La buona avanguardia non nega la tradizione

Oggi vi propongo un musicista recentemente molto acclamato e che, al di là delle mode elitarie del momento, effettivamente ha dimostrato in questi anni di valere e di saper coniugare innovazione con piena conoscenza e rispetto per la grande tradizione musicale dalla quale proviene. Si tratta del sassofonista Steve Lehman, contraltista, compositore e studioso in possesso già di un curriculum di tutto rispetto e che effettivamente rappresenta una delle punte del jazz più avanzato.

Vi propongo per l’ascolto odierno questo stimolante brano registrato qualche anno fa con il suo Ottetto che nel sound complessivo mi ricorda un poco il quintetto di Dave Holland di qualche anno fa, formazione che peraltro si può considerare ancora in un mainstream aggiornato.

Buon ascolto

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Arturo O’Farrill- Cuba: The Conversation Continues – Motema (2015)

5821030Se siete costantemente alla ricerca di novità in ambito di musiche improvvisate, tra rinsecchite avanguardie europee post free e certo brumoso e ritmicamente soporifero jazz nordico, o la plastificata e aritmica produzione ECM degli ultimi decenni, magari in attesa del manifestarsi di un nuovo messia jazzistico al santuario del prossimo festival di Saalfelden, probabilmente vi sarà sfuggito e vi sfuggirà per molto tempo ancora, questo Cuba:The Conversation Continues, come altrettanto facilmente vi sarà pressoché sconosciuto il nome del suo autore, invece già da tempo rispettato e celebrato negli U.S.A.: il compositore, band leader, pianista, nonché  plurivincitore di Grammy Awards,  Arturo O’Farrill. E sarebbe un vero peccato, in quanto vi perdereste una delle incisioni che con buona probabilità si riveleranno tra le più rappresentative di questo ultimo decennio e non solo per ragioni musicali.

Se qualcuno obietterà che si tratta di una esagerazione, perché si sta parlando di un musicista basilarmente di “salsa”, fatta per ballare, non dategli retta: darebbe solo la rappresentazione plastica della propria conclamata ottusità, del proprio sordo pregiudizio e, in definitiva, della propria incultura musicale. Ammesso e non concesso che davvero O’Farrill faccia solo musica di tal genere, credo che sarebbe difficile poi spiegare come recenti acclamate icone del jazz più avanzato, come Vijay Iyer (presente anche come autore nel precedente ragguardevole The Offense of the Drume Rudresh Mahanthappa (qui  con un ruolo di solista principe), certo non accusabili di vendersi alla musica “facile”, collaborino da tempo con O’Farrill, in un continuo interscambio di idee e di contributi ad alto livello.

A questa voluta polemica introduttiva, posso infine aggiungere che un musicista e compositore di tal fama è potuto venire in Italia ad esibirsi e farsi conoscere direttamente solo all’inizio di quest’anno, nell’ambito della stagione di concerti previsti ad Aperitivo in Concerto al Teatro Manzoni di Milano e alla matura età di 55 anni suonati, producendo con una formazione ridotta un eccellente concerto di cui ho già dato conto sulle colonne di questo blog e a cui rimando. Ce ne sarebbe insomma abbastanza per interrogarsi sul perché di certe ingiustificate esclusioni nelle proposizioni culturali e musicali al pubblico in questo paese, ma tant’è. Stiamo peraltro parlando di un noto figlio d’arte, poiché Chico O’Farrill, cubano trapiantato a New York e deceduto nel 2001, ha evidentemente inaugurato una dinastia di musicisti e compositori, che vede anche i figli di Arturo, Adam e Zack, partecipare a questa incisione in entrambe le vesti, con Adam che già da tempo è considerato uno dei più promettenti giovani trombettisti sulla scena jazzistica odierna. Arturo da tempo sta seguendo l’eredità musicale del padre, ma negli ultimi due splendidi lavori orchestrali registrati per Motema sta sviluppando in modo molto brillante e aggiornato un discorso musicale tra scrittura e improvvisazione più ampio e sofisticato di un semplice afro-cuban jazz.

