La Cuba di Gonzalo Rubalcaba

Gonzalo Rubalcaba è forse il  musicista cubano più noto oggi negli ambienti del jazz contemporaneo. Il suo jazz interpretato in stile cubano si esplica per mezzo della sua impressionante tecnica pianistica,  peraltro caratteristica abbastanza frequente nella formazione dei pianisti dell’area caraibica. Nato nel maggio 1963 in una famiglia di tradizioni musicali, già a vent’anni esce dai confini nazionali approdando sui palcoscenici internazionali. Interessato da principio allo studio del pianoforte e della batteria, ha  iniziato la sua formazione classica all’età di 9 anni, presso il Conservatorio Manuel Saumell, dove ha scelto definitivamente pianoforte; si è trasferito poi presso il Conservatorio Amadeo Roldan, e, infine, si è diplomato in composizione musicale all’Istituto di Belle Arti de L’Avana nel 1983, in un periodo di tempo nel quale stava già suonando in club e sale da concerto. L’Egrem Studios de l’Avana fu il primo a registrare la sua musica, durante la prima metà degli anni ’80. Questi dischi sono ancora rintracciabili, tra cui Inicio , un album di assoli di pianoforte, e Concierto Negro. Ha fatto conoscere in Europa il suo “Grupo Projecto” al Festival di Berlino nel 1985. A partire dal 1986 Gonzalo registra per Messidor a Francoforte in Germania, e pubblica tre album per l’etichetta con il suo “quartetto cubano”: Mi Gran PasionLive in L’Avana, e Giraldilla. L’incontro nel 1986 con il suo mentore americano, il bassista Charlie Haden, gli apre le porte della scena jazz americana e della Blue Note, che lo mette sotto contratto incidendo negli anni successivi ben 14 album.  Già i primi dischi pubblicati nei primissimi anni ’90,  Discovery: Live at Montreux e The Blessing, suscitarono un certo clamore, iniziando un ciclo discografico per quella etichetta che gli permise di raggiungere una meritata notorietà internazionale in brevissimo tempo. In un certo senso Rubalcaba, più di altri musicisti cubani caratterizzati da un eccesso di virtuosismo, è da considerarsi il frutto maturo in ambito di fusione tra musica cubana e jazz, per come è privo di manierismi che non infrequentemente hanno viziato la qualità di quel genere di musica.

Il suo stile pianistico manifesta, come da tradizione pianistica cubana, grande tecnica e, almeno nei primi tempi, una dose marcata di virtuosismo, tuttavia, col tempo ha maturato uno stile più sobrio e più attento alle dinamiche dello strumento e una sensibilità musicale più variegata. Gli ultimi lavori sembrano tendere ad un modo di suonare e improvvisare sempre meno legato allo swing del jazz e ai ritmi tipici della tradizione cubana, rendendo la sua proposta sempre interessante, ma forse un po’ troppo monocorde negli esiti, aspirando forse ad una idea più “colta” della tradizione musicale cubana, alla quale rimane comunque sempre legato.

Rubalcaba vanta già al suo attivo 15 nomination ai Grammy Awards (vincitore nel 2002 – assieme a Jay Newland e Charlie Haden alla produzione – con l’album Nocturne nella categoria Best Latin Jazz Album) e collaborazioni con alcuni tra i più grandi jazzisti (da Dizzy Gillespie a Herbie Hancock a Richard Galliano a Ron Carter, solo per citarne alcuni).

Rubalcaba si esibirà proprio domani, martedì 16,  all’interno di “Vicenza Jazz” e per l’occasione lo propongo in due situazioni differenti: due brani legati profondamente alla tradizione cubana con interpretazioni jazz dei celebri Besame Mucho e El Manicero e una nella versione più recente alla quale si è accennato in Joao.

Buon ascolto.

Roscoe Mitchell e l’eterna “avanguardia”

