Un pezzo di storia musicale americana al Manzoni

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Non ho alcuna intenzione di entrare nello specifico musicale producendo un puntuale resoconto del concerto cui ho potuto assistere ieri al Teatro Manzoni, in occasione della penultima data della stagione musicale di Aperitivo in Concerto, perché in realtà si è trattato di qualcosa di più e di diverso da un normale concerto. E’ stata più che altro una occasione unica di assistere al racconto, nel senso pieno del termine e fatto con la musica, di un pezzo di storia della cultura americana e delle relative musiche che si sono manifestate nel secolo scorso, narrata e suonata da una autentica icona vivente, assente dalle scene milanesi da più di sessant’anni, come David Amram. L’ottantaseienne musicista di Philadelphia personifica infatti un pezzo di storia della musica americana (ma sarebbe meglio usare il termine estensivo al plurale) e si è rivelato sul palco del teatro un appassionato comunicatore e divulgatore, in ruoli che peraltro ha sempre ricoperto nella sua lunga carriera professionale di attivo educatore e non solo di musicista, compositore e multistrumentista, senza distinzione di genere e scevro da steccati culturali ed etnici. Un autentico pioniere di ciò che oggi è continuamente ricercato nello scenario musicale contemporaneo.

In un paio di ore di esibizione (ma se fosse stato per lui sarebbe andato avanti il doppio) e suonando pianoforte, corno francese e flauti di vario genere, Amram ha cercato di spiegare al pubblico milanese, in modo sorprendentemente esuberante e fisicamente agile per la veneranda età, le mille sfaccettature della cultura americana intorno alla musica che il Nuovo Continente ha man mano saputo produrre. Nella sua narrazione tra musica e parlato sono emerse non solo le grandi figure musicali e gli interpreti del jazz da lui direttamente frequentati, nomi del calibro di Duke Ellington, Louis Armstrong, Thelonious Monk, Gerry Mulligan, Sonny Rollins, sino a Paquito D’Rivera e le musica caraibiche, ma anche il cinema e la letteratura americana, attraverso la citazione di Arthur Miller, Frank Sinatra, Jack Kerouac, Allen Ginsberg e molto altro ancora.

Segnalo solamente che Amram si è presentato al pubblico milanese con un quintetto comprensivo del bassista Rene Hart (di scuola vagamente mingusiana ma esperienze più nel jazz tradizionale) il batterista Kevin Twigg, suo abituale collaboratore, il figlio Adam Amram alle congas e il leggendario ottantatreenne Jerry Dodgion al sax contralto, purtroppo non in buone condizioni di salute a causa di un recente importante intervento chirurgico non ancora completamente assorbito.

Riccardo Facchi

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il jazz “impegnato” di Max Roach

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Si parla troppo poco di Max Roach. Probabilmente è riduttivo considerarlo anche solo quello splendido batterista che è stato. E’ stato ben di più: un leader e un musicista a tutto tondo, oltretutto socialmente e politicamente impegnato, anche se, come al solito, la cosa è stata a suo tempo strumentalmente utilizzata in Italia, come per tutto il jazz purtroppo, per fini del tutto impropri riportati al miserrimo scontro ideologico nostrano degli anni ’70.

Ho rintracciato in rete un video davvero interessante che vi propongo nell’occasione, registrato in Europa per la tv belga nel periodo successivo all’incisione di “Freedom Now Suite”.

Si possono ascoltare nitidamente anche tutti i componenti del gruppo di allora, formato da Clifford Jordan al sax tenore, Coleridge Perkinson al piano, Eddie Kahn al contrabbasso e Abbey Lincoln alla voce, in una sorta di medley tra brani di quel disco e standard come Sophisticated Lady e Love For Sale.

buon ascolto

Michael Garrick e il jazz inglese anni ’60

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Sarò franco. Una delle tante facezie propagandistiche che circolano a proposito del nostro jazz, in tipico stile della miserrima politica italiana odierna e ad uso e consumo tutto interno, è che esso sia “il secondo al mondo” dopo quello americano (forse…). Ora, capisco il voler sfruttare certa abbondante ignoranza musicale congenita nel paese, non solo jazzistica, ma la cosa è totalmente priva di fondamento e bisognerebbe avere l’onestà intellettuale (questa sconosciuta…) di dirlo, ma ci si guarda bene dal farlo e in questi casi il silenzio ambiguo, se non omertoso, del “chi tace acconsente”, pare essere diventata la soluzione più comoda per tutti.

