Don Friedman in ricordo di Booker Little

Pochi si ricorderanno di Don Friedman, uno dei tanti “unsung hero” del jazz (deceduto poco più di un anno fa in un silenzio quasi assoluto), ma è stato un eccellente pianista emerso negli anni ’50 sulla West Coast, la cui produzione discografica da leader, che meriterebbe più attenzione, risale però solo agli anni ’60.

Donald Ernest Friedman è nato il 4 maggio 1935 a San Francisco. I suoi genitori amavano la musica classica e possedevano un pianoforte. Ha perciò iniziato a suonare all’età di quattro anni e a cinque anni a prendere sistematiche lezioni di pianoforte. All’età di 15 anni, la sua famiglia si trasferì nella valle di San Fernando a Los Angeles. Due anni dopo ha iniziato ad ascoltare nei dintorni di Hollywood il jazz prodotto dalle band di Les Brown, Stan Kenton e Billy May. I solisti di Kenton (di cui abbiamo parlato proprio ieri) Lee Konitz, Conte Condoli e Frank Rossolino hanno ispirato il giovane Friedman spostando i suoi interessi dalla musica classica al jazz. Si mise a studiare jazz al Los Angeles City College approfondendo nel contempo l’ascolto delle registrazioni di Charlie Parker, Sonny Rollins e Miles Davis. A metà degli anni ’50 Los Angeles era la capitale del West Coast Jazz e Friedman lavorava in città con gruppi che includevano Shorty Rogers, Chet Baker, ma anche Dexter Gordon, esibendosi anche con giovani, allora pressoché sconosciuti, come Ornette Coleman e Scott LaFaro. Nel 1956 Buddy DeFranco lo assunse per un tour che includeva concerti al Birdland di New York e al Basin Street. Quel tour fu un punto di svolta per la sua carriera e l’esperienza lo convinse nel 1958 a lasciare la California per New York. Nello stesso periodo anche il bassista Scott LaFaro si trasferì nella Grande Mela e i due, che, come accennato, già si conoscevano, formarono una stretta amicizia andata ben oltre il fatto professionale.

In questo periodo Friedman ha avuto modo di suonare per jazzisti come Pepper Adams, Jimmy Giuffre, Charles Lloyd, Chuck Wayne, John Handy, Elvin Jones, Herbie Mann e Booker Little, per il quale partecipò nel 1960 alla registrazione del suo capolavoro Out Front

Le sue prime registrazioni da leader furono per la Riverside di Orrin Keepnews, incise tra il 1961 e il 1964: i primi tre album con il suo trio, il quarto in compagnia del chitarrista tedesco Attila Zoller. Questi lavori furono molto apprezzati dalla critica, arrivando nel 1965 a ottenere la nomina di New Star nel sondaggio annuale dei critici di Down Beat. Pur essendo influenzato in ambito di trio da Bill Evans, il suo pianismo non rimase necessariamente legato all’ambito tonale, producendo anche dischi molto avanzati come Metamorphosis (1966). Alla fine degli anni ’60 Friedman iniziò una associazione con Clark Terry, lavorando nella sua big band, iniziando anche l’attività di insegnante all’Università di New York. Da allora ha continuato ad essere molto richiesto come pianista e educatore jazz, frequentando regolarmente gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone con gruppi di primo piano. La sua produzione discografica si è diradata negli anni ’70 e ’80, ma il suo stile lirico, la sua padronanza tecnica sono rimasti intatti e ben documentati negli anni ’90 (indispensabile la sua prestazione in solo documentata nella serie alla Maybeck Recital Hall della Concord) e Duemila.

Per l’occasione propongo una sua rilettura (effettuata in prossimità della sua scomparsa) di una brillante composizione del grande Booker Little contenuta proprio nel già citato capolavoro Out Front. Si tratta di Strength and Sanity, nella quale si può apprezzare tutta la sua sapienza musicale e pianistica perfettamente conservata nel tempo.

Buon ascolto e buon fine settimana con Don Friedman.

L’eloquenza sonora del “Kenton Sound”

Nonostante oggi sia quasi dimenticato (anche a causa del diradarsi delle occasioni per sentire oggi del jazz orchestrale in concerto) e sia stato più volte bistrattato nel corso dei decenni dalla critica, Stanley Newcomb Kenton (Wichita, 11 dicembre 1911 – Los Angeles, 25 agosto 1979) è comunque da considerare tra le grandi figure che hanno saputo segnare la storia del jazz per big band. La sua orchestra, caratterizzata da un suono quasi inconfondibile (il cosiddetto “Kenton sound”) squillante fino all’eccesso e opulento nella strumentazione, specie per quel che concerne la sezione ottoni, sapeva in realtà essere sapiente e seducente, anche grazie alla collaborazione di diversi grandi arrangiatori che ha avuto alle sue dipendenze nel corso dei decenni, quali: Pete RugoloLennie NiehausGene Roland, Gerry Mulligan, Bill HolmanBill Russo, Johnny Richards e lo sperimentatore Bob Graettinger. Senza contare che nelle sue fila hanno militato molti dei jazzisti bianchi che si sono poi saputi affermare nel jazz come grandi solisti e strumentisti: Art Pepper, Lee Konitz, Lennie Niehaus, Bus Shank, Gabe Baltazar tra i contraltisti, Vido Musso, Bill Holman, Bob Cooper, Richie Kamuca, Bill Perkins tra i tenorsassofonisti; Shorty Rogers, Maynard Ferguson, Conte Candoli, Al Porcino tra i trombettisti; Milt Bernhart, Eddie Bert, Frank Rosolino, Kai Winding Carl Fontana tra i trombonisti; Laurindo Almeida e Sal Salvador tra i chitarristi; Eddie Safransky e Don Bagley tra i bassisti, Shelly Manne e Stan Levey tra i batteristi.

