Bill Mays e la completezza dei jazzisti californiani

Credo che se si facesse un elenco dei jazzisti californiani presenti nel grande libro del jazz, o residenti sulla West Coast americana, bianchi o neri che dir si voglia, probabilmente ci sorprenderemmo nel notare la loro quantità e la relativa sopraffina qualità, non solo tecnica. Contrariamente a quanto usualmente divulgato, tra questi ci sono stati persino degli autentici innovatori. Si pensi anche solo a Eric Dolphy e persino il grande Ornette Coleman, che era nativo del Texas, è riuscito a farsi conoscere grazie a due suoi primi dischi registrati in territorio californiano per la Contemporary di Lester Koenig. Analogo discorso si potrebbe fare per parte della formazione di Charles Mingus e gran parte della carriera e del retroterra culturale riconoscibile nella musica di Charlie Haden (che era dell’Iowa) si sono ispirate agli umori dell’area californiana. Il suo longevo Quartet West è lì a documentarlo. Per non parlare della lista infinita di contraltisti, trombettisti, trombonisti, pianisti, chitarristi, etc., insomma strumentisti di tutte le tipologie che si potrebbero nominare di altissima e raffinata preparazione musicale. Certamente la prossimità degli Studios hollywoodiani ha contribuito a formare una folta schiera di preparatissimi musicisti, compositori e improvvisatori, i quali sapevano anche andare oltre i meri compiti professionali mettendo a frutto la propria variegata esperienza anche al servizio della musica improvvisata e del jazz.

Da cosa è dipesa allora la complessiva minor fama di questi musicisti? Il fatto è che il centro di esposizione musicale americano è sempre stato New York (e in parte Chicago, soprattutto agli inizi, per quanto concerne il jazz) e la California ha sempre avuto in questo senso un ruolo relativamente marginale. Pertanto, anche i musicisti californiani se volevano farsi conoscere dovevano prima o poi trasferirsi, anche solo temporaneamente nella Grande Mela. Altri, pur validissimi, stavano così ben accomodati nella accogliente e rilassante West Coast dal non essere stimolati dal riconoscimento pubblico newyorkese e dal raggiungere una conseguente adeguata fama, rimanendo così misconosciuti ai più.

Uno di questi musicisti è ad esempio il settantacinquenne pianista Bill Mays. Nato a Sacramento, in California, il 5 febbraio 1944, Mays ha avuto degli ottimi maestri negli anni formativi adolescenziali. La sua prima esperienza col jazz arrivò all’età di 16 anni, quando un amico lo portò a sentire una esibizione in solo del leggendario Earl ‘Fatha’ Hines. Quell’ascolto si rivelò nuovo per le sue orecchie: la spinta ritmica, gli insoliti colpi di scena melodici, l’indipendenza delle mani e l’uso dell’intera tastiera del maestro lo entusiasmarono e lo ispirarono. Poco dopo ha avuto l’opportunità di ascoltare la band di Miles Davis al Black Hawk di San Francisco, e questa è stata un’ulteriore fonte di ispirazione. Più tardi ha scoperto il magistero di pianisti dirimenti per lo sviluppo del canone pianistico nel jazz quali Tommy Flanagan, Hank Jones, Wynton Kelly e Jimmy Rowles,

La sua vita professionale iniziò giusto nel 1961, quando sì unì alla band della Marina degli Stati Uniti. Ha trascorso un anno alla Naval School of Music di Washington DC, frequentando il Bohemian Caverns. Dopo quattro anni nella Marina, di stanza a San Diego, ha iniziato a lavorare con l’ensemble del sassofonista e clarinettista Bill Green, con cui ha tenuto esibizioni per club, fiere, spettacoli industriali, spot pubblicitari e uno spettacolo tv quotidiano di varietà. È stata una grande esperienza formativa, suonando stili diversi, leggendo a vista, accompagnando cantanti e imparando un sacco di nuovi brani. Durante quel periodo ha ascoltato molto il pianista Mike Wofford, un meraviglioso pianista di San Diego da considerare una sua consistente influenza. Ha anche co-diretto un quartetto chiamato Road Work Ahead, con Peter Sprague, Jim Plank e Bob Magnusson, combinando strumenti elettronici e acustici, lavorando parecchio intorno a Los Angeles e San Diego e migliorando molto come compositore.

Nel 1969 si traferì a Los Angeles, continuando gli studi di  pianoforte con Victor Aller e iniziando a lavorare con nomi quali Buddy Collette, Harold Land, Shelly Manne, Art Pepper, Bud Shank, Sonny Stitt, e la Stan Kenton Junior Neophonic Orchestra. Inoltre, è stato a lungo  membro del quintetto del (magnifico) trombettista Bobby Shew. Ha quindi condotto un trio piano-chitarra- contrabbasso assieme a Danny Embrey e Putter Smith, facendo alcune registrazioni in duo di pianoforte con Alan Broadbent e lavorando in gruppi comprendenti il sassofonista Ernie Watts e il bassista Abe Laboriel. In questo e altri contesti, Mays ha potuto esplorare pressoché tutti i generi musicali, tra cui anche rock, funk, e fusion. Tali esperienze così varie, la sua familiarità con la lettura a prima vista e con altri strumenti a tastiera come clavicembalo, organo, celeste e sintetizzatori, alla fine lo hanno portato a diventare uno dei musicisti fissi negli studi di registrazione di Hollywood. Ha iniziato come pianista di prova per programmi TV. Quindi Mike Lang, uno dei principali tastieristi degli studi in città, lo ha raccomandato, entrando così in quel business. Ha perciò potuto lavorare con alcuni dei più grandi compositori di film e con fantastici musicisti. Proprio in quel modo ha avuto la possibilità di incontrare per la prima volta non in ambito jazz J.J. Johnson e Benny Golson, suonando per loro in uno studio di Hollywood.

