Ted Nash, Somewhere Else: West Side Story Songs – (Plastic Sax Records, 2019)

R-14230811-1570338298-2533.jpegOggi parliamo dell’ultima opera discografica del sassofonista Ted Nash dedicata, come si evince dal titolo, alle canzoni contenute in uno dei musical per eccellenza, quel West Side Story che, fin dal suo debutto, scrisse un capitolo importante all’interno di questo filone e della musica americana in genere, ispirato alla tragedia Romeo e Giulietta di Shakespeare. Per dare un’ idea del successo che tale opera riscosse immediatamente è sufficiente ricordare che alla sua prima rappresentazione, nel 1957 a Broadway, collezionò 732 repliche e che al debutto europeo di Londra, l’ anno successivo, ne collezionò 1038. Per chi volesse approfondire il tema, suggerisco di andare a leggere l’ autorevole contributo di Gianni Morelenbaum Gualberto che abbiamo postato su questo stesso blog.
Nash è un cinquantanovenne di Los Angeles che, oltre ad essere strumentista di spicco, è in grado di muoversi con disinvoltura in ambiti orchestrali diversi. Da molti anni, ad esempio, è componente fisso della sezione ance della Lincoln Center Orchestra, ma guida e partecipa anche a progetti con combo di formazione ridotta, come quello oggetto della nostra recensione. Si tratta di un musicista che non ha mai raggiunto la visibilità che meriterebbe, si può dire che sia il classico ” musician’s musician”  molto apprezzato dai suoi colleghi, ma colpevolmente un po’ trascurato dalla critica ufficiale, considerata la qualità delle proposte discografiche presentate negli anni.
Una di queste è il trio che ha dato origine al disco in oggetto e che vede protagonisti, oltre alla figura del leader al sax tenore e al clarino, Ben Allison al contrabbasso e Steve Cardenas alla chitarra. Non è la prima opera che vede questa formazione protagonista. La si può trovare infatti anche in Quite Revolution del 2018 e sia Cardenas che, soprattutto, Ben Allison sono due storici collaboratori sassofonista.
A prima vista il tipo di formazione presente nel disco potrebbe indurre ad immaginare un jazz da camera privo di nerbo e con caratteristiche ritmiche deboli dovute all’ assenza di batteria e pianoforte. Non lasciatevi trarre in inganno perché quella presa in considerazione è un’ opera di alta qualità anche sotto questo profilo. La musica che si ascolta è molto rispettosa delle canzoni del musical, ma  ben arrangiata ad uopo della situazione e comunica un impatto non datato, anzi, la musica emana in modo costante freschezza, swing (spero si possa ancora utilizzare questo termine) ed un equilibrio mirabile. La caratteristica, però, che più impressiona è l’interplay esistente fra i tre protagonisti ed è ciò che rende veramente speciale il disco di cui stiamo parlando.  L’empatia che si avverte tra i musicisti è viva e palpabile, rendendo la fruizione coinvolgente e senza cali di tensione. Il risultato offre l’ascolto di un gruppo estremamente coeso in cui ognuno risponde alle sollecitazioni e agli stimoli dei compagni di viaggio, regalando al contenuto musicale una creatività e una immediatezza non sempre facili da rintracciare. Qui ogni cosa fluisce in modo naturale ed esprime la gioia dei tre di partecipare ad un progetto evidentemente condiviso con convinzione.  Il materiale tematico utilizzato sicuramente favorisce il buon risultato e ciò sottolinea come e quanto il patrimonio del grande song americano abbia costituito e costituisca tuttora una importante fonte di ispirazione per la musica afroamericana.

Non cercate questo bel disco nei vari sondaggi e Top Jazz annuali perché non lo troverete, ma potrete qui scoprire molto jazz di alta qualità e senza tempo. Questo è ciò che più conta.

