Quando si ballava il jazz…

Come noto a molti gli anni ’30 e i primi ’40, sono stati gli anni della cosiddetta Swing Era dopo un lungo predominio del cosiddetto jazz tradizionale. Un periodo nel quale il jazz godette di massima popolarità e in cui veniva tranquillamente ballato nelle apposite sale da ballo come il celeberrimo Savoy Ballroom ad Harlem. E’ stato il periodo di formazione di grandi orchestre in gran parte pensate per quello scopo ma che hanno saputo anche produrre lavori musicali di tutto rispetto, contrariamente a quanto viene superficialmente narrato nel nostro paese. Senza contare che proprio in quel periodo si formarono tantissimi grandi solisti e i maggiori geni del jazz moderno, come Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Bud Powell tra i moltissimi altri. Orchestre come quelle di Fletcher Henderson, Benny Goodman, Duke Ellington, Count Basie, Jimmy Dorsey, Tommy Dorsey, Glenn Miller, Chick Webb, Gene Krupa, Woody Herman, Artie Shaw, e molte altre ancora, si sono specializzate in quel periodo nel produrre musica adatta a ballare. Peraltro la componente ballo e più in generale del movimento corporale è sempre stata presente e connessa alle forme musicali nella cultura americana, a maggior ragione, nella cultura africana-americana, anche in periodi insospettabili di grande realizzazione artistica in musica e nel jazz in particolare. Non si comprende quindi certo pregiudiziale rifiuto, ancora ben presente in Europa, nel concepire insieme musica e ballo quando si tratta di materia jazzistica e dintorni.

Il termine “swing”, come noto, significa letteralmente “oscillare” o “dondolare” e si riferisce ovviamente alla peculiare pulsazione ritmica caratteristica del linguaggio jazzistico. Si tratta di un’espressione che è diventata indicativa di un genere musicale unico e rappresentativo di un’intera epoca e, per non far confusione, quando ci si riferisce a quel periodo di parla di Swing Era, mentre con il termine comune swing si intende proprio quella caraterristica ritmica, ovviamente rintracciabile ben oltre quel periodo. La diffusione della musica Swing su così vasta scala in quegli anni si deve soprattutto alle radio che trasmettevano a più non posso, giorno e notte, la musica in tutti gli States e durante la Seconda Guerra Mondiale anche in tutta Europa, senza dimenticare il ruolo giocato anche dal Cinema, ormai divenuto all’epoca stabilmente sonoro. Grandi produzioni cinematografiche avevano proprio colonne sonore dedicate a questo genere musicale e molti film avevano spesso come tema lo swing, ingaggiando orchestre e ballerini da tutto il paese. Nascevano i primi lungometraggi a tema musicale. Tra i più conosciuti ballerini c’erano sicuramente Fred Astaire e Ginger Roger, instancabili partner che sembravano librarsi nell’aria mentre ballavano classici dello Swing.

La figura di Benny Goodman, un ebreo americano di Chicago – non a caso presto nominato  anche il Re dello Swing – è da considerarsi essenziale nell’esplosione del fenomeno Swing. Proprio nel 1934 fondò la sua big band che ebbe tra l’altro il merito di unire per la prima volta musicisti bianchi e di colore. Grazie anche al supporto delle radio che diffondevano la musica nell’intero paese e con i suoi primi concerti prodotti in un suo tour da costa a costa nel 1935 arrivò rapidamente alla fama, permettendo la rapida diffusione verso le masse popolari del jazz e della musica degli afro-americani tra i bianchi americani.

Una curiosità relativa all’origine del termine è legata a una celebre canzone di Duke Ellington del 1932: It don’t mean a thing if it ain’t got that swing (Non significa nulla se non ha swing). L’era dello Swing nacque dopo un periodo di depressione economica, chissà che la crisi economica che stiamo vivendo a causa della pandemia per il Covid-19 non possa portare a una analoga rinascita e di popolarità musicale per il jazz (ne avrebbe proprio bisogno…) e che la voglia di divertirsi possa riportare a ballare le persone, con buona pace di certi vecchi tromboni della critica jazz nostrana, ormai fuori tempo massimo. Spes ultima Dea, direbbero i latini.

Buon compleanno Stevie Wonder!

Il buon Stevie Wonder ha in questi giorni compiuto i suoi 70 anni. Ho scritto tante volte su di lui su questo blog, anche un lungo saggio suddiviso in cinque parti, ritenendolo uno dei compositori più importanti dell’ultimo mezzo secolo in ambito di musiche afro-americane, ma anche oltre, estendendo la valutazione nel più ampio panorama musicale americano.

Pertanto oggi lo omaggio semplicemente proponendo la sua musica in un suo concerto tenuto alla televisione tedesca nel 1974. Buon ascolto e ancora Happy Birthday Stevie Wonder!

Tutte le cose che sei…

“le cose più care che conosco sono ciò che sei
un giorno le mie felici braccia ti stringeranno
e un giorno conoscerò quel momento divino
quando tutte le cose che sei, saranno mie”.

E’ l’estratto, spero decentemente tradotto, del testo di All The Things You Are forse il tema più emblematico che si possa associare al nome di Lee Konitz e per il quale il testo riportato pare adattarsi bene allo stato d’animo che può provare un appassionato del jazz che nel corso di tanti anni ha potuto godere delle meraviglie sonore di questo grande jazzista.

Tutto questo perché, come penso già noto a molti, Konitz ieri ci ha lasciato. Se n’è andato purtroppo un altro grandissimo del jazz. L’epidemia che sta devastando mezzo mondo non sta solo provocando una enorme crisi sanitaria ed economica, ma anche una non meno grave di tipo culturale e artistico, sicché il mondo del jazz deve patire un’altra grave perdita, quella di uno dei più grandi e intelligenti improvvisatori che il jazz moderno abbia saputo produrre, da piazzare nell’olimpo dei grandi contraltisti bianchi, accanto a Paul Desmond, Art Pepper e Phil Woods, almeno per quel che ci riguarda. In particolare egli ha saputo, forse solo insieme a Desmond, proporre in epoca post-parkeriana una originalissima evoluzione strumentale a quella lezione, arrivando presto ad affrancarsene elaborando una propria estetica e un proprio stile, direi entrambi inconfondibili.

Konitz aveva svilppato la sua grande arte di improvvisatore soprattutto nella rielaborazione e nella ricomposizione del Song americano e degli standard del jazz, di cui era profondo conoscitore, sapendo comunque sempre tendere l’orecchio al “nuovo” che la sua longevità gli ha permesso man mano di percepire e ascoltare nei musicisti delle successive generazioni alla sua, a molti dei quali ha fatto peraltro da riferimento.

Per ricordarlo propongo qui due suoi capolavori tra i tanti che si potrebbero scegliere nella sua mastodontica discografia. Il primo è per l’appunto il suo memorabile solo su All The Things You Are inciso nel 1953 per conto di Gerry Mulligan, un brano questo che ha saputo frequentare tante volte diventando quasi una associazione automatica col suo nome. Questa versione – tra le molte sue anche antecedenti a questa – è particolarmente significativa, perché illustrava già allora come elaborare una linea melodica del tutto nuova sulla struttura armonica del brano evitando quasi di enunciare all’inizio il tema secondo la prassi usuale, arrivando a svelarlo solo alla fine dell’improvvisazione. Una modalità certamente ereditata dalla scuola di Lennie Tristano dalla quale proveniva e che è rintracciabile in tanti successivi improvvisatori del jazz, anche oltre l’utilizzo dello stesso strumento (si pensi, solo ad esempio, alla versione pianistica dello stesso tema di Keith Jarrett in Standards, vol. 1-ECM).

L’altra proposta che faccio riguarda un disco del 1986 a cui sono molto affezionato e che contiene una sua strepitosa versione di If You Could See Me Now (a minuto 25: 30 del video) del grande Tadd Dameron, in cui riesce ad emergere persino una inusuale per lui  componente emozionale nell’elaborare la già bellissima melodia. Infine un filmato più recente con un parlato finale proprio sul tema di All The Things You Are. La sua musica per fortuna ci rimane in eredità, non lo dimenticheremo.

R.I.P.

Un giorno di silenzio…

Ieri Wallace Roney, oggi Ellis Marsalis e Bucky Pizzarelli… Scusate, cari affezionati lettori del blog, ma oggi non sono nello spirito di scrivere intorno alla musica. Troppi morti e troppa sofferenza intorno a noi, specie qui nella bergamasca, dove i numeri sono più del doppio di quelli ufficiali, senza contare il fatto che ci tocca sopportare da giorni la cinica e nauseabonda ipocrisia di una classe dirigente, a tutti i livelli, capace solo di annunci disattesi, di totale confusione e di imbarazzante improvvisazione, di consapevoli bugie, di reciproci scaricabarile nell’esclusivo intento di salvare in qualche modo il proprio deretano. Mi spiace, ma oggi non riesco a pensare positivo. Metto solo due dediche musicali a memoria dei musicisti che almeno hanno saputo a differenza di altri arricchirci in vita con la bellezza della loro arte. R. I. P.