Non è il caso di fare classifiche ma il Jazz inglese ha dato e continua a dare uno dei maggiori contributi europei, anche solo in termini storici, sia per quantità di musicisti sfornati che per qualità. Non serve fare elenchi di musicisti britannici di ieri e di oggi, ma il pianista, organista e compositore Michael Garrick,  morto nel 2011 a 78 anni dopo aver sofferto di problemi cardiaci, è stato una delle figure di spicco del jazz britannico sin dal lontano  1960.  Creativamente inquieto, Garrick si unì agli innovatori del jazz inglese come il contraltista di origine giamaicana Joe Harriott (non a caso, si interessò come lui alla musica indiana, utilizzando scale e tecniche indiane in un certo numero di sue composizioni) e poeti con un debole per il jazz, ma contribuì anche alla costruzione di un considerevole repertorio di estese composizioni orchestrali, svolgendo anche una intensa attività  divulgativa e di proselitismo per il jazz nelle scuole. Tutto questo, mentre conduceva i propri piccoli gruppi e una big band. La gamma di tali composizioni di Garrick si estese anche a opere corali e pezzi liturgici,  il suo A Zodiac of Angels è ad esempio un’opera di 70 minuti, scritta nel 1988,  per orchestra sinfonica, sei solisti jazz, cantante jazz e coro.

Garrick è venuto alla ribalta inizialmente come pianista del  Don Rendell – Ian Carr Quintet nel periodo 1965-1969 (di Don Rendell si è scritto anche su Musica Jazz di febbraio),  portando avanti il progetto del suo sestetto dal 1966, le cui registrazioni sono state ultimamente ristampate, tra cui Black Marigolds (1966) e Dusk Fire (1965). Ispirato in parte da Ellington e Bill Evans, Garrick  era in realtà un pianista in gran parte autodidatta, brillantemente intuitivo e clone di nessuno. Era culturalmente vorace ed un esperto lettore di letteratura inglese essendosi anche laureato in tale ambito nel 1959, mantenendo un amore costante per la letteratura spesso fondendo le sue composizioni musicali con discorsi e  riferimenti letterari, in una sorta di Jazz & Poetry.

Per l’ascolto odierno vi propongo un brano tratto appunto dal suo Black Marigolds.

Buon ascolto.

 

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La più sconvolgente versione di Summertime

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Oggi copriamo una mancanza del blog, visto che sino ad ora non avevo parlato di un autentico mito del tenorsassofonismo come John Coltrane, ma come tutti i miti a volte si esagera nel celebrarli, oscurando altre figure che nello stesso ambito hanno rappresentato e tutt’ora rappresentano molto. Spero di non far inorridire qualcuno se dico che in questo periodo non è il mio sassofonista preferito e che la tendenza del tenorsassofonismo si sta negli ultimi decenni progressivamente sganciando dai modelli coltraniani fin troppo inflazionati negli anni ’70 e ’80, rivolgendosi anche a riferimenti profondamente diversi e persino antecedenti, ma sarebbe un lungo discorso che occorrerebbe affrontare seriamente e in modo meno generico e più articolato di quanto scritto ora.