Francesco Barresi

Aaron Goldberg: At the Edge of the World (Sunnyside – 2018)

Aaron-Goldberg-At-The-Edge-Of-The-WorldIn molti affermano che il jazz è morto, altri sostengono che la classica formazione del trio piano, basso e batteria non abbia più nulla da aggiungere dopo le testimonianze in merito lasciate da gruppi come quelli di Bill Evans e/o Oscar Peterson. Purtroppo per entrambe le tesi, la verità è che il jazz sta attraversando una fase molto interessante e viva e la formazione suddetta ha continuato, anche in tempi recenti a presentare testimonianze valide e importanti. Basterebbe ricordare, fra gli altri, senza scomodare Keith Jarrett o Chick Corea, i trii di Brad Mehldau, I ” Bandwagon” di Jason Moran, Kenny Barron e, per rimanere in Europa, Marcin Wasilewski, ma gli esempi potrebbero essere molti. Fra questi, un posto alla luce del sole lo merita il pianista statunitense di Boston Aaron Goldberg, uno degli esponenti di punta da molti anni del pianismo jazz, ma che per gli “strani” meccanismi della comunicazione, gode di molta meno visibilità di quella che meriterebbe, nonostante si muova in contesti importanti sin dagli anni Novanta, essendo stato attivo sia come leader di propri gruppi sia come sideman di personaggi come Freddie Hubbard, Joshua Redman, Wynton Marsalis, Peter Bernstein e molti altri.
Qui parliamo della sua ultima opera discografica nella quale si presenta con il suo rinnovato trio, completato da Matt Penman al contrabbasso e da Leon Parker alla batteria che proprio in occasione di questa registrazione ha fatto ritorno negli Stati Uniti dopo una lunga permanenza in terra di Francia.
Goldberg è pianista di tecnica raffinata unita ad una non comune capacità espressiva e comunicativa. Ciò rende la musica contenuta nel suo cd, nonostante si muova sulle coordinate riconoscibili del modern mainstream, fresca ed immediata, ma anche intensa e a tratti sorprendente. Il percorso si apre con Poinciana, brano che apre a paragoni molto impegnativi ma che qui è un test brillantemente superato, anche grazie alla prova di Leon Parker che, invece di utilizzare il suo strumento, percuote con le mani il suo corpo (tecnica che ha sviluppato in  carriera) e sviluppa il suo solo vocalmente con uno stile molto personale. Il seguito è un alternarsi di brani originali e di standard che richiamano atmosfere e riferimenti stilistici diversi, anche di estrazione latina come in Black Orpheus, ma la tensione creativa non accenna mai a calare, così come l’ attenzione e la curiosità di chi ascolta che rimane stimolata.
Si tratta di una proposta convincente che vede tre musicisti parimenti coinvolti in un risultato artistico che testimonia la possibilità di ottenere validi risultati anche con formazioni considerate, a torto, troppo sfruttate. Il valore delle stesse non risiede nella loro tipologia, ma nelle idee e nel valore dei musicisti che le compongono, in questo caso di alto livello. Ascolto suggerito.

Francesco Barresi

Andrea Garibaldi Trio: La Frontiera (Emme Records Label- 2018)

320x0wNell’ ottica di volere dare spazio e visibilità anche a musicisti italiani meritevoli che la maggior parte dei canali di comunicazione specializzata fa fatica a notare, mi dedico oggi a portare alla luce e segnalare la seconda opera discografica del pianista toscano Andrea Garibaldi. Pubblicato a nome del trio, composto, oltre che dal leader citato, dal contrabbassista Fabio di Tanno e dal batterista Vladimiro Carboni, in diversi brani si aggiunge Renzo Cristiano Telloli al sax alto.
Ho ascoltato ripetutamente l’opera in oggetto e l’impressione che non mi ha mai abbandonato è stata quella di trovarmi di fronte ad un progetto con solide basi e sviluppato in modo assolutamente non banale. L’ascolto del cd, infatti, porta alla luce una solida preparazione tecnica e musicale che si dipana su un materiale tematico molto interessante e vario che costituisce l’aspetto maggiormente distintivo di tutto il lavoro. Ad esclusione di On the Street Where You Live, reso celebre dal musical My Fair Lady, il resto dei temi è frutto della penna e della sensibilità di Andrea Garibaldi ed ognuno di essi esprime colori e atmosfere diverse legate alle esperienze di vita dello stesso, creando un’ alternanza di atmosfere che vanno dagli umori bluesy a quelli più contemporanei del brano che fornisce il titolo al disco che si rifà al modello dell’ indimenticato Esbjorn Svensson “EST Trio”. Niente di particolarmente nuovo sotto il sole e sicuramente Garibaldi non nutre velleità (come, invece, altri in Italia) di mostrarsi un musicista con pretese innovative, ma in La Frontiera si può ascoltare musica fresca, ben concepita, suonata con gusto, competenza tecnica e che non annoia anche dopo diversi ascolti, aspetto poi non così frequente da riscontrare nella recente produzione discografica italiana.