Da osservatore del jazz e del relativo ambiente ormai da 40 anni suonati, penso di poter esprimere una opinione, per quanto soggettiva, su specificità e frequentazioni di luoghi comuni che il pubblico del jazz, purtroppo oggi sempre più ristretto e invecchiato, tende a manifestare nei giudizi sui musicisti e relativa musica prodotta. Ad esempio, l’uso stereotipato di termini come “avanguardia”, riferendosi, nel 2017, a musiche di ormai quasi mezzo secolo fa e a musicisti che hanno ormai oltrepassato la settantina, avviandosi ad un inevitabile declino fisico e creativo (energia e creatività, sono due elementi assai più connessi di quanto comunemente non si creda). Percorso peraltro seguito da pressoché tutti i più grandi jazzisti e improvvisatori della storia (a parte rarissime eccezioni), specie se applicati a strumenti come quelli a fiato, che richiedono anche una capacità “fisica” non indifferente nel suonarli. Pertanto non si capisce per quale ragione qualcuno oggi ne possa essere ritenuto esente, a meno che si facciano delle proiezioni mentali nelle quali si tende a confondere il desiderio di mantenere intatte tali capacità all’infinito per i propri beniamini, assurti a icone, la cui musica ha probabilmente fatto da colonna sonora ai propri anni giovanili un po’ “scapestrati” (forse solo a parole, però…). Un modo come un altro per sentirsi eternamente giovani e eternamente “all’avanguardia”, in una modalità che in fondo non trovo molto differente da quella di chi oggi rimembra il proprio passato ascoltando Lucio Battisti o la musica dei Rolling Stones.

Il fatto è che le cose stanno in modo diverso, poiché la musica non sta ferma e va dove vuole lei, non dove ciascuno di noi vorrebbe che andasse, mentre è poi la storia a decidere l’importanza di musiche e musicisti e non certe forzature derivate da opinioni del momento di ciascuno di noi. Occorre tenerlo ben presente. E’ un lungo discorso che qui non riuscirei in un breve articolo ad affrontare nella sua completezza e nelle sue varie sfaccettature sociali, politiche, culturali e persino antropologiche. Quindi mi limito a questo breve accenno, riproponendomi di affrontarlo in altre circostanze.

Il preambolo prelude oggi perciò alla proposizione di un compositore e improvvisatore della cosiddetta “avanguardia di Chicago” che i più nell’ambiente considerano impropriamente e pregiudizialmente ancora  “avanguardia” in base, a mio avviso, a quanto appena scritto.

Roscoe Mitchell, ormai settantasettenneè per molti un’icona di tale avanguardia e tale è rimasto nei decenni nella considerazione di molti, non capendo che in realtà ciò che era sperimentazione e avanguardia 50 anni fa non può essere considerata in alcun modo alla stessa stregua oggi, rientrando perfettamente in una forma di “classicità”, nel migliore dei casi. In altri, diventa invece semplicemente un’esperienza superata oggi dagli eventi e storicizzata, che va collocata nel suo contesto storico. Pertanto assistere a certe battaglie verbali su cosa e chi oggi sarebbe “conservatore” o “progressista”, oppure “avanzato” o “tradizionale” a seconda se si sia sostenitori di Wynton Marsalis piuttosto che di Anthony Braxton, giusto per dire, la trovo una battaglia faziosa ridicola, decontestualizzata, priva di senso e di logica, in cui gli attori in campo sono le persone che sostengono certe tesi e non la musica, che diventa alla fine solo un mezzo di autoaffermazione e uno strumento utile per darsi un’identità culturale e intellettuale che magari non si possiede, non certo per far chiarezza sul tema. Non vorrei risultare cattivo, o suscitare malumore, ma conosco decine di appassionati che dicono di apprezzare le suddette avanguardie e di disprezzare Marsalis che sono musicalmente quasi analfabeti. Perciò mi domando, con quali strumenti e su quali basi si formano certi giudizi, sia in positivo che in negativo?

Nonaah è una delle composizioni più registrate da Roscoe Mitchell, peraltro in diverse modalità: in solo, in gruppo, o per soli sassofoni. La prima versione, se non erro, era presente su Fanfare  For The Warriors (Atlantic 1973), uno dei dischi più noti dell’Art Ensemble of Chicago. Un’altra, in solo e brevissima, sta su Solo Saxophone Concerts (Sackville-1973) mentre altre due, una in solo lunga più di venti minuti, e l’altra per soli sassofoni, stanno sull’album doppio omonimo pubblicato nel 1977 da Nessa.

A mio avviso, sono le più rappresentative sia delle intenzioni musicali di Mitchell, sia utili a comprenderne meglio la concezione (al di là se si apprezzano o meno, ma questa è un’altra storia…). Quella in solo, registrata dal vivo a Willisau nel 1976, colpisce in particolare per la forte componente dissacratoria, spiazzante e musicalmente anticonformista (ma un anticonformismo di allora, però, oggi lo sarebbe molto meno), quasi ad urtare le attese di un pubblico che infatti reagisce ad un certo punto rumoreggiando tra stupore, sorpresa, approvazione e disapprovazione, a seconda dei diversi umori dei singoli.