 

La pandemia non risparmia il mondo del jazz

La notizia di ieri relativa alla scomparsa del trombettista Wallace Roney ci fa ancora una volta capire come la tragedia della pandemia in corso non stia risparmiando niente e nessuno, nemmeno il mondo della musica e del nostro amato jazz, tradizionalmente caratterizzato nella sua narrazione da un alone quasi mitologico che pare rendere in qualche modo “immortali” i suoi protagonisti al di là delle singole fragilità umane.

Non abbiamo l’abitudine di predisporre dei *coccodrilli” su questo blog, se non per casi eccezionali, e non lo faremo nemmeno stavolta. Tuttavia chi vi scrive è rimasto colpito dal fatto che il trombettista di Filadelfia non aveva ancora compiuto i 60 anni, età alla quale peraltro mi sto approssimando, essendo solo di un anno più giovane.

Roney era davvero un eccellente trombettista, la cui venerazione verso il modello davisiano non lo ha probabilmente aiutato a godere di un maggior riscontro critico. D’altronde è noto come lo stesso Davis lo considerasse il suo discepolo prediletto e si sa che nel jazz i musicisti considerati troppo prossimi ai modelli di riferimento non siano mai troppo apprezzati, arrivando all’opposto anche al rischio di gravi sottovalutazioni, come probabilmente è accaduto nel caso di Roney. A differenza di tanti altri trombettisti che hanno preso a modello il grande trombettista dell’Illinois, Roney non ha poggiato il proprio stile e non ha costruito una carriera solo su abusati cliché o, per così dire, sui limiti tecnici di Davis (come è capitato ad esempio a nostre sciape starlette nazionali enormemente sopravvalutate), poiché sotto il profilo strettamente strumentale egli era dotato di tecnica ben superiore al modello e in tal senso non rischiava perciò di patirne il confronto.

La ferale notizia ci fa perciò comprendere ancora una volta la drammaticità del momento che stiamo vivendo e che, volenti o nolenti, ci porterà a cambiamenti epocali, forse anche nel modo di vivere la musica.

R. I. P.

Riccardo Facchi

 

La speranza di un nuovo mondo che verrà…

Lo dico francamente, in questi giorni non ho molta voglia di scrivere. Sono nel bergamasco, all’imbocco della Val Seriana, in prossimità della zona critica dei paesi di Alzano e Nembro, una manciata di chilometri, non di più, e si sentono ambulanze passare in certi momenti al ritmo di una ogni quarto d’ora. L’unica cosa che permette di lenire la preoccupazione e mantenere sereni è l’ascolto della musica e il dialogo a distanza con gli amici più autentici.

Non si sa come e quando si uscirà da questa crisi, ma mi auguro che da questa esperienza durissima, il paese, se ne uscirà, possa almeno avere finalmente una botta di consapevolezza che riesca a durare oltre l’emergenza e che faccia uscire allo scoperto una buona volta le risorse e le energie migliori. E’ un’occasione da non perdere per un risanamento delle menti e degli spiriti, oltre che del corpo, che rimetta un po’ al suo posto tante cose. E’ dura lo so, ma come ci suggeriva Duke Ellington in musica, parafrasando il suo capolavoro New World A-Comin’, occorre sperare nella venuta di un Nuovo Mondo e di una nuova Italia, possibilmente migliore di questa.

Impressions of Virus…

Visto il momento di isteria collettiva e di sbando che stiamo passando nel nostro paese a seguito di un allarmismo sparso a piene mani (non è che per caso ci sia più da preoccuparsi del virus della stupidità che pare circolare da molto più tempo del coronavirus?) cerco con lo scritto di oggi di alleggerire un poco il bombardamento mediatico di questi giorni.

Il titolo, tra il serio e il faceto, si riferisce ad un’opera discografica effettivamente prodotta nel 1980 dal musicista, e più noto come produttore discografico, Teo Macero (1925 -2008) poco nota ai più anche solo per il fatto che fu pubblicata esclusivamente per il mercato giapponese.

Il fatto è che il celebre produttore dei maggiori capolavori Columbia di Miles Davis e di molti altri best sellers del jazz, quali Mingus Ah Um e Let My Children Hear Music, Time Out di Brubeck, Monk’s Dream e Underground di Monk, è stato anche un eccellente compositore e arrangiatore con idee molto avanzate sin da quando nella metà degli anni ’50 partecipava alle incisioni del Jazz Workshop di mingusiana memoria (The Jazz Experiments of Charles Mingus, nel 1954 e Jazz Composers Workshop, nel 1955), oltre a contribuire ad alcune opere di concezione Third Stream sia proprie che di altri, come in Sonorities della  Orchestra U.S.A di John Lewis e Gunther Schuller.

Macero era noto come produttore per il suo lavoro di “taglia e cuci”, per così dire, di molti dei capolavori del jazz e per questo è stato molto criticato, ma se si vanno a confrontare le opere pubblicate integralmente con quelle originalmente prodotte, ci si accorge come il suo intervento sia stato molto meno peregrino di quanto non si sia cercato di affermare. A suo dire nelle pubblicazioni postume integrali si sono addirittura rimessi tutti gli errori che egli aveva eliminato e perciò andavano comunque conservati gli originali.

La sua non scarsa discografia da leader va dall’iniziale Explorations (Debut, 1953) sino  a Music for the Silver Screen (Teorecords, 2005) e presenta opere mai banali, per quanto non sempre perfettamente riuscite.

Tornando in particolare a Impressions of Virus, esso è stato un lavoro composto a seguito della colonna sonora prodotta da Macero per il film Virus. Si tratta di un’opera moderna, molto originale, che si potrebbe definire un po’ genericamente “fusion”, in termini di procedure compositive e timbriche tra musica accademica, jazz e i suoni elettrici del mondo rock, pensata per formazione allargata e coinvolgente celebri nomi del jazz quali Lee Konitz, David Sanborn, Eddie Daniels, Jon Faddis, Lew Soloff, Ron Carter, Steve Kahn, Dave Valentin e Steve Gadd, tra gli altri.

Purtroppo in rete ho trovato solo il video di MM88, brano peraltro stupefacente tratto dalla colonna sonora di Virus, ma a questo link si possono ascoltare anche un paio di brani tratti da Impressions of Virus. Decisamente un compositore che meriterebbe un’adeguata riscoperta al di là del suo magistrale lavoro da produttore del jazz. Buon ascolto.

Yonathan Avishai delizia i sopravvissuti all’allarmismo

Il titolo odierno fa riferimento all’arguta presentazione sul palco del Teatro Parenti di Milano effettuata ieri mattina dal direttore artistico Gianni M. Gualberto, riferendosi al fatto che, dei molti abbonati e paganti alla terza data del ciclo di concerti intitolato “Pianisti di altri mondi“, se ne sono presentati circa 200, evidentemente i più coraggiosi e determinati. Ora, ciascuno è ovviamente libero e padrone delle proprie scelte, tuttavia osservo, più in generale, che il muoversi disordinatamente sotto l’effetto di un allarmismo decisamente eccessivo a mo’ di sciame d’api impazzito, intasando, come è capitato, il 112 a scapito di emergenze più serie, non pare esattamente l’indice di un paese maturo, responsabile e dai comportamenti razionali; ma tant’è, questo è quello che pare passare il convento da ormai troppo tempo in un paese dove tracce di follia collettiva paiono far capolino sempre più spesso. Sta di fatto che i convenuti hanno potuto godere di un concerto che è andato ben oltre l’aspetto estetico e di intrattenimento, rivelando tratti persino educativi. Una autentica lezione in musica circa la diffusione capillare nel Novecento delle radici musicali americane e caraibiche, non solo nel jazz, ma più in generale nella musica popolare mondiale.

Per l’occasione propongo qui sotto la sintetica ma efficace recensione del concerto proposta dal fratello maggiore che ha voluto accompagnarmi all’evento domenicale in questione.

Riccardo Facchi

yonathan-avishai-news-20200216105004Come promesso dalle presentazioni, il bel concerto di Yonathan Avishai al Parenti di Milano ha potuto mostrare quanto profonda sia la sua conoscenza musicale a partire dalle origini della musica del Continente Nuovo del secolo scorso. Un lavoro di esegesi musicale che ha saputo dimostrare quanto in fondo ragtime, musica cubana e musica brasiliana attingano linfa creativa dalle medesime radici, fondate sul ritmo e sulle linee melodiche di ispirazione latina. Impressionante ad esempio l’esecuzione del celeberrimo Maple Leaf Rag di Scott Joplin in versione rallentata che ha potuto, come in una moviola, evidenziare con grande cura la ricchezza delle linee melodiche e ritmiche in esso contenute. L’accostamento di questo brano con altri brani dei grandi compositori Ernesto Nazareth e Ernesto Lecuona, brasiliano e cubano rispettivamente, ha messo in evidenza queste similitudini rendendole plasticamente godibili anche agli orecchi dei non espertissimi. La seconda parte del concerto è andata oltre, nel senso che Avishai ha saputo mirabilmente collegare queste radici a brani famosi scritti successivamente in contesti apparentemente molto diversi con una medley in cui faceva eco La Vie en Rose” di Louiguy, resa famosa da Edith Piaf e persino Stevie Wonder. Come diceva il grande Pablo Picasso: “I buoni artisti copiano. I grandi artisti rubano“, e in musica è proprio successo questo: i vari artisti che si sono succeduti, “rubando” con intelligenza, ci hanno regalato opere stupende di cui possiamo godere ancora oggi proprio grazie ad artisti quali Avishai. Grazie Yonathan, che con il tuo lavoro ci hai reso tutti più consapevoli di ciò.

