Oggi mi faccio un regalo…

Dopo aver festeggiato un mese fa i cinque anni raggiunti dal blog, oggi nel giorno del mio cinquantanovesimo (sigh!) compleanno mi faccio un regalo, ovviamente musicale, semplicemente inserendo alcuni brani che hanno spesso alleviato le mie sfiancanti giornate di lockdown lombardo in questo 2020 horribilis. Una sorta di personale, parziale, playlist che rendo pubblica. Il potere lenitivo della musica è peraltro ben noto, al di là della sua valenza artistica intrinseca. Mi scuso in anticipo per l’attacco di ego incontrollato e se per una volta faccio prevalere me stesso sulla musica. Spero comunque che possa piacere ai nostri lettori che, noto, sono in costante aumento anno dopo anno.

Riccardo Facchi

Da qualche parte, sopra l’arcobaleno…

I gravi problemi di salute di Keith Jarrett, ormai certificati dallo stesso pianista in una intervista in cui ha recentemente dichiarato di non poter più suonare lo strumento, hanno gettato nello sconforto milioni di fan e decretato in pratica la morte artistica di uno dei musicisti americani più importanti emersi nella seconda metà del Novecento.

Non ho intenzione di sfornare uno scritto zeppo di retorica sentimentale e di luoghi comuni prossimi a quelli che si sono letti di recente su giornali nazionali, articoli che mirano solo a stimolare la lacrimuccia dei lettori basandosi per la milionesima volta sulla colorita narrazione attorno agli eventi che hanno dato alla luce il presunto capolavoro (che non è, in quanto i suoi capolavori al piano solo sono stati ben altri) del popolarissimo e inflazionato Koeln Concert. Nel caso, se a qualcuno interessasse sapere come la penso su quel concerto e su altro relativo al piano solo, potete rintracciare un saggio scritto anni fa e consultabile a questo link.

Per quanto sia stato tra i più amati (persino venerati) e nel contempo più discussi (persino odiati talvolta, direi parecchio a sproposito e in modo abbastanza sciocco) nell’ambito della musica improvvisata, Jarrett ci ha lasciato un enorme patrimonio di musica a cui attingere e molto altro, ne siamo certi, emergerà nei prossimi anni, vista la mole di esibizioni registrate ma non ancora pubblicate a disposizione della casa discografica ECM.

Un vero peccato non poter più godere della sua arte, in quanto si sa che i pianisti possono reggere all’avanzare dell’età molto più di altri strumentisti (in particolare i fiati, che sono fisicamente più dispendiosi), se solo pensiamo a certi concertisti storici della musica classica o ai tanti pianisti jazz in età avanzata (mi viene in mente, solo ad esempio, il grande Hank Jones) che hanno saputo fornire grandi prestazioni concertistiche e discografiche, alcuni dei quali ancora attivi sono più in età di Jarrett stesso.

Sicuramente abbiamo perso una delle figure guida della musica improvvisata contemporanea, anche se già da anni Jarrett si era musicalmente isolato, avendo ridotto ormai il suo far musica a improvvisazioni in piano solo dopo l’abbandono del longevo progetto dello Standard Trio nel 2014, senza più pensare a progetti che, ad esempio, riprendessero il discorso dei quartetti anni ’70.

Ci rimane comunque la sua vastissima opera discografica a disposizione che, tra inevitabili alti e bassi, richiede ancora oggi una valutazione più profonda e sedimentata, perlomeno non viziata dalle abbondanti e stucchevoli critiche extra musicali collegate al suo carattere emotivamente mutevole ed imprevedibile, alle sue bizze sul palco, alle sue scomposte movenze nel suonare, ed altro ancora.

Proprio in questi giorni è uscito il suo Budapest Concert, registrato nel 2016 nella capitale ungherese. L’ennesimo capitolo di una lunga serie di concerti live in solo pubblicati dalla casa tedesca che si protrae periodicamente dai tempi del Bremen/Lausanne Concerts dei primi anni ’70, con risultati inevitabilmente diseguali, ma con non infrequenti momenti musicali di rara bellezza, come solo i veri grandi della musica sanno produrre.

La sua musica spiega più e meglio di qualsiasi scritto, in particolare ritengo straordinario, per quanto ancora abbastanza sottostimato dalla critica, il suo lavoro di riscrittura degli abusati standard del jazz (uno studio approfondito sullo Standard Trio potete rintracciarlo su questo stesso blog al seguente link) troppo spesso liquidato in modo superficiale e musicalmente ingiustificato. Credo che una delle ragioni a certo rifiuto pregiudiziale su quel materiale e sul modo di trattarlo dipenda dal fatto che Jarrett impersonifichi e sintetizzi al meglio gli umori propri di quella cultura musicale americana la cui importanza viene ribadita dalla sua opera e proiettata ancora nella nostra contemporaneità, ma troppo spesso da noi ingiustificatamente minimizzata.

In questo senso, propongo qui la sua meravigliosa versione di Over The Raimbow ripresa a Tokyo nel 1984 e raccolta in un video che documenta tutto il concerto e rintracciabile anche in commercio. Una musica davvero celestiale, suonata da qualche parte, davvero sopra l’arcobaleno. Buon ascolto.

Riccardo Facchi

La “rivoluzione” Be-bop: verità, mito o fake news?

In questi giorni si assiste ad un vero e proprio profluvio di articoli celebrativi incentrati sulla figura di Charlie Parker, in occasione del centenario dalla sua nascita.