​Su suggerimento di Jimmy Rowles, grandi cantanti come Sarah Vaughan, Anita O’Day, Al Jarreau e Frank Sinatra cominciarono a ingaggiarlo nel ruolo di pianista accompagnatore.

Nel 1984 Mays prese in considerazione finalmente la scena musicale newyorkese, volendo ampliare le proprie esperienze e lavorare con alcune delle persone che aveva sempre ammirato, continuando a crescere come compositore e strumentista. Questo lo ha portato a collaborazioni con artisti del calibro di Ron Carter, Al Cohn, Eddie Daniels, Ray Drummond, Benny Golson, Mel Lewis, Charles McPherson, Bob Mintzer, Red Mitchell, Gerry Mulligan, Rufus Reid, Maria Schneider Orchestra, Marvin Stamm, Clark Terry, Toots Thielemans, Vanguard Jazz Orchestra, Paul Winter e Phil Woods. Ha avuto l’opportunità di suonare in luoghi celebri di New York come il Birdland, il Blue Note, la Carnegie Hall, il Dizzy’s, Guggenheim Museum, l’Iridium, il Jazz Standard, il Lincoln Center, il MOMA, il Rubin Museum, lo Smoke, il Village Gate e il Village Vanguard.

Si è conseguentemente ampliata anche una vasta gamma di progetti discografici, che vanno dal trio con il batterista Matt Wilson e il bassista Martin Wind, all’Inventions Trio con la violoncellista Alisa Horn e il trombettista Marvin Stamm, al duo (con Ed Bickert e con il bassista Tommy Cecil) e in solo (Live at Maybeck Recital Hall, Volume 26 e Front Row Seat). La più recente l’uscita e del 2019, intitolata Mays Plays Mays.

Mays ha sempre avuto grandi soddisfazioni dalla composizione e dall’arrangiamento. In tal senso, ha studiato brevemente negli anni ’60 con David Ward-Steinman a San Diego e a New York con Bob Brookmeyer e Manny Albam. Alcune delle sue maggiori ispirazioni sono state appunto Bob Brookmeyer, Gil Evans, Maurice Ravel, Thad Jones e Horace Silver.  La sua musica è stata eseguita da  una vasta gamma di formazioni e artisti, tra cui Carnegie Hall Jazz Band, Percy Faith Orchestra, Woody Herman Orchestra, Shelly Manne, Mark Murphy, Bud Shank, Bobby Shew, Marvin Stamm, Lew Tabackin, WDR Big Band e Phil Woods. Tra le opere pubblicate ci sono pezzi per pianoforte solista, suite per contrabbasso e pianoforte e per flauto e pianoforte, quartetti di sassofoni, per big band e orchestra sinfonica, musica per diversi film etc. Insomma, un musicista assolutamente completo da approfondire.

Propongo qui qualche suo filmato rintracciato in rete. Buon ascolto.

Cedar Walton/Clifford Jordan Quartet – 1975

Oggi pubblichiamo un bel concerto (completo di singole interviste) di un gruppo composto da alcuni dei protagonisti del cosiddetto “modern mainstream” anni ’70. Si tratta di un filmato riguardante il Cedar Walton/Clifford Jordan Quartet composto appunto dal pianista Cedar Walton, il tenorsassofonista Clifford Jordan e completato dai non meno eccellenti Sam Jones al contrabbasso e Billy Higgins alla batteria. Di Walton e Jordan abbiamo già trattato in articoli dedicati su questo blog, due grandi già emersi sulla scena jazz a fine anni ’50/ inizio ’60 tra le tantissime figure eccelse dello hard-bop del periodo. La discografia di Clifford Jordan meriterebbe oggi una degna riscoperta sia come improvvisatore ma anche come compositore.

Buon ascolto

A Swinging Christmas

La discografia jazz è colma di registrazioni dedicate alle musiche del Natale, alcune di buon livello, altre del tutto superflue, basate per lo più su banali motivazioni commerciali. Tuttavia, qualche bella eccezione c’è stata, con alcune interpretazioni diventate un “must” del periodo natalizio. Ve ne propongo qualcuna tra le mie preferite prodotte da grandi interpreti in ambito jazzistico.

Nell’augurare ai lettori di passare un sereno Natale, segnalo anche che il blog si prende qualche giorno di pausa con gli aggiornamenti che riprenderanno dopo la festività di Santo Stefano.

a risentirci presto.

The Comet Is Coming: NPR Music Tiny Desk Concert

La scena britannica della musica improvvisata è da sempre una delle più interessanti a livello europeo, ma da alcuni anni è protagonista in ambito contemporaneo internazionale. Tra i gruppi attivi più in vista, c’è senz’altro la formazione denominata The Comet is Coming, un trio strumentale, costituito dal sassofonista Shabaka Hutchings (alias King Shabaka), dal tastierista Dan Leavers (alias Danalogue) e dal batterista Max Hallett, che presenta una musica molto contaminata e proposta in modo ritmicamente energico, con l’utilizzo timbrico dell’elettronica e l’uso del riverbero. Il sassofonista è di chiara influenza coltraniana e suona nel concerto che sto per proporvi con una sonorità molto abrasiva.

Il trio costringe gli amanti del jazz fuori dalla loro zona di comfort e in un regno musicale tutto da esplorare. Insomma, qualcosa di diverso da ciò che usualmente proponiamo su questo blog. Buon ascolto e buon fine settimana pre natalizio.