Si tratta di una improvvisazione fatta di lente e progressive micro variazioni tonali e sulla lunghezza delle note, esercitate con un ragguardevole controllo tecnico, agendo sulla timbrica dello strumento, basandosi su bruschi salti intervallari alternati a improvvisi silenzi, il tutto prendendo spunto da una frase musicale composta di otto/nove note ripetuta all’infinito.

La seconda, che purtroppo non ho trovato in rete, è invece interessante perché mostra pienamente la struttura formale dell’intera composizione, concepita in tre parti e musicalmente più “ortodossa”, per così dire.

Ora, Mitchell e questo genere di musica, come avrete capito, “it’s not my cup of tea”, come direbbero gli anglosassoni, però non si può dire che questo genere di cose non desti l’interesse e l’attenzione dell’orecchio di ciascuno e certamente ha fatto parte della necessaria sperimentazione (ma di più di 40 anni fa, non di oggi). Lascio poi a ciascuno una propria opinione in merito, positiva o negativa che sia. Personalmente, mi limito ad osservare che il basare la propria estetica puntando in modo così preponderante sulla ricerca timbrica e fonica, o su certi aspetti strutturali, sia musicalmente un po’ troppo poco in ambito di musica improvvisata, e alla lunga possa stancare (tanto quanto potrebbe stancare oggi sentire del Dixieland, giusto per dire). Ritengo che se la musica nei secoli ha sviluppato così tanto gli aspetti melodici, armonici o ritmici, qui ridotti al minimo, una qualche ragione ci sarà pur stata, più che altro per non puntare dritti verso possibili vicoli ciechi. Pensare di costruire una intera carriera solo su questo e che ciò sia considerabile eternamente “avanguardia”, mi pare una pia illusione, più che una pretesa. Per quel che mi riguarda, questa musica non lo è più e da un pezzo. L’impressione che ho sempre quando leggo recensioni entusiastiche che parlano aprioristicamente di genio e visionarietà su cose di questo genere è che certi discorsi siano solo funzionali più che altro a giustificare una serie di musiche improvvisate europee di derivazione jazzistica, molto prossime a questo, ma può essere che mi sbagli.

Oltre alla lunga versione in solo, propongo anche quella registrata con A.E.O.C, giusto per disporre per chi ascolta almeno di qualche punto di riferimento.

Snarky Puppy e l’attualità dei collettivi strumentali

Nell’ultimo decennio intorno al jazz e alla musica improvvisata più in generale, sono comparsi sulla scena diversi collettivi di giovani musicisti che, unendo le forze, hanno realizzato progetti musicali ben più che interessanti non esclusivamente legati al jazz. Basterebbe citare SF Jazz Collective, Next Collective, Soil & “Pimp” Sessions, di cui abbiamo già parlato questa settimana e, buon ultimo, Snarky Puppy,  un esuberante ensemble strumentale di Brooklyn a formazione variabile guidato dal bassista, compositore e produttore Michael League, che agisce musicalmente trasversalmente ai generi musicali.

La band si è formata a Denton, Texas, nel 2004, ed è formata da una coalizione di quasi 40 musicisti cui poter attingere, ma il nucleo del gruppo è costituito da Michael League, Robert “Sput” Searight, Nate Werth, Larnell Lewis, Shaun Martin, Cory Henry, Justin Stanton, Bill Laurance, Bob Lanzetti, Chris McQueen, Mark Lettieri, Mike Maher e Chris Bullock. Per lo più si tratta di turnisti, o sideman, che nel tempo libero si riuniscono in studio per registrare album senza particolari ambizioni commerciali, ma che evidentemente riescono ad essere apprezzati da pubblico e critica. Hanno infatti pubblicato il loro album di debutto nel 2006, con già al loro attivo ben 11 pubblicazioni, di cui l’ultima, Culcha Vulcha (Universal, 2016) ha recentemente portato a casa il secondo grammy nel settore miglior album strumentale di musica contemporanea (terzo in totale).