Kenton è sempre stato descritto come un reazionario bianco dal punto di vista delle idee politiche e accusato pure di razzismo da parte della critica (celebre la sua polemica pubblica con Leonard Feather, in proposito, ma difeso da Nat Hentoff, che su Down Beat aveva di lui scritto: “Stan è libero da ogni pregiudizio di ogni tipo, come ogni uomo che io conosco“), poiché scarseggiavano nella sua orchestra orchestrali afro-americani, ma le sue idee in ambito musicale furono assai ardite e sperimentali, anche se un po’ troppo strombazzate, con utilizzo di etichette altisonanti un tantino pretenziose in termini di supposta innovazione. Denominazioni come Artistry in Rhythm, Innovations in Modern Music, Contemporary Concepts, che venivano associate alle varie edizioni della sua orchestra, o ai titoli di suoi album, risultavano un po’ esagerate, ma in ogni caso indicavano sempre il suo sincero sforzo di gettare un ponte tra il jazz e altre culture musicali: la musica colta classica e contemporanea, la musica latina e in particolare afro-cubana, di cui può essere considerato uno dei pionieri dei relativi processi di commistione linguistica.

Kenton fu un direttore d’orchestra dalla disciplina ferrea, che richiedeva strumentisti di grande talento e preparazione. I componenti delle sue orchestre erano normalmente solisti di prim’ordine, o come accennato, si rivelarono poi tali. Resta di lui e della sua orchestra una grande e imponente discografia assai più varia ed interessante di quanto non si sia detto in passato. L’ultimo suo esperimento di rilievo fu la sua orchestra mellofonica nel periodo 1960-1963. Nonostante le difficoltà nel mantenere i 4 mellofoni in intonazione (che formavano una sezione propria e separata), questa particolare orchestra ebbe i suoi momenti esaltanti. Dal 1963 in poi, la sua orchestra iniziò a essere composta da giovani musicisti al posto di solisti affermati. Gli arrangiamenti continuavano a essere intricati e complessi, ma dopo il distacco da Gabe Baltazar (contraltista che meriterebbe una riscoperta) nel 1965, Kenton non riuscì più a formare nuovi allievi di gran livello, come in passato, con l’eccezione del batterista Peter Erskine e del trombettista Tim Hagans. Kenton iniziò a rivolgere molto del suo tempo alla didattica, conducendo un gran numero di clinics e rendendo disponibili alle orchestre dei college e delle università le sue composizioni. Kenton continuò a dirigere e far concerti con la sua big band fino alla morte, avvenuta nel 1979.

Senza dubbio la musica di Kenton si differenzia parecchio a livello di scelte dai riferimenti del jazz classico per big band, ossia quelli di Duke Ellington, Count Basie, Lionel Hampton, piuttosto che Woody Herman. Un elemento che contraddistinse il sound di Kenton in molte sue registrazioni, fu l’accostamento di veri e propri muri sonori di fiati (trombe, tromboni), spinti al massimo, talvolta alla dissonanza, anche su temi e melodie tranquille, ma l’imprevedibilità fu sempre un elemento percepibile nelle sue scelte, tant’è che in molti suoi brani spesso non si è  in grado di capire cosa accadrà dopo. Nonostante il suo girovagare tra idee musicali molto diverse tra loro, anche molto distanti dal jazz solitamente inteso (si pensi a dischi come City of Glass, in cui si lanciò in procedure da musica contemporanea con le sperimentali, quasi velleitarie, idee del suo arrangiatore Bob Graettinger), nella sua musica è sempre stata presente una notevole attenzione allo swing jazzistico, all’improvvisazione e agli aspetti della elaborazione ritmica, che nel jazz sono sempre stati peculiari e distintivi.

Ne porto qui alcuni esempi tratti sia dalla sua discografia, sia da un bel video che ho rintracciato in rete, ma nella sua ampia discografia c’è molto altro da ascoltare e riascoltare con la giusta attenzione. Buon ascolto.