Arturo O’Farrill, qui con la sua Afro-Latin Jazz Orchestra composta nell’occasione da musicisti cubani misti a quelli americani, si trovava all’Avana nel dicembre del 2014 proprio mentre Barack Obama annunciava in TV il disgelo diplomatico degli Stati Uniti verso Cuba. Il disco è stato registrato giusto due giorni dopo quell’annuncio, rendendo ancor più importante il significato del lavoro. Nel programma ci sono composizioni di sei nord americani (tra cui Dafnis Prieto, Michele Rosewoman e Zack O’Farrill) e quattro di compositori cubani (Alexis Bosch, “Coto” Juan de la Cruz Antomarchi, e Michel Herrera), interpretate da ben 24 musicisti. Anche in questo sta la “conversazione” tra i paesi che in fondo non si è mai musicalmente fermata dai tempi di Dizzy Gillespie e Chano Pozo.

Il brano d’esordio The Triumphant Journey, scritto da Dafnis Prieto, è un vortice di fiati e percussioni costruito ritmicamente su una serie di cambi e sovrapposizioni di ritmo, passando dal 6/4 di base a brevi passaggio in ¾ e la parte solistica in 4/4 supportata da una ricca e pastosa orchestrazione di O’Farrill  con, a un certo punto, una citazione di un brandello di A Night in Tunisia suonata dalle trombe, ripassando poi al 6/4 iniziale. Il clou del disco è certamente la Afro Latin Jazz Suite, scritta in quattro movimenti e commissionata dal Teatro Apollo per il suo 80° anniversario e per celebrare il 65° anniversario della Afro Cuban Jazz Suite, la celebre opera del padre Chico concepita all’epoca con la collaborazione solistica del genio di Charlie Parker, il cui ruolo solistico è preso nell’occasione dal brillante sassofonista indiano-americano Rudresh Mahanthappa. L’ambiziosa opera si dimostra matura e all’altezza della leggenda genitoriale, con una scrittura articolata e ritmicamente varia, comprendendo diversi elementi stilistici ereditati dal padre, ma che in parte ricordano anche lavori come Cuban Fire, pagina scritta nel 1956 dall’abile mano del quasi dimenticato Johnny Richards (il cui vero nome era invero Juan Manuel Cascales, di chiara genia latina) per l’orchestra di Stan Kenton. D’altronde l’affinità non può considerarsi casuale, se si considera che Kenton era all’epoca fortemente interessato alla musica cubana e che lo stesso Chico O’Farrill compose per la sua orchestra brani come Cuban Episode. L’impasto orchestrale della suite è perciò incentrato “kentonianamente” sulla sezione ottoni e costruito armonicamente in modo sofisticato, con evidente impostazione accademica di base, legando in modo intelligente profumi, ritmi e strumentazione tipicamente afro-cubane. L’acidula voce sassofonistica di Mahanthappa e quella squillante  del trombettista Jim Seeley contribuiscono a fornire alla suite un incisivo tocco di modernità in termini di linguaggio solistico improvvisato. Nel secondo movimento si sviluppa un caratteristico 6/8, con la presenza “intuitiva” del tempo di clave, anche qui alternato a intermezzi in 4/4. L’intreccio poliritmico continua ad essere al centro della composizione, dove si sviluppa un assolo infuocato di Mahanthappa. Gli ultimi due movimenti sono più brevi ma anche di una bellezza ed efficacia espressiva non comuni da riscontrare nel jazz di oggi. Il terzo movimento è un Adagio costruito su una luminosa e rilassata melodia esposta da sax tenore e tromba, su tempo di lento cha cha cha ed è uno dei momenti più emozionanti del disco. Finale con un eccitante quarto movimento, in una sorta di moderna descarga cubana arrangiata come sempre con gusto e appropriati interventi solistici di Mahanthappa. In conclusione, una delle cose migliori scritte a largo respiro nel jazz degli ultimi tempi, assolutamente meritevole del riconoscimento ricevuto.