Potete leggere un’intervista raccolta da Musica Jazz  al fondatore, leader e portavoce del gruppo,Michael League, al seguente link

A seguire, propongo un paio di video sulle loro esibizioni dal vivo. La prima comprende come ospite anche il violinista Zach Brock, uno dei tanti jazzisti di gran talento pressoché ignoti al pubblico, perché regolarmente ignorati dal sempre più monotono e stantio panorama delle proposte concertistiche nazionali dedicate al jazz e alla musica improvvisata. Di fatto, si ripiega costantemente sui soliti nomi, oppure su musiche totalmente fuori contesto, per cercare forse di tappare i buchi in platea che in questi decenni si sono creati ed allargati grazie a proposte poco stimolanti, se non proprio noiosamente ripetitive, ribadite sino alla nausea con pervicace, autolesionistico impegno, ma si sa, la proposta jazzistica in Italia funziona come tutto il resto, cioè, non funziona. Sarà anche qui “colpa dell’Europa”…

Merry Christmas con James Taylor

Per il fine settimana natalizio era quasi inevitabile proporre per il blog qualche canzone tipica per l’occasione. Lo faccio non con un jazzista e nemmeno con una voce del jazz, ma con un interprete vocale bianco caratterizzato da una tipica sensibilità americana, con un timbro di voce quasi inconfondibile che produsse, qualche tempo fa, un riuscito disco dedicato alla canzoni di Natale. Ovviamente non una operazione originale e certo commerciale, ma il timbro della sua voce ha su di me un certo fascino e alcune versioni di canzoni tradizionali, mi paiono azzeccate.

Ve ne propongo qualcuna rintracciata in rete.

Buon Natale

Presentato Bergamo Jazz – edizione 2017

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E’ ormai divenuta una tradizione la presentazione dello storico festival bergamasco alla vigilia delle feste natalizie, avvenuta giusto sabato scorso e che ha visto la presenza in sala di musicisti, associazioni culturali, critica e giornalismo di settore nazionale e provinciale in ascolto della direzione artistica, dell’assessore alla cultura del Comune di Bergamo, del responsabile del servizio gestione Teatri Comunali e del responsabile Ufficio Stampa.

La formula della manifestazione da alcuni anni pare giustamente proiettarsi sempre più come un evento multiculturale e divulgativo in grado di coinvolgere attivamente tutta la città e le varie associazioni culturali e commerciali presenti sul territorio, cioè andando oltre lo stretto aspetto musicale, o meglio, utilizzando l’occasione del festival per divulgare il più possibile la musica e in particolare il jazz in città. Una formula a nostro giudizio intelligente, che dovrebbe essere seguita anche da altri festival nazionali, col fine di cercar di contrastare l’emorragia in atto di tal genere di iniziative, constatando la recente preoccupante cancellazione di molte di esse, ma non è questa la sede e il momento per dibattere le intricate ragioni della ecatombe di manifestazioni dedicate al jazz.

Al di là della bontà o meno del cartellone principale, del quale si potrà dare un valutazione pertinente nel merito musicale solo dopo il completamento della manifestazione a fine marzo del prossimo anno, occorre sottolineare la lodevole iniziativa di coinvolgere più spazi utili in città per effettuare i concerti, oltre cioè i due principali teatri cittadini (il Donizetti in Città Bassa e il Teatro Sociale in Città Alta), e di dedicare nelle manifestazioni collaterali adeguata attenzione ai giovani e in particolare ai musicisti emergenti. Il progetto, denominato Scintille di Jazz costituisce forse la principale novità del festival ed è stato dato alla cura del sassofonista Tino Tracanna, che ha proposto alla direzione artistica di Dave Douglas  un ventaglio di selezionate proposte di giovani musicisti da far conoscere.

Se l’obiettivo della direzione artistica era quello di documentare il più possibile la varietà del panorama musicale attuale, sul piano del metodo seguito possiamo ritenere il cartellone sufficientemente equilibrato, forse con una relativa carenza in proporzione al peso della scena newyorkese sul resto, che, comunque la si pensi, rimane la principale per il jazz. Quanto ai nomi proposti, vi è qualche ripetizione rispetto al passato e ovviamente se ne potevano proporre diversi altri, ma ve ne sono comunque di validi, senza voler per forza andare sui soliti inflazionati personaggi di richiamo ed evitando accuratamente di inserire certe proposte “pasticciate” e di cassetta, con improbabili pretese “contaminative” che in realtà col jazz hanno poco o nulla a che fare e che si sono viste invece imporre in altre importanti manifestazioni nazionali. Qui si sta parlando, comunque la si veda, di un autentico festival del jazz, cosa che non si può dire con altrettanta certezza per altre manifestazioni del genere, non solo nazionali. In ogni caso saranno le musiche e i musicisti a dirci quanto sarà stata valida o meno questa edizione del Festival.

