Una delicata ballad di Billy Harper

Tra le tante “fake news” che ci è toccato leggere o sentire da Arbore in questi anni sulla presunta paternità italiana del jazz, subito ampiamente divulgate dalla gran parte di un sistema (dis)informativo nazionale che pretenderebbe di informare senza a volte conoscere un minimo gli argomenti di cui tratta, una delle più ilari è quella per la quale gli italiani avrebbero “insegnato” la melodia agli americani, o qualcosa del genere. Cioè, nel paese dei Gershwin, dei Kern, dei Porter e di tutti i grandissimi autori del Great American Songbook gli americani avrebbero dovuto attendere gli italiani per saperci fare con le melodie? Non parliamo poi dei “poveri negri”, tutto ritmo e ignoranza musicale a brache. Cosa avrebbero fatto senza Nick LaRocca e Tony Sbarbaro?

Non è che la tradizione musicale italiana era all’epoca l’unica presente in territorio americano e gli italiani (o italo-americani?) gli unici depositari della melodia. Si prende un pezzo del puzzle e si sostiene che rappresenterebbe il quadro d’insieme. E’ come pretendere che un mattone o una parete di una costruzione sia già la costruzione, o che un ingrediente della pizza, che so, la mozzarella, sia la pizza.

Trovo questo modo di raccontare le cose intorno al jazz davvero poco rispettoso della materia di cui si tratta, oltre che dell’intelligenza di chi legge o ascolta certe cose al limite del delirante. E’ incredibile che certe baggianate possano essere preso sul serio solo perché utili ad assecondare una forma volgarissima di nazionalismo applicato oltretutto a trecentosessanta gradi e che va avanti da troppo tempo (non montato solo dalle tradizionali “destre”, si badi bene).

Non c’è poi da sorprendersi che  nel paese si stia sfociando in un “sovranismo” cialtrone, cioè di un paese che vuole sentirsi sovrano dimenticandosi di essere seduto da troppo tempo su una montagna di debiti in continuo aumento. Tutto questo pare essere il sintomo preoccupante di una profonda crisi culturale prima ancora che economica che, non solo non è stata superata, ma che ci trova ancora nella sua piena dimensione senza vederne lo sbocco, al di là dei continui proclami gattopardeschi di cambiamento e rottamazioni varie.

Chissà se Billy Harper e i suoi avi per costruire tenere melodie come quella che sto per proporvi e contenuta in un bel disco della Steeplechase intitolato Destiny is Yours avrà contattato qualche italiano prima di scriverla. Qualche musicologo “de noantri” prima o poi riuscirà a sostituire degnamente Arbore e a scoprirlo dopo accuratissime ricerche “scientifiche”. Come no…

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Aaron Diehl & Warren Wolf suonano John Lewis

Devo ammettere che la tentazione di fare oggi un articolo sulla crisi istituzionale italiana, che si è andata ad aggiungere a tutte le altre crisi già incombenti era forte, ma dopo aver letto ieri sui social il variegato campionario di deliranti commenti che i cittadini di questo paese sono in grado di sfornare con una faciloneria a dir poco sorprendente, ho avuto talmente l’impressione di un paese prossimo alla follia, totalmente incapace di autocritica e consapevolezza, che ho pensato bene di non aggiungere altre (mie) amenità alle numerose sciocchezze che mi è toccato leggere.

Continuo piuttosto a proporre della musica, se non adatta a calmare gli animi, almeno quell’attimo più riflessiva, evidenziando un paio di brani tratti da un bel concerto nel quale due talenti come il pianista Aaron Diehl e il vibrafonista Warren Wolf, affrontano alcuni temi del book di John Lewis provenienti dall’ambito del suo prediletto Modern Jazz Quartet.

Non si tratta solo e semplicemente della classica “operazione nostalgia” o di una sterile riproposizione di materiale già ampiamente noto e storicizzato, di quelle che vengono da noi rinfacciate (spesso a sproposito) a Wynton Marsalis. Certo, entrambi i musicisti hanno avuto a che fare col trombettista di New Orleans, ma occorre tener conto che Diehl è stato allievo e l’assistente di John Lewis nel suo ultimo periodo di carriera e di vita e conosce a menadito la sua musica e il suo repertorio. Inoltre Warren Wolf è uno dei migliori talenti del vibrafono emersi negli ultimi decenni ed è un improvvisatore fantasioso e sopraffino, come si può evincere anche dai filmati che sto per proporvi. Ho potuto sentire il vibrafonista anche direttamente, in un concerto di qualche anno fa a Milano con il S.F. Jazz Collective, nel quale mi lasciò una notevole impressione proprio per le qualità di improvvisatore.

Occorre poi considerare che John Lewis è stato un grandissimo compositore e trovo inspiegabile che sia così poco citato e ripreso il suo book di composizioni e, a maggior ragione, sia oggi così poco considerato rispetto alla grande musica che ha saputo produrre.

Oltre al celeberrimo Django, uno dei temi più belli e originali scritti in ambito jazzistico, sottolineo anche la rivisitazione di One Never Knows, un tema di rara bellezza tratto dalla colonna sonora del film Sait-on Jamais/No Sun In Venice e tratto dall’omonimo disco Atlantic.

Buon ascolto.

Stefano Bollani: Mediterraneo- ACT (2017)

mediterraneo-e1513712723349In prossimità ormai dei cinquant’anni e con alle spalle circa un quarto di secolo di attività, ovvero nel pieno di quella che dovrebbe essere considerata “la maturità” di un musicista, è forse giunto il momento di fare il punto critico su Stefano Bollani, utilizzando (anche) l’ascolto e il commento a questo suo recente lavoro, che per quel che mi riguarda non è migliore né peggiore di tanti altri suoi.