Scott Robinson: Tenormore (Arbors, 2019)

R-13411950-1553713011-4145.jpegNon è mia abitudine partecipare a sondaggi o classifiche sui migliori dischi jazz dell’anno, per varie ragioni, tra cui anche l’assenza di un quadro pur minimo delle uscite più recenti, ma se dovessi quest’anno fare una nomination probabilmente punterei su questo disco di Scott Robinson dedicato tutto al sax tenore, probabilmente lo strumento da lui più amato (è stato anche il suo primo acquisto, nel 1975) tra la moltitudine di strumenti che il sessantenne polistrumentista americano utilizza e sa suonare perfettamente, non solo tra le ance. Un musicista in grado di suonare in qualsiasi contesto, dal jazz classico all’avanguardia, come dimostra la sua lunga lista di collaborazioni discografiche (Robinson è apparso in oltre 275 uscite in LP e CD, di cui 20 sotto la sua guida, con musicisti come Frank Wess, Roscoe Mitchell, Ruby Braff, Joe Lovano, Ron Carter, Paquito D’Rivera, David Bowie, Maria Schneider, Rufus Reid, Buck Clayton, Bob Mintzer, Frank Kimbrough, etc.) e dotato di una conoscenza profonda e pratica del linguaggio jazzistico in tutte le sue sfaccettature. Un musicista di gran spessore, poco conosciuto in Italia, ma stimatissimo negli Stati Uniti e che dovrebbe essere preso in grande considerazione dai direttori artistici delle manifestazioni nazionali dedicate al jazz, dove invece si preferisce proporre ad un pubblico sempre più invecchiato ed annoiato ripetitivi cartelloni privi di un benché minimo barlume di acume e fantasia organizzativa.

Sta di fatto che per dischi come questo diventa quasi inutile stare a descriverli a parole. Questo Tenormore si deve solo ascoltarlo tutto di un fiato, presentando tra l’altro una lista di brani molto variegata tra noti standard (l’iniziale And I Love Her eseguito in solo, The Good Life, Put On A Happy Face e una brillantissima versione ritmata di The Nearness of You) e proprie composizioni tra cui spiccano, oltre al brano eponimo, Tenor Eleven, un anomalo blues in 11 battute, lo swingante Tenor Twelve, The Weaver, che mette in luce tutto il quartetto completato dalla pianista/organista Helen Sung, il bassista Martin Wind e il batterista Dennis Mackrel, con l’aggiunta solo in questa traccia del flauto di Sharon Robinson.

Riccardo Facchi

Kai Winding, un americano di origini danesi

Credo che il trombonista Kai Winding (18 maggio 1922 – 6 maggio 1983) sia oggi uno dei jazzisti più dimenticati del jazz, eppure ha avuto alle spalle una carriera professionale ed artistica di tutto rispetto, arrivando persino al  successo commerciale quando negli anni ’60 registrò More di Riz Ortolani, il tema del film Mondo Cane. Ad aggravare la situazione, Kai Winding risultò purtroppo tra le centinaia di artisti il ​​cui materiale andò distrutto in un incendio del 2008 agli Universal Studios di Hollywood (California) assieme a partiture e master tape di circa 500.000 album e singoli che hanno dato forma alla storia della musica. Il che ha reso rintracciare oggi molte delle sue incisioni faccenda discretamente ardua, sicché è rimasto per lo più noto agli appassionati per le sue incisioni in coppia con il grande J.J. Johnson targate Jay &Kai.

Winding è nato il 18 maggio 1922 ad Aarhus, in Danimarca. Suo padre, Ove Winding, era un cittadino statunitense naturalizzato, per cui Kai e la famiglia tutta, sebbene nati all’estero, erano da considerare cittadini statunitensi. Kai si laureò nel 1940 alla Stuyvesant High School di New York City e quello stesso anno iniziò la sua carriera come trombonista professionista con la band di Shorty Allen. Successivamente, ha suonato con Sonny Dunham e Alvino Rey fino a quando è entrato nella Guardia costiera degli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale. Dopo la guerra, Winding ha avuto modo di entrare nell’orchestra di Benny Goodman, poi di Stan Kenton. E’ stato uno dei partecipanti alle storiche sessioni di Birth of the Cool nel 1949, apparendo su quattro delle dodici tracce. Nel 1954, su sollecitazione del produttore Ozzie Cadena, Winding iniziò una lunga associazione con Johnson, registrando eccellenti duetti di trombone per la Savoy Records e poi la Columbia arrivando a conquistare l’attenzione di pubblico e critica, componendo e arrangiando molte delle opere incise dai due.

Durante gli anni ’60, Winding iniziò un’associazione con Verve Records e il produttore Creed Taylor, pubblicando la prima versione di Time Is On My Side nel 1963 prima che fosse registrato da Irma Thomas e dai Rolling Stones. Winding ha nuovamente sperimentato diversi contesti musicali, registrato album da solista e persino Modern Country, un album di musica country registrato con Anita Kerr Singers. Ha seguito Creed Taylor quando si è proposto nella veste di produttore per le sue etichette A&M/CTI, realizzando ancora altri album in coppia con J.J.Johnson intitolati rispettivamente Israel (A&M/CTI, 1968), Betwixt & Between (A&M/CTI, 1968) e Stonebone (A&M/CTI [Japan], 1969). E’ stato anche  membro del gruppo All Stars denominato Giants of Jazz, che nel 1971 fu protagonista di una serrata tournée internazionale di concerti, rintracciabili sia su disco che in filmato.