In ascolto del “Black Moses”

Ogni tanto su questo blog, che non a caso non è intitolato soltanto al jazz, tratto argomenti relativi al mondo più ampio della “black music” e ai migliori artisti (e non sono così pochi) che la musica popolare afro-americana ha saputo produrre, al di là del loro riscontro commerciale. Lo faccio perché col tempo ho imparato che per meglio comprendere certi aspetti del jazz e intorno al jazz è necessario collocarlo in quel complesso e articolato bacino culturale fatto di un inestricabile intreccio di vernacoli musicali assai arduo da districare, ma che ne ha dato l’origine e contribuito alle sue successive trasformazioni, la cui conoscenza è in realtà indispensabile. Al contrario, da noi il jazz è sempre stato visto in termini separati e distaccati da quell’ambito, seguendo un concetto di separazione tra musica d’arte e di intrattenimento che in realtà si rivela spesso forzato, se non del tutto improprio nel contesto culturale americano.

Isaac Lee Hayes (Covington, 20 agosto 1942 – Memphis, 10 agosto 2008) è stato un musicista e cantante molto popolare e di grande rilievo in ambito di soul e pop afro-americano, ma si è saputo distinguere anche nei panni di attore e doppiatore nel settore cinematografico. Il suo nome è infatti legato soprattutto al tema di Shaft (Theme From Shaft), uno dei film più importanti del cosiddetto filone della “Blaxploitation“, emerso nei primi anni ’70, in cui si produssero diversi film con soggetti, trame e attori tutti afro-americani. Il brano ha raggiunto la prima posizione nella Billboard Hot 100 per due settimane e ha reso Hayes universalmente celebre facendolo vincere l’Oscar nel 1972 per la miglior canzone originale, la prima volta per un compositore nero.

Hayes, che prese anche l’impegnativo soprannome di “Black Moses“, è stato uno degli artisti più importanti dell’etichetta discografica Stax Records, dedicata alla musica soul, che negli anni Sessanta e Settanta era la principale antagonista della celebre Motown nel campo della black music. Hayes era di Covington, nel Tennessee. Rimasto orfano in giovane età, venne allevato dai nonni materni. Iniziò a cantare nel coro della chiesa all’età di 5 anni, imparando da autodidatta nel prosieguo a suonare diversi strumenti musicali. Provenendo da famiglia povera, in quegli anni lavorò anche come raccoglitore di cotone. Agli inizi degli anni ’60 iniziò a lavorare per la Stax Records come autore insieme a David Porter, scrivendo canzoni per artisti famosi, alcune di successo, come Soul Man e Hold on! I’m comin‘. Nel 1968 uscì il suo primo album Presenting Isaac Hayes che non ebbe successo. Nel 1971 compose il tema musicale del film Shaft il detective; la colonna sonora, come accennato, ebbe un successo planetario. Di nuovo con la Stax, nel 1972, prese parte all’album Feel the Warm di Billy Eckstine nella triplice veste di tastierista, direttore di produzione e autore (I wonna be your baby).

Hayes è apparso anche in diversi film: nel 1981 è nel cast di 1997: Fuga da New York, nel ruolo del gangster “il Duca”. Nel 1998 è una delle molte celebrità del soul, blues e rhythm & blues in Blues Brothers – Il mito continua, chiamato dal regista John Landis a far parte della band Louisiana Gator Boys, che sfida i Blues Brothers nella battaglia tra bande patrocinata da una strega voodoo. Nel 2008 recita sé stesso in Soul Men insieme a Samuel L. Jackson e Bernie Mac. Il film è dedicato proprio a Isaac e Bernie, entrambi morti per triste coincidenza a poche ore di distanza tre mesi prima dell’uscita del film.

Alcuni suoi album incisi in carriera sono a mio avviso altamente consigliabili per poter apprezzare le qualità della sua voce profonda e cavernosa, quasi erotica, e le sue non trascurabili doti musicali. Alcuni arrangiamenti orchestrali in accompagnamento della sua voce sono scritti da lui stesso e sono più che degni di attenzione. In questo senso è indispensabile l’ascolto del suo Live at The Sahara Tahoe, un album doppio che contiene un campionario di successi interpretati al suo meglio, presentando un articolato repertorio di canzoni scritte da autori diversi come Burt Bacharach (The Look of Love), Bill Whiters (Ain’t No Sunshine), Carole King (It’s Too Late), Jim Morrison (Light My Fire) e Clifton Davis (Never Can Say Goodbye), come consigliabili sono anche Black Moses e  Hot Buttered Soul.

Per l’occasione propongo tre brani che mostrano diversi aspetti della sua musicalità, tra cui la sua versione di Never Can Say Goodbye, una canzone scritta da Clifton Davis, ed originariamente registrata dai Jackson 5, di cui sono state registrate negli anni successivi numerose cover, fra cui la più celebre rimane senz’altro quella del 1974 di Gloria Gaynor. Della canzone furono incise anche alcune versioni da artisti jazz come Cal Tjader,  Rahsaan Roland Kirk e Herbie Mann.

Buon ascolto.