Non ho mai amato molto scrivere e, men che meno, leggere articoli del genere, o, peggio, “coccodrilli” redatti spesso in modo approssimativo in occasione della scomparsa di qualche grande musicista. Quando poi si tratta di quei quattro o cinque nomi ritenuti dei veri e propri giganti, come nel caso specifico, si arriva davvero a leggere di tutto, e, a parte qualche raro scritto accurato e pertinente, la maggior parte si caratterizza per una sufficienza e un’approssimazione argomentale in grado di sciorinare con disinvoltura degna di miglior causa un accrocchio di luoghi comuni, stereotipi e cliché di varia natura, ripetuti periodicamente all’infinito, per non dire autentici strafalcioni, che alla fine riescono ad ottenere l’effetto opposto della celebrazione, comunicando in chi legge con un minimo di cognizione di causa un certo fastidio, per non dire autentica irritazione e, in definitiva, un sostanziale poco rispetto per l’artista trattato.

Al di là del quasi inevitabile rischio del trattamento mitologico negli articoli celebrativi di questo genere, ciò che colpisce più di tutto nel caso specifico è come la narrazione enfatica del personaggio non mostri la benché minima volontà di aggiornamento e approfondimento degli argomenti, trattati spesso sulla base di letture ormai obsolete o di aneddotica eccessivamente romanzata, ripetuta più volte ma di scarsissima portata nel merito dell’analisi critica. Ecco che allora il genio (meglio ancora se maledetto, come nel caso di Parker) deve essere sempre e per forza trattato con l’aggettivo “rivoluzionario” (altrimenti che genio è?), una mente cioè in grado di inventare, solo soletto e da un giorno all’altro, la modernità jazzistica, spazzando in un sol colpo tutta la musica prodotta nei decenni precedenti, ridotta a puro e semplice intrattenimento di scialbe orchestre dedite solo alla musica da ballo e funzionali al divertimento ludico dei ballerini. Non viene neanche in mente di verificare in base agli ascolti e a una pluralità di letture come la cultura musicale degli afro-americani sia caratterizzata piuttosto da un continuum, nel quale non è mai prevista alcuna di quelle sedicenti “rotture” – di cui si ciancia spesso – col proprio passato e la propria tradizione musicale, poiché gli elementi di continuità nella evoluzione del jazz sono sempre stati ben presenti e superiori a quelli di discontinuità, in ogni sua fase storica. Senza contare che il jazz è il prodotto di una molteplicità di contributi mai associabili in modo esclusivo ad una singola individualità artistica, considerando vieppiù la sua enorme capacità sistemica di fagocitare nuovi contributi musicali provenienti da una pluralità di culture “altre”, ottenendo una intricata miscela musicale in cui diventa arduo, se non impossibile, decifrare e riconscere i singoli elementi formativi.

Parliamoci chiaro e una volta per tutte:

1) l’avvento del be-bop e del jazz moderno non è associabile esclusivamente a Charlie Parker, non ne è stato “l’inventore”, come si lascia intendere, perché occorre considerarne il progressivo percorso formativo e, come minimo, altre figure non meno importanti ancora oggi inspiegabilmente trascurate, se non addrittura del tutto taciute.

2) Il be-bop non è stato alcun evento traumatico nell’evoluzione del jazz, ma è emerso in modo progressivo, basta ascoltare la discografia di quel periodo, tenendo sempre presente e in continuità certi elementi profondamente radicati nella tradizione musicale afro-americana come il blues, il negro spiritual e la musica da chiesa, la poliritmia e, più in generale, certe potenti componenti espressive riversate in musica, legate anche alla drammatica storia sociale e civile degli afro-americani vissuta nel contesto americano, sin dai tempi della schiavitù. La cosa vale ed è valsa ovviamente anche per Parker.

3) Il jazz, perlomeno quello degli afro-americani, non ha mai separato così nettamente come viene raccontato la musica cosiddetta di “puro ascolto” da quella per “intrattenimento” o ballo, poiché i concetti di arte e intrattenimento in quell’ambito culturale sono sempre stati assai più sfumati rispetto a quelli vissuti nel Vecchio Continente. La spiccata e dinamica componente ritmica, autentico filo conduttore dell’evoluzione del jazz, ha sempre messo in gioco la componente corporale e, di conseguenza ballabile, della musica. Il ballo, peraltro, fa parte della cultura americana, non solo di quella afro-americana, e ciò è valso anche per i musicisti del be-bop. Pressoché tutti i grandi boppers si sono formati e sono emersi dalle big band swing del periodo. Non si capisce per quale motivo avrebbero dovuto negare il proprio stesso percorso formativo.

Mi fermo qui, per non tediare, ma si potrebbe andare avanti ancora parecchio e più nello specifico. Rimango comunque ancora nella speranza che prima o poi la divulgazione della cultura jazzistica in questo paese riesca a fare qualche passo avanti, riuscendo anche a manifestare un minimo di quel rispetto per le culture “altre”, che oggi viene preteso e ostentato per la propria da più parti a mo’ di ostinato slogan. Non è mai troppo tardi.