Che ne è, in sostanza, del talento prodigioso e acclamato del nostro jazz? Stiamo indubbiamente parlando di un musicista la cui popolarità e “attualità”, almeno nel nostro paese, è indiscutibile, ma della cui effettiva arte musicale si nutrono da tempo seri dubbi. Il fatto è che non si vive eternamente di solo talento e di riscontro pubblico, almeno riguardo a una musica come il jazz che ha saputo produrre nel corso della sua storia una moltitudine di grandissimi, spesso misconosciuti, musicisti che certo non hanno potuto godere, per varie ragioni, nemmeno di una piccola parte del suo riscontro. D’altro canto,  forse non è il caso di citare la profetica “‘inattualità” di Gustav Mahler, in relazione alla sua epoca e dichiarata nella famosa frase “il mio tempo verrà“, ma, scorrendo svariati titoli della discografia del pianista, personalmente non riesco a fissare nella mente un solo suo disco, un solo suo brano, una sola sua frase musicale tale da giustificare l’enfasi pubblica e critica che è riuscito ad ottenere, al di là della sua riconosciuta abilità esecutiva e della sua capacità di intrattenere il pubblico. In estrema sintesi, la sua musica da “strappa applausi” mi lascia sempre un retrogusto di vacuità, o perlomeno di carenza di sinceri contenuti espressivi. Si è detto talvolta non esservi nulla di male nell’utilizzare l’intrattenimento nel proporsi in musica, in quanto è la stessa storia del jazz a illustrare come i rapporti con esso siano sempre stati diffusi e reciproci. Il fatto è che ciò è solo in apparenza vero e citare giganti del passato come Louis Armstrong o Fats Waller sarebbe del tutto improprio, poiché il loro genere di “entertainment”  ha poco o nulla a che fare con quello di Bollani. Il paragone non ci sta, anche solo per le diverse condizioni culturali e sociali nelle quali si sono trovati ad operare certi grandi jazzisti afro-americani, dovendo affrontare i noti pesanti problemi di integrazione e di accettazione, riuscendo anche tramite uno studiato atteggiamento ammiccante a penetrare progressivamente nella cultura americana. Viceversa, nel caso di Bollani, le porte dell’accettazione sociale e culturale sono sempre state spalancate, specie in un’Italia da tempo al declino artistico e culturale, così bisognosa di disporre di icone da mostrare nelle tanto decantate “eccellenze nazionali”. Inoltre, in Armstrong, come in Waller, al centro dell’attenzione vi era sempre stata, al di là delle bonarie apparenze, la musica, viceversa in Bollani vi è l’effetto che essa è in grado di produrre, o in termini più espliciti, l’esigenza di “piacere al pubblico”, con la musica vissuta più come mezzo che come scopo.

Bollani pare (astutamente) fornire le scorciatoie a un pubblico borghese alla ricerca di uno “status” culturale di cui è fondamentalmente privo. Questa è, tra l’altro, una possibile ragione del suo successo, ma per quel che mi può riguardare la sua musica è solo un esempio di grandezza apparente, che nasconde invece un profondo vuoto espressivo. L’apparenza più della sostanza, verrebbe da dire, e in questo senso siamo davvero di fronte a un musicista conforme all’attuale maggioritario modo di essere e di sentire.

Questo lavoro pare perciò collocarsi perfettamente nelle argomentazioni riportate. Sembra di aver a che fare con una sorta di bazar musicale, uno zibaldone, un Gran Varietà (la celebre trasmissione radiofonica domenicale anni ’70)  in musica, condotto da Bollani anziché da Johnny Dorelli o Raimondo Vianello, in cui si salta continuamente “di palo in frasca”, in un intreccio di materiali musicali e di contributi linguistici affrontati per lo più in modo abile ma, perlomeno al mio orecchio, troppo superficiale e oleografico. Il pianista sembra voler dire al pubblico:”Visto come so suonare tutto e in qualsiasi modo?” con lo scopo evidente di voler stupire.

Se penso che in passato moltissimi grandi jazzisti afro-americani, come Art Tatum, Rahsaan Roland Kirk, o Oscar Peterson, giusto per citare qualche caso eclatante, sono stati volgarmente dipinti dalla nostra critica alla stregua di vacui virtuosi o come fenomeni da circo, mi domando cosa si dovrebbe dire allora delle esibizioni di Bollani.

Il disco, che poi è la registrazione di un concerto tenutosi a Berlino e che vede la collaborazione di un’orchestra composta da membri della Berliner Philharmoniker, oltre alla presenza del fisarmonicista francese Vincent Peirani e l’usuale ritmica “nordica” del pianista, si basa su un repertorio composito di autori italiani di varie epoche. Sicché si passa con leggiadria (e buona dose di incoerenza stilistica) da Monteverdi a Nino Rota, da Puccini e Rossini a Morricone e Paolo Conte, interpretati in chiave improvvisata, producendo una insalata russa in salsa italiana tra musica colta, lirica, cantautorato e celebri colonne sonore dei film, utilizzando un pastrocchio linguistico nel quale si alterna a seconda dei casi, lo swing jazzistico (Azzurro, eseguito in trio a tempo brillante in 3/4, è forse il brano più riuscito e originale del disco) ai ritmi brasiliani per lo più privi di reale condivisione idiomatica e altro ancora.

Quasi tutto è ben suonato, per carità, con l’eccezione però della versione di Amarcord, in nulla paragonabile a quella profonda ed emotivamente coinvolgente già prodotta dal (suo) maestro Jaki Byard quasi quarant’anni fa e contenuta nel capolavoro Amarcord Nino Rota. Per non parlare del velo pietoso da stendere sul finale rossiniano, di considerevole cattivo gusto, eseguito col noto stucchevole atteggiamento gigione del pianista. Pare proprio una perfetta rappresentazione in musica dell’attuale immagine dell’Italia venduta inconsapevolmente all’estero, quella cioè di un paese di guitti che vorrebbe apparire grande, quando invece sta da tempo, mi si scusi la volgare espressione, con “le pezze al culo”.

Riccardo Facchi

 

Il Cecil Taylor che preferisco…

Al di là dei salamelecchi e peana che inevitabilmente seguono la morte di una grande figura artistica (a volte lo si fa anche per figure di assai dubbio valore, come ben sappiamo in Italia, ma tant’è) credo che la cosa migliore sia sempre proporre e ascoltare la sua musica, e scegliere tra la musica che più abbiamo gradito.

In generale, non amo certo approccio idolatrante, da fan sfegatato, che trovo profondamente immaturo e che spesso si riscontra tra le fila di certi appassionati, con l’utilizzo di una retorica stucchevole, eccesso di aggettivi e l’ingiustificato uso di titoli confidenziali, come, ad esempio, citare negli scritti o nei titoli il musicista solo per nome (Cecil…e che cavolo, mica è nostro parente), cosa che trovo profondamente quanto inconsapevolmente irrispettosa della persona, prima ancora che dell’artista.