Kai Winding è morto a causa di un tumore al cervello a New York City nel 1983. La sua discografia da leader presenta diversi titoli che datano dal 1945 (Loaded) sino al 1981 (Trombone Summit, per la tedesca MPS, registrato in compagnia di Albert Mangelsdorff, Bill Watrous, Jiggs Whigham), ma lo si ritrova anche in diverse partecipazioni da sideman in incisioni importanti di Stan Kenton, Pete Rugolo, Quincy Jones, Zoot Sims, di colleghi come Curtis Fuller e Carl Fontana, di cantanti come Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Tony Bennett, Dinah Washington, Chris Connor e persino occasionali incontri con Charlie Parker, Stan Getz, Gerry Mulligan, Paul Desmond e altri ancora. Propongo alcune tracce e filmati rintracciati in rete tra cui anche un duetto  con il nostro Dino Piana. Buon ascolto.

Swingin’ Till The Girls Come Home (Steeplechase – 1976)

Swingin'_Till_the_Girls_Come_HomeSembrerà strano a molti, soprattutto a chi pensa che il mainstream jazzistico sia musicalmente “facile”, ma per poter apprezzare il particolarissimo sassofonismo di Eddie “Lockjaw” Davis occorre molto ascolto e parecchia conoscenza del linguaggio sassofonistico improvvisato sin dai suoi inizi. Davis era in possesso di un suono e un approccio allo strumento talmente originali da risultare sempre riconoscibile sin dalle prime battute. Dotato di uno spiccato senso dello swing, la sua voce strumentale si è caratterizzata infatti per un tono molto “duro”, direi inconfondibile, per quanto sapesse utilizzare in modo costante nei suoi assoli effetti sonori ed espressivi tipici dei numerosi sassofonisti “neri” emersi tra anni ’40 e ’50, definiti come “honkers” (termine derivato da “honk”, ossia richiamante il verso starnazzante delle anatre ottenuto similmente proprio sullo strumento, e categoria a cui erano associati anche altri noti sassofonisti del periodo come Illinois Jacquet, Arnett Cobb, Jimmy Forrest, Gene Ammons, Willis Jackson, giusto per citarne qualcuno), di sostanziale derivazione R&B (bacino popolare comune di riferimento pressoché per tutti i grandi sassofonisti afro-americani della storia del jazz) e specializzati in infuocate battaglie sassofonistiche.

In molti pensano, sbagliando, che questo genere di sassofonismo sia oggi “superato”, basando il proprio pensiero sulla erronea idea che il cosiddetto “coltranismo” sia stato un passaggio chiave e definitivo da una concezione passata ad una più moderna del modo di suonare il sassofono nel jazz. Basterebbe verificare nelle nuove generazioni di sassofonisti afro-americani (Joshua Redman, Branford Marsalis o James Carter, giusto per citarne qualcuno) come invece il sassofonismo di Coltrane sia stato ormai metabolizzato e sedimentato assieme a tutto il resto e sia entrato nella storia del sassofono insieme a figure innovatrici antecedenti, come Coleman Hawkins, Lester Young, Ben Webster, piuttosto che Don Byas, Dexter Gordon, Lucky Thompson, sino a Sonny Rollins. Il malinteso sorge in base al solito improprio presupposto “progressista” mal applicato alla maggioritaria componente afro-americana del jazz, secondo cui il richiamo alla tradizione anche nel costruire “nuova” musica sarebbe un comportamento “conservatore”, quando invece è prassi costantemente presente, in forma rinnovata, in ambito culturale afro-americano.

Tutto questo preambolo solo per suggerire ai lettori di procurarsi esemplarmente un disco come quello che sto per proporvi, intitolato Swingin ‘Till the Girls Come Home è registrato da  Eddie “Lockjaw” Davis nel 1976 per l’etichetta Steeplechase, label che ha avuto il merito di documentare sin dagli anni ’60 l’arte di una serie di grandi artisti del mainstream (e non solo) che dopo l’avvento del Free Jazz avrebbero rischiato di sparire dai radar degli appassionati. Il sassofonista è in ottima forma in questo set in quartetto con una ritmica danese, composta dal pianista Thomas Clausen, dal bassista Bo Stief e dal batterista Alex Riel. I brani godibili sono molti, come quello che dà il titolo al disco, Locks, Love For Sale, Indiana, Out Of Nowhere e Ghost of a Chance. Ascoltare per credere, non ve ne pentirete.

Riccardo Facchi

Presentato Bergamo Jazz Festival 2020

BERGAMO JAZZ 2020 | Il Festival

Direzione Artistica di Maria Pia De Vito

Giovedì 19 marzo 2020

banner Bergamo Jazz 2020

Ore 18.00 | Museo della Cattedrale

LUCA AQUINO “Icaro Solo”

Luca Aquino tromba, electronics

Jazz in Città | In collaborazione con FONDAZIONE ADRIANO BERNAREGGI

Ore 19.00 | La Marianna

OQUK COLLECTIVE

Jossy Botte sax tenore, Andrea Candeloro tastiera, Carlo Bavetta contrabbasso, Antonio Leta batteria

Scintille di Jazz

Ore 21.00 | Teatro Sociale

MARCIN WASILEWSKI Trio

Marcin Wasilewski pianoforte, Slawomir Kurkiewicz contrabbasso, Michal Miśkiewicz batteria

In collaborazione con ISTITUTO POLACCO DI ROMA

CHRIS POTTER Trio with CRAIG TABORN & ERIC HARLAND

featuring BILL FRISELL

Chris Potter sax tenore, Bill Frisell chitarra, Craig Taborn Fender Rhodes, pianoforte, Eric Harland batteria

