Yesterdays in versione “must”

Che Stan Getz sia stato il più grande tenorsassofonista “bianco” della storia del jazz, credo vi siano pochi dubbi, di conseguenza è inseribile nell’olimpo dei grandi dello strumento, assieme ai colleghi afro-americani. Non a caso era da loro assai stimato e non solo dai sassofonisti. Pare che Coltrane ne avesse grande stima e Dizzy Gillespie, che in fatto di tecnica strumentale e linguaggio improvvisativo se ne intendeva come pochi altri, lo considerava una specie di “mostro di bravura” anche sul terreno del fraseggio serrato su tempi “impossibili”. Basterebbe ascoltare cosa combina in Be-bop tratto da For Musicians Only, un Verve a nome dello stesso Gillespie, per rendersene conto. Il suo suono era così peculiare e di suadente bellezza da arrivare a conquistarsi un nomignolo come “The Sound”, sorta di Frank Sinatra del sassofono. A tal proposito, mi è stato riferito da chi lo ha conosciuto, che Getz abbia raccontato di aver ottenuto quel suono quasi per sbaglio, nel senso che era derivato da un suo errore di impostazione iniziale a livello di imboccatura sullo strumento e di modalità scorretta nella gestione del flusso d’aria. Poi, certo, si può anche modellare il suono con degli accorgimenti e delle scelte sugli accessori dello strumento che possono modificarlo di base. Ad esempio la scelta del tipo di bocchino (quello di bachelite dà un suono più morbido di quello metallico), la durezza dell’ancia (che in realtà ha più a che fare con l’attacco delle note), ma molto dipende anche dalla struttura fisica di chi suona. Se ci fate caso, molti grandi sassofonisti che posseggono un suono particolarmente potente hanno un collo molto sviluppato e una capacità toracica notevole. Tutto quel che si vuole, ma insomma, ciascuno strumentista ha la possibilità di personalizzare il proprio suono e in pochi sono riusciti a farlo nel modo così distintivo come è accaduto a Stan Getz.

Oggi propongo una sua versione di un celeberrimo standard che vanta moltissime interpretazioni memorabili su diverse tipologie di strumento. Pare che il tema di Jerome Kern composto nel 1933 fosse prediletto dai jazzisti più che altro per la sua adattissima struttura armonica ai fini dell’improvvisazione. Sta di fatto che Getz riesce a darne una sua lettura personale, in cui le doti relative al suo spiccato senso della forma e della costruzione dell’assolo emergono in tutta la loro chiarezza. Il brano è tratto da Voyage, un disco capolavoro del suo ultimo memorabile periodo creativo con Kenny Barron al piano, George Mraz al contabbasso e Victor Lewis alla batteria. Grande formazione e grande jazz.

r-2505894-1287728139-jpegYesterdays

 

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