Il resto del progetto discografico offre altrettanti spunti d’interesse. Alabanza, del pianista Michele Rosewoman, è un bell’ esercizio di tessiture orchestrali e ritmi (con il compositore come solista) che collega elementi africani, articolazioni americane post-bop con la musica cubana. Il pianista Alexis Bosch contribuisce con Guajira Semplice, un tipico ¾ cubano con contributi di clarinetto, sax tenore e flauto. In conclusione del primo CD troviamo Blues Guaguancó, una canzone che oscilla tra salsa e bop vocalizzata da Bobby Carcasses. con brevi parte solistiche riservate al trombettista Jesusito Ricardo Anduz, al baritonista Jason Marshall, al pianista Alexis Bosch e al bassista Gregg August.

Il secondo disco si apre con Vaca Frita e vede la presenza di DJ Logic al giradischi. Il DJ e O’Farrill avevano già lavorato proficuamente nel precedente The Offense of the Drum e qui affinano l’integrazione in orchestra, tra intenzioni musicali solo apparentemente inconciliabili. Da segnalare un notevole assolo dal timbro rotondo e dal bel fraseggio di Adam O’FarrillSecond Line Soca connette pertinentemente la storica prossimità dell’Avana con la tradizione musicale di New Orleans. Adam O’Farrill ritorna a brillare in assolo nello stringato Just One Moment, tema del altosassofonista cubano Michel Herrerache si rivela un esercizio di colori orchestrali e swing. Con El Bombón si torna al tradizionale tempo di clave e alla salsa, peraltro magistralmente orchestrata, con testi scritti e cantati da “Cotó” Juan de la Cruz Antomarchi di Guantánamo.  Rudresh Mahanthappa ritorna poi nel numero conclusivo There’s a Statue of José Martí in Central Park, composizione di una certa complessità del batterista Zach O’Farrill che rende omaggio ad uno tra i primi sostenitori e combattenti per l’indipendenza di Cuba. Il pezzo di tredici minuti è l’altro piatto forte del disco dopo la suite di ventuno minuti ed è un mix di free jazz e musica ispirata al tradizionale carnevale di Santiago de Cuba. Un modo per riaffermare in musica il dialogo continuo tra la grande isola caraibica e New York City, perfettamente in tema col titolo che Arturo O’Farrill ha voluto assegnare al suo progetto.

In conclusione: uno dei lavori più importanti del 2015, naturalmente del tutto trascurato dalle votazioni nel nostro annuale referendum “Top Jazz”. Il che si commenta da sé.

Riccardo Facchi

Una delle cose più belle di Kenny Wheeler

Ci ha lasciato solo da un anno e mezzo ed è inutile dire che ci manca il suono della sua tromba e quel sofisticato melos così caratteristico nelle sue composizioni armonicamente articolate, tra le più interessanti scritte negli ultimi decenni in ambito jazzistico. Ho pensato di ricordare degnamente un grandissimo compositore e trombettista come Kenny Wheeler pubblicando una delle sue composizioni migliori, che è pure diventata uno standard discretamente frequentato dai musicisti contemporanei. Un paio di anni fa ebbi modo ad esempio di ascoltare una bella versione di questo Everybody’s Song But My Own suonata da un pianista di punta della scena contemporanea come Gwilym Simcock, che da buon inglese è stato influenzato, come tanti altri musicisti inglesi, dal trombettista canadese  trapiantato in Inghilterra dal lontano 1952.

Sono molti i dischi e le collaborazioni di alto livello che meriterebbero qui una menzione, ma avrò l’opportunità di riservargli dello spazio su questo blog in altre occasioni. Non c’è fretta. Intanto godetevi questo sapido antipasto.