Edoardo Facchi

Yonathan Avishai al Teatro Parenti

quartetto

Parenti

COMUNICATO STAMPA

PIANISTI DEGLI ALTRI MONDI”

TEATRO FRANCO PARENTI

Sala Grande

(via Pier Lombardo, 14, 20135 Milano)

Domenica, 23 febbraio 2020, ore 11.00

ALLE RADICI DELLA MUSICA POPOLARE DEL ‘900:

LECUONA, NAZARETH, JOPLIN… E MOLTI ALTRI

YONATHAN AVISHAI

(Unica data italiana)

Domenica, 23 febbraio 2020, alle ore 11.00, per la rassegna “Pianisti di Altri Mondi”, promossa presso il Teatro Franco Parenti di Milano (via Pierlombardo, 14) dalla Società del Quartetto di Milano in collaborazione con il Teatro Franco Parenti, si presenterà in una rara occasione solistica il celebrato pianista Yonathan Avishai.

Avishai è oggi artista applaudito e ben conosciuto grazie a delle straordinarie doti d’improvvisatore, testimoniate da una raffinata opera discografica attualmente curata dalla nota etichetta discografica ECM. Uno fra i migliori solisti scaturiti dalla ricchissima scena jazzistica israeliana, Avishai si è da lungo tempo trasferito in Francia dopo avere fatto parte, con il trombettista Avishai Cohen, il contrabbassista Omer Avital e il batterista Daniel Freedman, di un gruppo musicale conosciuto e apprezzato in tutto il mondo come il “Third World Love Quartet”. Strumentista estremamente sofisticato, eccellente accompagnatore (come dimostrano le sue recenti collaborazioni con il già citato Avishai Cohen), leader di un applaudito trio con il contrabbassista Yoni Zelnik e il batterista Donald Kontomanou, Avishai si presenta al pubblico della Società del Quartetto di Milano e del Teatro Franco Parenti con un recital particolarmente originale, coinvolgente e stimolante, dedicato ai rapporti fra musica popolare del Novecento e le radici musicali delle Americhe, fra jazz, teatro, percussività africana e influenze europee. Egli esplora perciò la vivace e arguta opera di compositori celeberrimi quali Louis Moreau Gottschalk, Ernesto Lecuona, Ernesto Nazareth, Scott Joplin, nonché di quegli autori legati allo scintillante mondo di Broadway che hanno elaborato la grande letteratura musicale degli “standard” americani. Egli crea così un recital di grande fascino creativo in cui l’improvvisazione si sovrappone alla scrittura con grande poesia, infallibile idiomaticità e trascinante spettacolarità.

Nato a Yafo, Tel Aviv, nel 1977, Yonathan Avishai è uno fra gli artisti più significativi a emergere dalla straripante scena musicale israeliana. Appassionatosi al jazz sin dall’infanzia, già all’età di quattordici anni accompagnava i musicisti americani che si esibivano in Israele, studiando al contempo sotto la guida del noto contraltista e didatta Arnie Lawrence. Per anni ha fatto parte del più celebre gruppo improvvisativo israeliano, “Third World Love”, a fianco del trombettista Avishai Cohen, del contrabbassista Omer Avital e del batterista Daniel Freedman. Trasferitosi in Francia, ha lavorato frequentemente nel mondo teatrale, guidando al contempo un proprio trio, con il contrabbassista Yoni Zelnik e il batterista Donald Kontomanou. Dopo alcune apprezzate incisioni, si è unito alla scuderia della casa discografica ECM, collaborando inoltre con Avishai Cohen sia dal vivo che in studio di registrazione.

Biglietti

20

16 (over 65, under 26)

Abbonamento

8 concerti € 120

In collaborazione con FAZIOLI

e Peverelli&Morelenbaum Associati

Società del Quartetto di Milano – http://www.quartettomilano.it

Via Durini 2, 20122 Milano

Telefono 02 76005500

Teatro Franco Parenti – http://www.teatrofrancoparenti.it

Via Pier Lombardo, 14, 20135 Milano

Telefono 02 59995206

Il trapasso di “Little Bird”

Come ho detto altre volte non sono abituato a scrivere i cosiddetti “coccodrilli”, ma un grande musicista come Jimmy Heath, che ci ha lasciato ieri alla veneranda età di 93 anni,  merita l’eccezione, poiché si è trattato, oltre che di un eccellente sassofonista, di un compositore, arrangiatore ed educatore di altissimo livello, in grado di dimostrarlo anche recentemente, essendo rimasto attivo quasi sino ai suoi ultimi giorni di vita.

Jimmy Heath fa parte di quei jazzisti che probabilmente hanno dato al jazz più di quanto abbiano ricevuto, perlomeno in termini di fama e attenzione da parte degli appassionati, poiché in realtà era stimatissimo dai musicisti.

Il suo nomignolo nell’ambiente del jazz era “Little Bird” in riferimento sia alla sua corporatura da scricciolo (fu scartato dal servizio militare per scarso peso durante la Seconda Guerra Mondiale), sia per la sua capacità di emulare “Bird ” Charlie Parker sin dagli inizi, quando suonava il contralto, passando poi in carriera al sax tenore e al soprano. Heath era di Philadelphia, area storicamente di grandi sassofonisti in una scena musicale sempre molto viva ed era praticamente coevo di John Coltrane (nato circa un mese dopo Trane) e che, non a caso, ebbe in orchestra ai tempi (1946-49) della formazione di una sua orchestra locale composta da 16 elementi tra cui anche Benny Golson.

La sua carriera fu condizionata dai problemi dovuti alla tossicodipendenza. Negli anni ’50 subì infatti due volte l’arresto e la condanna per spaccio di eroina; scontando una pena detentiva di sei anni a Lewisburg. Ripulitosi dalla dipendenza, è stato in grado di trascorrere molto tempo impegnato nella musica. Mentre era in prigione, infatti, compose la maggior parte dell’album Playboys di Chet Baker e Art Pepper del 1956.

Nella sua lunga carriera ha praticamente suonato con tutti i grandi esponenti del jazz moderno, soprattutto in ambito be-bop, hard-bop e modern mainstream: da MIles Davis, Kenny Dorham e Milt Jackson, ad Art Farmer, Freddie Hubbard e J.J. Johnson, sino a Charles Tolliver e Stanley Cowell.

A metà degli anni ’70 ha formato, assieme ai fratelli Percy, celebre contrabassista del Modern Jazz Quartet, e Albert batterista, gli Heath Brothers. Una band che ha saputo sfornare anche dischi eccellenti, incorporando più che degnamente strumenti elettrici e i ritmi generazionali dell’epoca in uno stile a cavallo tra jazz, soul e r&b. Alcune delle sue composizioni sono divenute veri e propri standard del jazz: For Minors Only, CTA, Gemini, Picture of Heath, Big P, tra gli altri titoli. Il set di dischi incisi per la Riverside tra il 1959 (più o meno corrispondente alla sua scarcerazione) al 1964 che va da The Thumper a On the Trail non dovrebbe mancare nella discoteca di alcun serio jazzofilo.

Little Bird ha avuto, come già accennato, anche una grande carriera come professore, essendo stato uno dei veterani che riuscirono a portare il jazz a livello accademico. Nel 1964 divenne membro della facoltà fondatrice del Jazzmobile, un’organizzazione che presentava concerti e lezioni ai giovani di Harlem. Decenni dopo ha contribuito a forgiare il programma di studi jazz del Queens College.

Ha ricevuto la nomination ai Grammy per le note di copertina di The Heavyweight Champion, John Coltrane, The Complete Atlantic Recordings (Rhino), 1995, la nomination ai Grammy per Little Man Big Band (Verve), 1992 e per Live at the Public Theater (Columbia), con gli Heath Brothers, nel 1980. Un piccolo grande personaggio del jazz.

Vijay Iyer al Teatro Parenti

quartetto

Parenti

COMUNICATO STAMPA

PIANISTI DEGLI ALTRI MONDI”

TEATRO FRANCO PARENTI

Sala Grande

(via Pier Lombardo, 14, 20135 Milano)

Domenica, 19 gennaio 2020, ore 11.00

TORNA A MILANO UN GENIO DELLE NUOVE MUSICHE

VIJAY IYER

UNICA DATA ITALIANA

Domenica, 19 gennaio 2020, alle ore 11.00, presso il Teatro Franco Parenti di Milano (via Pier Lombardo, 14), con una rara esibizione in solo del celebre pianista Vijay Iyer prende l’avvio con un concerto imperdibile una nuova rassegna musicale presentata dalla Società del Quartetto di Milano e dal Teatro Franco Parenti. “Pianisti degli Altri Mondi” è il primo capitolo di una serie che si dedicherà a documentare la nostra contemporaneità musicale e le sue radici a tutto campo, nello scopo di offrire un panorama il più possibile ampio e completo dei suoni che oggi definiscono i nostri tempi e che cercano di dare risposte ai loro molti interrogativi. Si cercherà di fare ascoltare oggi la musica di domani, con i suoi molteplici linguaggi, le sue innumerevoli provenienze, le diverse tradizioni e culture che esprime in più campi, da quello accademico a quello improvvisativo sino alle nuove musiche di ricerca e di frontiera.