Clifford Jordan suona “John Coltrane”

Ho sempre preso con circospezione gli scritti e la letteratura intorno alle icone e ai miti del jazz, perché spesso conditi da una aneddotica tendente alla favola, da valutazioni sulla musica che sfiorano il fanatismo piuttosto che l’equilibrio critico, oltre ad osservare una certa tendenza a “tirare per la giacchetta”, per così dire, la relativa opera prodotta assecondando i gusti e le passioni dell’autore di turno di certi scritti. A rafforzare il mito ben oltre il mero fatto musicale, contribuisce spesso la morte in giovane età dell’artista in questione, specie se avvenuta in circostanze tragiche.

In questo mese di luglio 2017, si è celebrato il cinquantesimo anniversario dalla morte di un mito del jazz e del sassofonismo quale è stato John Coltrane e gli scritti, come era prevedibile, si sono sprecati, sciorinando (purtroppo), il solito campionario di cliché e stereotipi sull’artista: la svolta free, il campione del free e dell’avanguardia, lo spiritualismo, i suoi assoli senza soluzione di continuità etc.etc. Insomma, scritti che potevano essere stati concepiti all’epoca della sua morte (o trent’anni fa, piuttosto che venti, o dieci) per come non aggiungano nulla a quanto già non si sapesse, o che contengano un minimo di analisi critica che valuti meglio l’influenza sul jazz aggiornata alla nostra contemporaneità.

Nella circostanza, personalmente non ho qui la pretesa di lanciarmi in analisi critiche che non si possono certo liquidare in poche righe, ma provo a porre delle questioni o fare alcune considerazioni personali da prendere come spunti di eventuale riflessione per chi avesse la bontà di leggermi:

  • a distanza di 50 anni, quale è il peso effettivo e quanto è ancora percepibile l’onda lunga dell’influenza di Coltrane sul jazz e gli improvvisatori di oggi, anche in relazione al contributo fondamentale dato da altri protagonisti suoi contemporanei come, ad esempio, Miles Davis, Ornette Coleman o Eric Dolphy?
  • Qual è il suo peso sul tenorsassofonismo odierno e sulle relative giovani leve sassofonistiche, rispetto a quello esercitato da sassofonisti a lui antecedenti (es: Coleman Hawkins, Lester Young, Ben Webster, Don Byas, Lucky Thompson etc.), o venuti dopo di lui (es: Albert Ayler, Joe Henderson, Wayne Shorter, o Michael Brecker)?
  • il fenomeno del cosiddetto “coltranismo” e del post-coltranismo, che ha prodotto parecchi proseliti e continuatori, si è da tempo esaurito, o è ancora oggi ben presente tra gli improvvisatori?
  • da più parti ho letto che l’ultimo periodo del sassofonista di Hamlet (quello post A Love Supreme, per intenderci) sarebbe stato per lo più sottostimato o trascurato dai più, essendo non meno influente del precedente. Stanno così realmente le cose?

Naturalmente ho delle mie opinioni articolate al riguardo che, ripeto, nella circostanza non ritengo essere qui la sede adeguata per svilupparle, ma mi piacerebbe conoscere il pensiero di altri in merito, cercando appunto di separare il più possibile il mito dal musicista e la sua opera.

Posso solo osservare che l’attento ascolto di ciò che hanno prodotto i musicisti e i colleghi sassofonisti dopo la sua morte potrebbe suggerire parecchie risposte. In linea di massima, diffido dei dischi dedica (e nel caso di Coltrane davvero si sono sprecati e si sprecano) in cui si riprendono i cavalli di battaglia dell’artista oggetto di attenzione, a volte trattati in modo poi non così ispirato ed interessante come forse vorrebbero le case discografiche impegnate a sfruttare il relativo business. Preferisco i lavori che semplicemente si ispirano o prendono spunto dall’opera dell’artista in gioco producendo qualcosa di più originale. Esiste però anche un altro modo per dedicare, o ispirarsi al musicista. Uno di questi modi, davvero originale, l’ha trovato Clifford Jordan, che, nel suo disco (altamente consigliabile) Glass Bead Games- Strata East uscito nel 1974, interpretò da par suo una bella composizione in tempo ternario (guarda caso quello di My Favorite Things. E’ un caso o è un indizio?) letteralmente chiamata “John Coltrane“. Una dedica a mio avviso davvero riuscita, di cui vi propongo qui sotto l’ascolto.

La formazione degli esecutori è (ovviamente) un quartetto, composto oltre che da Jordan al tenore, nientemeno che da Stanley Cowell in persona al piano, Bill Lee al contrabbasso (che è il compositore assieme a Clifton Lee) e Billy Higgins alla batteria.