La formazione di tutto rispetto è la seguente:

Kenny Wheeler (flgh, cnt); Stan Sulzman (ts, ss, fl); John Taylor (p); Dave Holland (b); Billy Elgart (d)

Buon ascolto

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Un paio di giorni di relax…

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Viste le festività pasquali mi prendo un paio di giorni di vacanza dal blog, ripartendo la prossima settimana con una recensione che sto approntando su musica di grande attualità (e aggiungo pure di grande valore) anche per motivi politici, legati alla storica visita di Obama in terra cubana, proprio di questi giorni, e relativo disgelo diplomatico: si tratta dello splendido recente lavoro di Arturo O’Farrill in doppio CD intitolato: Cuba: The Conversation Continues non a caso vincitore in ben due categorie del GRAMMY Award 2015, come Best Large Jazz Ensemble Album e Best Instrumental Composition.

Ovviamente dalle nostre parti riconoscimenti del genere non meritano nemmeno di essere presi in considerazione. Si tratta di semplice show business, una delle tante “americanate” da non prendere sul serio e infatti, basta dare una occhiata alle preferenze accordate al recente Top Jazz per rendersi conto che questo musicista figlio d’arte (oibò, già cinquantacinquenne…) e il suo lavoro non sono stati degni del voto di nessuno, ma si sa, gli americani di jazz capiscono poco o nulla e bisogna insegnargli proprio tutto…

Un miracolo di tecnica ed espressività

Uno dei tipici errori nel valutare la tecnica sassofonistica è quello di pensare che essa dipenda solo dalla velocità esecutiva nel fraseggio, invece l’ottenimento di un bel suono originale e la capacità di controllarlo, gestendo in modo proprio effetti espressivi come il glissato, sono altrettanti indici di grande tecnica strumentale in realtà non alla portata di tutti. In questo senso, Johnny Hodges è stato davvero uno strumentista eccezionale capace di unire tecnica ed espressività in modo davvero unico. Un grande artista al quale non a caso Duke Ellington era affezionato.

Ecco qui uno dei tanti possibili esempi

Buon ascolto.

513YBcHRAnL._SL500_AA280_I Didn’t Know About You

Non sembra nemmeno musica del 1945…

Questo formidabile trio che vi propongo oggi, costituito niente meno che da Lester Young al tenore, Nat “King” Cole al pianoforte e Buddy Rich alla batteria registrò nel 1945 alcuni brani che ascoltati con l’orecchio di oggi sorprendono per arditezza e modernità, considerando il periodo, e sono a mio avviso degli autentici capolavori. Tutti sanno dell’importanza di Lester Young, ma voglio qui rimarcare da un lato il pianismo di Nat Cole, che ha influenzato generazioni successive di pianisti e la cui valenza è stata spesso celata dalle sue indubbie doti vocali, dall’altro la prestazione e il valore di Buddy Rich, il cui batterismo virtuosistico e spettacolare è stato spesso frainteso, ma in questo I’ve Found A New Baby suona con una attenzione a quanto producono i colleghi davvero encomiabile, dimostrando una sensibilità musicale che non sempre gli è stata riconosciuta in carriera. Pare che Max Roach lo citasse come il batterista più straordinario che abbia mai ascoltato, certamente tra i bianchi, e se lo diceva lui…

Buon ascolto

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Il blues e la tromba: non serve altro

Il blues, una tromba, lo spazio intorno ad essa. Sono spesso stati per Miles Davis ingredienti sufficienti a descrivere la sua estetica musicale e idonei alla costruzione di grande musica e grande arte, in linea con una tradizione musicale, quella afro-americana, che quasi sempre ha privilegiato per improvvisare la forza espressiva sulla complessità strutturale del materiale tematico a disposizione.

Questo brano che vi propongo, tratto dal cofanetto The Complete Jack Johnson Sessions e che al tempo risultava essere un inedito (inspiegabile, vista la bellezza del solo di Davis) ne è una prova inconfutabile. La tromba di Davis emerge quasi dal nulla e si staglia per una decina di minuti in uno spazio volutamente vuoto che trova qui una sua piena giustificazione e valenza musicale e che progressivamente viene poi riempito in sequenza da basso, chitarra, batteria e sax soprano. Un ennesimo capolavoro del jazz ottenuto con mezzi musicali minimi.