Jazz al Sociale

Ore 22.30 e 23.30 | Elav Circus

BEATRICE ARRIGONI Quartet

Beatrice Arrigoni voce, Lorenzo Blardone tastiera, Andrea Grossi contrabbasso, Matteo Rebulla batteria

Scintille di Jazz | Dopo Festival

Venerdì 20 marzo 2020

Ore 17.00 | Ex Oratorio di San Lupo

PAOLO ANGELI solo “22.22 Free Radiohead”

Paolo Angeli chitarra sarda preparata, electronics

Jazz in Città

Ore 19.00 | Elav Circus

MIRKO CISILINO “Effetto Carsico”

Mirko Cisilino tromba e ottoni vari, Filippo Orefice sax tenore, Beppe Scardino sax baritono, Marzio Tomada basso elettrico, Marco d’Orlando batteria

Scintille di Jazz

Ore 21.00 | Creberg Teatro

KENNY BARRON & DAVE HOLLAND TRIO featuring JOHNATHAN BLAKE

Kenny Barron pianoforte, Dave Holland contrabbasso, Johnathan Blake batteria

ENRICO RAVA – JOE LOVANO Quintet

Enrico Rava flicorno, Joe Lovano sax tenore, Giovanni Guidi pianoforte, Dezron Douglas contrabbasso, Nasheet Waits batteria

Jazz al Creberg | In abbonamento

Ore 22.30 e 23.30 | Spazio Polaresco

ROSA BRUNELLO Los Fermentos

Michele Polga sax tenore, Frank Martino chitarra, live electronics, Rosa Brunello basso elettrico, synth, Luca Colussi batteria

Scintille di Jazz | Dopo Festival

Sabato 21 marzo 2020

Ore 11.00 | Accademia Carrara

THEO BLECKMANN – HENRY HEY Duo

Theo Bleckmann voce, Henry Hey tastiere

Jazz in Città | In collaborazione con FONDAZIONE ACCADEMIA CARRARA

Ore 15.00 | Ex Oratorio di San Lupo

ROBERTO CECCHETTO – LIONEL LOUEKE Duo “Humanity”

Roberto Cecchetto chitarra, Lionel Loueke chitarra

Jazz in Città

Ore 15.30 | Via Tasso – Piazza della Libertà

MO’ BETTER BAND

Fabrizio Leonetti sax soprano, Luca Di Giammarco sax contralto, Antonio Marinelli sax contralto, Luigi Di Marco sax tenore, Riccardo Maggitti sax tenore, Italo D’Amato sax baritono, Gianmaria D’Alleva sax baritono, Alessandro Di Bonaventura tromba, Berardo Lannutti tromba, Giulio Filippetti tromba, Francesco Di Giulio trombone, Antonio Petrelli trombone, Marco Di Giammarco sousaphone, Andrea Giovannoli rullante, Michele Rapini cassa, Simone D’Alessandro percussioni

Jazz in Città | In collaborazione con ASSOCIAZIONE BORGO TASSO E PIGNOLO

Ore 17.00 | Auditorium di Piazza della Libertà

AARSET/RABBIA/PETRELLA “Lost River”

Gianluca Petrella trombone, Eivind Aarset chitarra, electronics, Michele Rabbia batteria, electronics

Jazz in Città

Ore 19.00 | Museo Bernareggi – Salone d’Onore

FRANCESCO CHIAPPERINI “InSight”

Francesco Chiapperini clarinetti, Simone Quatrana piano elettrico, Simone Lobina chitarra

Scintille di Jazz

Ore 21.00 | Creberg Teatro

JAKOB BRO TRIO featuring MARK TURNER

Mark Turner sax tenore, Jakob Bro chitarra, voce, Thomas Morgan contrabbasso, Joey Baron batteria

ANAT COHEN Tentet

Anat Cohen clarinetto, Oded Lev Ari direttore musicale , Nadje Noordhuis tromba, flicorno, Nick Finzer trombone, Owen Broder sax baritono, Sheryl Bailey chitarra, Christopher Hoffman violoncello, Vitor Goncalves fisarmonica, pianoforte, James Shipp vibrafono, percussioni, Tal Mashiach contrabbasso, Anthony Pinciotti batteria

Jazz al Creberg | In abbonamento

Ore 22.30 e 23.30 | Elav Circus

FEDERICO CALCAGNO “Liquid Identities”

Federico Calcagno clarinetti, José Soares sax alto, Adrian Moncada tastiera, Paul Sola violoncello, Nick Thessalonikes batteria

Scintille di Jazz | Dopo Festival

Domenica 22 marzo 2020

Ore 11.00 | Sala Piatti

JOHN SURMAN – KARIN KROG Duo

John Surman sassofoni, clarinetto basso, electronics, Karin Krog voce

Jazz in Città

Ore 12.00 | Bergamo Alta

MO’ BETTER BAND

Jazz in Città

Ore 15.00 | Sala Piatti

Jazz Club Concert

DAVID LINX – ANTONIO FARAÒ Duo

David Linx voce, Antonio Faraò pianoforte

Jazz in Città | In collaborazione con Jazz Club Bergamo

Ore 17.00 | Teatro Sociale

JOAO BOSCO Solo

Joao Bosco voce, chitarra

Jazz al Sociale

Ore 18.30 | Bergamo Alta

MO’ BETTER BAND

Jazz in Città

Ore 21.00 | Creberg Teatro

BRAD MEHLDAU Trio

Brad Mehldau pianoforte, Larry Grenadier contrabbasso, Jeff Ballard batteria

Jazz al Creberg | In abbonamento

 