Non è stata perciò casuale la scelta di dedicare il primo capitolo di questa nuova iniziativa al pianoforte, uno degli strumenti iconici della tradizione europea, che ascolteremo “trasformarsi” dalle sue radici accademiche per diventare cassa di risonanza di rituali teatrali, culture di altri mondi, linguaggi un tempo lontani e che oggi, invece, ci sono sempre più vicini.

Né casuale è stata la scelta di inaugurare la nuova rassegna -che oltretutto segna il rinnovato interesse di una storica associazione musicale come la Società del Quartetto di Milano per la contemporaneità e il nostro futuro culturale- ospitando uno dei massimi protagonisti della musica improvvisata contemporanea. Vijay Iyer, improvvisatore e compositore di assoluto rilievo, da quasi due decenni esplora e allarga i nuovi confini della musica improvvisata africano-americana, inserendovi non solo una componente scritta sempre più sofisticata e una straordinaria maestria nel rileggere la classicità del jazz, ma aprendo le porte anche a una sensibilità timbrica e ritmica particolarmente ricca e complessa, derivante dalle sue origini indiane e dalla sua conoscenza delle culture asiatiche. Con l’arte musicale di Iyer l’improvvisazione si arricchisce di una nuova, diversa, mobilissima fisionomia, che guarda ai nuovi flussi migratorî che giungono al Nuovo Mondo portando con sé tradizioni e culture antichissime che creano nuovi dialoghi, nuovi vernacoli, nuovi sincretismi. A questo quadro composito Iyer aggiunge inoltre un inarrestabile flusso di idee e una fluidità improvvisativa fuori dal comune che sanno rielaborare in modo spettacolarmente nuovo una serie ampia di materiali tratti dalla tradizione africana-americana. Pur fortemente strutturato, debordante di spunti innovativi, ricco di colori cangianti e di una varietà ritmica apparentemente inesauribile, il pianismo di Iyer non si pone lontano dal pubblico, anzi ricerca un dialogo costante che l’autore sa rendere fortemente spettacolare e coinvolgente.

VIJAY IYER

Newyorkese di origini tamil, classe 1971, Vijay Iyer è uno dei pianisti che stanno definendo più chiaramente i contorni del piano jazz contemporaneo.

La sua estesa discografia dimostra l’ampiezza dei suoi interessi musicali e la vitalità del suo stile esecutivo. Nelle sue prime prove da leader spiccavano le presenze di altri giovani destinati poi a salire all’onore delle cronache jazzistiche internazionali (Rudresh Mahanthappa, Steve Lehman, Mike Ladd), mentre nella più recente incisione (The Transitory Poems, 2018) lo si sente duettare con Craig Taborn, in un sensazionale incontro tra i tastieristi più rappresentativi della loro generazione. Approdato all’etichetta ECM (dopo significative pubblicazioni per Pi, Savoy Jazz e ACT), Iyer, che per l’ECM ha anche realizzato una superba e poetica collaborazione con il leggendario trombettista e compositore Wadada Leo Smith (“A Cosmic Rhythm With Each Stroke”) non si limita all’attività pianistica. Significative sono le sue composizioni pensate per altri gruppi (e anche per formazioni sinfoniche accademiche), come il celebre quartetto d’archi JACK Quartet, e le attività didattiche (insegna presso il Dipartimento di Musica dell’Università di Harvard).

Non sorprendono i riconoscimenti attribuitigli da una pubblicazione come DownBeat: pianista dell’anno (2014) e artista dell’anno (2015). E non meraviglia che l’arte di Iyer sia stata premiata con l’ambita e prestigiosa MacArthur Fellowship, di regola attribuita a personalità creative considerate “geni”.

Biglietti

20

16 (over 65, under 26)

Abbonamento

8 concerti € 120

In collaborazione con FAZIOLI

e Peverelli&Morelenbaum Associati

Società del Quartetto di Milano – http://www.quartettomilano.it

Via Durini 2, 20122 Milano

Telefono 02 76005500

Teatro Franco Parenti – http://www.teatrofrancoparenti.it

Via Pier Lombardo, 14, 20135 Milano

Telefono 02 59995206

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Presentato Bergamo Jazz Festival 2020

BERGAMO JAZZ 2020 | Il Festival

Direzione Artistica di Maria Pia De Vito

Giovedì 19 marzo 2020

banner Bergamo Jazz 2020

Ore 18.00 | Museo della Cattedrale

LUCA AQUINO “Icaro Solo”

Luca Aquino tromba, electronics

Jazz in Città | In collaborazione con FONDAZIONE ADRIANO BERNAREGGI

Ore 19.00 | La Marianna

OQUK COLLECTIVE

Jossy Botte sax tenore, Andrea Candeloro tastiera, Carlo Bavetta contrabbasso, Antonio Leta batteria

Scintille di Jazz

Ore 21.00 | Teatro Sociale

MARCIN WASILEWSKI Trio

Marcin Wasilewski pianoforte, Slawomir Kurkiewicz contrabbasso, Michal Miśkiewicz batteria

In collaborazione con ISTITUTO POLACCO DI ROMA

CHRIS POTTER Trio with CRAIG TABORN & ERIC HARLAND

featuring BILL FRISELL

Chris Potter sax tenore, Bill Frisell chitarra, Craig Taborn Fender Rhodes, pianoforte, Eric Harland batteria

Jazz al Sociale

Ore 22.30 e 23.30 | Elav Circus

BEATRICE ARRIGONI Quartet

Beatrice Arrigoni voce, Lorenzo Blardone tastiera, Andrea Grossi contrabbasso, Matteo Rebulla batteria

Scintille di Jazz | Dopo Festival

Venerdì 20 marzo 2020

Ore 17.00 | Ex Oratorio di San Lupo

PAOLO ANGELI solo “22.22 Free Radiohead”

Paolo Angeli chitarra sarda preparata, electronics

Jazz in Città

Ore 19.00 | Elav Circus

MIRKO CISILINO “Effetto Carsico”

Mirko Cisilino tromba e ottoni vari, Filippo Orefice sax tenore, Beppe Scardino sax baritono, Marzio Tomada basso elettrico, Marco d’Orlando batteria

Scintille di Jazz

Ore 21.00 | Creberg Teatro

KENNY BARRON & DAVE HOLLAND TRIO featuring JOHNATHAN BLAKE

Kenny Barron pianoforte, Dave Holland contrabbasso, Johnathan Blake batteria

ENRICO RAVA – JOE LOVANO Quintet

Enrico Rava flicorno, Joe Lovano sax tenore, Giovanni Guidi pianoforte, Dezron Douglas contrabbasso, Nasheet Waits batteria

Jazz al Creberg | In abbonamento

Ore 22.30 e 23.30 | Spazio Polaresco

ROSA BRUNELLO Los Fermentos

Michele Polga sax tenore, Frank Martino chitarra, live electronics, Rosa Brunello basso elettrico, synth, Luca Colussi batteria

Scintille di Jazz | Dopo Festival

Sabato 21 marzo 2020

Ore 11.00 | Accademia Carrara

THEO BLECKMANN – HENRY HEY Duo

Theo Bleckmann voce, Henry Hey tastiere

Jazz in Città | In collaborazione con FONDAZIONE ACCADEMIA CARRARA

Ore 15.00 | Ex Oratorio di San Lupo

ROBERTO CECCHETTO – LIONEL LOUEKE Duo “Humanity”

Roberto Cecchetto chitarra, Lionel Loueke chitarra

Jazz in Città

Ore 15.30 | Via Tasso – Piazza della Libertà

MO’ BETTER BAND

Fabrizio Leonetti sax soprano, Luca Di Giammarco sax contralto, Antonio Marinelli sax contralto, Luigi Di Marco sax tenore, Riccardo Maggitti sax tenore, Italo D’Amato sax baritono, Gianmaria D’Alleva sax baritono, Alessandro Di Bonaventura tromba, Berardo Lannutti tromba, Giulio Filippetti tromba, Francesco Di Giulio trombone, Antonio Petrelli trombone, Marco Di Giammarco sousaphone, Andrea Giovannoli rullante, Michele Rapini cassa, Simone D’Alessandro percussioni

Jazz in Città | In collaborazione con ASSOCIAZIONE BORGO TASSO E PIGNOLO

Ore 17.00 | Auditorium di Piazza della Libertà

AARSET/RABBIA/PETRELLA “Lost River”

Gianluca Petrella trombone, Eivind Aarset chitarra, electronics, Michele Rabbia batteria, electronics

Jazz in Città

Ore 19.00 | Museo Bernareggi – Salone d’Onore

FRANCESCO CHIAPPERINI “InSight”

Francesco Chiapperini clarinetti, Simone Quatrana piano elettrico, Simone Lobina chitarra

Scintille di Jazz

Ore 21.00 | Creberg Teatro

JAKOB BRO TRIO featuring MARK TURNER

Mark Turner sax tenore, Jakob Bro chitarra, voce, Thomas Morgan contrabbasso, Joey Baron batteria