Buon ascolto

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la sagra della batteria in chiusura del festival

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Ultime impressioni e poi in settimana vedremo di fare una analisi più approfondita e sedimentata di un festival complessivamente positivo.

Giornata domenicale dedicata ai gruppi dei batteristi a Bergamo Jazz. Nel pomeriggio il quartetto acustico di Mark Guiliana ha presentato un gruppo compatto che si è mosso in chiave attualizzata tra i riferimenti, quasi inevitabili, al quartetto coltraniano anni ’60 e quelli meno scontati e più “cantabili” del quartetto americano jarrettiano anni ’70. Al di là del gusto personale di ciascuno, Guiliana, che ascoltavo per la prima volta, ha reso tangibile il perché è oggi considerato uno dei batteristi più richiesti e versatili della competitiva scena musicale newyorkese.

Riguardo ai concerti serali, ci è parso riuscito e stimolante, anche se forse un po’ prolisso, il progetto “Five Blokes” del settantacinquenne batterista sudafricano Louis Moholo-Moholo, in un intreccio musicale variopinto e fonicamente energico, fatto di jazz intriso di temi folk cantabili e cantilenanti sudafricani e spunti parzialmente riferibili alla cangiante musica mingusiana. Un insieme di temi ed atmosfere musicali fusi tra loro in forma di suite, coordinato dall’abile conduzione del pianista inglese Alexander Hawkins ben sintonizzato sulle intenzioni dell’istrionico leader alla batteria.

Il divertente progetto “Wicked Knee” del batterista Billy Martin ha però mostrato, almeno per chi scrive e al di là del valore indiscutibile dei solisti, alcuni difetti di messa a fuoco progettuale analoghi a quelli richiamati per il concerto inaugurale di Franco D’Andrea, al quale si accomunava per l’impegnativo intento di rivisitare la profonda tradizione jazzistica degli anni ’20 e ’30 in chiave moderna e aggiornata. Si sono sentiti richiamare in sequenza: il celebre Sugar Foot Stomp della orchestra di Fletcher Henderson (ma notoriamente derivato dal Dippermouth Blues della Creole Jazz Band di King Oliver), un frammento di Una Muy Bonita di Ornette Coleman, per arrivare all’ellingtoniano inno jazzistico allo swing di It don’t mean a thing if it ain’t got that swing.

a risentirci e buon inizio di settimana

Riccardo Facchi

Pieno successo per Anat Cohen a Bergamo Jazz

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Sempre due righe sulle impressioni dei concerti di ieri cui ho potuto assistere, senza pretesa di analisi critica.

Il livello medio delle proposte si è mantenuto alto in uno splendido sabato ormai primaverile a Bergamo pur nella sua necessaria varietà.

Anat Cohen ha riscosso sino ad ora i maggiori consensi del pubblico (cui aggiungo quelli personali) presentando un quartetto di giovanissimi, tre direttamente da Israele e uno da New York, che hanno contribuito a dare la giusta carica alla loro leader. Ha spiccato in particolare il sorprendente talento pianistico di Gadi Leahvi, soltanto diciannovenne, che ha sbalordito i più per quanto ha saputo fare. La Cohen ha confermato di essere una strumentista di livello straordinario e di aver saputo ben mixare il jazz con la musica brasiliana (con particolare riferimento allo choro) e inevitabili influenze mediorientali, sulla scorta del suo ultimo lavoro discografico intitolato Luminosa.

Di Kenny Barron non si può che dire bene e certo non lo si scopre ora. Un concerto di alto livello nella sua classicità jazzistica, per uno dei grandi dello strumento ancora in vita e in piena attività. Ottima l’intesa del trio con punte di merito per il corpulento batterista Johnathan Blake. Ha spiccato nel repertorio presentato una raffinatissima versione di Nightfall di Charlie Haden, contrabbassista scomparso da non molto e con il quale Barron a suo tempo ha inciso splendidi duetti.