Around BERGAMO JAZZ

BERGAMO FILM MEETING INAUGURA BERGAMO JAZZ

Domenica 15 marzo 2020 | Auditorium di Piazza della Libertà

Ore 15.30 Proiezione del film Les Félins (Crisantemi per un delitto) (1964)

di René Clément| colonna sonora di Lalo Schifrin

Ore 18.00 GABRIELE MITELLI – ROB MAZUREK Star Splitter Duo

Gabriele Mitelli cornetta, electronics, Rob Mazurek piccolo trumpet, electronics

Sonorizzazione del film Tartufo (1925)

di Friedrich Wilhelm Murnau

Jazz Featuring | In collaborazione con BERGAMO FILM MEETING

JAZZ MOVIE

Martedì 17 marzo 2020

Ore 21.00 | Auditorium di Piazza della Libertà

Proiezione del film Miles Ahead (2015)

di Don Cheadle

Jazz Featuring | In collaborazione con LAB80

JAZZ EXHIBITION

Mercoledì 18 marzo 2020

Ore 18.00 | Ex Chiesa della Maddalena

Inaugurazione della mostra fotografica

CLOSED SESSION di Jimmy Katz

A cura di Marco Pierini e Luciano Rossetti

La mostra sarà visitabile dal pubblico dalle ore 15.00 alle ore 19.00

nei seguenti giorni: 19-22 marzo | 28 marzo-29 marzo | 4-5 aprile

Jazz Featuring | In collaborazione con

COMUNE DI BERGAMO, Phocus Agency e afij – associazione fotografi italiani di jazz

IL JAZZ VA A SCUOLA

Dal 18 al 21 marzo 2020

Ore 9.00-12.00 | Auditorium di Piazza della Libertà

JAZZ e LETTERATURA

Progetto didattico rivolto agli studenti delle scuole primarie e secondarie di Bergamo e provincia.

Mercoledì 18 marzo 2020

The Jazz Jungle Book

Incontro riservato agli studenti delle scuole primarie

con Santa Lucia Gospel Choir diretto da Gabriella Mazza, Caterina Comeglio voce e autrice del testo letterario, Alessandro Bottacchiari tromba, Gabriele Comeglio clarinetto, Nicholas Lecchi sax baritono, Sara Collodel banjo, Claudio Angeleri pianoforte, Marco Esposito basso elettrico, Luca Bongiovanni batteria, Oreste Castagna attore

Giovedì 19, Venerdì 20 e Sabato 21 marzo 2020

Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino

Incontro riservato agli studenti delle scuole secondarie

con Oreste Castagna attore, Paola Milzani voce, Giulio Visibelli flauto e sax soprano, Virginia Sutera violino, Michele Gentilini chitarra, Claudio Angeleri pianoforte e composizione, Marco Esposito, basso elettrico, Luca Bongiovanni batteria, Maurizio Franco musicologo

Jazz Featuring | In collaborazione con CDpM EUROPE

Aspettando BERGAMO JAZZ

Domenica 12 gennaio 2020

Ore 19.00 | Macondo Bibliocafe

GABRIELE BOGGIO FERRARIS “Monk Vibes”

Gabriele Boggio Ferraris vibrafono

Mercoledì 22 gennaio 2020

Ore 21.30 | Spazio Polaresco

MINDCATS
Tommaso Lando
chitarra, Francesco Chebat tastiere e basso synth, Luca Bongiovanni batteria

Giovedì 23 gennaio 2020

Ore 21.00 | Teatro Modernissimo – Nembro

FOR A WHILE… PROFUMO DI VIOLETTA

GIANLUIGI TROVESI featuring ORCHESTRA SALMEGGIA e Gianni Bergamelli

Gianluigi Trovesi progetto e composizioni, Stefano Montanari direttore, Stefano Guarino arrangiamenti, Gianni Bergamelli direzione artistica

Orchestra Salmeggia, Gianluigi Trovesi clarinetti, Fulvio Maras percussioni

Venerdì 31 gennaio 2020

Ore 21.15 | Cineteatro Gavazzeni – Seriate

JW Orchestra featuring Paolo Manzolini “Jazz and Movies”

Mercoledì 5 febbraio 2020

Ore 21.30 | Spazio Polaresco

CRISTIANO POMANTE TRIO

Cristiano Pomante vibrafono, Marco Rottoli contrabbasso, Stefano Grasso batteria

Venerdì 14 febbraio 2020

Ore 21.15 | Cineteatro Gavazzeni – Seriate

JW Orchestra “La…Carmen”

Domenica 16 febbraio 2020

Ore 19.00 | Macondo Bibliocafe

GRAZIANO GATTI TRIO

Graziano Gatti cornetta, Roger Rota, sassofoni, Filippo Monico, batteria

Mercoledì 19 febbraio 2020

Ore 21.00 | Spazio Polaresco

I 75 anni di Musica Jazz”

Incontro con Luca Conti e Roberto Masotti

In collaborazione con BERGAMO RACCONTA

A seguire…

MALACARNE/GALLO/SALA Trio

Paolo Malacarne tromba e flicorno, Danilo Gallo basso elettrico, Filippo Sala batteria

Mercoledì 4 marzo 2020

Ore 21.30 | Spazio Polaresco

KALEIDO TRIP
Davide Capoferri
chitarra, Matteo Belotti basso, Luca Bongiovanni batteria

Domenica 8 marzo 2020

Ore 19.00 | Macondo Bibliocafe

NÙES DUO

Francesco Baiguera chitarra, Silvia Lovicario viola da gamba, voce


Prezzi abbonamenti e biglietti Concerti al Creberg Teatro

Abbonamenti da 45,00 a 83,00 €; ridotti da 40,00 a 75,00 €

Biglietti singoli concerti da 20,00 a 37,00 €, ridotti da 15,00 a 28,00 €.