Riccardo Facchi

Le composizioni di Johnny Mandel

Giusto un paio di giorni fa è scomparso alla veneranda età di 94 anni Johnny Mandel, un grandissimo compositore di canzoni e arrangiatore di vaglia (ma in origine trombonista nelle band di Boyd Raeburn, Jimmy Dorsey, Buddy Rich, Georgie Auld e Chubby Jackson), la cui carriera musicale si è dipanata tra musica popolare, jazz e musica da film, Non a caso è stato nominato per diciassette volte al Grammy Awards, vincendolo per cinque. Il suo contributo al jazz sia come fornitore di materiale tematico agli improvvisatori che come arrangiatore di grandi formazioni orchestrali e per cantanti possiede in elenco collaborazioni con big band come quelle di Elliot Lawrence, Count Basie e Gerry Mulligan e cantanti quali Frank SinatraPeggy LeeAnita O’DayBarbra StreisandTony BennettMel Tormé, Diane SchuurDiane KrallShirley Horn, a cui si potrebbe aggiungere l’arrangiamento a Velas un tema di Ivan Lins ripreso da Quincy Jones con Toots Thielemans all’armonica.

Tra le sue composizioni più note citiamo:

The Shadow of Your Smile, Emily, A Time for Love, Quietly There, I Want to Live, Barbara’s Theme, Black Nightgown, Theme from M*A*S*H (Suicide Is Painless), Low Life, Chinnamon and Clove, Close Enough for Love, The Moon Song. Alcune di queste canzoni (almeno i primi tre titoli) sono divenute dei veri e propri standards suonati da molti grandi jazzisti. Zoot Sims gli dedicò nel 1984 un intero disco intitolato Zoot Sims Plays Johnny Mandel – Quietly, There. A seguire, propongo splendide versioni di alcuni suoi temi. Buon ascolto.

Gli effetti del dopo pandemia sulla musica

Durante il periodo peggiore del lockdown, quello nel quale si contavano i morti a centinaia e i contagiati a migliaia, giravano diversi slogan “buonisti”, per così dire, sul futuro del paese dopo la pesantissima crisi sanitaria, dettati più che altro dall’onda emotiva e scommettendo – non si sa bene su che basi – sulla sua rinascita a suon di “andrà tutto bene”, “ne usciremo tutti persone migliori”, etc. etc.

Pare proprio che la realtà nella sua crudezza ci stia già mostrando che tutto ciò è svanito più velocemente di una bolla di sapone e, addirittura, il livello di incattivimento e di degrado etico e culturale del paese, prima ancora che economico, prosegua imperterrito e in barba a qualsiasi possibile evento catastrofico possa capitare. D’altronde ciascuno è quello che è, e per assistere a una sorta di conversione collettiva degli animi italici occorrerebbe ricevere forse una folgorazione simile a quella che successe a San Paolo sulla via di Damasco. Servirebbe, insomma, ben altro shock traumatico per vedere mutare qualcosa in questo paese incancrenito nei suoi vizi comportamentali e nella sua atavica mancanza di assunzione di responsabilità.

D’altronde, come sosteneva il personaggio di Boris – creato dalla geniale mente di Woody Allen – nel suo lucidissimo monologo iniziale in “Basta che funzioni”, tutte le grandi idee della storia dell’umanità (non fare agli altri…, la democrazia, il governo del popolo etc.) hanno tutte quante un fatale difetto, ossia, si basano sul falso concetto che l’uomo sia fondamentalmente buono e che non sia “uno stupido, egoista, avido, codardo, miope verme” (testuale).

Lasciando perdere di riferirsi in modo un po’ scontato ai personaggi della nostra attuale politica, da cui non c’era da aspettarsi alcun miglioramento di nessun genere visto l’inverecondo spettacolo che ci riservano quotidianamente e da anni, basterebbe notare cosa sta succedendo nel più limitato mondo delle proposte musicali e in particolare jazzistiche (o presunte tali…) nazionali. Non solo non è cambiato nulla rispetto alla fase pre-pandemica, ma direi addirittura che la situazione si presenti peggiorata e di molto. Se già infatti si pativa prima del covid-19 un periodo di progressivo isolamento culturale e di latente provincialismo, dettati da una concezione autarchica della cultura assolutamente maldestra e ingiustificata rispetto al consolidato contesto globalizzato e di fitto interscambio culturale da tempo in atto, ora che ne stiamo uscendo, ma in una situazione di crisi economica e lavorativa senza precedenti, tale deleteria situazione pare addirittura rafforzarsi.

Invece di cercare di allargare, anche in modo più solidale, lo spettro delle proposte musicali, il panorama concertistico nazionale che si sta cercando di portare avanti nel prossimo futuro pare ancora più conservativo e ristretto ai soliti nomi, i quali, cercando di accaparrarsi avidamente le partecipazioni alle poche manifestazioni concertistiche rimaste sul territorio nazionale, lasciano il nulla assoluto a possibili talenti emergenti e, conseguentemente, il pubblico dei fruitori nella stagnazione di un panorama musicale che già risultava fermo, ripetitivo e inflazionato oltre ogni dire, provocando tra l’altro un inevitabile moto di giustificata protesta tra i musicisti nazionali rimasti senza lavoro. Non solo, l’attuale grave situazione pandemica dei due continenti americani impedisce di fatto i trasferimenti aerei in Europa dei migliori musicisti presenti sulla attuale scena internazionale del jazz, il che pare persino favorire questa deleteria situazione, incancrenendo l’isolamento culturale del paese e privando il pubblico di un adeguato aggiornamento musicale.

Insomma il refrain dell'”usciremo tutti migliori”, si sta dimostrando una previsione più sballata e falsa delle numerose bugie di Pinocchio. D’altronde la storia ci dice che durante e dopo una crisi economica di questa portata, gli eventi hanno sempre generato sciagure ben peggiori e gli uomini in tali circostanze non si sono certo dimostrati migliori. Non si capisce perché questa crisi debba far eccezione.