Nel pomeriggio, per gli amanti della musica improvvisata di stampo europeo di derivazione jazzistica e per la gioia della critica più “cool”, hanno riscosso consenso gli Atomic, gruppo svedese/norvegese attivo da più di un decennio e composto da strumentisti tutti di ottima preparazione, con una citazione particolare per il trombettista Magnus Broo.

Oggi, domenica, si conclude la manifestazione internazionale bergamasca con altri concerti in analoga formula prevista per sabato (ma con l’aggiunta di un concerto mattutino), incentrata su leader batteristici: il gruppo di Mark Guiliana, quello di Billy Martin e in conclusione di serata quello di Louis Moholo. Purtroppo non potrò presenziare al concerto mattutino del pianista Markelian Kapedani

a risentirci e buona domenica

Riccardo Facchi

Ottimo l’esordio del Festival al Donizetti

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Solo qualche riga di commento senza pretese per esplicare qualche impressione a caldo.

Mi è piaciuto molto il set di piano solo della Geri Allen che peraltro già ben conoscevo. Un progetto ben studiato e ormai consolidato quello sulle musiche di Detroit e della Motown, visto che il disco di riferimento è datato 2013 e l’avevo già recensito su queste colonne,  cui  sostanzialmente rimando. Come si usa dire in questi casi, l’approfondita conoscenza della Black Music e la relativa pratica idiomatica, tipica di chi fa parte di quella cultura musicale, anche solo per semplici questioni identitarie, aiuta molto a ricavare dell’ottima musica eseguita in modo come minimo appropriato. Un concerto di grande sostanza musicale, senza inutili fronzoli e gratuiti virtuosismi, come sempre nelle caratteristiche della Allen che è musicista di grande serietà. Eccellente la scelta del repertorio dove ha giganteggiato la figura mai abbastanza lodata di Stevie Wonder, le cui composizioni sono state messe nella miglior luce possibile. L’esordio del concerto è stato tuttavia più “ortodosso” con una versione melodicamente molto “nascosta” di Epistrophy  di Monk e una davvero delicata e ben suonata di A Flower Is A Lovesome Thing di Billy Strayhorn.

Anche Joe Lovano ha fatto un concerto di livello col suo quartetto, secondo le attese anche se senza grandi sorprese. D’altronde siamo di fronte ad un indiscutibile maestro dello strumento con una cifra stilistica inconfondibile, che affronta ormai una sua stagione di “classicità” e dal quale non ci si può attendere certo grandi innovazioni. Al gruppo si è poi aggiunto Dave Douglas in tre brani riferiti al recente lavoro discografico dei due  ispirato alla figura di Wayne Shorter e intitolato Soundprints. Unico appunto, una migliore distribuzione dinamica dei brani, inserendo nel set prescelto magari qualche ballad in più, come la splendida versione fatta nel bis di I Waited For You, avrebbe forse giovato alla ricezione musicale. Il suo fraseggio estremamente ricco e articolato a mio avviso si adatta particolarmente bene a brani del genere.

Stasera si prosegue con altre due piatti forti: il quartetto di Anat Cohen e il trio di Kenny Barron

A risentirci.

Riccardo Facchi

Se stasera suona così, stiamo a posto…

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In questi giorni sono impegnato a seguire il Festival di Bergamo e quindi dedicherò a questo fine settimana dei brevi scritti, più che altro delle impressioni e degli umori sfruttando il tema di attualità. Poi vedremo di stilare un resoconto complessivo un po’ più serio dopo adeguata sedimentazione.

Ieri serata dai due volti, per quel che mi riguarda, in cui sono stati protagonisti i tromboni. Qualche perplessità mi ha lasciato il progetto di D’Andrea Tradition Today che non mi è sembrato del tutto a fuoco e con qualche estemporaneità di troppo, d’altronde presumibile vista la presenza del sempre istrionico Han Bennink e l’aggiunta fuori programma dello stesso Dave Douglas in un paio di brani. Mi ha ben impressionato Mauro Ottolini, che mi è sembrato decisamente il più in palla. D’Andrea l’ho comunque  sempre preferito da solo o in formazioni ridotte con il suo pianoforte al centro, il che potrebbe anche aver condizionato la mia impressione.