E’ indubbio che Cecil Taylor sia stato un personaggio chiave del pianismo improvvisato e un pioniere della libera improvvisazione nel jazz sin dalla metà degli anni ’50. Non sono certo io a doverlo sottolineare. Praticamente tutta la sua produzione di allora, quella, diciamo così, di “transizione” verso una concezione sempre più “free” dell’improvvisazione, la trovo ancora oggi molto più che interessante, in particolare le sue incisioni con Steve Lacy. Più in generale, non amo molto il Cecil Taylor “di gruppo” e invece mi attizza parecchio quello in piano solo, dove, a mio parere, ha saputo esprimere al meglio la sua indole artistica e svelare anche una certa vena “romantica” per lo più inaspettata e sorprendente per un pianista così percussivo che sapeva mettere una così proverbiale foga e energia esecutiva sulla tastiera, ma sempre con ferrea lucidità.

In particolare propongo oggi una sua esibizione poco citata e conosciuta (ma fra le sue migliori) a causa del fatto che quando venne pubblicata nel 1974 fu prodotta solo in un paio di migliaia di copie, rendendola ben presto introvabile e, conseguentemente, un pezzo da collezione. Sto parlando di Spring Of Two Blue J’s (Unit Core) una registrazione composta da due parti distinte che faceva riferimento ad un progetto composito tra musica, danza, voci ed effetti speciali tenuto per la prima volta a capodanno 1973 alla Avery Fisher Hall. La prima parte (davvero eccellente e rappresentativa) è in piano solo, ma non è chiara la sua provenienza e la sua datazione, mentre la seconda, in gruppo con Jimmy Lyons, Norris Jones (aka Sirone) e Andrew Cyrille, proviene da un concerto tenuto alla Town Hall del novembre di quell’anno.

In aggiunta, ho rintracciato una parte del concerto che Taylor produsse nel 1974 al Festival di Montreux e che generò il celebre Silent Tongues (Freedom). Il tutto merita, ancora una volta, un attento ascolto.

Goodbye Mr. Taylor.

I concerti di Bergamo Jazz 2018

logo-bergamo-jazz-56d6b21f485d9La molteplicità dei concerti previsti nelle diverse sedi sparse per la città, mi ha reso impossibile quest’anno l’ascolto esaustivo delle varie esibizioni, rendendo difficile poter fare un realistico consuntivo di questa 40a edizione del Bergamo Jazz Festival, chiuso domenica sera al Teatro Creberg (posto in periferia della città, di rimpiazzo all’usuale Teatro Donizetti in centro città, attualmente in restauro) con il concerto dei quattro direttori alternatisi dal 2006 alla guida artistica della manifestazione. In questo senso, ho dovuto operare un’inevitabile selezione, con una scelta a priori alla fine caduta su complessivi otto concerti.

Solo basandomi su questi e prima di entrare in considerazioni di dettaglio, occorre innanzitutto evidenziare che si è realizzato un ottimo riscontro di pubblico, mentre sul piano musicale l’impressione è stata quella di un risultato mediamente sotto le aspettative. Sono emerse, almeno a parere di chi scrive, alcune considerazioni comuni a tutte le esibizioni, di cui la più importante si riferisce a una carente qualità compositiva e progettuale riscontrata, intesa in termini di spessore musicale e originalità, non all’altezza della preparazione musicale mostrata dai diversi attori ascoltati. In verità, pare essere questa una pecca generalizzabile all’odierna scena della musica improvvisata, che sembra sì sfornare ancora ottimi improvvisatori, ma molto meno delle forti leadership e, a maggior ragione, dei compositori di talento in grado di produrre una scrittura all’altezza della storica tradizione del jazz e dalla canzone popolare americana, ambiti dai quali comprensibilmente e non a caso si attinge ancora largamente.

L’altra considerazione, per certi versi piacevolmente positiva, è relativa al constatare come la cosiddetta  “black music”, ben rappresentata in questa edizione del festival dal funk “verace” e sufficientemente fresco proposto da Maceo Parker, sia ancora oggi in grado di coinvolgere un pubblico giovane inaspettatamente numeroso, in grado cioè di generare quell’indispensabile ricambio generazionale di una abituale platea concertistica del jazz ad ogni edizione sempre più attempata. Un elemento questo che dovrebbe essere preso attentamente in considerazione dagli organizzatori anche per le future edizioni del festival, riuscendo comunque a mantenere un buon livello qualitativo delle proposte.

Maceo Parker (foto Gianfranco Rota) GFR_4202
Maceo Parker (foto Gianfranco Rota)

Parto proprio dal concerto del gruppo ben assortito e affiatato di Maceo Parker che ha presentato una esibizione sì spettacolare, professionale, ben rodata e congeniata, ma anche dai risvolti musicali non così scontati come ci si poteva aspettare in prima battuta. Certo, tanto funky, peraltro molto ben suonato e coinvolgente, tanta energia e tanta comunicativa, ma anche a tratti dell’ottimo jazz. Parker alla bella età di 75 anni suonati ha mostrato di essere ancora in buona forma, in possesso di una vitalità ed un’energia invidiabili, che è arrivata nitidamente al pubblico in modo tale da richiamarlo spontaneamente a ballare sotto il palco a fine esibizione. Questo anche per merito dei musicisti di ottimo livello di cui si è attorniato. Una menzione in questo senso va al trombonista Dennis Rollins, che ha sfornato, tra l’altro, una prelibata versione in duo col tastierista  Will Boulware di When i Fall in Love , ben posizionata in scaletta tra un brano funky e l’altro, come pure ottime prestazioni hanno fornito la giovane batterista Nikki Glaspie, con un drumming potente e preciso ma anche estremamente “pulito”, e il poderoso basso elettrico in stile “slap” di Rodney “Skeet” Curtis. Lo stesso Parker ha contribuito con efficaci assoli al contralto e al flauto, esibendosi anche come occasionale cantante in Moonlight in Vermont (dedicato a Ray Charles) e in Over The Raimbow. La presenza nell’aria di James Brown, insieme ai richiami alla musica di Marvin Gaye e di Ben E. King (Send By Me) hanno in qualche modo voluto celebrare alcuni  tra i  grandi protagonisti della “Black Music” storica, la cui potenza ritmica ed espressiva pare riuscire a mantenersi ancora viva a decenni di distanza, molto più di altre pretenziose proposte odierne.