Un’ ultima annotazione va data per pubblica conoscenza al budget messo a disposizione. L’assessore del Comune di Bergamo Ghisalberti ha parlato di circa 200.000 euro, più 15.000 messi a disposizione dai privati.

Di seguito riporto solo i principali concerti, in quanto i gruppi e musicisti coinvolti  sono veramente moltissimi:

al Teatro Donizetti

Venerdì 24 marzo 2017 ore 21,00

Bill Frisell (chitarra)- Kenny Wollesen (batteria) Duo;

Regina Carter (violino) Simply Ella;

con Marvin Sewell (chitarra), Jesse Murphy (contrabbasso), Alvester Garnett (batteria)

Sabato 25 marzo 2017 ore 21,00

William Parker Organ Quartet “Explorations;

con Jason Brandon Lewis (sax tenore) Cooper Moore (organo, tastiere), Hamid Drake (batteria, percusiioni)

Marilyn Mazur’s Shamania;

un gruppo di undici donne tutte dal Nord Europa guidato dalla percussionista nata a New York ma cresciuta in Danimarca.

Domenica 26 marzo 2017 ore 21,00

Melissa Aldana (sax tenore);

con Pablo Menares (contrabbasso) Graig Weinrib (batteria)

Enrico Pieranunzi & The Brussels Jazz Orchestra featuring Bert Joris “The Music of Enrico Pieranunzi

una delle migliori big band europee su musiche del nostro Pieranunzi, arrangiate dal trombettista Bert Joris.

al Teatro Sociale

Giovedì 23 marzo 2017 ore 21,00

Rudy Royston OriOn TriO;

con Jon Irabagon (sax tenore e soprano) Yasushi Nakamura (contrabbasso)

Francesco Bearzatti Tinissima Quartet;

con Giovanni Falzone (tromba) Danilo Gallo (basso elettrico, elettronica) Zeno De Rossi (batteria).

Domenica 26 marzo 2017 ore 17,00

Andy Sheppard Quartet “Surrounded by Sea“;

con Eivind Aarset (chitarra, elettronica) Michel Benita (contrabbasso), Sebastian Rochford (batteria) .

Auditorium di Piazza della Libertà

Sabato 25 marzo 2017 ore 17,00

Christian WallumrØd Ensemble;

Christian WallumrØd (pianoforte, harmonium, toy piano) Eivind LØnning (tromba), Espen Reinersten (sax tenore) Katrine ScØtt (violoncello) Per Oddvar Johansen (batteria, vibrafono).

Biblioteca Angelo Mai

Venerdì 24 marzo 2017 ore 18,00

Evan Parker Solo (sax tenore e soprano)

Accademia Carrara

Sabato 25 marzo 2017 ore 11,00

Ernst Reijsiger Solo (violoncello)

Per contatti e info su prezzi, abbonamenti e biglietti:

Teatro Donizetti tel 0354160601/602/603

e-mail biglietteriateatro@comune.bg.it

Ufficio Stampa.

Roberto Valentino jazzval@tin.it

tel 0354160623/cell 3355201930

In memoria di Fidel

Liberation Music Orchestra è un disco che in un certo senso ha dato il la a quella visione terzomondista nel jazz che nel nostro paese ha fatto furore negli anni ’70, anche se in modo un po’ stereotipato. D’altronde Charlie Haden è sempre stato un uomo di idee “di sinistra” e conoscitore, tra l’altro, di Cuba e del relativo mondo musicale. Il che ha portato, come al solito da noi, ad una distorsione critica nella valutazione della sua intera opera,  amplificando in positivo quasi sempre solo questo aspetto della sua musica, trascurandone altri di non minore peso.

La musica di questo disco è comunque emozionante, anche se forse un po’ sovrastimata, poiché caricata eccessivamente dei suddetti significati politici tradotti impropriamente e strumentalmente in “salsa nostrana”. In qualche modo mi viene naturale legare questo lavoro con la rivoluzione castrista cubana, anche se in realtà esso ha avuto come tema la guerra civile spagnola e più in generale quello della guerra, con in corso nel periodo il conflitto americano in Vietnam, al suo culmine in termini di intervento militare americano. L’argomento stava all’epoca inevitabilmente a cuore agli artisti, scrittori e musicisti americani. D’altronde alcuni titoli dell’album sono chiari in tal senso e quindi ho pensato, in vista dei funerali di Stato di domenica prossima a Cuba del “leader maximo”, di celebrare l’evento in musica con la proposizione dell’opera.