 

Shepp, Hutcherson e la New Thing a Newport

Il Newport Jazz Festival è un festival musicale che si tiene dal 1954 ad agosto nell’esclusiva località balneare statunitense di Newport (Rhode Island). Fu istituito per volere della locale benestante Elaine Lorillard che, insieme al marito Louis Lorillard, finanziò a lungo la manifestazione. L’organizzazione della prima edizione fu affidata al noto impresario di jazz George Wein, che mantenne l’incarico per molti anni. Il festival fu trasferito a New York nel 1972, ma dal 1981 si tiene nuovamente a Newport.

In quella bella località balneare americana sono passati tutti i più grandi jazzisti e le maggiori novità musicali che mano a mano la scena jazz era in grado di proporre, oltre al fatto che sono documentati in discografia diversi eventi fondamentali del percorso storico del jazz lì accaduti, tra cui le esibizioni dell’orchestra di Duke Ellington nel 1956, quelle del sestetto di Miles Davis e della band di Ray Charles nel 1958, oltre a quella del quartetto di John Coltrane, nel 1963. Esiste, come noto a molti appassionati, un bel filmato sul festival (se non erro, edizione 1958), Jazz On A Summer’s Day che ben documenta oltre ad alcuni stralci delle esibizioni sulla scena degli artisti invitati, anche l’atmosfera che si respirava in quella sorta di kermesse concertistica tra un pubblico estremamente variegato nella sua composizione.

Nel 1965 il festival diede spazio anche ad alcuni dei protagonisti della cosiddetta New Thing, ossia di quel movimento legato all’emergente Free Jazz (free form, o informale, o free improvisation che dir si voglia) fortemente legato alle tematiche di protesta in riferimento alle battaglie sociali e politiche per l’ottenimento dei diritti civili da parte della comunità afro-americana. Le esibizioni dei quartetti di John Coltrane e di Archie Shepp furono parzialmente documentate in un bell’album pubblicato per la Impulse! e intitolato per l’appunto New Thing At Newport.

Al di là dell’ottima esibizione della band di Coltrane, ma in qualche modo conforme alle aspettative, fu quella di Archie Shepp a colpire profondamente, per la tensione espressiva e fortemente drammatica con la quale venne presentata la musica. Come noto Shepp aveva maturato anche delle buone esperienze in campo teatrale, in grado di essere adeguatamente trasferite in ambito musicale, per poter meglio comunicare in musica certe istanze di protesta relative alla battaglia per i diritti civili in corso nel periodo negli U.S.A.  Il quartetto con il quale l’allora giovane sassofonista si presentò sul palco di Newport era completato da altri giovani emergenti talenti, come Bobby Hutcherson al vibrafono e Joe Chambers alla batteria, oltre a Barre Phillips al contrabbasso.

Pur essendo stato lanciato dallo stesso Coltrane, in realtà il tenorsassofonismo di Shepp si agganciava più a quello della profonda tradizione africana-americana, non solo del jazz, e i suoi riferimenti risalivano più ai modelli prossimi a un Ben Webster e ai sassofonisti del periodo classico, derivati dal capostipite Coleman Hawkins, che facevano largo uso di quegli elementi espressivi, quali glissati, soffiati, grugniti e fischi che facevano capo ai sassofonisti del R&B e ai cosiddetti “honkers” e che erano adattissimi agli scopi comunicativi del sassofonista di Fort Lauderdale. Shepp era noto infatti per le sue posizioni ideologiche afrocentriche all’interno del movimento della New Thing e per la sua profonda conoscenza e radicamento nella tradizione musicale africana-americana. Non dovrebbe perciò sorprendere come nel prosieguo della sua carriera abbia voluto rileggere e riprendere la musica della tradizione jazzistica pre-free, come invece è in parte successo da noi, dove tale operazione è stata letta con improprio filtro ideologico, come un arretramento dell’artista verso posizioni più tradizionaliste e conservatrici, utilizzando la solita distorcente lettura della tradizione storica del jazz che vede ancora oggi il periodo del Free e del post-Free come un evento di rottura traumatica e definitiva dalla tradizione jazzistica antecedente. Se argomenti del genere possono essere utilizzati per interpretare l’evoluzione della cosiddetta “musica liberamente improvvisata” di scuola europea emersa nei decenni successivi, non così si può dire dei coevi musicisti afro-americani emersi dopo quel periodo e collocati per lo più nello stesso ambito espressivo, i quali in realtà non hanno mai abbandonato e rifiutato nulla della loro tradizione culturale.

A tal proposito e per inciso, è comunque davvero sorprendente constatare come una esperienza musicale così storicizzata e sostanzialmente superata come questa (avendo ormai superato il mezzo secolo di vita), venga ancora oggi identificata con lo stereotipato appellativo di “avanguardia”. Un’autentica contraddizione storica di termini, che è a mio avviso un significativo indice dell’attuale stato di stagnazione argomentale della narrazione intorno al jazz e di un sostanziale rifiuto mentale a voler guardare alle articolate direzioni, forse non gradite, intraprese dal jazz contemporaneo.