ANAT COHEN Tentet

Anat Cohen clarinetto, Oded Lev Ari direttore musicale , Nadje Noordhuis tromba, flicorno, Nick Finzer trombone, Owen Broder sax baritono, Sheryl Bailey chitarra, Christopher Hoffman violoncello, Vitor Goncalves fisarmonica, pianoforte, James Shipp vibrafono, percussioni, Tal Mashiach contrabbasso, Anthony Pinciotti batteria

Jazz al Creberg | In abbonamento

Ore 22.30 e 23.30 | Elav Circus

FEDERICO CALCAGNO “Liquid Identities”

Federico Calcagno clarinetti, José Soares sax alto, Adrian Moncada tastiera, Paul Sola violoncello, Nick Thessalonikes batteria

Scintille di Jazz | Dopo Festival

Domenica 22 marzo 2020

Ore 11.00 | Sala Piatti

JOHN SURMAN – KARIN KROG Duo

John Surman sassofoni, clarinetto basso, electronics, Karin Krog voce

Jazz in Città

Ore 12.00 | Bergamo Alta

MO’ BETTER BAND

Jazz in Città

Ore 15.00 | Sala Piatti

Jazz Club Concert

DAVID LINX – ANTONIO FARAÒ Duo

David Linx voce, Antonio Faraò pianoforte

Jazz in Città | In collaborazione con Jazz Club Bergamo

Ore 17.00 | Teatro Sociale

JOAO BOSCO Solo

Joao Bosco voce, chitarra

Jazz al Sociale

Ore 18.30 | Bergamo Alta

MO’ BETTER BAND

Jazz in Città

Ore 21.00 | Creberg Teatro

BRAD MEHLDAU Trio

Brad Mehldau pianoforte, Larry Grenadier contrabbasso, Jeff Ballard batteria

Jazz al Creberg | In abbonamento

 

Around BERGAMO JAZZ

BERGAMO FILM MEETING INAUGURA BERGAMO JAZZ

Domenica 15 marzo 2020 | Auditorium di Piazza della Libertà

Ore 15.30 Proiezione del film Les Félins (Crisantemi per un delitto) (1964)

di René Clément| colonna sonora di Lalo Schifrin

Ore 18.00 GABRIELE MITELLI – ROB MAZUREK Star Splitter Duo

Gabriele Mitelli cornetta, electronics, Rob Mazurek piccolo trumpet, electronics

Sonorizzazione del film Tartufo (1925)

di Friedrich Wilhelm Murnau

Jazz Featuring | In collaborazione con BERGAMO FILM MEETING

JAZZ MOVIE

Martedì 17 marzo 2020

Ore 21.00 | Auditorium di Piazza della Libertà

Proiezione del film Miles Ahead (2015)

di Don Cheadle

Jazz Featuring | In collaborazione con LAB80

JAZZ EXHIBITION

Mercoledì 18 marzo 2020

Ore 18.00 | Ex Chiesa della Maddalena

Inaugurazione della mostra fotografica

CLOSED SESSION di Jimmy Katz

A cura di Marco Pierini e Luciano Rossetti

La mostra sarà visitabile dal pubblico dalle ore 15.00 alle ore 19.00

nei seguenti giorni: 19-22 marzo | 28 marzo-29 marzo | 4-5 aprile

Jazz Featuring | In collaborazione con

COMUNE DI BERGAMO, Phocus Agency e afij – associazione fotografi italiani di jazz

IL JAZZ VA A SCUOLA

Dal 18 al 21 marzo 2020

Ore 9.00-12.00 | Auditorium di Piazza della Libertà

JAZZ e LETTERATURA

Progetto didattico rivolto agli studenti delle scuole primarie e secondarie di Bergamo e provincia.

Mercoledì 18 marzo 2020

The Jazz Jungle Book

Incontro riservato agli studenti delle scuole primarie

con Santa Lucia Gospel Choir diretto da Gabriella Mazza, Caterina Comeglio voce e autrice del testo letterario, Alessandro Bottacchiari tromba, Gabriele Comeglio clarinetto, Nicholas Lecchi sax baritono, Sara Collodel banjo, Claudio Angeleri pianoforte, Marco Esposito basso elettrico, Luca Bongiovanni batteria, Oreste Castagna attore

Giovedì 19, Venerdì 20 e Sabato 21 marzo 2020

Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino

Incontro riservato agli studenti delle scuole secondarie

con Oreste Castagna attore, Paola Milzani voce, Giulio Visibelli flauto e sax soprano, Virginia Sutera violino, Michele Gentilini chitarra, Claudio Angeleri pianoforte e composizione, Marco Esposito, basso elettrico, Luca Bongiovanni batteria, Maurizio Franco musicologo

Jazz Featuring | In collaborazione con CDpM EUROPE

Aspettando BERGAMO JAZZ

Domenica 12 gennaio 2020

Ore 19.00 | Macondo Bibliocafe

GABRIELE BOGGIO FERRARIS “Monk Vibes”

Gabriele Boggio Ferraris vibrafono

Mercoledì 22 gennaio 2020

Ore 21.30 | Spazio Polaresco

MINDCATS
Tommaso Lando
chitarra, Francesco Chebat tastiere e basso synth, Luca Bongiovanni batteria

Giovedì 23 gennaio 2020

Ore 21.00 | Teatro Modernissimo – Nembro

FOR A WHILE… PROFUMO DI VIOLETTA

GIANLUIGI TROVESI featuring ORCHESTRA SALMEGGIA e Gianni Bergamelli

Gianluigi Trovesi progetto e composizioni, Stefano Montanari direttore, Stefano Guarino arrangiamenti, Gianni Bergamelli direzione artistica

Orchestra Salmeggia, Gianluigi Trovesi clarinetti, Fulvio Maras percussioni

Venerdì 31 gennaio 2020

Ore 21.15 | Cineteatro Gavazzeni – Seriate

JW Orchestra featuring Paolo Manzolini “Jazz and Movies”

Mercoledì 5 febbraio 2020

Ore 21.30 | Spazio Polaresco

CRISTIANO POMANTE TRIO

Cristiano Pomante vibrafono, Marco Rottoli contrabbasso, Stefano Grasso batteria

Venerdì 14 febbraio 2020

Ore 21.15 | Cineteatro Gavazzeni – Seriate

JW Orchestra “La…Carmen”

Domenica 16 febbraio 2020

Ore 19.00 | Macondo Bibliocafe

GRAZIANO GATTI TRIO

Graziano Gatti cornetta, Roger Rota, sassofoni, Filippo Monico, batteria

Mercoledì 19 febbraio 2020

Ore 21.00 | Spazio Polaresco

I 75 anni di Musica Jazz”

Incontro con Luca Conti e Roberto Masotti

In collaborazione con BERGAMO RACCONTA

A seguire…

MALACARNE/GALLO/SALA Trio

Paolo Malacarne tromba e flicorno, Danilo Gallo basso elettrico, Filippo Sala batteria

Mercoledì 4 marzo 2020

Ore 21.30 | Spazio Polaresco

KALEIDO TRIP
Davide Capoferri
chitarra, Matteo Belotti basso, Luca Bongiovanni batteria

Domenica 8 marzo 2020

Ore 19.00 | Macondo Bibliocafe

NÙES DUO

Francesco Baiguera chitarra, Silvia Lovicario viola da gamba, voce


Prezzi abbonamenti e biglietti Concerti al Creberg Teatro

Abbonamenti da 45,00 a 83,00 €; ridotti da 40,00 a 75,00 €

Biglietti singoli concerti da 20,00 a 37,00 €, ridotti da 15,00 a 28,00 €.

Biglietti altri concerti

Da 5,00 a 15,00 €; ridotti da 3,00 a 11,00 €

Concerti sezione Scintille di Jazz e mostra di Jimmy Katz Ingresso gratuito fino a esaurimento posti

Calendario vendita abbonamenti e biglietti:

Concerti fuori abbonamento a pagamento: dal 28 gennaio 2020

Rinnovo abbonamenti: dal 28 gennaio al 1° febbraio 2020

Nuovi abbonamenti: dal 6 febbraio 2020

Biglietti singole serate al CREBERG TEATRO: dal 13 febbraio 2020

Gli abbonati alle tre serate al Creberg Teatro usufruiscono di riduzioni sui concerti a pagamento fuori abbonamento.

BIGLIETTERIA

c/o PROPILEI DI PORTA NUOVA

Largo Porta Nuova, 17 – Bergamo

Tel. 035.4160 601/602/603

E-mail biglietteria@fondazioneteatrodonizetti.org

Orari:

Da martedì a sabato | ore 13.00-20.00

Domenica 25 marzo | ore 17.00-20.00

c/o ALTRI LUOGHI DI SPETTACOLO

La biglietteria apre 1 ora e mezza prima dell’inizio del concerto

www.teatrodonizetti.it

info@fondazioneteatrodonizetti.org

Ufficio Stampa Bergamo Jazz

Roberto Valentino

Tel. 335 5201930

valentino@fondazioneteatrodonizetti.org

Rassegna di concerti “Pianisti dell’Altro Mondo”

quartetto

Parenti

Pianisti oltre i confini

Novità, contaminazioni, percorsi, incroci

Rassegna di concerti della Società del Quartetto di Milano e del Teatro Franco Parenti

ideata da Gianni Morelenbaum Gualberto

ore 11.00, Sala Xxxx

Domenica 19 gennaio; 9 e 23 febbraio; 15, 22, 29 marzo; 5 aprile

ore 20.30, Bagni Misteriosi

Venerdì 22 maggio

Teatro Franco Parenti, Via Pierlombardo 14

La nuova collaborazione tra il Teatro Franco Parenti e la Società del Quartetto offre l’occasione per una più ampia trasformazione dei modi di proporre musica e dunque di rapportarsi con un pubblico più ampio e più curioso.