Riccardo Facchi

L’eccesso di enfasi dei “coccodrilli”

Lo scritto di oggi penso che non farà piacere a molti, e troverà altrettanti in disaccordo, ma questo blog si è sempre distinto per una visione controcorrente rispetto a una narrazione “mainstream” nazionale del jazz abbastanza discutibile, spesso persino artefatta, e anche questa volta non intende venir meno al ruolo che si è dato da osservatore critico del modo con cui questa musica viene maggioritariamente raccontata nel nostro paese.

Questo è sicuramente un anno disgraziato per il mondo della musica e in particolare del jazz, non solo per l’evidente danno economico catastrofico che la pandemia sta causando, ma anche per un susseguirsi di scomparse di grandi figure musicali, solo in parte dovute alle conseguenze nefaste da covid 19. Ultima di queste, è stata quella di Keith Tippett, eccellente musicista inglese, icona del jazz-rock e del prog-rock inglese, che è stato ricordato da più parti alla stregua dei più grandi jazzisti della storia, scomparsi anche recentemente, se non di più.

Devo essere sincero, da appassionato di jazz di vecchia data ho trovato eccessiva l’enfasi attribuita al pur valido musicista inglese, specie se confrontata con quella data alla recente morte di McCoy Tyner, questo sì un musicista che è stato centrale nell’evoluzione linguistica, non solo pianistica, del jazz moderno. Eppure leggendo certi commenti sembrerebbe esattamente il contrario.

Ora, non mi stupisco di certo eccesso di enfasi che proviene da chi ha evidentemente più conoscenza e pratica del rock inglese che del jazz e della sua storia (mi è noto che una buona parte della critica odierna sia passata dal rock al jazz tramite le figure di Miles Davis e John Coltrane, ma che del jazz e della sua lunghissima storia e dei suoi protagonisti conosca in profondità relativamente poco e non perda occasione per dimostrarlo), ma oggettivamente Keith Tippett – e lo dico con tutto il rispetto dovuto – è stata per il jazz una figura di rilievo, ma sostanzialmente marginale.

Mi rendo conto che dire una cosa del genere scandalizzerà le menti di chi è abituato a vivere la musica, e conseguentemente il jazz, come una serie di proprie icone intoccabili, o di figurine di grandi calciatori, dimostrando dal mio punto di vista una maturità di analisi degna di un adolescente zeppo di brufoli, ma questa è come tutte le realtà, una cosa forse spiacevole da affrontare, ma non difficile da argomentare.

Non vorrei tirare in ballo una questione di razzismo – probabilmente eccessivo – o di semplice eurocentrismo, ma da tempo faccio caso al fatto che quando si tratta di enfatizzare il contributo di un afro-americano al jazz, anche di prima grandezza, l’enfasi utilizzata è assai meno gonfiata, a meno che gli stessi siano funzionali a giustificare un qualche indirizzo musicale intrapreso da musicisti europei. Sicché gli sproloqui su Miles Davis e John Coltrane si sprecano (addirittura ho letto più volte che sarebbero importanti in quanto avrebbero pensato volutamente di dare un contributo al rock, ma quando mai?), mentre se si parla di Duke Ellington o Louis Armstrong, che vuoi che sia? Due bonari negri da trattare paternalisticamente, che proponevano poco più che musica di intrattenimento assecondando lo sfruttamento commerciale americano della musica. Mica sono rivoluzionari e sperimentatori degni dell’avanguardia quelli, men che meno degli intellettuali.

Ora, per carità, ciascuno ha il diritto di farsi piacere quel che gli pare, ma non si può arrivare a falsificare la storia della musica, e in questo caso del jazz, a proprio piacimento. Altrimenti poi non ci si può lamentare se in Italia si arriva a proporre per jazz Gino Paoli, Ornella Vanoni, i Kraftwerk o la musica di Casadei, o, perchè no a quel punto, i cori degli alpini, perché quella diventa poi l’inevitabile deriva e conseguenza di certe distorsioni.

Riccardo Facchi

Christian McBride – The Movement Revisited: A musical portrait of four icons (Mack Avenue, 2020)

Questo disco del contrabbassista Christian McBride pubblicato giusto da qualche mese, pare cascare a fagiolo in questo periodo legato mediaticamente alla uccisione di George Floyd, che ha riproposto con forza il tema del razzismo e dei diritti civili per gli afro-americani negli Stati Uniti e non solo, problema di fatto mai risolto.

Si potrebbe dire che McBride ha sfornato nell’occasione una cosiddetta “opera impegnata”, ma il giudizio altamente positivo che sto per dare non deve essere influenzato solo da questo aspetto, peraltro non irrilevante, perché davvero il progetto, lungamente pensato prima della sua definitiva gestazione, presenta momenti riusciti, tra musica e recitativi, estremamente vari, in cui traspare tutto l’orgoglio per la propria cultura musicale – quella afro-americana – nella sua interezza, oltre a riproporre nei testi gli emozionanti discorsi fatti a suo tempo da icone delle battaglie per i diritti civili come Rosa Parks, Malcolm X, Martin Luther King Jr., Muhammad Ali, con l’aggiunta pensata successivamente del Yes We Can di Barack Obama, narrati dalle voci di attori quali Vondie Curtis-Hall, Dion Graham e Wendell Pierce e della celebre poetessa Sonia Sanchez.