Al di là della notazione polemica, sta di fatto che il valore artistico e musicale, oltre alla sincera urgenza espressiva, di brani come quello che sto per proporvi dall’esibizione di Newport di Shepp e compagni siano ancora oggi perfettamente percepibili, in maniera tale da far risultare quel concerto tra i momenti più alti di quella ardita e articolata fase musicale emersa in quei agitati e creativi anni ’60.

Due generazioni di contraltisti a confronto

Phil Woods e David Sanborn sono (o sono stati, visto che Woods è deceduto recentemente, nel settembre 2015) due contraltisti di diversa generazione, ma entrambi tra i più rappresentativi per lo strumento in ambito di jazz moderno. Entrambi dotati di uno stile personale e di un timbro quasi inconfondibile, condividono una grande conoscenza della storia dello strumento nel jazz e dei relativi protagonisti che hanno saputo progressivamente innovarne l’approccio, facendo anche da loro riferimento. Tra questi ci sono certamente stati (tralasciando per un attimo i nominativi dei contraltisti di scuola free derivati da Ornette Coleman, che fondamentalmente non fanno parte della loro estetica) i comuni riferimenti di colonne portanti del sax contralto come Benny Carter, Johnny Hodges e Charlie Parker.

Nel video che sto per proporvi i due suonano insieme su Willow Weep for Me (arrangiata in stile All Blues, nella tipica versione del brano di Phil Woods)previa una breve ma interessante discussione in cui si scambiano opinioni su tali influenze e l’importanza dei relativi musicisti citati. In particolare, Woods tesse le lodi di musicista a tutto tondo di Benny Carter, da lui molto stimato, considerato che ha avuto modo di collaborarvi in alcune importanti incisioni, sia da sideman (Further Definitions) che da co-leader (Another Time Another PlaceMy Man Benny, My Man Phil).

Da notare che la differenza di timbro nella sonorità dello strumento tra i due dipende anche, tra l’altro, dalla differenza di bocchino: nel caso del suono più metallico di Sanborn viene utilizzato appunto quello metallico, mentre per Woods si nota il tipico bocchino in bachelite, che normalmente tende a produrre un suono più morbido.

Nel finale dell’esecuzione si sentono le (opportune) citazioni di It Might As Well be Spring e a seguire del gershwiniano There’s a Boat That’s Leavin Soon for New York . Buon ascolto e buon fine settimana

Un raffinato pianista venuto dal Regno Unito: Victor Feldman

Victor Feldman - Big Band - Tempo EPVictor Stanley Feldman (7 aprile 1934 – 12 Maggio, 1987), inglese di nascita, è stato un eccellente, raffinato pianista, compositore e vibrafonista del jazz, ma anche batterista e percussionista, considerato una specie di prodigio musicale sin da bambino. Feldman è emigrato negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni ’50, dove ha proseguito la sua attività professionale iniziata in Inghilterra sin da giovanissimo, lavorando nel jazz e anche come turnista per vari musicisti del pop e del rock. Ha accresciuto la sua fama tra gli appassionati del jazz quando per un breve periodo ha fatto da pianista a Miles Davis in alcune registrazioni californiane per l’album Seven Steps To Heaven, registrato nel 1963, contribuendo in modo più che significativo anche in termini di composizione (tra cui Joshua e il brano eponimo).

Prima di lasciare il Regno Unito, Feldman aveva già registrato con la Ronnie Scott orchestra e in quintetto. E ‘stato lo stesso Scott a raccomandare a Feldman di emigrare negli Stati Uniti. Una volta lì, il suo primo lavoro stabile è stato con l’orchestra di Woody Herman, continuando poi con Buddy DeFranco. Nel 1958, ha avuto una propria band gestita sulla West Coast, che includeva nientemeno che l’innovativo giovane bassista Scott LaFaro, incidendo alcuni album per Contemporary, tra cui l’album The Arrival of Victor Feldman. Ha registrato anche come sideman per molti altri artisti, tra cui Benny Goodman, George Shearing, Curtis Amy e Cannonball Adderley, oltre al già citato Miles Davis, che in fatto di buoni pianisti se ne intendeva, eccome. Davis fu talmente soddisfatto del suo rendimento in sala d’incisione (si ascolti lo splendido assolo in Basin Street Blues) da invitarlo ad unirsi al suo gruppo a tempo pieno. Feldman rifiutò, preferendo la stabilità del lavoro in studio alla carriera di un musicista itinerante. I volumi registrati per conto della formazione di Shelly Manne al Black Hawk, nel 1959, sono un eccellente esempio del suo modo sofisticato di accompagnare il solista di turno.

Dal 1957 si è stabilito a Los Angeles in modo permanente, per poi specializzarsi nel redditizio lavoro delle sessioni di registrazione fatte per l’industria cinematografica degli Stati Uniti. Egli ha anche avuto modo di lavorare con una varietà di musicisti al di fuori del jazz, collaborando con musicisti del calibro di Frank Zappa nel 1967, Steely Dan e Joni Mitchell negli anni Settanta e Tom Waits e Joe Walsh negli anni Ottanta. Feldman purtroppo è deceduto a soli 53 anni, a seguito di un attacco di cuore ed è oggi un jazzista poco ricordato, ma meriterebbe un’adeguata riscoperta.