Chucho Valdes - Gonzalo Rubalcaba (foto Gianfranco Rota) GFR_9545
Chucho Valdes – Gonzalo Rubalcaba (foto Gianfranco Rota)

La serata “latin” del sabato ha mostrato i suoi pregi nell’esibizione del trio di Chano Dominguez, ma anche i suoi limiti nel deludente (almeno per il sottoscritto) duo pianistico Chucho Valdes Gonzalo Rubalcaba, che ha fatto sfoggio di un prevedibile virtuosismo fine a se stesso, abbastanza noioso ed inespressivo, puntando più sulle influenze di certo pianismo di stampo accademico europeo (tipico elemento della tradizione pianistica cubana) più che sugli originali punti di forza della musica popolare afro-cubana da tempo fusi perfettamente col jazz, come il ritmo di clave, il son montuno, piuttosto che la descarga cubana. In questo senso ha fatto meglio il più che dignitoso concerto dello spagnolo Chano Dominguez che ha saputo proporre un jazz canonico senza inutili fronzoli, insaporito di flamenco, milonga e dei suddetti spunti latin-jazz, distribuiti su temi originali e standard, come Freddie Freeloader, o Evidence e The Serpent’s Tooth, interpolati con Just You, Just Me, i cui accordi costituiscono in effetti la struttura armonica di entrambi i temi.

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Chano Dominguez (foto Gianfranco Rota)

Il concerto pomeridiano del sabato all’Auditorium del quartetto della contrabbassista Linda May Han Oh pur muovendosi in una sorta di “mainstream contemporaneo” ha abbastanza deluso le aspettative, mostrandosi una leader ancora in formazione, non in grado cioè di sostenere adeguatamente, sia in termini compositivi, sia in termini dii conduzione musicale le sorti di un gruppo di giovani ancora in evidente stato di maturazione.

Il concerto domenicale mattutino del duo “Brockowitz” composto dal pianista Phil Markowitz e il violinista Zach Brock, dopo una buona partenza su un tradizionale americano è scaduto nel deja vu di una musica da camera (peraltro più scritta che improvvisata) dominata dall’impronta armonica impressionista imposta dal pianista, che ha parzialmente inibito la vena improvvisativa del quarantenne talentuoso violinista, perdendo di fatto in originalità. Tra i temi noti trattati dal duo, quel Sno’ Peas del pianista reso celebre da Bill Evans e Toots Thielemans in Affinity e una discutibile interpretazione dell’ immortale ellingtoniano Come Sunday, inopinatamente svuotato del suo profondo significato spirituale tipicamente africano-americano. Un’occasione fondamentalmente persa per farsi meglio conoscere e apprezzare, soprattutto per il capace violinista del Kentucky.

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Zach Brock – Phil Markowitz (foto Gianfranco Rota)

Il successivo concerto pomeridiano de quintetto del trombettista Jeremy Pelt (organizzato dal Jazz Club Bergamo) che conta tra le sue più significative influenze trombettistiche quelle di Woody Shaw e Miles Davis, ha dato probabilmente soddisfazione agli amanti di certo “modern mainstream” derivato dal quintetto davisiano anni ’60, toccando il vertice però più su un tema non di composizione del leader, scritto da Michel Legrand, ossia I Will Wait For You, dove  il trombettista ha potuto esaltare tutto il suo talento espressivo, ben coadiuvato dal giovane pianista Victor Gould e dall’eccellente contrabbassista Richie Goods.

Jeremy Pelt Quintet (foto Gianfranco Rota) GFR_0766
Jeremy Pelt Quintet (foto Gianfranco Rota)

Per ultimo lascio i commenti ai concerti ascoltati al Teatro Sociale la serata del giovedì. Rita Marcotulli ha presentato un jazz per trio, per chi scrive, non particolarmente stimolante, con una serie di composizioni proprie sviluppate in improvvisazioni ritmicamente monocordi e presentando un pianismo abbastanza impersonale. L’utilizzo  di effetti di riverbero mi è parso più un escamotage per dare un’enfasi “poetica” ad una musica piuttosto carente di reale spessore espressivo. La mancanza di nerbo nelle parti improvvisate mi è parsa ancor più evidente nella pur azzeccata scelta di famosi temi come I’m Calling You, tratto dal film Baghdad Café e Nightfall (noto anche come Ellen&David) di Charlie Haden.

Logan Richardson Blues People (Foto Gianfranco Rota) GFR_3078
Logan Richardson Blues People (Foto Gianfranco Rota)

Logan Richardson ha invece portato un progetto parso ancora embrionale in un ambito di interesse comune tra le giovani leve afro-americane odierne che vorrebbe trovare una nuova sintesi tra diversi approcci linguistici pescando tra (poco) jazz, (tanto e voluminoso) rock, funk, blues e altro ancora, con risultati che per ora, francamente, paiono abbastanza confusi. Peccato, perché Richardson pare dotato di una voce strumentale particolarmente bella e luminosa già mostrata in precedenti occasioni, ma, nel caso specifico, non suffragata da un accurato progetto musicale.

Riccardo Facchi

Un assaggio di Logan Richardson post concerto

Approfitto di questi giorni dedicati ai concerti di Bergamo Jazz, di cui scriverò alla fine un articolo di consuntivo, per piazzare qualche video relativo alla musica dell’altosassofonista in oggetto. Il primo filmato vede una formazione simile a quella che si è presentata ieri sul palco, anche se la musica che si può ascoltare non è molto rappresentativa di ciò che si è ascoltato, mentre il secondo è un estratto dell’eccellente concerto cui ho potuto assistere qualche anno fa al Teatro Parenti di Milano in quartetto con pianoforte.