Decisamente buona l’esibizione del trombonista Ryan Keberle con un progetto calibrato e aggiornato tra jazz e musica latina. Si sono sentiti diversi brani dell’ultimo suo lavoro discografico, Azul Infinito, che giusto in questi giorni avevo avuto l’opportunità di ascoltare. Un gruppo di giovani talenti interessanti con un leader dal buon carisma che conduce e un interessantissimo Mike Rodriguez alla tromba, con un suono lucente e un bel fraseggio messo in mostra senza strafare. Da tenere d’occhio.

La serata odierna dovrebbe promettere bene visti i nomi, ma, come si sa, non sempre è così. Se comunque Lovano suonasse anche solo nel modo che qui sotto possiamo apprezzare, credo che non andremmo a casa delusi.

Ci aggiorniamo.

Riccardo Facchi

Franco D’Andrea inaugura oggi i concerti a Bergamo Jazz

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Parlo solitamente poco di “jazz italiano” (esprimersi con un aggettivo di genere geografico utilizzando la parola “jazz” l’ho sempre trovato improprio, ma lo uso comunque nel caso per comodità) e dei suoi esponenti perché, da un lato, se ne dice anche sin troppo e con un’enfasi spesso spropositata, dall’altro l’esperienza mi ha insegnato che farlo comporta sempre qualche problema relazionale, sia che se ne parli bene o male.

In questo caso mi attengo alla cronaca, e segnalo semplicemente che stasera al Teatro Sociale in Città Alta (Bérghem de sùra…) alle ore 21 Franco D’Andrea inaugurerà la serie dei concerti del Festival internazionale (uno dei pochi che ancora nel nostro paese può vantare una tale veste, vista la progressiva e culturalmente immotivata provincializzazione jazzistica in corso in diverse analoghe manifestazioni nostrane) con il suo progetto Tradition Today, titolo emblematico che racchiude lo spirito del festival di quest’anno dichiarato a suo tempo dal direttore artistico Dave Douglas, alla ricerca di una sintesi fra storia e attualità del jazz.

Non sono moltissimi i jazzisti italiani che apprezzo e considero di livello internazionale, ma Franco D’Andrea è uno di quelli che ho sempre stimato anche sul piano umano e comunicativo. Ne possiamo valutare un esempio in questo video-intervista che ho raccolto in rete dove è possibile apprezzare il racconto della sua esperienza con il jazz sin dai suoi inizi.

 

Il Pat Metheny compositore

Parrà strano a molti passare su questo blog da Charles Mingus a Pat Metheny, ma uno degli scopi che mi prefiggo è distaccarsi da pregiudizi e stereotipi intorno a questa musica nella quale si tende sempre a incasellare tutto e tutti da qualche parte e occuparci più direttamente della intrinseca bontà musicale, al di là di gusti e preferenze personali.

Il chitarrista di Kansas City  con il suo Pat Metheny Group ha avuto talmente successo commerciale da non farlo ritenere appetibile ai jazzofili più intransigenti e direi anche più ideologizzati in circolazione. Certamente la musica di quel gruppo, dal sound caratteristico e inconfondibile, pare oggi già un po’ datata e certo questo non è un bellissimo segno, ma negare per questo il talento e le capacità musicali di Metheny sarebbe sciocco, perché sono indubbie. Si tratta di un notevole chitarrista e capace improvvisatore su qualsiasi genere di materiale, che in carriera si è confrontato in modo assai eclettico con musicisti e musiche di diversissima provenienza e concezione. Nella sua musica sono rilevabili influenze per nulla banali: dalla musica brasiliana a Ornette Coleman, da Keith Jarrett a Steve Reich, dalla cosiddetta “americana” alla musica del Midwest. Comunque la si veda, uno dei protagonisti della musica improvvisata degli ultimi decenni.