In ogni caso e lungi da me voler minimizzare la portata innovativa del suo sassofonismo e della sua concezione musicale, propongo per l’ascolto quella che almeno per me è una delle versioni di Summertime ancora oggi più avanzate e creative mai ascoltate. Non solo Coltrane suona ed improvvisa “da urlo”(qui la trascrizione dell’assolo), ma si può godere anche di un Elvin Jones  straordinario. Una autentica sagra del ritmo e del poliritmo, interpretata con una energia,  una precisione e una intesa coi componenti del gruppo pressoché ineguagliabili. Un indiscutibile capolavoro del jazz.

buon ascolto

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In vendita i biglietti per i concerti al Teatro Parenti

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Sono in vendita da oggi i biglietti per i concerti previsti  al Teatro Parenti  in Milano.
Riporto, per vostra comodità e conferma, il calendario che avevo già anticipato su questo blog:
 
Domenica 06/03/2016 h 11:00 
TRIO DA PAZ
Romero Lubambo – chitarra
Nillson Matta – contrabbasso
Duduka Da Fonseca – batteria
21/03/2016 h 21:00 
DONNY MC CASLIN “FAST FUTURE”
Donny Mc Caslin – sax tenore
Jason Lindner – pianoforte, tastiere
Matt Clohesy – basso elettrico
Nate Wood – batteria
08/04/2016 h 21:00 
JIM BLACK TRIO
Elias Stemeseder – pianoforte
Thomas Morgan – contrabbasso
Jim Black – batteria
25/04/2016 h 21:00 
NICOLE MITCHELL “BLACK EARTH STRINGS”
Nicole Mitchell – fauto Renee Baker – violino e viola
Tomeka Reid – violoncello
Josh Abrams – contrabbasso
09/05/2016 h 21:00 
DAVE LIEBMAN – RICHIE BEIRACH DUO
Dave Liebman sax
Richie Beirach, pianoforte

le raffinatezze di Philip Catherine

Philip Catherine, di origine londinese ma belga a tutti gli effetti, è uno dei migliori chitarristi presenti sulla scena europea del jazz già dal 1960. E’ ormai prossimo ai 74 anni, ma continua a suonare senza sosta. Catherine possiede un suono  riconoscibile, raffinato e sensuale in cui si può sentire l’originaria influenza di Django Reinhardt, ma ha assimilato molto altro di più contemporaneo nella sua musica e nel suo chitarrismo, debitore anche di Wes Montgomery e fors’anche con una punta di Bill Frisell, rilevabile nelle incisioni più recenti. Già all’età di 16 anni ha avuto modo di esibirsi con il sassofonista Sonny Stitt a Bruxelles. Più tardi  accompagnando grandi nomi come Dexter Gordon, Charles Mingus, Tom Harrell, Niels- Henning Orsted Petersen, Charlie Mariano e Chet Baker. In gran parte autodidatta, problemi di droga e alcol in gioventù gli sono stati di ostacolo in carriera.

Ho avuto modo di ascoltare di recente Philip Catherine Plays Cole Porter contenente una raffinata interpretazione di un book ottimamente scelto di meravigliosi temi porteriani. L’ennesimo esempio nel quale si può dimostrare la propria personalità musicale anche su un battuto repertorio, quando si ha qualcosa da dire, confermando una certa pretestuosità di certe argomentazioni critiche circa la tipologia di materiale sul quale improvvisare.

 

MI0003209356So in Love

musicisti :

Philip Catherine – guitar
Karel Boehlee- piano
Philippe Aerts – bass
Martijn Vink – drums

Recorded at Fattoria Musica, Osnabrück, Germany on June
13-14 , 2010

Challenge records

Buon ascolto

Il Bill Evans compositore…

 

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Un paio di decenni fa seguii un seminario di Giacomo Aula, nel quale egli divideva (vado a memoria…)  la carriera di Bill Evans grosso modo in tre parti. Nella prima, la più innovativa sia musicalmente che strumentalmente, Aula considerava le incisioni sino alle esibizioni al Village Vanguard con Scott La Faro ed evidenziava particolarmente il tocco di Evans. La seconda, quelle dopo la morte dello sfortunato contrabbassista sino alla fine degli anni ’60, la sua fase, diciamo così, “classica”. La terza, quella successiva sino alla sua morte nel 1980, dove, a dire di Aula, si evidenziavano maggiormente le sue doti da compositore.