Francesco Barresi

Emanuele Cisi: Looking at Lester Young – No Eyes – Warner 2018

5054197008115_0_0_300_75Un disco dedicato alla memoria di un musicista storicamente importante contiene sempre difficoltà e rischi non semplici da affrontare. Se poi l’obiettivo è volto a ricordare un gigante del sassofono come Lester Young, l’opera può fare tremare i polsi a chiunque voglia confrontarsi con tale argomento.
Emanuele Cisi, sassofonista torinese che negli anni ha meritato e consolidato riconoscimenti in campo internazionale, evidentemente non si è allarmato di tutto ciò e si è confrontato con l’impegnativo tema.
Il progetto era pensato da tempo, ma prende definitivamente forma nel momento in cui il Nostro scopre No Eyes: Lester Young, libro raccolta di poesie basate sulla singolare vicenda terrena di Young e composte da David Meltzer, poeta, scrittore, musicista e appassionato di jazz. Trovato attraverso questa lettura il giusto e definitivo stimolo, Cisi riunisce intorno a sé un gruppo di fidati compagni di viaggio e, con Dino Rubino al pianoforte oltre a tromba e flicorno, Rosario Bonaccorso al contrabbasso, Greg Hutchinson alla batteria e la voce di Roberta Gambarini, costruisce questa riuscita dedica.

Il disco si apre con il brano che intitola il cd ed è una ballad composta dal musicista italiano in tandem con la vocalist e che fa intendere da subito l’alto livello della musica che si andrà ad ascoltare. Nell’opera si trova una piacevole e interessante alternanza di brani originali e standard, nonché molteplici proposte in termini di formazione che determinano varietà di atmosfere, ma ciò che impressiona maggiormente è la qualità musicale che non fa mai calare la tensione creativa di ogni esecuzione. Temi anche molto diversi tra loro non perdono il filo conduttore e un comune feeling che scorre in ogni brano e così si può ascoltare un denso Good Bye Porkpie Hat accanto ad un These Foolish Things senza avvertire disomogeneità di sorta, regalando un senso di unitarietà e compiutezza poi non così comuni. Difficile indicare i momenti migliori, ma poter ascoltare all’interno dell’ ultima traccia la voce di Lester Young in occasione dell’ultima intervista che diede poco prima della sua scomparsa è momento forte che può emozionare l’appassionato.
Siamo dunque al cospetto di una proposta che, oltre a proporre musica di prim’ordine, rivela un ottimo equilibrio fra tradizione e contemporaneità, ritagliandosi così uno spazio importante e di valore fra le proposte discografiche del 2018.

Francesco Barresi

Considerazioni sul mercato italiano del jazz

live-music-clip-art-698769Essendo stato per molti anni responsabile della programmazione di stagioni e di manifestazioni jazzistiche, sia in club che in teatri, mi succede piuttosto spesso di imbattermi in persone che mi chiedono pareri e/o di confrontarsi con le mie opinioni e conoscenze circa le dinamiche sulle quali il mondo del jazz dal vivo si regge. Ultimamente, inoltre, ho notato un incremento del dibattito su tale tema anche sulle pagine Facebook in cui si affrontano temi che riguardano la musica di cui siamo appassionati e, dunque, alla luce di ciò ritengo possa essere utile portare un contributo teso ad arricchire gli spunti di riflessione che tale materia merita.