Ho rintracciato per l’occasione un suo bel filmato registrato in trio nel 1965. Buon ascolto.

Studiamo The Way You Look Tonight

Lo studio delle canzoni del song americano, che poi sono divenute degli standard del jazz, è essenziale per capire non solo il lavoro dei grandi improvvisatori che il jazz ha prodotto su quel genere di materiale, ma per meglio comprendere i profondi legami che il jazz stesso ha sempre avuto col mondo della cinematografia, delle riviste di Broadway e in generale con il mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento. Questo anche per contrastare una corrente critica maggioritaria nel nostro paese che ha sempre cercato di separare, spesso in modo discutibile ed improprio, ciò che è da considerare nel jazz “arte musicale” da “intrattenimento”. Due concetti che nella cultura americana si sono sempre manifestatati dai contorni assai più sfumati rispetto a quelli riscontrabili nella cultura europea, favorendo nel tempo una narrazione del jazz abbastanza distorta, frequentemente viziata da ingiustificati steccati culturali/ideologici e persino da arbitrarie amputazioni.

Riprendo perciò oggi la periodica analisi di uno standard tra i tanti bellissimi da poter proporre e studiare.

The Way You Look Tonight è una canzone tratta dal film Swing Time scritta da Jerome Kern con i testi di Dorothy Fields, originariamente eseguita da Fred Astaire, vincendo nel 1936 il premio Oscar per la migliore canzone originale. Il tema nel film viene cantato da Astaire, nel ruolo di John “Lucky” Garnett, a Ginger Rogers, nei panni di  Penelope “Penny” Carroll, mentre è impegnata a lavarsi i capelli in una stanza adiacente (vedi filmato originale più sotto). Fields ebbe a ricordare a proposito della musica composta da Kern: “La prima volta che Jerry ha suonato quella melodia, sono uscito e ho cominciato a piangere: non ho potuto fermarmi da tanto era bella“.

La canzone (in classica struttura AABA 32 bars) è presto diventata uno standard battuto da molti grandi jazzisti, tra cui: Billie Holiday, Art Tatum, Erroll Garner, Coleman Hawkins, Sonny Stitt, Stan Getz, Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Dave Brubeck, Art Pepper, Lennie Niehaus, Paul Desmond & Gerry Mulligan, John Coltrane & Mal Waldron, Bill Evans & Bob BrookmeyerJohnny Griffin, Art Blakey, Wes Montgomery, Jim HallKeith Jarrett e Brad Mehldau.

Oltre a proporvi la versione originale contenuta nel film, evidenzio alcune versioni sia vocali che strumentali che a mio avviso meritano particolare attenzione.

Per prima, quella di Frank Sinatra carica di swing e splendidamente arrangiata da Nelson Riddle, uno degli arrangiatori prediletti per le incisioni di “The Voice”. Si noti la perfetta dizione e la capacità di accentazione ritmica delle note di Sinatra, da far invidia a molti jazzisti “puri”.

la versione successiva è di Tony Bennett ed è di tutt’altro tenore emotivo, decisamente più lenta, intima e sentimentale ed eseguita da navigato crooner. E’ stata utilizzata nel film Il matrimonio del mio migliore amico (My Best Friend’s Wedding) con la presenza di attrici come Julia Roberts e Cameron Diaz.

Quindi, piazzo due versioni jazz tra le più ardite a disposizione (non tra quelle già citate) eseguite da Sonny Rollins in compagnia di Theloniuos Monk al piano, registrata nel 1954, e quella di Eric Dolphy, eseguita a Copenhagen durante il suo tour europeo di inizio anni ’60, nelle quali è possibile notare il potere di riscrittura del jazz e di certi geniali improvvisatori. Due versioni completamente prosciugate dal sentimentalismo di base del brano e trattate jazzisticamente in modo esemplare.

 

Il pianismo di Nat King Cole

A-145288-1434135669-2560.jpegQuando si parla di Nat King Cole (Montgomery, Alabama, 17 marzo 1919 – Santa Monica, California, 15 febbraio 1965) si pensa solitamente al grande cantante, quello di Straighten Up and Fly RightSweet LorraineRoute 66Mona Lisa, Lush Life, sino a L-o-v-e, negli anni ’60, ultimo di una serie di grandi successi popolari ottenuti in carriera. Oltre ad aver avuto riscontri di popolarità a livello cinematografico e televisivo che lo hanno fatto entrare a pieno titolo nel mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento americanoCole, in realtà, è stato anche (e soprattutto, dal punto di vista strettamente musicale) un grandissimo e sottostimato pianista jazz, dalla sonorità elegante e rilassata, dalla sorprendente agilità digitale, dal chiarissimo senso dello swing e da una fantasia improvvisativa davvero non comuni. Pianisti come Oscar Peterson gli devono molto e persino il giovane Bill Evans ne fu colpito e gli deve più di qualcosa nella sua formazione stilistica e nell’approccio armonico. Non a caso Evans ebbe ad affermare: “Credo che lui sia stato uno dei pianisti più grandi, e probabilmente il più sottovalutato, di tutta la storia del jazz“.