Comrade Conrad  appartiene appunto a questa terza fase, ed è considerabile come una delle composizioni più affascinanti di Bill Evans. Incisa per la prima volta su The Bill Evans Album  nel 1971, la composizione era dedicata  a Conrad Mendenhall, un amico che si era reso più volte disponibile all’aiuto suo e di Ellaine, ed  era morto in un incidente stradale. Si tratta di una melodia in minore di sedici battute ricavata da un particolare studio armonico, suonata dapprima  in 4/4 e poi ripetuta in 3/4, quindi trasposta iterativamente di una quinta ascendente durante gli assoli, come in una sorta di ciclo infinito passando per tutte le tonalità, in modo musicalmente molto espressivo dello stato d’animo del suo autore intorno al tema della morte e del relativo dolore.

Del brano vi propongo la versione tratta da We Will Meet Again con splendidi assoli di Tom Harrell e Larry Schneider di cui potete vedere anche le trascrizioni qui  e qui. Si racconta che i solisti presero questi meravigliosi assoli appena presa visione in sala di registrazione della sofisticata composizione. Il che la dice lunga sul loro livello di preparazione.

Buon ascolto.

downloadComrade Conrad

Un concerto per sax soprano e orchestra

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Steve Lacy è stato, assieme al suo “inventore” Sidney Bechet, il più grande sax soprano della storia del jazz e uno dei  più creativi improvvisatori del jazz più avanzato, almeno sino a che è stato in vita, cioè il 2004. Tuttavia, sarebbe scorretto incasellarlo in modo restrittivo nell’esclusivo e schematico ambito delle avanguardie legate al mondo della “free improvisation”, in quanto ha in realtà percorso in carriera pressoché tutti gli stili del jazz, mantenendo sempre saldi legami con la tradizione jazzistica e una forte strutturazione della sua musica. Non a caso iniziò la sua attività professionale da giovanissimo frequentando il jazz tradizionale (in compagnia dei “vecchi” Henry “Red” Allen e Pee Wee Russell, tra gli altri), passando poi per collaborazioni con alcuni protagonisti del mainstream di Kansas City (Buck Clayton, Dicky Wells e Jimmy Rushing) e si può ben dire rimanga a tutt’oggi il miglior interprete del repertorio compositivo di Thelonious Monk, frequentato pressoché da tutti i jazzisti, e pure eccellente di quello di Ellington-Strayhorn. A metà anni ’50 si segnala il suo ingresso nella musica improvvisata più libera ed avanzata contribuendo in modo significativo ad uno dei primissimi lavori di Cecil Taylor in Jazz Advance, ma guardando bene la sua discografia, di “Free” vero e proprio Lacy ne ha inciso abbastanza poco, poiché la sua musica è sempre stata formalmente molto strutturata. In realtà egli era un musicista straordinario, in grado di inserirsi in qualsiasi contesto formale, orchestrale compreso, come dimostra il brano che sto per proporvi, che considero un capolavoro assoluto della storia del jazz.

Si tratta di una meravigliosa interpretazione del porteriano Just One of Those Things inciso  in uno dei primissimi dischi a nome di Gil Evans, dal titolo Gil Evans And Ten e se non erro datato 1957, dove la bellezza del solo di Lacy si integra perfettamente con il già originale e inconfondibile modo di arrangiare di Gil Evans, che produrrà di lì a poco e non a caso i noti capolavori con la tromba di Miles Davis. Non c’è una nota fuori posto, tutto è perfetto e l’equilibrio formale tra parti scritte e parti improvvisate di questo brano è davvero raro e comparabile solo con i maggiori capolavori del genere “concerto per solista e orchestra”, con capostipite ellingtoniano Concerto for Cootie.

Fate bene attenzione a come dialogano ritmicamente il solista e l’orchestra alla ripresa a minuto 2:46, perché è uno di quei momenti alti che rendono così magica questa musica che di nome fa “jazz”.

buon ascolto.