Ricapitolando infatti la sequenza degli eventi, si scopre che una versione iniziale di The Movement Revisited: A Musical Portrait of Four Icons risale addirittura al 1998 e pensata all’epoca in quattro movimenti dedicati alle prime quattro personalità sopra citate. Una decina di anni dopo, McBride ha ampliato e riscritto l’album, aggiungendo Barack Obama (il primo presidente nero degli Stati Uniti, giusto eletto nel 2008) all’elenco delle sue icone. L’album è stato poi registrato nel settembre 2013 ma pubblicato solo il 7 febbraio 2020 tramite l’etichetta Mack Avenue. Per registrare il nuovo album, McBride ha coinvolto una big band di 18 elementi, il coro gospel Voices Of The Flame di dieci elementi, due cantanti solisti e quattro narratori. In definitiva, questo è il risultato di 20 anni di preparazione, in cui il contrabbassita esplora temi sociali e civili che si rivelano oggi estremamente attuali, tanto quanto lo erano oltre 50 anni fa.

La musica abbraccia come accennato molti degli elementi caratterizzanti della tradizione musicale afro-americana: dal jazz per big band (con chiari riferimenti al modo di comporre e arrangiare di Duke Ellington e Wynton Marsalis, si ascolti ad esempio l’ultima sezione, Apotheosis; November 4th, 2008) a quello per piccoli gruppi, intrecciati al gospel, al soul (A View from the Mountaintop), al funk e a musiche corali, insieme a passaggi narrati davvero coinvolgenti.

Nelle ampie sezioni narrate, gli attori scandiscono passaggi di discorsi di King, Parks, X e Ali. Wendell Pierce (The Wire, Treme) rappresenta King. Dion Graham (Malcolm X, The Wire) interpreta X, Vondie Curtis-Hall (Chicago Hope, Daredevil) interpreta Ali. L’unico non attore è la poetessa Sonia Sanchez, che interpreta Rosa Parks.

La conferma dell’unitarietà del bacino musicale afro-americano e di come il jazz debba essere vissuto e conosciuto in parallelo al resto della cultura e musica afro-americana e americana. Disco assolutamente da ascoltare.

Riccardo Facchi

Un grande della West Coast

La scomparsa comunicata in questi giorni di Lennie Niehaus, grande contraltista, ma ancor più arrangiatore e compositore di vaglia, fa riaprire la pagina frettolosamente chiusa del cosiddetto West Coast Jazz anni ’50. Un periodo storico del jazz liquidato un po’ troppo superficialmente dalla critica, il cui giudizio andrebbe oggi rivisito e opportunamente approfondito. La classica obiezione critica che si è a suo tempo fatta a quel modo rilassato ed esteticamente molto (troppo?) curato di esprimersi in jazz era una certa carenza espressiva e di motivazioni socio-politiche, specie se confrontate con la musica prodotta dai coevi colleghi jazzisti sulla East Coast americana, senza contare della associazione automatica a un cosiddetto “jazz bianco”, in una realtà che ha manifestato peraltro una discreta e importante presenza anche di significativi contributi di musicisti neri. Un jazz, insomma, un po’ edonistico e poco protestatario per i gusti di molti jazzofili nostrani e forse troppo rappresentativo dello stereotipo di una “America bianca” sempre abbastanza invisa al cultore europeo del jazz.

Una osservazione troppo generalizzata, tuttavia non priva di motivazioni, ma a nostro avviso esageratamente enfatizzata, a scapito di una rimarchevole sofisticazione musicale e una elevata preparazione strumentale dimostrate dai vari protagonisti che sono comparsi sulla scena californiana in quegli anni. Lennie Niehaus in questo senso si presta come caso esemplare in positivo del discorso appena accennato, poiché è stato davvero un eccellente arrangiatore e preparatissimo sassofonista, di sostanziale influenza parkeriana.

La sua carriera in ambito jazzistico prese forma e fama negli anni ’50, precisamente dal 1953 al 1959 nell’ambito dell’orchestra di Stan Kenton, che proprio in quegli anni sfornò i suoi lavori discografici migliori utilizzando solisti e arrangiatori del livello di Niehaus. Parallelamente, il contraltista produsse da leader anche degli splendidi dischi per la Contemporary di Lester Koenig, tra cui una brillante serie in cinque volumi dedicata a formazioni in quintetto, sestetto e ottetto che illustrano ancora oggi la sua arte di arrangiatore e di solista di assoluto rilievo. 

Faccio sostanzialmente mio in questo senso il sintetico scritto lasciato proprio ieri sulla mia pagina Facebook dell’amico Alberto Tagliazucchi, che chiosava in suo ricordo: “Compositore, arrangiatore e solista di grande mestiere cresciuto nel laboratorio-fucina di Kenton, i suoi quintetti, sestetti e ottetti rappresentano forse, per perfezione e coesione stilistica, il miglior paradigma emblematico della concezione estetica della corrente West Coast. Era un grande musicista, dal solismo efficace, anzi perfetto, piacevolissimo da ascoltare ma (parere personale) quasi freddo perché troppo lineare e con scarse accentuazioni e chiaroscuri emotivi, il che tuttavia non offusca l’importanza dei suoi grandi meriti come scrittore di arrangiamenti e compositore, più che come solista”.

Rispetto a quei dischi e a quel periodo Niehaus è presto caduto in un immeritato oblio un po’ come tutto il resto della produzione West Coast Jazz, dovuto però anche al suo abbandono dalla scena jazzistica per proporsi come compositore e arrangiatore di colonne sonore per il cinema e la televisione. Non a caso la sua fama è ripresa tra i jazzofili quando fu incaricato da Clint Eastwood di curare la colonna sonora del film Bird del 1988 (con cui proseguì poi una intensa collaborazione che peraltro era già partita qualche anno prima), dedicato dal regista e attore americano alla figura del mitico Charlie Parker, un film ben noto a tutti gli appassionati del jazz. Una attività questa che gli ha permesso di vincere numerosi premi internazionali legati al cinema.