Ci aggiorniamo a lunedì

Riccardo Facchi

Il De profundis dei premi alla carriera

Ho sempre stimato il Keith Jarrett pianista e improvvisatore, persino compositore, tanto da averlo studiato e ascoltato non poco, ma, seriamente, mi domando che senso abbia assegnare oggi un premio come il Leone d’Oro a un musicista di tale stazza solo proprio a fine carriera e quando ormai è artisticamente spento da un pezzo. La cosa devo dire che più che farmi piacere mi ha indispettito non poco. Ormai ultrasettantenne, Jarrett avrebbe meritato in più occasioni di essere gratificato con premi e riconoscimenti vari in Italia, magari nei suoi anni giovanili, indubbiamente più creativi di quelli decisamente più spenti di oggi. Invece no, per anni è stato oggetto di lazzi e insulti vari, oggetto di feroci stroncature, di sbilenche valutazioni moralistiche sulla persona, spesso fatte solo in termini pregiudiziali (la specialità di “casa Italia”) da chi sostanzialmente odia chi riesce ad ottenere successo e riscontri di pubblico senza passare dal benestare di una élite “intellettualmente superiore” che cerca di auto-attribuirsi una qualche forma di potere decisionale al riguardo.

Più che una celebrazione, sembra una sorta di processo di mummificazione, attività nella quale sembriamo da tempo specializzati a più livelli in questo paese ridotto ormai solo a guardare al proprio passato, per paura del tetro presente e ancor più verso un futuro assai oscuro, al di là di un ottimismo di facciata e una propaganda governativa che ci narra una situazione positiva priva di concreti riscontri. Insomma, la narrazione della realtà che prevale sulla realtà stessa, come sanno bene e meglio di me (purtroppo) gli esperti di comunicazione.

E poi, diciamocela tutta: questa continua celebrazione del suo Koeln Concert, lasciatemi dire, una delle sue prestazioni in solo più brutte tra quelle pubblicate, è tipica di chi in realtà di Jarrett e della sua musica sa poco o nulla e semplicemente si appoggia a ciò che ha goduto di maggiore riscontro popolare (per poi sempre denigrare tutto ciò che ritiene “commerciale”, da veri maestri di coerenza…), o semplicemente perché quel noiosissimo regista-icona per la nostra “Sinistra”, che è Nanni Moretti, l’ha utilizzato nei suoi film, o quella specie di prevosto mancato in “salsa kennediana” di Veltroni ne ha raccontato nei suoi libri, francamente fa parte solo di un immaginario da “radical-chic di sinistra”, i quali si apprestano a subire lo sgomento  dell’ennesima imprevista(?) sconfitta elettorale da quel “popolo bue” che, in realtà, hanno grandemente coltivato in questi decenni assieme ai loro dichiarati nemici politici.

Il Jarrett da premiare era piuttosto questo del 1984, video registrato in solo a Tokyo, giusto solo per fare un esempio tra i tanti.

Riccardo Facchi

Una rinfrescatina alla memoria…

The-Birth-Of-A-Band1_largeQualche giorno fa è scoppiata su Facebook una polemica spropositata contro Quincy Jones che in una sua lunga intervista (presa eccessivamente sul serio) avrebbe osato parlar male dei Beatles (in realtà è stato assai più specifico di quel che non si è detto in un primo momento, ma fa nulla), facendolo passare, di contro, per un musicista qualsiasi che ha potuto raggiungere la fama solo come produttore di successo sfruttando il talento altrui.

Lasciando perdere gli insulti gratuiti verso l’età avanzata raggiunta dal musicista, che certo non merita un trattamento del genere e più che altro qualificano chi li ha pronunciati, osservo che le riviste specializzate sono da sempre zeppe di interviste di musicisti che parlano male di altri musicisti anche grandissimi e sarebbe il caso di dargli sempre l’adeguato peso.

Ora va bene tutto, e capisco che toccare certi miti della propria gioventù, sia che si tratti dei Beatles, di Jimi Hendrix, o di John Coltrane sia considerato quasi un sacrilegio, ma tutto ciò ha a che fare con un approccio alla musica rimasto infantile, privo di alcuna capacità di analisi e, soprattutto, di reale conoscenza su chi si vorrebbe insultare, reo di aver osato toccare le icone nelle quali evidentemente ci si riconosce.

Constato che si conosce molto bene il valore della musica dei Beatles anche tra jazzisti e jazzofili dichiarati, fa piacere, ma, di contro, a me pare evidente che chi tra questi si sente di insultare con sicumera Quincy Jones ne sa poco o nulla della sua luminosa carriera di musicista, compositore, strumentista e jazzista, il che per quel che mi riguarda fa riflettere e spiega tante cose sullo stato attuale dei gusti e delle opinioni maggioritarie sul tema jazz nel paese. Come sosteneva Boris, il protagonista del film “Basta che funzioni” di Woody Allen: “Tutti molto felici di fare chiacchiere, tutti completamente disinformati” e questa pare una caratteristica odierna italica del tutto generalizzata. Perciò, prima di farsi venire il sangue agli occhi per nulla, occorrerebbe ricordare agli eventuali smemorati che Quincy Jones è stato un grandissimo jazzista e arrangiatore oltre che compositore e big band leader, nonché capace di suonare molto bene tromba e pianoforte.

Delle sue geniali capacità musicali si sono avvalsi moltissimi grandi del jazz sin dalla sua fuoriuscita dall’orchestra di Lionel Hampton (dove stava pure nella sezione trombe assieme ad Art Farmer e Clifford Brown) nel 1953. Proprio Farmer ai primi di luglio di quell’anno si avvalse del suddetto contributo polivalente di Quincy Jones in orchestra avendo l’occasione di incidere da leader per la Prestige, in un settetto quattro tracce su composizioni sue e di Quincy Jones. Al termine del tour concertistico estivo della band di Hampton, tutte le giovani promesse citate lasciarono l’orchestra per mettersi in proprio e portare un fuoco nuovo (quello del nascente hard-bop) nelle band attive nei locali e negli studi d’incisione di New York.