E’ necessario, come prima cosa, suddividere il mercato del jazz in due categorie principali. Una è quella che concerne le manifestazioni periodiche rappresentate dai grandi festival, l’altra riguarda le programmazioni stagionali che si svolgono perlopiù nei club.  Si potrebbero individuare dei sottogruppi con caratteristiche particolari in entrambe le categorie, ma il rischio è di perdersi in peculiarità troppo specifiche e non è questa la sede adatta, che ci impone invece una sintesi della realtà concertistica nazionale.
La prima considerazione da fare è che la sommatoria delle attività citate dà origine ad un mercato quantitativamente importante, ma qualitativamente non corrispondente alle potenzialità che lo stesso contiene. Le cause sono diverse e necessitano di una contestualizzazione. Riguardo al primo gruppo, esiste, innanzitutto, un problema che si può individuare in una evidente omologazione dell’offerta derivante da una serie di motivi strettamente legati tra loro. Uno di questi risiede nel fatto che poche agenzie, a volte controllate direttamente da qualche musicista appartenente alla casta italiana, dominano il mercato, condizionandolo attraverso evidenti cointeressenze di diverso genere. Queste maturano spesso attraverso rapporti di convenienza con i direttori artistici che sono molto spesso essi stessi musicisti e traggono giovamento professionale da tali situazioni. Inoltre, critica e stampa specializzata spesso soprassiedono, non solo dal notare tale fenomeno, ma sembrano quasi assecondarlo enfatizzando determinate ricorrenti proposte. Ciò ha portato ad una realtà molto paludata, immobile e impermeabile alle reali novità, sia in campo nazionale che internazionale, nella quale è divenuto difficile anche distinguere quando c’è intenzionalità di comportamento o semplice incapacità di autonomia nelle scelte, purtroppo fenomeno molto diffuso e che fa buon gioco alla situazione descritta. E’, infatti, molto più semplice e molto meno rischioso basarsi su nomi che assicurino il tutto esaurito rispetto al fatto di affrontare l’impegno di una progettualità originale, magari innovativa. Tale atteggiamento, inoltre, cozza con la funzione degli interventi pubblici che sostengono la quasi totalità delle manifestazioni in oggetto, in quanto gli stessi dovrebbero assicurare una indipendenza e autonomia rispetto agli incassi e, dunque, creare uno spazio importante per le novità. Quest’ ultima anomalia è però favorita dalla diffusa inadeguatezza delle pubbliche amministrazioni nel distinguere un buon programma da uno scadente. Sindaci, assessori competenti e funzionari devono perciò ricorrere alla fiducia cieca nei riguardi di proponenti, come detto, sovente interessati non alla qualità artistica, ma ad altri fattori estranei.

Diversa è la situazione dei numerosi club. Questi propongono rassegne perlopiù stagionali tra l’autunno e l’inizio dell’estate e rappresentano realtà molto variegate e differenziate, con risorse a volte discontinue e che vedono, a causa di ciò, sovente compromessa una continuità di azione. Tuttavia ne esistono anche di molto solide e dalla ultra decennale tradizione. Spesso sono associazioni di carattere amatoriale che svolgono una azione divulgativa ed organizzativa molto preziosa a livello locale, soprattutto nelle città di provincia. A tale proposito, mi piace ricordare e omaggiare la figura di Giorgio Lombardi, scomparso recentemente e fondatore del noto “Louisiana Jazz Club ” di Genova, il circolo italiano più anziano, nonché grande conoscitore della materia.
Le suddette spesso diventano un riferimento culturale e di attività musicale locale, organizzando jam sessions e/o corsi di musica rivolti agli appassionati locali che possono così trovare opportunità di studio e crescita musicale altrimenti di difficile reperibilità.
Tutto bello e tutto positivamente funzionante? A volte si, ma da qualche anno aleggia una grande confusione anche in questo ambito che si sta sempre più diffondendo.  Le associazioni mantengono si le loro prerogative, ma spesso solo in potenza perché, nei fatti, molte gestioni stanno geneticamente mutando il ruolo delle stesse.

Affermo questo perché da anni si assiste anche in queste organizzazioni al crearsi del fenomeno sopra descritto. La figura del musicista direttore artistico  si è diffusa velocemente dando luogo quasi sempre a dei conflitti di interesse che, a volte, non solo non sono nascosti, ma vengono rivendicati. Tale fenomeno sta tuttora incrementando la sua presenza e, nonostante molti diretti interessati si definiscano formalmente in una posizione corretta e ammissibile, in quanto svolgenti una funzione non disciplinata da alcuna legge di settore, di fatto ricoprono allo stesso tempo il duplice ruolo di committente e appaltatore, cosa che, in analogia a quello che succede in ambito di una pubblica amministrazione e di appalti pubblici, ad esempio, non è lecita. Si assiste allora spesso ad un vero e proprio mercimonio basato su scambi di date fra musicisti responsabili (?) delle programmazioni e relativi “amici” che risolvono in questo modo parte delle proprie esigenze in termini di ricerca delle date. Qualche spazio a terzi viene comunque ad essere riservato, ma a pochi soldi e con sovente la richiesta di procurare parte del pubblico.