Max Harrison, scrisse un saggio approfondito su Niehaus che catturava le virtù essenziali del lavoro dell’altoista e che qui riporto: “Niehaus ha poco da imparare nel suonare il sassofono contralto. La sua facilità e fluidità trasmette una sensazione di rilassamento e sicurezza che è dote rara,  il suo attacco e il suo swing sono sorprendenti quasi allo stesso modo. Ma la caratteristica più notevole (…) è la coerenza del suo discorso inventivo nell’improvvisazione. Non sembra mai perdere una buona idea melodica e, sebbene il suo fraseggio sia conciso e preminentemente logico, un elemento di imprevedibilità non è mai assente.”

Propongo qui alcune tracce esemplari tratte dai citati suoi dischi da leader registrati per Contemporary. Buon ascolto.

Quando si ballava il jazz…

Come noto a molti gli anni ’30 e i primi ’40, sono stati gli anni della cosiddetta Swing Era dopo un lungo predominio del cosiddetto jazz tradizionale. Un periodo nel quale il jazz godette di massima popolarità e in cui veniva tranquillamente ballato nelle apposite sale da ballo come il celeberrimo Savoy Ballroom ad Harlem. E’ stato il periodo di formazione di grandi orchestre in gran parte pensate per quello scopo ma che hanno saputo anche produrre lavori musicali di tutto rispetto, contrariamente a quanto viene superficialmente narrato nel nostro paese. Senza contare che proprio in quel periodo si formarono tantissimi grandi solisti e i maggiori geni del jazz moderno, come Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Bud Powell tra i moltissimi altri. Orchestre come quelle di Fletcher Henderson, Benny Goodman, Duke Ellington, Count Basie, Jimmy Dorsey, Tommy Dorsey, Glenn Miller, Chick Webb, Gene Krupa, Woody Herman, Artie Shaw, e molte altre ancora, si sono specializzate in quel periodo nel produrre musica adatta a ballare. Peraltro la componente ballo e più in generale del movimento corporale è sempre stata presente e connessa alle forme musicali nella cultura americana, a maggior ragione, nella cultura africana-americana, anche in periodi insospettabili di grande realizzazione artistica in musica e nel jazz in particolare. Non si comprende quindi certo pregiudiziale rifiuto, ancora ben presente in Europa, nel concepire insieme musica e ballo quando si tratta di materia jazzistica e dintorni.

Il termine “swing”, come noto, significa letteralmente “oscillare” o “dondolare” e si riferisce ovviamente alla peculiare pulsazione ritmica caratteristica del linguaggio jazzistico. Si tratta di un’espressione che è diventata indicativa di un genere musicale unico e rappresentativo di un’intera epoca e, per non far confusione, quando ci si riferisce a quel periodo di parla di Swing Era, mentre con il termine comune swing si intende proprio quella caraterristica ritmica, ovviamente rintracciabile ben oltre quel periodo. La diffusione della musica Swing su così vasta scala in quegli anni si deve soprattutto alle radio che trasmettevano a più non posso, giorno e notte, la musica in tutti gli States e durante la Seconda Guerra Mondiale anche in tutta Europa, senza dimenticare il ruolo giocato anche dal Cinema, ormai divenuto all’epoca stabilmente sonoro. Grandi produzioni cinematografiche avevano proprio colonne sonore dedicate a questo genere musicale e molti film avevano spesso come tema lo swing, ingaggiando orchestre e ballerini da tutto il paese. Nascevano i primi lungometraggi a tema musicale. Tra i più conosciuti ballerini c’erano sicuramente Fred Astaire e Ginger Roger, instancabili partner che sembravano librarsi nell’aria mentre ballavano classici dello Swing.

La figura di Benny Goodman, un ebreo americano di Chicago – non a caso presto nominato  anche il Re dello Swing – è da considerarsi essenziale nell’esplosione del fenomeno Swing. Proprio nel 1934 fondò la sua big band che ebbe tra l’altro il merito di unire per la prima volta musicisti bianchi e di colore. Grazie anche al supporto delle radio che diffondevano la musica nell’intero paese e con i suoi primi concerti prodotti in un suo tour da costa a costa nel 1935 arrivò rapidamente alla fama, permettendo la rapida diffusione verso le masse popolari del jazz e della musica degli afro-americani tra i bianchi americani.

Una curiosità relativa all’origine del termine è legata a una celebre canzone di Duke Ellington del 1932: It don’t mean a thing if it ain’t got that swing (Non significa nulla se non ha swing). L’era dello Swing nacque dopo un periodo di depressione economica, chissà che la crisi economica che stiamo vivendo a causa della pandemia per il Covid-19 non possa portare a una analoga rinascita e di popolarità musicale per il jazz (ne avrebbe proprio bisogno…) e che la voglia di divertirsi possa riportare a ballare le persone, con buona pace di certi vecchi tromboni della critica jazz nostrana, ormai fuori tempo massimo. Spes ultima Dea, direbbero i latini.

Buon compleanno Stevie Wonder!

Il buon Stevie Wonder ha in questi giorni compiuto i suoi 70 anni. Ho scritto tante volte su di lui su questo blog, anche un lungo saggio suddiviso in cinque parti, ritenendolo uno dei compositori più importanti dell’ultimo mezzo secolo in ambito di musiche afro-americane, ma anche oltre, estendendo la valutazione nel più ampio panorama musicale americano.