Fortemente voluta da Ilaria Borletti Buitoni e da Andrée Ruth Shammah, questa rassegna di concerti si configura come un viaggio in 8 tappe affidato a 11 pianisti. Un percorso, ideato da Gianni Morelenbaum Gualberto, che spinge a varcare frontiere geografiche, stilistiche, temporali, attraverso più linguaggi e sincretismi. Per fare la conoscenza – non senza divertimento e levità- con più mondi di grande fascino e complessità, di straordinaria varietà e vivacità.

Pianisti oltre i confini si propone di sfatare il mito di una musica contemporanea incomunicabile e arcigna e la fama ostile che accompagna molta produzione del Novecento musicale. Il cartellone, affidato a interpreti di grande notorietà e rilevanza, intende esporre -unendo impegno, spettacolarità, qualità- la attraente molteplicità di esperienze che la musica vicina ai nostri tempi sa offrire, le domande che essa sa porre e le risposte che sa dare.

Vijay Iyer (19 gennaio) e Jason Moran (5 aprile)

Autori e interpreti celebrati internazionalmente, spalancheranno una finestra sulla musica improvvisata che, partendo dal jazz, è diventata uno fra i principali veicoli espressivi della tradizione musicale americana, assimilando una molteplicità di materiali: dalle strutture accademiche agli echi dei song e delle canzoni popolari ai ritmi che il Nuovo Mondo ha saputo estrarre da più e diverse tradizioni.

Vanessa Wagner (9 febbraio) e Lisa Moore (15 marzo)

Se Lisa Moore farà conoscere in modo spettacolare e trascinante il costante connubio fra musica e immagini, fra musica e happening teatrale, che ha caratterizzato molta produzione contemporanea attraverso pagine di Steve Reich, Philip Glass, John Adams, David Lang e della giovane ma già affermatissima Missy Mazzoli, Vanessa Wagner metterà il suo ben noto virtuosismo al servizio di autori che hanno voluto porsi ai confini fra il linguaggio accademico e la ricchezza dei vernacoli che sincretismi e contaminazioni hanno disseminato lungo tutto il Novecento: l’inclinazione cinematografica di Michael Nyman, il lontano e poetico mondo baltico di Peteris Vasks, l’ipnosi timbrica di Hans Otte, il tratto incantatorio di Meredith Monk, il trascinante sciamanesimo di Moondog, il romantico minimalismo europeo di Wim Mertens, lo ieratico incontro fra linguaggio accademico e l’energia dell’improvvisazione elettrica di Bryce Dessner.

Yonathan Avishai (23 febbraio)

Pianista virtuoso e raffinato il cui talento è stato esaltato da una recente serie di incisioni per una prestigiosa etichetta come la ECM, presenterà un programma che intende illustrare le radici della musica popolare d’autore nel Nuovo Mondo: il ragtime del leggendario Scott Joplin e il tango brasileiro di Ernesto Nazareth, compositore al quale s’ispirarono artisti del calibro di Darius Milhaud e Heitor Villa-Lobos.

Timo Andres (22 marzo)

Compositore e pianista dalle doti espressive e strumentali del tutto fuori dal comune, Timo Andres ci porterà nel cuore della nuova musica dei nostri tempi, capace di riallacciare un rapporto con il pubblico grazie a un’ispirazione ricca e feconda quanto disponibile a dialogare e a farsi ascoltare, senza steccati linguistici o posizioni preconcette, senza timori nei confronti di un diverso uso della tonalità, senza rifiuti nei confronti di una ricchezza ritmica e melodica. Autori americani di oggi come Philip Glass, John Adams e Nico Muhly si affiancheranno a compositori europei come Louis Andriessen e Donnacha Dennehy e a uno dei padri storici della musica americana, Aaron Copland. Ma non mancheranno pagine di autori che hanno saputo porsi al crocevia fra più culture e stili come Robin Holcomb, Gabriella Smith, Brad Mehldau (che molti conoscono come celebre jazzista) e Frederic Rzewski (ben noto per le sue monumentali Variazioni su El Pueblo Unido Jamás Será Vencido ).

Simon Ghraichy (29 marzo)

Altro affascinante virtuoso oggi nella scuderia discografica della Deutsche Grammophon, Simon Ghraichy rappresenta simbolicamente e persino fisicamente lo spirito della rassegna: francese di nascita, libanese e messicano di origini, una gioventù trascorsa in Canada, studi musicali fra Parigi e Hensinki, egli presenta un programma affascinante, in cui si esplorano le radici ispaniche della musica del Nuovo Mondo. Partendo da alcune ben note composizioni di Albéniz come Astúrias , Málaga , Jerez e Eritaña , il pianista approderà alla Cuba virtuosistica e post-lisztiana delle danze afro-cubane di Ernesto Lecuona per poi soffermarsi sui ritmi caraibici di Porto Rico, così come immortalati da un compositore originale quanto stravagante come Louis Moreau Gottschalk, per poi concludere con l’immaginifico e coloratissimo Messico ritratto da Arturo Márquez.

Il viaggio si conclude (22 maggio) con una festosa e coinvolgente celebrazione del jazz e di uno dei suoi profeti: Charlie Parker, leggendario sassofonista, uno dei padri del be-bop e uno fra i più influenti intellettuali del Novecento, di cui ricorre nel 2020 il centenario della nascita. Quattro pianisti fra i più apprezzati protagonisti della scena improvvisata internazionale odierna – Dado Moroni, Aaron Goldberg, Danny Grissett e Emmet Cohen – si alterneranno, su due pianoforti a due, quattro e persino otto mani, per ricordare uno dei linguaggi che hanno cambiato la storia del Novecento. Perché, come sosteneva Egon Schiele, L’Arte non può essere moderna, l’Arte appartiene all’eternità.

In aggiunta, è previsto un concerto collaterale il 7 febbraio di Jamie Saft con Brad Jones e Hamid Drake


Scrive Gianni Morelenbaum Gualberto, ideatore del ciclo di concerti:

Per parafrasare un noto detto, a parlar male della musica contemporanea si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Almeno a giudicare dall’istintiva ritrosia che molti manifestano non solo a proposito del repertorio musicale odierno di qualsiasi foggia ma, addirittura, dell’intero Novecento.

Il XX secolo viene certo ricordato per i drammi che lo hanno attraversato e per il riflesso che essi hanno avuto nella produzione artistica coeva. Agli artisti, agli storici e agli intellettuali del Novecento è toccato descrivere un’epoca funestata dalla Shoah e da due guerre mondiali, da conflitti, crolli di imperi, dall’incubo dell’olocausto nucleare: nel corso degli anni è cresciuto un pubblico intimidito o intimorito da un’arte spigolosa, aggressiva, (solo) apparentemente incomprensibile, difficile e lontana, soprattutto aliena alla riconciliazione, all’indulgenza, alla cordialità, a qualsiasi forma di intrattenimento. Dalla dodecafonia della seconda Scuola di Vienna sino alla musica elettronica dagli anni Cinquanta in poi, il Novecento e la nostra contemporaneità si sono fatti la fama di essere scostanti, difficili e persino urticanti. Fama immeritata, va detto, per quanto si tratti di arte che va vista e ascoltata in prospettiva, che forse non aveva e non ha, né poteva avere l’immediatezza di quanto eravamo abituati a considerare piacevole se persino un finissimo drammaturgo come Tom Stoppard si lasciava andare a un moto d’ironia: Non è difficile capire l’arte moderna. Se è appesa a un muro è un quadro, se si può camminare intorno è una scultura.

Eppure, il Novecento non è stato solo la culla di ideazioni artistiche complesse o introverse. Nel corso del secolo e fino ai nostri giorni si sono susseguiti momenti di straordinaria ricchezza, che hanno lasciato il segno: il jazz e tutte le sue ramificazioni, arti popolari ma di raffinata elaborazione come il tango, la diversificazione del teatro musicale dall’opera al musical, l’espansione della danza e del linguaggio del corpo, l’affermazione di culture un tempo neglette o sconosciute, l’arte di mondi nuovi, il rapporto fra musica e immagine e una straordinaria messe di materiali musicali cui nulla è mancato per imprimersi nella memoria e nel cuore del pubblico.