Biglietti altri concerti

Da 5,00 a 15,00 €; ridotti da 3,00 a 11,00 €

Concerti sezione Scintille di Jazz e mostra di Jimmy Katz Ingresso gratuito fino a esaurimento posti

Calendario vendita abbonamenti e biglietti:

Concerti fuori abbonamento a pagamento: dal 28 gennaio 2020

Rinnovo abbonamenti: dal 28 gennaio al 1° febbraio 2020

Nuovi abbonamenti: dal 6 febbraio 2020

Biglietti singole serate al CREBERG TEATRO: dal 13 febbraio 2020

Gli abbonati alle tre serate al Creberg Teatro usufruiscono di riduzioni sui concerti a pagamento fuori abbonamento.

BIGLIETTERIA

c/o PROPILEI DI PORTA NUOVA

Largo Porta Nuova, 17 – Bergamo

Tel. 035.4160 601/602/603

E-mail biglietteria@fondazioneteatrodonizetti.org

Orari:

Da martedì a sabato | ore 13.00-20.00

Domenica 25 marzo | ore 17.00-20.00

c/o ALTRI LUOGHI DI SPETTACOLO

La biglietteria apre 1 ora e mezza prima dell’inizio del concerto

www.teatrodonizetti.it

info@fondazioneteatrodonizetti.org

Ufficio Stampa Bergamo Jazz

Roberto Valentino

Tel. 335 5201930

valentino@fondazioneteatrodonizetti.org

Vijay Iyer Trio, Live

Concludiamo questa problematica settimana sul piano personale con la proposta di una tra le tante interessanti esibizioni pubbliche ospitate da NPR Music presso il Tiny Desk di Bob Boilen in Washington, DC. impegnati a fornire un panorama ampio e diversificato di nuovi o già affermati talenti da evidenziare tra quelli presenti nella scena musicale americana.

Oggi è la volta del Trio di Vijay Iyer, uno dei pianisti di maggior riscontro in ambito jazzistico contemporaneo. Buon ascolto e buon fine settimana.

Un inno all’Atalanta Bergamasca Calcio

Spero perdonerete il congenito provincialismo della proposta odierna, sicuramente parecchio “derivativa” dall’usuale argomento musicale affrontato da questo blog, ma oggi per Bergamo e Provincia è un giorno di festa sportiva senza precedenti, regalato ieri sera dalla sua formazione calcistica che si è qualificata agli ottavi di Champions League per la prima volta nella sua storia e alla prima sua partecipazione. Una sorta di miracolo calcistico per come era malamente iniziata questa avventura. Per un jazzofilo bergamasco come il sottoscritto e’ un po’ come se al festival del jazz di Bergamo, il cui programma sta per essere annunciato nella presentazione di sabato prossimo, fosse proposta la reincarnazione degli spiriti di Charles Mingus (che peraltro venne a Bergamo nel 1975 con il suo fantasmagorico quintetto) o di John Coltrane, piuttosto che di Miles Davis.

Abbiate pazienza, oggi propongo l’inno scritto parole e musica dall’amico pianista bergamasco Carlo Magni nella primavera del 2017 e commissionato dalla società calcistica bergamasca. Oltre al coro e all’orchestra al piano siede l’autore stesso coadiuvato alla batteria anche dall’amico Mauro Beggio.

Riccardo Facchi

John Scofield esegue “Quiet And Loud Jazz”

In questi giorni ho qualche difficoltà a scrivere articoli impegnativi. Tanto meglio, si potrebbe dire, così si dedica più spazio alla musica che alle parole.

Propongo perciò questo bel concerto di John Scofield con tanto di sfondo orchestrale in grado di esaltare le qualità solistiche del grande chitarrista. Uno dei miei proferiti tra quelli attivi sulla scena contemporanea del jazz.

buon ascolto.

Un concreto esempio di composizione istantanea

Avvertenza per i lettori – Causa alcuni contrattempi improvvisamente sorti, questa settimana le pubblicazioni degli aggiornamenti quotidiani potrebbero non essere assicurate e/o avvenire in orari diversi distribuiti in giornata.


Che cosa si intende per “composizione istantanea” nel jazz? Domanda non semplicissima a cui rispondere. Come noto il jazz si basa su una cultura orale più che scritta nel creare musica, secondo la quale non si passa necessariamente da quella fase di riflessione e di estensione temporale su carta (comprensiva di eventuali correzioni), che è tipica della composizione scritta (anche se la musica può comunque sgorgare di getto anche all’atto della scrittura stessa). Oltre a ciò, il jazzista fa uso sistematico dell’improvvisazione. La domanda che di conseguenza potrebbe venire spontanea è: “basta improvvisare per poter parlare in automatico di composizione istantanea?” Oppure, detta in modo leggermente diverso: “Qualsiasi improvvisazione può essere considerata per sua natura una composizione istantanea”?

In teoria si potrebbe dare semplicisticamente una risposta affermativa, ma nella pratica si può constatare come non tutte le improvvisazioni possano manifestare una logica, un senso e un rigore formale paragonabili a quelli che si potrebbero ottenere per via scritta. All’atto dell’ improvvisazione, il processo di formazione della stessa si basa molto sul “qui ed ora” ma anche basandosi su un background di studio, di prove e di esperienze accumulate e maturare dal musicista stesso nel tempo, prima dell’esecuzione. Ne consegue che, almeno per quel che mi riguarda, solo in alcuni casi si può realmente parlare di autentica composizione istantanea, o comunque, non tutti gli improvvisatori (e non sempre anche per lo stesso improvvisatore) sono in grado di produrre improvvisazioni con caratteristiche paragonabili alle composizioni scritte.