In questo post vorrei però evidenziare la sua notevole abilità in ambito compositivo. Le sue composizioni, anche e non solo nel PMG (peraltro composto da fior di musicisti come il pianista e compagno di avventure musicali Lyle Mays ad esempio), sono molto più strutturate e formalmente sofisticate di quanto non si pensi, giudicando troppo “facile” e orecchiabile la sua musica. La lista delle sue composizioni interessanti è molto più ampia di quanto non possa apparire in prima istanza e diverse sono state utilizzate da grandi colleghi come Charlie Haden, nel suo Quartet West, o Michael Brecker, Gary Burton, le big band di Bob Mintzer e Bob Curnow e vocalizzate da un grande cantante di oggi come Kurt Elling, giusto per citarne qualcuno.

Il brano che vi propongo è una raffinata moderna ballad (qualcuno appassionato di etichette dirà di genere “ambient”, ma la cosa potrebbe distrarre dalla oggettiva bontà del prodotto musicale realizzato) contenuta in un disco tra i meno reclamizzati del gruppo ma a mio avviso più interessanti, che evidenzia il grande potenziale melodico a disposizione di Metheny e nel quale c’è anche un bell’intervento solistico dell’ottimo Lyle Mays.

Buon ascolto.

 

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Mingus e il Free

“Free Jazz”, letteralmente tradotto “Jazz libero”, a nessuna altra etichetta stilistica nella storia della musica improvvisata è stato dato un significato plurivalente e talvolta persino mistificatorio, fraintendendone spesso l’effettiva portata. Ma cosa si intende per libertà nel jazz, e libertà da che cosa? Certo la parola non ha il significato di “suonare a capocchia”, facendo un po’ di gratuita cacofonia, né è per forza sinonimo implicito di rivoluzione o modernità musicale, tanto meno di creatività automatica del musicista che la pratica.

La libertà di cui si parlava al tempo era da intendere dalle rigide regole dell’armonia funzionale, fondamentalmente e  in estrema sintesi, e da certi schemi che venivano utilizzati nel jazz degli anni ’50 sempre più in modo automatico e meccanico e ritenuti inderogabili, limitando in molti casi le potenzialità espressive e creative degli improvvisatori.

Iconograficamente si fa partire questa fase musicale con la pubblicazione del celeberrimo disco intitolato appunto Free Jazz di Ornette Coleman pubblicato nel 1961, facendo, come al solito, apparire l’inaugurazione di una nuova fase stilistica nel jazz come una invenzione individuale e “rivoluzionaria” (quando si farà sparire questa parola da quella tradizione musicale sarà sempre troppo tardi) venuta quasi dal nulla e che si affranca nettamente e in modo totalmente discontinuo con la tradizione precedente. Nulla di più mistificatorio, se non falso, di questa interpretazione, che, in particolare per il Free, è ancora molto in voga tra gli appassionati, in quanto il jazz si è sempre mosso in modalità niente affatto discontinue e con contributi plurimi di diversi musicisti che, seguendo strade differenti, sono arrivati ad analoghe conclusioni, definendo un concetto di libertà in musica più articolato e man mano più ampio, senza  alcuna necessità di negare la propria tradizione musicale di riferimento e il passato. Sul tema ci sarebbe da scrivere molto ma non è questo il momento e la sede per farlo.

E’ noto che Charles Mingus avesse un rapporto, diciamo così, dialettico con il Free Jazz e i suoi protagonisti, tuttavia, egli è stato certamente tra i suoi precursori sin dalla metà degli anni ’50, anche se lo fece senza utilizzare etichette e seguendo un suo personale percorso da tempo in atto e una idea di musica personalissima, ben precisa e comunque quanto mai ancorata alla propria tradizione.

Ne è un chiaro esempio questa registrazione che vi propongo, tratta da quella esibizione live al Café Bohemia con Max Roach alla batteria, che io ancora oggi considero tra i suoi massimi capolavori, peraltro non molto citati. Dischi di una bellezza e di una creatività folgorante e assolutamente senza tempo. Il brano non sembra davvero possibile che sia stato registrato nel 1955, tanto appare ancora oggi avanzato.

Buon ascolto

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