli ultimi tempi si è poi assistito a reiterati tentativi di revisionismo storico, più o meno “colti”, ma per lo più vani, secondo i quali il jazz avrebbe in realtà paternità e radici storiche fuori dal territorio americano e ben oltre l’etnia afro-americana, in barba alla natura costituente di certi complessi processi linguistici formativi che lo hanno progressivamente generato. Un po’ come cercare di affermare che siccome il pomodoro è di provenienza extra europea, la ricetta della pizza non può essere considerata parte della tradizione culinaria napoletana. Un esempio apparentemente banale e un po’ paradossale, ma credo efficace, che dovrebbe far perlomeno dubitare certe apodittiche menti nostrane della effettiva utilità di tali ricerche.

Chiariamo però da subito un punto: questo Grand River Crossings, dedicato alla musica della città natale della Allen (Detroit, nel Michigan) e alla casa discografica Motown, che tra anni ’60 e ’70 ha rappresentato un vero e proprio stile popolare in ambito di Black Music, non è un semplice omaggio o un pretesto per utilizzare un repertorio noto e abbordabile al più col fine di  realizzare un prodotto “commerciale”, bensì un vero e proprio studio musicale, elaborato in una visione jazzistica che mette in evidenza la condivisione delle radici presenti nel comune bacino musicale di riferimento. La Motown aveva sotto contratto i migliori talenti della musica popolare afro-americana di quegli anni: gente del calibro di Stevie Wonder, Smokey Robinson, i Jackson Five, Marvin Gaye e tanti altri. Oggi molti jazzisti, non solo neri, tra cui appunto Geri Allen in questo disco, riscoprono quel repertorio utilizzandolo per le improvvisazioni, a riconferma di quella consolidata prassi afro-americana fatta di innovazione pescando nei materiali della comune tradizione. La musica della Motown è stata anche qualcosa più di sola musica, entrando a fare estensivamente parte della cultura musicale americana. Gery Allen costruisce la riscrittura in chiave jazzistica di una bella cernita di canzoni di quel marchio attraverso un intimo e sofisticato album per lo più da solista in un progetto sul genere “The New Standards”. Le canzoni di Michael Jackson, Stevie Wonder, Holland-Dozier-Holland, Marvin Gaye e Lennon-McCartney sono suonate con approcci differenti, ma in tutti i casi viene esaltata la loro naturale bellezza. L’esordio con la sintetica versione di Wanna Be Startin’ s Somethin di Michael Jackson,  mette subito in luce la fisicità ritmica del brano, dove la Allen trova anche il modo di  far emergere le numerose sottigliezze presenti all’interno della melodia. Il tema lascia il posto a una splendida intro su Tears of a Clown di Smokey Robinson (ma scritta da Stevie Wonder, sorta di Duke Ellington di quegli anni, in termini di prolificità compositiva) sviluppata come una ballad, prima di planare con grazia ed eleganza attraverso le varie sfumature armoniche di un brano dello stesso Wonder, poco battuto ma ricco di spunti, come That Girl. La Allen in pratica riformula queste canzoni, riuscendo a utilizzarle come modelli per l’indagine musicale e l’improvvisazione. La pianista dedica anche un meritato spazio ad uno dei più significativi rappresentanti della musica popolare afro-americana di quegli anni come Marvin Gaye, un musicista la cui importanza sociale e politica, oltre che musicale, andrebbe riscoperta e alla quale non a caso sono dedicati ben due brani come Inner City Blues e Save The Children, assecondandone nella relativa lettura l’originario spirito aggressivo, quasi “militante”.