Non a caso Jones è poi stato chiamato in causa da altri grandi jazzisti emergenti con le loro innovative formazioni nel ruolo di arrangiatore e/o compositore per le rispettive incisioni. Giusto per citarne qualcuna, la sessione Blue Note di Clifford Brown, quella del sestetto di George Wallington del 1954, pianista di origine siciliana all’epoca tra i protagonisti del nuovo jazz del periodo, con la presenza di Frank Foster, in BumpkinsMad Thad. in un tentette a nome di Thad Jones, sempre nel ruolo di arrangiatore e di compositore del brano eponimo. Tre giorni dopo in tre brani di Plenty, Plenty Soul (anche qui nel ruolo di compositore in Boogity Boogity), registrato da un nonetto da lui arrangiato e sotto la leadership di Milt Jackson.

Nel 1956, alla sola età di 23 anni Jones fu nominato niente di meno che direttore musicale del folto gruppo di musicisti che affrontò lo storico tour in Medio Oriente e in Sud America capitanato da Dizzy Gillespie (per la cui orchestra stava peraltro già lavorando) per conto del Dipartimento di Stato degli U.S.A. Qualche merito musicale evidentemente doveva averlo già acquisito.

Senza dilungarsi troppo nel dettaglio delle collaborazioni, si potrebbero citare tanti altri grandi del jazz che in quegli anni ’50 hanno utilizzato il suo ampio talento musicale per produrre le loro incisioni, tra cui personaggi del calibro di Gigi Gryce, Oscar Pettiford, Jimmy Cleveland, Clark Terry, Sonny Stitt e Cannonball Adderley.

In quello stesso 1956 si presentò poi in sala d’incisione con una sua big band comprendente fior di solisti e producendo diversi dischi fondamentali in tale ambito di cui più sotto riporto il dettaglio.

Forse per qualcuno tutto questo potrebbe non significare molto. In fondo Jones sarebbe stato solo un buon arrangiatore ma molto meno valido come compositore, certamente inferiore ai Beatles. Può anche essere, ma occorrerebbe come minimo ricordare a costoro che, durante una sua permanenza europea a Parigi nel 1958 ha potuto studiare composizione nientemeno che con Nadia Boulanger, ovvero una delle migliori insegnanti di composizione del XX secolo, partecipando anche a seminari di composizione d’avanguardia con Pierre Boulez e Jean Barraqué.

Sarebbe peraltro bastato chiedere a Count Basie in proposito, il quale lo prese nella sua già prestigiosa schiera di arrangiatori e compositori, dedicandogli  più di un disco sulle sue composizioni, come in One More Time (Count Basie And His Orchestra Play Music From The Pen Of Quincy Jones) del 1959, che contiene lo stupendo For Lena and Lennie, o Li’l Ol’ Groovemaker…Basie! del 1963da lui composto e arrangiato e contenente brani del livello di Pleasingly Plump, ai quali si potrebbero aggiungere altre pagine come Stockholm Sweetnin’Eveneing in ParisThe Birth of a Band. Per non parlare delle incisioni con la sua big band, alcune delle quali sono degli autentici capolavori del jazz, come This Is How I Feel About Jazz(1956), The Birth of a Band (1959), The Quintessence (del 1961, qui il meraviglioso brano eponimo di sua composizione e contenente una ancor migliore versione di For Lena and Lennie), Big Band Bossa Nova (1962).

E’ stato poi un arrangiatore apprezzatissimo da cantanti del livello di Frank Sinatra e Ray Charles (per il quale produsse anche parte dell’eccellente Genius+ Soul, tra i migliori lavori del grande pianista e cantante).

Divenne anche direttore musicale nel tour europeo dell’opera blues di Harold Arlen “Free and Easy“. Nel 1961 divenne responsabile di artisti e repertorio della Mercury Records, di cui prese il ruolo di vicepresidente tre anni dopo. Dal 1968 al 1981 ha lavorato con analoghe competenze per A&M Records, concentrandosi più su una carriera da produttore di ben noto successo mondiale dal 1973 in poi.

Sempre circa le sue doti di compositore messe non si sa bene su quali basi in discussione, Jones ha scritto la musica per il film The Boy in the Tree e tre anni dopo il primo lavoro analogo per Hollywood con The Pawnbrokerdopo di che compose le colonne sonore di altri 30 film, nonché diverse sigle per serie TV di successo.

Se tutto ciò non bastasse, secondo lo stimato critico e scrittore inglese Max Harrison “l’influenza nella musica popolare di Quincy Jones, non solo in America, è stata ampia“, ma evidentemente per chi lo insulta gratuitamente tutto ciò non farebbe di lui una persona con le competenze adeguate per dire alcunché sui Beatles, né sul serio né per scherzo, facendolo apparire solo come un vecchio ormai colto da demenza senile per quel che ha osato affermare. Speriamo che qualcun altro, forse in preda a distorte forme di credo religioso in musica, non sia colto, senza rendersene conto, da demenza precoce.

Riccardo Facchi

Italiani brava gente…

Il recente episodio criminale circa l’efferato delitto sulla ragazza di Macerata seguito da quel gravissimo episodio condito da rigurgiti razzisti e fascisti sempre più evidenti in questo paese e gestiti strumentalmente dalla attuale miserrima classe politica nazionale sotto elezioni in modo semplicemente vergognoso ha riportato alla luce un vecchio problema tutto italiano, che in qualche modo si riverbera, in un certo senso, anche nell’ambito di nostro interesse, ovvero l’incapacità tutta italiana di fare i conti con la propria storia e di assumersene le relative responsabilità.

Premesso che sarebbe il caso di domandarsi seriamente, al di là e andando oltre la strumentale propaganda odierna, se tutti i mali italiani attuali dipendano davvero dall’immigrazione selvaggia in corso (siamo sicuri di non confondere causa con effetto e viceversa?), o se più in generale è solo “colpa dall’Europa”, come ci viene raccontato superficialmente a più riprese, a me pare evidente che l’unica cosa che l’italiano sa fare da sempre è scansare le proprie responsabilità alla ricerca costante del capro espiatorio di turno, o dell’untore di manzoniana memoria come causa dei propri mali, non capendo così che questa è l’unica reale ragione per la quale non riusciamo mai a sollevarci dai nostri atavici e storici problemi.