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biglietto d’ingresso  20 euro, scontato 16 euro

Società del Quartetto di Milano

Via Durini 2, 20122 Milano

Telefono 02 76005500

Teatro Franco Parenti

Via Pier Lombardo, 14, 20135 Milano

Telefono 02 59995206

La sciagura del sovranismo (musicale e non solo)

imagesIl cosiddetto sovranismo pare essere una tendenza di oggi particolarmente spiccata in Italia, ma in realtà è presente in buona parte della attuale Europa (e persino negli Stati Uniti con l’avvento di Trump). Il problema dei flussi migratori sta mettendo in evidenza l’incapacità tutta europea di affrontare un problema epocale che pare avere tutta l’intenzione di durare a lungo. Conseguentemente, si sta sviluppando una marcata tendenza alla chiusura nei diversi confini nazionali, non solo in termini migratori, ma anche in quelli economici e di scambio commerciale (vedi dazi e/o la difesa ad oltranza dei propri prodotti “made in”, materiali o immateriali), culturali e persino artistici. Il che pare una contraddizione in tempi di globalizzazione e di interscambio internazionale, anche se forse occorrerebbe parlare più correttamente di reazione ad alcuni effetti deleteri causati dalla stessa sfrenata globalizzazione. Una reazione che, tuttavia, pare dettata dalla paura del futuro e dallo sbando di un intero continente, provocato probabilmente dal sentirsi spodestato di un primato storico e dal profondo disagio nel dover affrontare il proprio progressivo declino, peraltro sempre più evidente.

Tale tendenza comportamentale da tempo si manifesta anche nell’ambito di nostro interesse, ossia quello musicale e in particolare del jazz, almeno per quel che riguarda l’Italia. Si badi bene, ciò non ha avuto inizio dall’avvento in politica degli attuali populismi giunti anche al governo, ma era ed è ancora rintracciabile in insospettabili ambiti auto dichiaratisi “progressisti” o “di sinistra”.  D’altronde si sa che in Italia la gestione culturale è sempre stata attribuibile a tale parte politica. Senza voler ricordare i recenti goffi tentativi di imporre (tal On. Morelli della Lega) alla radio canzoni italiane ogni tre trasmesse, in pieno regime autarchico degno del Ventennio fascista, già ai tempi dei precedenti governi Renzi e Gentiloni, l’allora e purtroppo attuale ministro della Cultura seguiva già chiaramente un tal genere di impostazione per quanto modulata e articolata in modo diverso e meno pacchiano, privilegiando il “prodotto” musicale italiano su quello straniero, come se si trattasse di una mozzarella di bufala o di un prodotto vinicolo DOC.

Riguardo poi nello specifico il jazz e la relativa proposta concertistica nel paese, da decenni si nota un progressivo, velato, ostracismo verso le proposte americane, tanto ormai dal far passare la gran parte dei cartelloni festivalieri, spacciati ancora per internazionali, composti quasi esclusivamente da nomi italiani o al più europei, al grido di “W l’Italia del jazz e W L’Europa”. Per quanto la cosa possa essere ritenuta parzialmente comprensibile, almeno quando si usano soldi pubblici, tentare di nazionalizzare la cultura e l’arte mi pare vada contro l’idea stessa di universalità e di libero accesso delle stesse. Quel che conta dovrebbe essere la qualità delle proposte non la loro nazionalità e, riguardo al jazz, negare la preponderanza ancora oggi della scena americana è un chiaro atto disinformativo e mistificatorio.

Come però si dice spesso, si rischia, più in generale, di creare un rimedio peggiore del male, poiché tendere all’isolamento e alla chiusura con il mondo esterno, a tutti li livelli, significa creare le condizioni di un progressivo naturale degrado della società, del pensiero collettivo e individuale e, di conseguenza, anche della cultura e dell’arte.

Anni fa avevo prodotto uno scritto pensato per altri scopi, ma che credo possa, se non avere una valenza sul tema, almeno favorire una riflessione. Visti i personali studi scientifici di base ho cercato di utilizzare le mie conoscenze per spiegare concetti come quello esposto. Ovviamente non ho la pretesa di attribuire rigorosa valenza scientifica a certe deduzioni (lascio tale presunzione in carico a certa pseudo musicologia che cerca di attribuirsi un alone di “scientificità” senza aver coltivato di proprio seri studi scientifici che documentino l’idonea pratica di certe metodologie scientifiche), in quanto utilizzo alla fine un criterio analogico nel ragionamento che è sostanzialmente inammissibile in ambito almeno di scienze esatte come la fisica o la matematica. Al di là di possibili imprecisioni o approssimazioni credo, almeno a livello intuitivo, di non essere andato molto lontano da una possibile spiegazione sul tema. Ci proviamo.

Premessa scientifica

Si possono osservare in natura molteplici tipi di energia, che si sviluppano nello spazio sotto forma di campi energetici. Ad esempio:

  • elettromagnetica
  • gravitazionale
  • chimica
  • nucleare
  • termica

Tutte le energie si misurano allo stesso modo (in Joule) e quindi sono sostanzialmente equivalenti. Tuttavia in esse si evidenzia una loro differente qualità o caratteristica nel modo di manifestarsi. Ciò viene indicato identificando ad esempio se esse siano di tipo potenziale, piuttosto che cinetico, o calore, ecc.

La termodinamica è la scienza che studia le trasformazioni energetiche ed è, tra le scienze, quella più generale, che non può essere contraddetta da nessuna delle altre branche della scienza ed è quindi in grado di inquadrare tutti gli eventi in natura. Essa è applicabile in tutto l’universo, sia che si tratti di un insieme di particelle, piuttosto che di un insieme di galassie o di individui.

In buona sostanza possiamo affermare che ogni evento in natura può accadere solo se esso risulta termodinamicamente possibile, anche se non è detto che ciò basti a renderlo certamente possibile. Il rispetto delle condizioni termodinamiche è dunque una condizione necessaria ma non sufficiente affinché l’evento possa avvenire nel tempo, perlomeno in tempi limitati.

Per poter studiare gli eventi dal punto di vista termodinamico occorre sempre ricondurli ad un cosiddetto “sistema termodinamico”, che è in definitiva l’oggetto di studio della termodinamica.

Il 1° principio della termodinamica, detto anche “principio di conservazione dell’energia” afferma che in natura “nulla si crea e nulla si distrugge e che quindi l’energia dell’universo è costante e in continua trasformazione”.

In natura si è tuttavia osservato che l’energia di un sistema termodinamico, nelle sue varie forme, evolve nel tempo non in maniera casuale, ma tende a trasformarsi spontaneamente in una direzione ben determinata. Infatti, se non interviene nessuna causa esterna al sistema, essa tende a trasformarsi, in ultima istanza, sempre in energia termica o calore.

Ciò significa che, pur conservandosi quantitativamente, l’energia possiede un diverso valore o qualità nelle forme in cui si manifesta in natura e che evidentemente il calore rappresenta la forma di energia più degradata a cui tutte le energie e i relativi sistemi termodinamici tendono spontaneamente.

A ciò risponde il cosiddetto 2° principio della termodinamica che afferma appunto l’impossibilità di trasformare integralmente il calore in energia più pregiata ogni volta che si manifesta una trasformazione, senza introdurre dell’energia o del lavoro dall’esterno nel sistema termodinamico. (⇒irreversibilità dei processi in natura).

Ciò rende evidente che in natura il calore è il tipo di energia di qualità più bassa, mentre ad esempio l’energia potenziale (gravitazionale o elettrica), è quella di qualità più elevata.

Occorre pertanto trovare e definire un secondo parametro fisico, oltre all’energia, che permetta di descrivere la “qualità” dell’energia, o meglio del livello energetico, di un sistema termodinamico. Questo parametro si chiama entropia.

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ENTALPIA ED ENTROPIA DI UN SISTEMA TERMODINAMICO

In definitiva, l’evolversi di un sistema termodinamico qualsiasi (che si trovi a pressione costante, e sulla Terra siamo in queste condizioni) può essere descritto, istante per istante, da due funzioni di stato (o potenziali termodinamici) chiamate rispettivamente entalpia ed entropia. Evidenziandone la dipendenza dal tempo t (ossia dall’evoluzione temporale), definiamo:

L’entalpia H(t), che rappresenta l’energia o livello energetico contenuto dal sistema.

l’entropia S(t), che rappresenta il grado di disordine del sistema ed è un indice del livello di degradazione dell’ energia raggiunto dal sistema stesso.

La coppia di valori H(t) e S(t) individua e rappresenta istante per istante lo stato di un qualsiasi sistema termodinamico.

TIPOLOGIA DEI SISTEMI TERMODINAMICI

Qualsiasi evento o fenomeno fisico in natura può essere ricondotto e descritto termodinamicamente in tre categorie di sistemi termodinamici: sistemi isolatichiusi  e aperti.

Ogni+sistema+è+circondato

Sono considerati sistemi termodinamici isolati quelli in cui, una volta definiti i “confini” del sistema stesso, non avviene alcuno scambio di materia od energia con tutto ciò che viene considerato esterno al sistema termodinamico stesso, così come definito. Viceversa sono considerati aperti i sistemi in cui tale scambio è invece possibile, in un qualsiasi istante della sua evoluzione temporale.

Il 2° principio della termodinamica, applicato ai sistemi isolati, ci dice che i sistemi termodinamici evolvono spontaneamente, conservando l’energia (ossia a entalpia costante), degradante comunque nel tempo, e con entropia in progressivo aumento.