Il trio di compositori costituito dai fratelli Brian e Eddie Holland e da Lamont Dozier ha scritto, arrangiato e prodotto diverse canzoni di successo negli anni ’60, contribuendo a definire lo stile Motown di allora. Geri Allen ne mette in programma un paio: Baby I Need Your Lovin’, portata al successo dai Four Tops, e  Itching In My Heart, suonata in collaborazione con il sassofonista David McMurray, dimostrando che un grande jazzista può sbloccare i complessi segreti di una melodia semplice rivelando la sofisticazione negli strati ad essa sottostanti.  Con Stoned Love ci si addentra nei meandri profondi del blues e del gospel, presenti nel brano portato al successo dalle Supremes. La profonda spiritualità afro-americana del gospel esce in tutta la sua forza nella sua versione pianistica, sempre concentrata più sugli aspetti espressivi che su quelli meramente virtuosistici. Completano il programma due sue brevi composizioni e tre brani in duetto con la splendida e un po’ sottostimata tromba del compianto Marcus Belgrave, che emerge in The Smart Set del batterista Roy Brooks e nello swingante Nancy Joe  di quel grande trombettista e bandleader che è stato Gerald Wilson, anch’egli  nativo di Detroit.

Geri Allen sarà presente al prossimo Festival del Jazz di Bergamo, proprio con questo genere di progetto, scritturata dal nuovo direttore artistico della manifestazione, Dave Douglas, che non a caso in conferenza stampa ha dichiarato di considerarla una delle protagoniste sulla scena del pianismo jazz contemporaneo. Siamo certi che non deluderà le attese.

Riccardo Facchi

Il respiro melodico di Kenny Werner

Kenny Werner è uno dei pianisti sulla scena contemporanea del jazz che preferisco. Ormai sessantacinquenne ha già percorso una lunga carriera musicale che lo ha portato progressivamente verso una musica sempre più espressiva, pregna di un profondo feeling, specie da quando ha subito la tragica perdita di una giovane figlia alla quale è probabilmente collegabile anche il suo studio seminale dal titolo No Beginning No End, che è appunto un viaggio musicale alla scoperta della tragedia e della perdita,  della morte e relativa transizione, nel percorso da una vita all’altra.

Nel 2000, Werner ha formato un trio con Ari Hoenig alla batteria e Johannes Weidenmueller al basso, con il quale ancora oggi incide e si presenta spesso “on stage”. Il trio, considerabile pienamente nella migliore tradizione del piano jazz trio “bianco”, si caratterizza per una sua visione molto aggiornata, con la presenza di un approccio fortemente poliritmico e ritmicamente cangiante in un quadro espressivo spiccatamente melodico, evidenziato sia nell’esposizione dei temi che nelle improvvisazioni, rendendo così molto originali anche versioni di standard e canzoni fortemente inflazionate.

Ho avuto modo di sentirlo dal vivo l’anno scorso al Teatro Parenti di Milano (qui la recensione) dove iniziò il concerto proprio col brano che sto per proporvi.

Buon ascolto.

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Pensiero musicale arretrato in un paese arretrato

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C’è poco da fare: Renzi può lanciare i suoi lazzi propagandistici contro “i gufi ” in continuazione, ma ogni giorno, in ogni occasione e negli ambiti più disparati, abbiamo la conferma lampante di un paese arretrato, vecchio e soprattutto che pensa vecchio. Perché è questo il reale problema odierno dell’Italia: un paese che culturalmente è rimasto fermo ad un pensiero post-sessantottino (non prendo nemmeno in considerazione quello coevo di certa destra odierna che sta da tempo riscuotendo consenso, perché non ha fornito alcun reale nuovo contributo) man mano degradato e corrotto (in tutti i sensi…) nei decenni successivi, sino alla miseria culturale odierna nella quale si è rinchiuso, basandosi su una supposta superiorità intellettuale, culturale e morale che  in realtà non sta più in piedi e forse nemmeno è mai esistita.  Ci si riempie la bocca continuamente di parole come democrazia, pluralismo, confronto delle idee e delle opinioni (che per lo più si traducono in risse tra fazioni contrapposte o, peggio, in omertosi silenzi), ma di fatto il paese non solo non sembra aver fatto passi avanti in tal senso, ma si mostra addirittura incapace di praticarle, scadendo in una sorta di pensiero unico. Chi non si allinea è solo un “gufo”, non capendo che la dialettica e la critica in buonafede possono rivelarsi più utili di certo becero e interessato allineamento ideologico, che alla fine sa di fascismo sotto mentite spoglie. Una malattia dalla quale l’italiano pare non essere mai guarito. Un pensiero, il nostro, che rifiuta di aggiornarsi e di affrontare la realtà del mondo globalizzato per quella che è. Si è scelto in sostanza di non affrontarla, come lo struzzo che mette la testa sotto la sabbia, rinchiudendosi nella giustezza immutabile delle proprie convinzioni e delle proprie idee, cercando nella realtà solo gli indizi utili alla conferma delle stesse e conseguentemente di se stessi, scartando tutto il resto. E invece occorreva e occorre fare l’esatto contrario, ma servirebbe un’ altra mentalità, che certo non può attendersi da una élite intellettuale vecchia e fatta di vecchi, non più in grado oggettivamente di rappresentare il mondo d’oggi.