In ogni caso, nella vastissima discografia jazz, perlomeno in quella dei grandi jazzisti, è possibile rintracciare con una certa frequenza delle composizioni istantanee di altissimo livello. Tra i tanti esempi che potrei portare, scelgo oggi  la celebre versione di These Foolish Things di Lester Young prodotta per l’etichetta Aladdin nel 1945. Nel caso specifico, tra l’altro, Young si propone addirittura in un processo di ri-composizione del tema base, al di là della successiva improvvisazione. Egli infatti modifica sin dall’inizo la melodia originaria, proponendone di fatto una nuova, ovviamente rispettandone la struttura. Ora, è anche vero che raramente il jazzista suona il tema di qualsiasi canzone esattamente come scritta dagli autori, anzi direi che, al contrario, ciò non avviene quasi mai, per la presenza di abbellimenti, sostituzioni di accordi e quant’altro, ma, nel caso specifico, davvero il sassofonista pare inventare una melodia del tutto nuova. Ci si può rendere conto della cosa confrontando questa versione con quella registrata l’anno precedente, pur validissima, prodotta per la Savoy, decisamente più prossima al tema originario e che qui vi propongo in aggiunta, giusto per completezza di ascolto e tangibile raffronto.

Roy Haynes tra i maestri della batteria jazz

Tra i batteristi fondamentali del jazz moderno la citazione per Roy Haynes (nato nel marzo 1925 a Boston, nel Massachusetts) credo sia d’obbligo, in quanto si tratta (è infatti ancora vivo e musicalmente attivo alla bella età di 94 anni!) di uno dei più importanti batteristi del jazz moderno. Tutti gli appassionati ricorderanno come seppe sostituire brillantemente Elvin Jones nel quartetto di John Coltrane alla sua famosa esibizione la festival di Newport del 1963, ma in realtà Haynes ha suonato e registrato con tanti grandi protagonisti del jazz moderno. Iniziò infatti la sua carriera professionale nel 1945 con Lester Young dal 1947 al 1949. Nel corso degli anni ’50, inanellò una serie di importanti collaborazioni, lavorando con Charlie Parker (1949-1952), Bud Powell, Stan GetzThelonious MonkLennie Tristano, Phineas NewbornMiles Davis, tra gli altri. Negli anni ’60 continuò la sua carriera di sideman di lusso ancora  nei gruppi di Stan Getz ma anche al fianco di Eric Dolphy, John Coltrane, Jackie McLean, Chick Corea e Gary Burton, intensificando anche la sua attività da leader di propri gruppi, dopo le iniziali incisioni prodotte nel 1954. Da lì è diventato uno dei batteristi più richiesti e più registrati della scena jazz, oltre ad essere  ritenuto uno degli strumentisti più originali e duttili del jazz moderno (“Snap Crackle” era un soprannome che gli era stato dato negli anni ’50), praticamente frequentandone tutti gli stili: dal bebop all’avanguardia, accompagnando con la stessa disinvoltura anche una cantante come Sarah Vaughan.

Tra le sue incisioni da leader si segnalano lo splendido Out of The Afternoon (1962), inciso in quartetto con la presenza di Tommy Flanagan e Rahsaan Roland Kirk, Cracklin’ (1963), con Booker Erwin e Ronnie Matthews, Senyah (1973), con George Adams e Marvin Peterson, sino al particolare Thank You Thank You (1977), registrato con una autentica All Stars di musicisti tra cui Bobby Hutcherson, Stanley Cowell, Milcho Leviev, John Klemmer, Ron Carter e Cecil McBee. Praticamente ha suonato con tutti i maggiori protagonisti del jazz di ogni epoca. Negli ultimi tempi ha prodotto una serie di ottimi album con le etichette Verve e Dreyfus. I riconoscimenti relativi alla sua statura furono abbastanza tardivi: nel 1994, Haynes fu insignito del prestigioso premio Danish Jazzpar Prize e nel 2004 fu inserito nella Down Beat Jazz Hall of Fame. Nel 2011 gli è stato assegnato un Grammy Award alla carriera.

Propongo qui alcuni esempi della sua arte batteristica scegliendo tra le tante possibili sue incisioni e/o partecipazioni. Buon ascolto.

Jazztet Reunion con Art Farmer, Benny Golson & Curtis Fuller, live 1982

Nel jazz le rimpatriate tra musicisti raramente riescono a restituire la freschezza originaria della musica, viene come minimo a mancare quell’effetto sorpresa che in ambito improvvisato ha sempre il suo peso. Tuttavia, quando il livello dei musicisti è veramente elevato si riesce comunque a garantire l’ascolto di buona musica. E’ il caso di questo concerto che ho rintracciato in rete e che ripropone una delle formazioni principali del cosiddetto hard-bop a cavallo tra anni ’50 e ’60, ossia il Jazztet diretto da Art Farmer e Benny Golson con la presenza di altri grandi nomi come Curtis Fuller e un giovane McCoy Tyner, formazione che in quegli anni ci ha lasciato preziose testimonianze discografiche. Nel filmato, che riprende un concerto al North Sea Jazz Festival  del 1982, la front line è rimasta intatta, ma la sezione ritmica è stata totalmente rimpiazzata con Mickey Tucker (grande pianista un po’ dimenticato) al pianoforte, da Rufus Reid al contrabbasso e da Albert “Tootie” Heath alla batteria.

Buon ascolto e buon fine settimana.