La sua formazione di piano, basso e chitarra, attiva sin dalla fine degli anni ’30 divenne talmente popolare da essere presa a modello da molti pianisti, tra cui Art TatumAhmad Jamal, Oscar PetersonTommy Flanagan, Charles Brown e Ray Charles, sino alla più recenti riproposizioni del suo repertorio di Diane Krall.

Ne porto oggi qualche piccolo esempio tratto dalla sua sterminata produzione su disco e in video. Pianista assolutamente da riscoprire nella veste di raffinato jazzista dal raro talento musicale.

Un capolavoro di Shorter

The Soothsayer è un album di Wayne Shorter della splendida serie da lui prodotta per la Blue Note registrato nel marzo del 1965, ma rimasto inedito sino alla fine degli anni ’70. Dovrei forse aggiungere l’avverbio “inspiegabilmente”, perché oggi un album di quel livello andrebbe pubblicato di corsa, ma, in realtà, la cosa è invece spiegabilissima col fatto che in quel periodo sia Shorter, sia il jazz in generale, godevano di un periodo di grande e prolifica creatività, specie tra i tenorsassofonisti (basterebbe citare la produzione del periodo di John Coltrane, Sonny Rollins e Joe Henderson, oltre a quella di Shorter) e quindi le case discografiche non ambivano certo ad ingolfare il mercato con incisioni fatte a raffica, seppur di grandissimo livello.

Questo disco aveva in effetti pochissimo da invidiare ad altri appena pubblicati, come Night Dreamer (aprile ’64), Speak No Evil (del dicembre ’64) – citando solo quelli in quintetto- e comunque era in linea con l’idea sviluppata in quelli, pur estendendosi in sestetto per la presenza James Spaulding, un eccellente, sottostimato, contraltista dal timbro pressoché inconfondibile, probabilmente proposto da Freddie Hubbard (già presente in Speak no Evil e compagno di Shorter nella front line dei Jazz Messengers di Art Blakey), con cui stava nel periodo condividendo diverse esperienze. L’idea era quella di un hard-bop più sofisticato rispetto a quello più “divulgativo” dei Jazz Messengers, comprensivo delle più recenti istanze innovative legate in particolare al jazz modale e alla recente “libera” esperienza col quintetto di Miles Davis, di cui Shorter faceva parte in pianta stabile dalla tarda estate del 1964. Il tutto però sotto la sua inconfondibile firma di originale e raffinatissimo compositore (indiscutibilmente tra i più grandi del jazz moderno) in grado di dare una chiara impronta alla musica.

Per questo inizio settimana voglio proporre la traccia d’apertura del disco che si presta a diversi spunti critici. Si tratta di Lost, un brano a mio avviso significativo di come si possa risultare sofisticati ed innovativi pur rimanendo legati in modo continuo con la consolidata tradizione dalla quale si proviene. Dal punto di vista formale, la composizione è infatti ancora legata alla forma canzone, con un tema sviluppato sulla classica e semplicissima struttura AABA in 32 battute, sviluppata in tempo ternario su una sequenza armonica estremamente elastica e adatta all’improvvisazione di maestri dei loro strumenti come quelli componenti la band in questione, completata da una ritmica da urlo: sostanzialmente quella di Davis del periodo, con la presenza di Mc Coy Tyner al posto di Herbie Hancock, in grado di caratterizzare al massimo la musica e di sostenere al meglio e nel modo voluto dal leader i solisti.

Ne esce un capolavoro esecutivo nel quale brilla in particolare Freddie Hubbard con un assolo di una bellezza e di una chiarezza di idee davvero impressionate nella sua conduzione. Un aspetto questo che dovrebbe far sorgere qualche dubbio a chi oggi ritiene indispensabile la presenza nel jazz di una ricercata complessità formale per raggiungere alti livelli qualitativi e di creatività sia in termini di composizione che di improvvisazione. Brani come questo sembrano dimostrare l’esatto contrario, peraltro perfettamente in linea con la grande tradizione storica della discografia jazz. Non sempre infatti la complessità formale porta alla produzione di una musica (specie se fortemente improvvisata) di livello musicale ed artistico superiore. In sé la complessità non è necessariamente un valore. Dipende cosa se ne fa e come la si utilizza. Viceversa, non si può liquidare pregiudizialmente nel jazz una musica improvvisata costruita su semplici strutture, come musica ormai superata, già sentita, o altro di peggio, come sempre più spesso ci capita di leggere. Per quel che mi riguarda sono per lo più fesserie con l’implicita pretesa di risultare cose molto argute e intelligenti.

Ascoltare qui per credere.

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