D’altro canto, sorprende e amareggia il notare come purtroppo anche le nuove generazioni degli attuali  trentenni e quarantenni, che dovrebbero costituire la nuova classe dirigente, tendono a “pensare vecchio”, sostanzialmente perché sono stati “educati” in modo vecchio e poco aperto al multiforme intreccio dialettico delle idee, delle culture e delle complesse situazioni che il mondo globalizzato rapidamente propone. E’ questa la parte del problema a mio avviso più preoccupante. D’altronde, cosa aspettarci da una formazione scolastica, universitaria e conservatoriale che negli stessi anni è degradata sempre più dimenticandosi dell’unico reale obiettivo per il quale le stesse strutture scolastiche e accademiche giustificano la loro esistenza, ossia, l’istruzione e la formazione concreta e aggiornata dei propri studenti, che poi sono anche i cittadini di questo paese e che costituiscono il Paese. Perché è inutile girarci intorno: il Paese siamo tutti noi e non serve prendersela con una classe politica miserrima, miope e impreparata, perché questa l’abbiamo avvallata col compito di rappresentarci. E infatti purtroppo ci rappresenta agli occhi del mondo e a quanto pare non è un bel vedere, nonostante l’immagine propagandata al nostro interno dall’ottimismo renziano: le nostre bellezze, purtroppo trattate sempre peggio, con la narrazione di un “made in Italy” in realtà ormai ridotto all’osso (a volte pure  inventato) e blaterando ad ogni occasione circa le nostre grandi tradizioni. Magari certe lodi bisognerebbe lasciarle fare agli altri, perché come dice un noto detto lombardo: Chi ‘l gà mìa di àntadur i se ànta desperlùr, ossia, chi non ha estimatori si vanta da solo. Non credo che accettare e comprendere la globalizzazione si traduca, che so, nel mettere le patatine fritte sulla pizza, questo pare esattamente uno di quegli effetti deleteri che abbiamo assorbito con più facilità e superficialità, che mi ricorda tanto la scena di Alberto Sordi nel film Un americano a RomaPeccato che quel film e quella ironica intuizione del “‘mazza che zozzeria…” è del 1954, non del 2016. Quanto ci manca la sua ironia e quella di Totò, che almeno sapevano ironizzare sui nostri atavici difetti. Oggi invece li prendiamo sul serio e ce ne facciamo seriamente vanto.