Domando agli italiani tutti: nostri problemi come il dilagare di mafia e corruzione a tutti i livelli, il primato mondiale del debito pubblico, la qualità sempre più degradata della nostra formazione scolastica, della burocrazia, del lavoro scarso e mal pagato, dei pagamenti ritardati senza limiti, dei fallimenti bancari, del sistema giudiziario che non funziona, solo per citare alcuni esempi eclatanti, li hanno procurati  gli immigrati, pure criminali neri in aggiunta, o ce li siamo procurati da soli? Davvero si vuol far credere che “il paese è tornato a crescere” e tutti i nostri mali dipendano dall’immigrazione incontrollata in queste devastanti condizioni etiche, economiche, sociali e culturali?

Ho notato infatti che c’è stata una vera e propria sollevazione popolare e di sdegno per il nigeriano che ha fatto a pezzi la ragazza e una richiesta di giustizia esemplare da parte dei più, seguita come abbiamo potuto vedere da un tentativo di giustizia sommaria (da taluni persino giustificata…) da parte di certe menti bacate sempre più abbondanti in questo paese, che in questo tipo di situazione riescono a sintetizzare in atti orrendi la confusione culturale e di valori che anima la propria scatola cranica. Siamo arrivati ormai al Far West, ai giustizieri occasionali e ai cacciatori di taglie?

Eppure, non si trattava certo del primo episodio di violenza verso una più o meno giovane donna: le statistiche ci dicono che quasi ogni giorno qualche italiano, marito, fidanzato, amante, o che altro, scatena la propria ira violenta verso qualche donna, espressa in delitti non meno efferati, ma in nessuno di questi casi si è sollevato un tale polverone mediatico. Mi domando allora, seriamente, se la differenza di valutazione sulla gravità dell’atto criminale per caso dipenda dal fatto che l’abbia commessa un “negro” pure immigrato clandestino. Il dubbio mi è venuto dopo aver sentito quella vecchia sagoma di Berlusconi affermare pubblicamente che “gli italiani non sono razzisti”, riconoscendogli una comprovata capacità storica di ribaltare a piacimento gli avvenimenti a proprio uso e consumo, davvero poco comune anche tra i politici più navigati e abituati a gestire la propaganda. Non so perché, ma l’episodio mi ha ricordato gli atti del Ku Klux Klan negli USA, ma si sa, solo gli yankee sono e sono stati razzisti, mica noi…Siamo sicuri di non esserlo? Eppure diversi episodi della storia ci dicono il contrario, senza nemmeno citare l’eclatante caso delle leggi razziali del 1938, con il quale non abbiamo mai voluto fare i conti. Conti che invece i tedeschi hanno dovuto fare con se stessi a proposito dell’evidenza dei campi di concentramento, certo non attribuendo la colpa solo al nazismo e ad Hitler e, guarda caso, quel popolo è oggi il più forte in Europa, mentre noi siamo tra i più deboli. Un caso?

Rimanendo all’oggetto musicale di questo blog, non parliamo poi del razzismo culturale strisciante e la ricerca continua e forzata di un “suprematismo europeo” sotto le mentite spoglie di un’intellettualità pretenziosa, artificiosa e pure ipocrita, che si nota da tempo intorno al jazz nel nostro paese, di cui tante volte abbiamo accennato su queste colonne e che certo non riguarda le cosiddette “destre”, visto che la materia è sempre stata in mano alla Sinistra italiana. Non è che per caso certi atteggiamenti più che dai colori politici dipendano da altri fattori, storici, culturali e sociali irrisolti che ci riguardano tutti?

E’ solo una mia idea, un’opinione fantasiosa? Può darsi, ma forse slogan di comodo, come “italiani brava gente” sarebbe ora di mandarli in soffitta e assumersi le proprie responsabilità più seriamente e in modo più proficuo, evitando di dare lezioni morali ad altri dall’alto di un pulpito sempre più scalcinato. Dovremmo farlo per noi e per il futuro delle nostre generazioni, ammesso che di questo passo ve ne possa essere almeno uno passabile.

Un precursore del rap e dell’hip hop: Gil Scott-Heron

Ho sempre più la sensazione che la stragrande maggioranza degli appassionati del jazz nostrani non abbia mai realmente accettato la cultura musicale dalla quale proviene la musica di loro attenzione, ovvero quella americana e africana-americana in particolare, se non addirittura non ci si è mai presi la briga di conoscerla e accettarla per quel che è. Dico questo perché percepisco da tempo diversi segnali che me lo fanno pensare, se non dei veri e propri fatti, sia storici, sia attuali che possono essere portati come argomenti a sostegno di questa idea.

Al di là di un anti-americanismo piuttosto spinto ed evidente, mi pare abbastanza chiaro che gli europei siano condizionati dalla loro storia e dal loro approccio di eterna e presunta superiorità della propria cultura verso le altre. Senza ovviamente negare l’importanza e il valore della nostra cultura, se nei secoli passati una cosa del genere poteva avere delle motivazioni concrete, per quanto sempre discutibili (non credo, solo ad esempio, che una cultura millenaria come quella cinese possa accettare di essere considerata inferiore alla nostra, per quanto profondamente diversa), è ormai chiaro che, almeno nei confronti del Nuovo Mondo, dal XX secolo in poi una posizione del genere non si possa più oggettivamente sostenere, cioè in un periodo storico nei quale il dominio statunitense sull’Europa, non solo in campo economico e politico,  è stato sempre più diffuso, perciò  anche sul piano culturale, rilevabile persino negli oggetti e nei comportamenti della nostra quotidianità. Pertanto, trovo che la cosa non sia più nemmeno una opinione tanto discutibile.

Eppure, trapela chiaramente, se non un vero e proprio rifiuto, una scarsa accettazione verso la cultura americana, ma non solo. Si tratta di un vizio storico: Il colonialismo è lì a documentare che di fondo abbiamo sempre preteso di imporre ad altri la nostra cultura accettando poco e male quella di altri e imponendo costantemente la nostra, prendendo dagli altri solo alcuni elementi graditi o “accettabili” presso la nostra cultura, tendendo a considerare altri elementi come puri “esotismi”. In ogni caso, siamo sempre noi a voler decidere cosa accettare e ritenere valido e cosa no. Un discorso del genere a mio avviso è osservabile anche nel ristretto ambito di nostro interesse, ovvero il jazz, in cui da tempo si nota come in diversi scritti si cerchino in modo davvero forzato teorie musicologiche e ricerche storiche che dimostrino la sostanziale proprietà europea del jazz, o comunque la forte preponderanza della nostra cultura musicale alla formazione di quel linguaggio musicale, come se desse fastidio dover ammettere che quella meravigliosa musica, così innovativa, potesse provenire da un “imperialistico” paese come gli Stati Uniti.