Devo però in tutta onestà aggiungere di aver letto in questi giorni considerazioni su Castro e Cuba che mi sono parse viziate da un eccesso di benevolenza nei suoi confronti, che tradiscono forse una conoscenza più iconografica che diretta del paese e dei riflessi che la rivoluzione castrista ha comportato. Mi risulta che a Cuba si siano in realtà manifestate forti contraddizioni, tantissima povertà e un egualitarismo tendente al ribasso, la cui spiegazione non può essere attribuita solo al lunghissimo, per quanto tremendo, embargo americano. Chi esalta la sua figura per il semplice motivo di aver saputo contrapporsi all’imperialismo americano, dovrebbe forse togliersi gli occhiali di un approccio ideologico spicciolo, di comodo, fondamentalmente molto borghese, e approfondire con più obiettività il tema. La figura è stata comunque importante anche se oggettivamente controversa, ma sarà la storia a giudicarne l’azione.

Speriamo che sia femmina…

“Quando la realtà supera la sua rappresentazione”, verrebbe da pensare parafrasando un noto modo di dire. Trump presidente degli Stati Uniti, dopo il recente referendum sulla Brexit, al di là delle interpretazioni politiche di dettaglio che non mi competono, è la rappresentazione di come i media con il loro inflazionato utilizzo dei sondaggi dovrebbero prendere atto del fatto che sarebbe ora di finirla con il vendere una rappresentazione della realtà che regolarmente viene poi smentita dai fatti. E questo ormai succede a tutti i livelli, non solo nella politica; succede persino nel settore di cui si occupa questo blog, con una rappresentazione della scena jazzistica e delle musiche prodotte sempre più spesso mistificata, se non del tutto falsata.

Il fatto è che la gente, al di là dei singoli livelli culturali e intellettuali di cui ciascuno dispone, da tempo sembra ribellarsi all’establishment, in ogni parte del mondo, perlomeno quello occidentale, ad ogni genere di propaganda e di rappresentazioni di realtà ottimistiche preconfezionate, sul genere: “va tutto bene, madama la marchesa” col fine di favorire pochi, quando quotidianamente i molti vivono una realtà del tutto diversa. E purtroppo il modo di ribellarsi della gente storicamente dimostra di prendere direzioni di cambiamento opposte da quelle che si vorrebbero, quasi sempre peggiori, ma, come ripeto, occorrerebbe prenderne atto e finalmente smettere di condizionare sistematicamente il pensiero della gente con propagande e slogan di ogni genere, perché alla fine controproducenti più che inefficaci. Trattare le persone solo come una massa di minus habentes cui propinare qualsiasi genere di balla, sembra non funzionare più.

I sondaggisti, tanto per cominciare, dovrebbero cambiare mestiere, anche se occorre sottolineare che non è colpa loro se politici e giornalisti (con i media che paiono sempre più spesso smaccatamente asserviti, smentendo l’essenza stessa della loro funzione) regolano i loro discorsi e le loro azioni solo sulla base di numeri che poi vengono regolarmente smentiti.

La politica è ora che torni ad essere se stessa, cioè a guidare più che a condizionare, ad ascoltare per davvero le persone fisiche e i loro bisogni, dando loro un minimo di prospettiva agendo di conseguenza, guardando la realtà per quella che è non per quella che si vorrebbe fosse. Viceversa di cose come quelle che abbiamo vissuto stanotte ne vedremo ancora, ma  temo che in prospettiva e al di là dell’euforia dei vincenti di turno, non sarà un bel vedere.

Miles Davis “visto” da SF Jazz Collective

sfjazz-collective-the-music-of-michael-jackson-and-original-compositionsConcerti di livello superiore come quelli cui abbiamo potuto assistere domenica scorsa al Teatro Manzoni di Milano sembrano fatti apposta per confutare (ancora una  volta) certa forzata e ideologizzata narrazione italica sul jazz e in particolare su ruolo che oggi avrebbe il cosiddetto “mainstream” sulla scena contemporanea della musica improvvisata. Un ruolo e una rappresentazione privi di riscontri, a nostro avviso, secondo cui esso farebbe parte solo di un passato che non torna più, all’interno di una tradizione musicale ormai superata, conformemente ad una alterata visione “progressista” che ci viene insistentemente propinata circa l’interpretazione delle trasformazioni che il linguaggio jazzistico avrebbe subito nel corso della sua storia e che tuttora continuerebbe a subire…

potete continuare a leggere la recensione integrale del concerto su Free Fall Jazz.

Buona lettura