Tutto questo ragionamento potrebbe sembrare la tipica lamentazione condita da un moralismo a buon mercato, dunque di che ci si preoccupa? Nulla di nuovo e nulla di diverso dai naturali mutamenti dovuti all’alternarsi dei cicli generazionali nella storia. La domanda che allora  potrebbe sorgere è: “Che cosa c’è di diverso o di cambiato rispetto al passato? In apparenza poco o nulla, ma una differenza fondamentale c’è ed  è legata al mutamento della dinamica degli eventi, ossia, all’estrema velocizzazione degli stessi causata dalle innovazioni tecnologiche portate nel campo delle telecomunicazioni  in questi decenni a cavallo dei due secoli e che cozza con la nostra lentezza, rimasta alle dinamiche più compassate delle epoche precedenti . L’enorme progresso degli strumenti tecnologici di comunicazione sta infatti rendendo tutto più veloce e la capacità di risposta degli uomini e delle relative società deve essere necessariamente più rapida, altrimenti si viene travolti dagli eventi, come infatti sta accadendo. Ecco perché la stagnazione culturale e delle idee che abbiamo avuto in Italia (ma si potrebbe estendere il ragionamento anche a tutto il Vecchio Continente) nell’ultimo cinquantennio sta aggravando la situazione, alimentando un disagio che è tipico di chi alla fine si ritrova incapace, confuso e impotente nell’affrontare situazioni come l’attuale invasione di immigrati, cui non siamo più abituati. Non è un caso che alla fine un paese come gli Stati Uniti che ha vissuto storicamente di immigrazione e di meticciato culturale è quello che meglio di altri sta reagendo nel mondo occidentale a certe dinamiche: semplicemente perché ci convive da secoli.

Inutile dire che una situazione del genere si riverbera anche nel campo di nostro interesse, cioè quello musicale e in particolare jazzistico. Si ciancia tanto di quanto grande sia il nostro “jazz italiano” e quanto sia ricco di nuove proposte e nuovi talenti e forse è anche vero, tuttavia diversi indizi a livello comunicativo parrebbero non rilevarlo, disegnando invece uno scenario musicale parecchio invecchiato e assai ripetitivo. E’ una mia idea errata? Forse, ma se scorrete ad esempio le graduatorie del Top Jazz di quest’anno vi accorgerete che circolano ancora i nomi di venti/trenta persino quaranta anni fa. Spiace sottolinearlo, ma l’immagine del jazz italiano è vecchia e ferma ai soliti nomi da troppo tempo e con tutto il rispetto per i musicisti nominati, non è un bel segno e soprattutto contraddice l’immagine di un jazz italico rigoglioso e in fermento.

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Si potrà obiettare che il problema non sta nei protagonisti sulla scena ma in chi nomina e in chi valuta. Sono loro che pensano vecchio e non si aggiornano o sono ancorati a concetti musicali ormai vecchi di mezzo secolo. Giusto, osservazione pertinente, peraltro confermata  anche dalle valutazioni sullo scenario internazionale del jazz. Da noi girano quasi solo nominativi di sessantenni e settantenni, ancora considerati “avanguardia musicale ” quando la scena musicale attuale  propone molto altro e molto di meglio andando  da tempo in altre direzioni. Nuovi trentenni e quarantenni, peraltro in attività da tempo, sono sistematicamente trascurati nelle nomination sostanzialmente perché non conformi a concetti musicali e idee sul jazz di mezzo secolo fa su ciò che si deve considerare come “musica avanzata” in tale ambito. Cioè la musica fatta ad immagine e somiglianza di chi la valuta…E infatti una critica vecchia e settaria (o giovane ma allevata con pensiero analogo) sceglie musicisti vecchi che creativamente hanno già detto da tempo la loro, mentre la musica va da qualche altra parte. Certo capisco, è dura ammettere a se stessi di essere vecchi ed essere invecchiati assieme alla musica che si ascolta e che si è ascoltata per 50 anni, d’altronde è tutto molto coerente: viviamo in un paese vecchio, che pensa vecchio e che come mia madre ottantenne guarda continuamente al proprio passato, ai bei tempi che furono alle nostre tradizioni musicali. Non a caso l’orrendo e lento Festival di Sanremo, una autentica anticaglia plastificata tenuta in piedi per vendere al meglio qualche spot pubblicitario dati auditel alla mano, sta riscuotendo ancora grandissimo successo televisivo, anche tra i giovani (?), si narra con entusiasmo sui giornali. Appunto, come volevasi dimostrare, siamo un paese con lo sguardo costantemente rivolto al passato. Comprensibile, specie quando il presente si rivela sempre più orrendo e difficile da guardare.

Riccardo Facchi