Tra l’altro, noto un continuo parlare di “contaminazioni” linguistiche, anche giustamente, ma non tenendo conto che il jazz è stato sin dalla sua nascita un prodotto di “contaminazioni” e comunque trovo risibile che si parli di “giustezza” delle contaminazioni quando queste riguardano influenze musicali europee o semplicemente extra-americane, minimizzando ad esempio influenze storiche, di gran lunga più importanti e decisive sul jazz, come quelle di origine latino-americana, o caraibica, semplicemente  perché quelle si stentano ad accettare come influenze “colte” e all’altezza della nostra tradizione musicale. Per non parlare di cosa dal punto di vista estetico possa essere ritenuto “bello” o meno in ambito di musiche improvvisate. Ovviamente i possessori del bello e di cosa lo sia siamo solo noi…

Tutto questo a mio avviso ha creato tra gli appassionati una conoscenza del jazz e della cultura che ci sta attorno “a macchia di leopardo” (ad essere generosi), apprezzando con scelte a priori solo ciò che ritenevamo e riteniamo possa essere musicalmente accettato e considerato di valore, guarda caso quasi sempre solo somigliante alla nostra cultura di base.

Potrei citare diversi casi in cui questo approccio si rivela nel gusto del jazzofilo medio italico, per così dire, ma il caso dell’influenza del rap e dell’hip hop sulla musica improvvisata odierna mi pare più che esemplare. A poco serve notare come questo linguaggio, abbastanza dominante nella musica di oggi, sia e sia stato già abbondantemente utilizzato da molti improvvisatori, anche tra quelli più acclamati della cosiddetta “avanguardia” (es., Steve Coleman e Steve Lehman) eppure si percepisce un generale rifiuto a priori di tale “contaminazione” (che in realtà poi non lo è così tanto) nel linguaggio jazzistico da parte degli appassionati. Se si va ad approfondire un po’ meglio anche solo la discografia storica del jazz ci si rende conto che certo “parlato improvvisato” e  cantilenante sulla musica non è poi cosa così recente. Ascoltando diverse registrazioni ad esempio tra i cantanti dei “race records” degli anni Venti ci si rende conto di come nella cultura africano-americana quel modo di intendere la musica fosse abbastanza praticato. Citerei anche solo ad esempio le registrazioni dell’ottobre ’25 con le voci di Coot Grant e Wesley “Kid” Wilson con Louis Armstrong alla cornetta, che contenevano già un curioso cantato-parlato tipicamente afro-americano, che si proietta in una sorta di hip hop ante litteram, in brani come You Dirty MistreaterCome On Coot Do That Thing, Have Your Chill I’ll Be Here When Your Fever Rises e Find Me At The Greasy Spoon.

Estendendo più in generale il discorso alla musica popolare afro-americana, occorrerebbe citare e riscoprire in questo senso una figura più recente come Gil Scott-Heron (Chicago, 1º aprile 1949 – New York, 27 maggio 2011), che è stato un poeta e musicista statunitense, conosciuto proprio per i suoi lavori della fine degli anni Sessanta e inizio Settanta come autore di “spoken word”, cioè di poesia recitata su basi musicali, oltre ad essere stato un militante attivo afroamericano per la conquista dei diritti civili. Scott-Heron è famoso in particolare per la sua poesia/canzone The Revolution Will Not Be Televised. ed è proprio considerato uno dei padri (tanto musicali quanto “spirituali”) di generi come il rap e l’hip hop, anche se verso tal genere espresse in versi pubbliche critiche, cercando di stimolarne un ruolo di cambiamento sociale e civile più attivo.

Scott-Heron nacque a Chicago, nell’Illinois, passò la sua prima infanzia nel Tennessee, quindi si trasferì a New York e crebbe nel Bronx durante gli anni della scuola superiore. Dopo un anno di frequenza all’università alla Lincoln University in Pennsylvania, pubblicò il suo primo romanzo, The Vulture (L’avvoltoio), che fu ben accolto. Iniziò a incidere musica nel 1970 con l’album dal vivo Small Talk at 125th & Lennox con la collaborazione di nomi noti tra i jazzofili come il produttore Bob Thiele, il coautore Brian Jackson, il flautista Hubert Laws, il batterista Bernard Purdie, il bassista Ron Carter e altri ancora. L’album includeva l’aggressiva diatriba contro i grandi mezzi di comunicazione posseduti dai bianchi e l’ignoranza della classe media d’America sui problemi delle città in canzoni come Whitey on the Moon.

Pieces of a Man del 1971 aveva canzoni dalla struttura più convenzionale rispetto al discorso libero e sciolto del primo album. Il suo più grande successo fu nel 1973, The Bottle, prodotto insieme al suo collaboratore di lunga data Brian Jackson, che toccò il picco al numero 15 delle classifiche R&B. Nel settembre 1979 partecipò a New York al grande concerto antinucleare “No Nukes”, insieme a Bruce Springsteen, Jackson Browne, James Taylor, Crosby, Stills & Nash e tanti altri. La sua We almost lose Detroit compare sia nell’album No Nukes. Durante gli anni Ottanta Scott-Heron continuò a pubblicare canzoni, attaccando di frequente l’allora presidente Ronald Reagan e la sua politica conservatrice. Scott-Heron fu lasciato senza contratto dall’Arista nel 1985 e smise di incidere musica, anche se continuò a fare tour. Nel 1993 firmò con la TVT Records e pubblicò l’album Spirits che conteneva Message To The Messengers.

Nel 2001 Gil Scott-Heron fu arrestato per reati di droga e per violenza privata. Apparentemente, la morte della madre e la cocaina lo portarono in una spirale negativa. Uscito di prigione nel 2002, lavorò con i Blackalicious e apparve nel loro album Blazing Arrow. Negli ultimi anni passò altri problemi giudiziari legati alla droga. È morto il 27 maggio 2011, all’età di 62 anni, a New York. Propongo qui qualche esempio della sua musica.

Buon ascolto.