Tale evoluzione, che non può essere scientificamente contraddetta, pena la violazione del 2° principio della termodinamica, porta a definire la cosiddetta “freccia pessimistica del tempo” verso cui evolve spontaneamente l’universo e le parti che lo compongono, sin dalla sua nascita.

Se ne deduce allora che termodinamicamente esiste sempre uno stato finale a cui tutti i sistemi tendono, in cui l’entropia del sistema diventa massima (per tempi idealmente tendenti all’infinito). Tale stato finale viene chiamato stato di equilibrio o invarianza termodinamica.

Ciò in pratica significa che un sistema termodinamico quando è all’equilibrio diventa totalmente passivo, nel senso che la sua energia diviene inutilizzabile e la sua materia totalmente inerte. Tuttavia osserviamo che l’universo che ci circonda non si trova “ancora” allo stato di equilibrio. Ciò significa allora che la materia e l’energia in esso contenute sono ancora attiveDunque la maggior parte dei fenomeni ed eventi fisici è in realtà descrivibile con sistemi termodinamici non all’equilibrio, o lontani dall’equilibrio, e aperti allo scambio di materia ed energia.

Se si osserva attentamente l’evoluzione della natura e dell’universo si scopre allora che mentre l’universo tende verso il suo “tragico destino” l’energia e la materia in esso contenute tendono ad organizzarsi in forme sempre più complesse, autoadattanti e che manifestano una sorta di “volontà propria” o autodeterminazione del proprio futuro. 

Ciò viene allora a definire una nuova freccia temporale, che chiameremo “freccia ottimistica del tempo” che si muove contemporaneamente a quella pessimistica prevista dalla termodinamica.

downloadE’ come se, mentre l’universo gradualmente evolve a partire dalla sua semplice struttura originaria, materia ed energia si rivelassero continuamente seguendo vie alternative di sviluppo: la via passiva che conduce alla sostanza semplice, statica e inerte, correttamente descritte dai paradigmi newtoniano e termodinamico, e la strada attiva che trascende questi paradigmi e conduce alla complessità e alla varietà, impredicibile ed in evoluzione” (da “Il Cosmo intelligente” di Paul Davies).

Da un punto di vista matematico, la situazione dei sistemi aperti non all’equilibrio può essere descritta dalle cosiddette equazioni differenziali alle derivate parziali, che possono essere risolte (ossia hanno soluzione) solamente se si specificano le condizioni al contorno per il sistema.

Per un sistema aperto, l’ambiente esterno esercita una influenza continua attraverso i confini sotto forma di impredicibili “fluttuazioni”.

Un esame delle soluzioni delle equazioni rivela la caratteristica generale che, per sistemi vicini all’equilibrio, le fluttuazioni scompaiono. Quando il sistema si allontana sempre di più dall’equilibrio, tuttavia, esso raggiunge un punto critico, conosciuto tecnicamente come punto di biforcazione. In questo punto la soluzione originale delle equazioni diviene instabile, segnalando che il sistema sta per andare incontro a un improvviso mutamento.” e ancora, “..Nel punto di biforcazione le inevitabili fluttuazioni, che nello stato di equilibrio termodinamico ordinario vengono automaticamente soppresse, sono invece amplificate fino a proporzioni macroscopiche, e conducono il sistema nella sua nuova fase, dove poi si stabilizza. Dato che il sistema è aperto, la forma di queste infinite fluttuazioni microscopiche è del tutto inconoscibile. Vi è così una incertezza intrinseca sul risultato della transizione. Per questo motivo, la forma dettagliata delle nuove strutture che si organizzano è intrinsecamente impredicibile” (da “Il cosmo intelligente” di Paul Davies).

L’ UOMO E LA SOCIETA’ COME SISTEMA TERMODINAMICO

In base a quanto descritto, potremmo dunque schematizzare l’uomo come un sistema termodinamico aperto, ossia potenzialmente in grado di assorbire energia e materia dall’esterno.

Essendo l’uomo materia, ossia in definitiva energia, egli possiede un livello energetico e quindi anche un livello entropico. Definiremo allora per ogni singolo individuo i la coppia di valori:

H i (t) e S i (t)

Ma la società è l’insieme degli individui, e quindi costituisce anch’essa un sistema termodinamico, i cui parametri saranno definiti come:

Hs (t) = ∑i H i

Ss (t) = ∑i S i

La società deve seguire pertanto il 2° principio della termodinamica. Se essa fosse interpretata come un sistema termodinamico isolato, significherebbe che la sua entalpia Hs tende naturalmente a degradare e la sua entropia Ss ad aumentare, ossia la società tenderebbe spontaneamente a peggiorare e a decadere, fino ad arrivare allo stato di equilibrio già citato ed esprimibile matematicamente come:

Hs(t) = Hs (∞) = cost

per t tendente all’infinito

Ss(t) = Ss () = Smax

Ma la società è composta dagli individui, pertanto essa degrada in funzione del degrado dei parametri termodinamici dei singoli individui che la compongono.

Dunque è evidente il contributo di ogni individuo a determinare il valore complessivo dei parametri termodinamici della società. Essendo ogni individuo interpretabile come un sistema aperto non all’equilibrio, il suo comportamento evolutivo è descrivibile con equazioni differenziali alle derivate parziali che pertanto, abbiamo visto, risulta impredicibile e dipendente dalle condizioni al contorno, ossia in definitiva dall’energia e/o materia che è in grado di assorbire nel corso della sua esistenza, anche in termini di improvvise perturbazioni o fluttuazioni di tali condizioni che possono permettere al sistema uomo di arrivare a quella instabilità che può determinare un mutamento evolutivo volontario e improvviso e di conseguenza, in termini macro, di trasferirlo alla società a cui appartiene.

Conclusioni:

creativity-accelerators-300x238Trasponendo il ragionamento (per analogia, quindi non rigorosamente scientifico) all’ambito artistico, culturale o musicale collettivo di un paese (o cerchia sociale, culturale, nazione, continente etc., schematizzabili come detto in sistemi termodinamici) e al posto dell’energia consideriamo il contributo di idee creative (tra energia qualitativa e creatività esiste una evidente correlazione) dei singoli gruppi di individui componenti tale sistema (artisti, musicisti, operatori culturali etc.), ecco che si nota come la volontà di rendere un sistema isolato (ad es. solo musica italiana, solo italiani, solo musica europea e solo europei), quando invece esso è naturalmente disposto all’apertura, favorisca il processo progressivo di degrado e decadimento del sistema stesso, che tende a diventare col tempo passivo e inerte dal punto di vista creativo. Ne consegue, viceversa, che l’apertura del sistema alle diverse culture e ai relativi contributi esterni è solo foriero del mantenimento di un sistema attivo, dinamico e perciò ancora creativo.

 Riccardo Facchi

Progresso o conservazione?

9788845267338_0_200_0_0Personalmente sono arrivato alla conclusione, anche grazie alle indirette conferme ricevute dalla lettura dello splendido libro di Alex Ross sulla musica del Novecento, che chi si è data la patente di “progressismo” in ambito di musica improvvisata sia in realtà l’esatto opposto di quel che racconta e dice di essere, ossia, il massimo della conservazione e della reazione. Dietro all’ostentazione di una maschera di apparente approccio moderno alla musica si cela piuttosto uno scoperto tentativo di minimizzare il contributo afro-americano e oscurarne, in particolare, la preponderanza del fattore ritmico (più in generale, la vera e indiscutibile rivoluzione musicale dell’ultimo secolo, peraltro ben presente anche in un pilastro della musica del Novecento come Igor Stravinskij).

1513712047340_Igor_StravinskyVi è perciò stata, e vi è tutt’ora, una deformata narrazione di una fasulla modernità che tende a negare tale rivoluzione e guarda ancora ansiosamente alla vecchia Europa e alla grandezza (indubbia, ma passata) della sua cultura, in una forma ambigua di revanscismo culturale dietro alla quale si nasconde in realtà la paura (se non la fondata certezza) di aver progressivamente perso il proprio primato culturale. Cosa che peraltro è ormai evidente anche in altri ambiti, come quello politico-economico (che poi, a pensarci bene, è l’effetto del declino culturale). E non è un caso che a tale declino si associno oggi nel Vecchio Continente preoccupanti sintomi reazionari (forse solo sopiti?) come il rifiuto per la diversità e l’alterità, l’incapacità di gestire i flussi migratori, il ritorno di una forte spinta antisemita e più in generale razzista, oltre allo sfondare di nazionalismi e sovranismi vari che hanno probabilissima origine dalla suddetta paura e dal terrore di dover affrontare uno spiazzante mondo che è totalmente e rapidamente cambiato. In fondo, in piccolo e in modo analogo, è avvenuta la stessa cosa nel racconto che da tempo viene da noi proposto intorno al jazz e alla musica improvvisata ed è ben curioso che chi opera in codesto modo si dichiari di impostazione politica e culturale progressista e di Sinistra. Che sia invece proprio codesta (vecchia) Sinistra l’elemento, se non più reazionario, il più conservatore presente oggi in Europa e nel nostro paese? Una mia idea me la sono già fatta. Lascio a ciascuno dei lettori la propria riflessione.

Riccardo Facchi