Pertanto oggi lo omaggio semplicemente proponendo la sua musica in un suo concerto tenuto alla televisione tedesca nel 1974. Buon ascolto e ancora Happy Birthday Stevie Wonder!

Tutte le cose che sei…

“le cose più care che conosco sono ciò che sei
un giorno le mie felici braccia ti stringeranno
e un giorno conoscerò quel momento divino
quando tutte le cose che sei, saranno mie”.

E’ l’estratto, spero decentemente tradotto, del testo di All The Things You Are forse il tema più emblematico che si possa associare al nome di Lee Konitz e per il quale il testo riportato pare adattarsi bene allo stato d’animo che può provare un appassionato del jazz che nel corso di tanti anni ha potuto godere delle meraviglie sonore di questo grande jazzista.

Tutto questo perché, come penso già noto a molti, Konitz ieri ci ha lasciato. Se n’è andato purtroppo un altro grandissimo del jazz. L’epidemia che sta devastando mezzo mondo non sta solo provocando una enorme crisi sanitaria ed economica, ma anche una non meno grave di tipo culturale e artistico, sicché il mondo del jazz deve patire un’altra grave perdita, quella di uno dei più grandi e intelligenti improvvisatori che il jazz moderno abbia saputo produrre, da piazzare nell’olimpo dei grandi contraltisti bianchi, accanto a Paul Desmond, Art Pepper e Phil Woods, almeno per quel che ci riguarda. In particolare egli ha saputo, forse solo insieme a Desmond, proporre in epoca post-parkeriana una originalissima evoluzione strumentale a quella lezione, arrivando presto ad affrancarsene elaborando una propria estetica e un proprio stile, direi entrambi inconfondibili.

Konitz aveva svilppato la sua grande arte di improvvisatore soprattutto nella rielaborazione e nella ricomposizione del Song americano e degli standard del jazz, di cui era profondo conoscitore, sapendo comunque sempre tendere l’orecchio al “nuovo” che la sua longevità gli ha permesso man mano di percepire e ascoltare nei musicisti delle successive generazioni alla sua, a molti dei quali ha fatto peraltro da riferimento.

Per ricordarlo propongo qui due suoi capolavori tra i tanti che si potrebbero scegliere nella sua mastodontica discografia. Il primo è per l’appunto il suo memorabile solo su All The Things You Are inciso nel 1953 per conto di Gerry Mulligan, un brano questo che ha saputo frequentare tante volte diventando quasi una associazione automatica col suo nome. Questa versione – tra le molte sue anche antecedenti a questa – è particolarmente significativa, perché illustrava già allora come elaborare una linea melodica del tutto nuova sulla struttura armonica del brano evitando quasi di enunciare all’inizio il tema secondo la prassi usuale, arrivando a svelarlo solo alla fine dell’improvvisazione. Una modalità certamente ereditata dalla scuola di Lennie Tristano dalla quale proveniva e che è rintracciabile in tanti successivi improvvisatori del jazz, anche oltre l’utilizzo dello stesso strumento (si pensi, solo ad esempio, alla versione pianistica dello stesso tema di Keith Jarrett in Standards, vol. 1-ECM).

L’altra proposta che faccio riguarda un disco del 1986 a cui sono molto affezionato e che contiene una sua strepitosa versione di If You Could See Me Now (a minuto 25: 30 del video) del grande Tadd Dameron, in cui riesce ad emergere persino una inusuale per lui  componente emozionale nell’elaborare la già bellissima melodia. Infine un filmato più recente con un parlato finale proprio sul tema di All The Things You Are. La sua musica per fortuna ci rimane in eredità, non lo dimenticheremo.

R.I.P.

Un giorno di silenzio…

Ieri Wallace Roney, oggi Ellis Marsalis e Bucky Pizzarelli… Scusate, cari affezionati lettori del blog, ma oggi non sono nello spirito di scrivere intorno alla musica. Troppi morti e troppa sofferenza intorno a noi, specie qui nella bergamasca, dove i numeri sono più del doppio di quelli ufficiali, senza contare il fatto che ci tocca sopportare da giorni la cinica e nauseabonda ipocrisia di una classe dirigente, a tutti i livelli, capace solo di annunci disattesi, di totale confusione e di imbarazzante improvvisazione, di consapevoli bugie, di reciproci scaricabarile nell’esclusivo intento di salvare in qualche modo il proprio deretano. Mi spiace, ma oggi non riesco a pensare positivo. Metto solo due dediche musicali a memoria dei musicisti che almeno hanno saputo a differenza di altri arricchirci in vita con la bellezza della loro arte. R. I. P.

 

La pandemia non risparmia il mondo del jazz

La notizia di ieri relativa alla scomparsa del trombettista Wallace Roney ci fa ancora una volta capire come la tragedia della pandemia in corso non stia risparmiando niente e nessuno, nemmeno il mondo della musica e del nostro amato jazz, tradizionalmente caratterizzato nella sua narrazione da un alone quasi mitologico che pare rendere in qualche modo “immortali” i suoi protagonisti al di là delle singole fragilità umane.

Non abbiamo l’abitudine di predisporre dei *coccodrilli” su questo blog, se non per casi eccezionali, e non lo faremo nemmeno stavolta. Tuttavia chi vi scrive è rimasto colpito dal fatto che il trombettista di Filadelfia non aveva ancora compiuto i 60 anni, età alla quale peraltro mi sto approssimando, essendo solo di un anno più giovane.