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La profonda voce di Billy Harper

Ho una passione spiccata per i sassofonisti con un suono particolarmente robusto, ma Billy Harper è proprio uno dei miei preferiti e non solo per quel motivo. Mi piace moltissimo quel suo linguaggio modern mainstream aggiornato sia con le istanze free che con la lezione post coltraniana, unite a un senso tradizionale del blues tipico dei sassofonisti texani, con una forza declamatoria e un senso della melodia rare da riscontrare insieme nei sassofonisti post-Coltrane e post-free. In estrema sintesi è un tenorsassofonista che comunica e mi comunica molto.

Harper è emerso nella seconda metà degli anni ’60 con le orchestre di Gil Evans e la Thad Jones / Mel Lewis Orchestra, poi  con alcuni dei più grandi batteristi di jazz:  Art Blakey, con i Jazz Messengers per due anni (1968-70); brevemente con Elvin Jones (1970), ma soprattutto è stato membro della band di Max Roach sino alla fine degli anni ’70.  E’ stato anche componente di primo piano dei gruppi di Randy Weston con il quale ha inciso diversi lavori notevoli in anni più recenti, registrando nel 2013  il loro primo album in duo, dal titolo The Roots of the Blues. Negli ultimi anni si è esibito spesso in tour venendo anche in Italia con il gruppo The Cookers.

L’etichetta italiana Black Saint esordì nel 1975 con il suo catalogo di registrazioni dedicate ad un jazz più avanzato di quegli anni proprio con Billy Harper, in un disco da leader intitolato per l’appunto Black Saint.

Vi propongo qui un lungo brano tratto da un disco del 1979 registrato per la tedesca MPS in cui si possono apprezzare tutte le sue qualità di compositore ed improvvisatore, ma diversi sono i suoi dischi molto più che interessanti rintracciabili in discografia negli anni più recenti, specie per Steeplechase ed Evidence.

Buon ascolto.

 

harper_bill_tryingtom_101bTrying To Make Heaven My Home

Il blues feeling di Gene Harris

Gene Harris (1933 – 2000) è stato un meraviglioso pianista jazz, un entertainer di razza, noto per il suo suono caldo e uno stile molto “soul” con il quale condiva ogni brano di blues e gospel, dando quel profumo di “chiesa” ad ogni melodia.

Dal 1956 al 1970 ha suonato nei The Three Sounds, un trio che ha inciso parecchi dischi per la Blue Note in compagnia del bassista Andy Simpkins e del batterista Bill Dowdy. 

La sua fama tra i jazzofili non è forse adeguata alla sua bravura, anche perché la sua carriera subì uno stop dovuto ad un ritiro volontario dalle scene per un lungo periodo a partire dal 1970. Poi, Ray Brown lo ha convinto a tornare in tour nei primi anni 1980, registrando principalmente per Concord Records, etichetta specializzata nel documentare gli sviluppi del mainstream, fino alla sua morte per insufficienza renale.

Personalmente ho avuto modo recentemente di scoprire tale produzione e di ascoltare diversi lavori sia suoi che con il trio di Ray Brown e devo dire che raramente mi è capitato di ascoltare un jazzista così padrone del linguaggio jazzistico e afro-americano più in generale, ottenendo risultati brillantissimi anche su un repertorio di canzoni popolari molto battute. Invito caldamente a scoprirlo o a riscoprirlo per chi già lo conosce, non ne rimarrà deluso, sempre che i vostri modelli “jazzaroli” non lo considerino troppo “commerciale” prevedendo l’ascolto pressoché quotidiano di Peter Brötzmann, nel qual caso occorre rivolgersi ad altri lidi.

Per l’ascolto odierno vi propongo questa eccellente e calda versione di un notissimo brano scritto da Fats Waller per il Musical di Broadway Hot Chocolates del 1929, in cui viene esaltato il blues feeling naturale del brano, in modo poderoso ma mai sbracato.

Buon ascolto.

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