Roney era davvero un eccellente trombettista, la cui venerazione verso il modello davisiano non lo ha probabilmente aiutato a godere di un maggior riscontro critico. D’altronde è noto come lo stesso Davis lo considerasse il suo discepolo prediletto e si sa che nel jazz i musicisti considerati troppo prossimi ai modelli di riferimento non siano mai troppo apprezzati, arrivando all’opposto anche al rischio di gravi sottovalutazioni, come probabilmente è accaduto nel caso di Roney. A differenza di tanti altri trombettisti che hanno preso a modello il grande trombettista dell’Illinois, Roney non ha poggiato il proprio stile e non ha costruito una carriera solo su abusati cliché o, per così dire, sui limiti tecnici di Davis (come è capitato ad esempio a nostre sciape starlette nazionali enormemente sopravvalutate), poiché sotto il profilo strettamente strumentale egli era dotato di tecnica ben superiore al modello e in tal senso non rischiava perciò di patirne il confronto.

La ferale notizia ci fa perciò comprendere ancora una volta la drammaticità del momento che stiamo vivendo e che, volenti o nolenti, ci porterà a cambiamenti epocali, forse anche nel modo di vivere la musica.

R. I. P.

Riccardo Facchi

 

La speranza di un nuovo mondo che verrà…

Lo dico francamente, in questi giorni non ho molta voglia di scrivere. Sono nel bergamasco, all’imbocco della Val Seriana, in prossimità della zona critica dei paesi di Alzano e Nembro, una manciata di chilometri, non di più, e si sentono ambulanze passare in certi momenti al ritmo di una ogni quarto d’ora. L’unica cosa che permette di lenire la preoccupazione e mantenere sereni è l’ascolto della musica e il dialogo a distanza con gli amici più autentici.

Non si sa come e quando si uscirà da questa crisi, ma mi auguro che da questa esperienza durissima, il paese, se ne uscirà, possa almeno avere finalmente una botta di consapevolezza che riesca a durare oltre l’emergenza e che faccia uscire allo scoperto una buona volta le risorse e le energie migliori. E’ un’occasione da non perdere per un risanamento delle menti e degli spiriti, oltre che del corpo, che rimetta un po’ al suo posto tante cose. E’ dura lo so, ma come ci suggeriva Duke Ellington in musica, parafrasando il suo capolavoro New World A-Comin’, occorre sperare nella venuta di un Nuovo Mondo e di una nuova Italia, possibilmente migliore di questa.

Impressions of Virus…

Visto il momento di isteria collettiva e di sbando che stiamo passando nel nostro paese a seguito di un allarmismo sparso a piene mani (non è che per caso ci sia più da preoccuparsi del virus della stupidità che pare circolare da molto più tempo del coronavirus?) cerco con lo scritto di oggi di alleggerire un poco il bombardamento mediatico di questi giorni.

Il titolo, tra il serio e il faceto, si riferisce ad un’opera discografica effettivamente prodotta nel 1980 dal musicista, e più noto come produttore discografico, Teo Macero (1925 -2008) poco nota ai più anche solo per il fatto che fu pubblicata esclusivamente per il mercato giapponese.

Il fatto è che il celebre produttore dei maggiori capolavori Columbia di Miles Davis e di molti altri best sellers del jazz, quali Mingus Ah Um e Let My Children Hear Music, Time Out di Brubeck, Monk’s Dream e Underground di Monk, è stato anche un eccellente compositore e arrangiatore con idee molto avanzate sin da quando nella metà degli anni ’50 partecipava alle incisioni del Jazz Workshop di mingusiana memoria (The Jazz Experiments of Charles Mingus, nel 1954 e Jazz Composers Workshop, nel 1955), oltre a contribuire ad alcune opere di concezione Third Stream sia proprie che di altri, come in Sonorities della  Orchestra U.S.A di John Lewis e Gunther Schuller.

Macero era noto come produttore per il suo lavoro di “taglia e cuci”, per così dire, di molti dei capolavori del jazz e per questo è stato molto criticato, ma se si vanno a confrontare le opere pubblicate integralmente con quelle originalmente prodotte, ci si accorge come il suo intervento sia stato molto meno peregrino di quanto non si sia cercato di affermare. A suo dire nelle pubblicazioni postume integrali si sono addirittura rimessi tutti gli errori che egli aveva eliminato e perciò andavano comunque conservati gli originali.

La sua non scarsa discografia da leader va dall’iniziale Explorations (Debut, 1953) sino  a Music for the Silver Screen (Teorecords, 2005) e presenta opere mai banali, per quanto non sempre perfettamente riuscite.

Tornando in particolare a Impressions of Virus, esso è stato un lavoro composto a seguito della colonna sonora prodotta da Macero per il film Virus. Si tratta di un’opera moderna, molto originale, che si potrebbe definire un po’ genericamente “fusion”, in termini di procedure compositive e timbriche tra musica accademica, jazz e i suoni elettrici del mondo rock, pensata per formazione allargata e coinvolgente celebri nomi del jazz quali Lee Konitz, David Sanborn, Eddie Daniels, Jon Faddis, Lew Soloff, Ron Carter, Steve Kahn, Dave Valentin e Steve Gadd, tra gli altri.

Purtroppo in rete ho trovato solo il video di MM88, brano peraltro stupefacente tratto dalla colonna sonora di Virus, ma a questo link si possono ascoltare anche un paio di brani tratti da Impressions of Virus. Decisamente un compositore che meriterebbe un’adeguata riscoperta al di là del suo magistrale lavoro da produttore del jazz. Buon ascolto.