Omettendo di commentare l’aspetto etico di tali comportamenti, questi portano inevitabilmente ad una serie di conseguenze negative. Una di queste risiede nel fatto che, come per le manifestazioni, si creano circuiti chiusi nei quali c’è una circolazione di musicisti molto limitata e per forza di cose ripetitiva, penalizzando e limitando le possibilità di accesso non solo a giovani emergenti, ma anche a personaggi affermati che non rientrano nelle liste dei favoriti. Un altro problema generato da tali criteri di scelta è quello dell’abbassamento della qualità dei programmi, in quanto la stessa diventa elemento in subordine rispetto agli interessi da difendere e, infatti, si leggono programmi stagionali non di rado imbarazzanti in cui il rispetto nei riguardi del pubblico e del jazz non è materia contemplata. Inoltre, con il pretesto di aprirsi ad altre musiche, accade che si presentino proposte che nulla hanno a che vedere con la materia jazzistica e che hanno per protagonisti attori musicali con qualche cointeressenza.

Con questo, non intendo dire che i musicisti non possono, o non sono in grado, di ricoprire l’incarico che determina le scelte dei concerti, ma semplicemente devono  dimostrare di sapere ricoprire il loro incarico con una prospettiva neutrale che vada aldilà delle proprie preferenze e conoscenze personali, mostrandosi al di sopra delle parti come, naturalmente, chiunque altro.

Coloro che hanno avuto la pazienza e la costanza di leggermi fino a questo punto penseranno che stiamo argomentando circa una situazione irrecuperabile, oltre che triste. Confusa e poco stimolante lo è certamente, ma voglio sottolineare che operano ancora realtà basate sulla passione e sul reale interesse. Partendo da tali presupposti, validi e meritevoli progetti stanno nascendo e di uno di questi mi riprometto di scrivere in uno dei miei prossimi interventi in quanto si tratta di un’ iniziativa rivolta ai ragazzi, categoria che troppo raramente è contemplata nelle attenzioni di chi si occupa di jazz. Per il resto, rimaniamo in attesa che il tempo sia, come sempre, galantuomo, ma senza abbassare la guardia di fronte a coloro che antepongono interessi privati a quelli degli appassionati.

Francesco Barresi

Ken Schaphorst, musicista da conoscere

Lo scritto di oggi intende dare visibilità e fornire informazioni su un musicista tanto bravo quanto poco conosciuto, perlomeno in Italia, che risponde al nome di Ken Schaphorst. Egli rappresenta uno dei più brillanti esempi di band leader, compositore e arrangiatore del panorama jazzistico internazionale odierno.
Nato nel 1960 ad Abington, città della Pennsylvania, si diploma in tromba al Conservatorio New England di Boston, uno dei più storici e prestigiosi dell’intero territorio statunitense. Nel 1985 è cofondatore della  Jazz Composers Alliance, associazione no profit che si pone come scopo la ricerca di nuove forme musicali che continuino a basarsi sull’idioma afro-americano. Nel 1991 gli viene assegnato l’ incarico di direttore del dipartimento studi sul jazz presso l’ Università di Appleton, in Wisconsin, che ricoprirà fino al 2001, anno in cui si trasferisce definitivamente a Boston per presiedere il dipartimento jazz del conservatorio New England, lo stesso in cui si diplomò. Nello stesso istituto è, attualmente, anche insegnante di composizione jazz, arrangiamento e dirige la NEC Orchestra, big band degli studenti della scuola.
Mi sono dilungato su queste note per sottolineare quanto l’ aspetto teorico e didattico sia importante per Schaphorst e, forse, è proprio questo aspetto del suo lavoro che, non portandolo ad esibirsi spesso, lo limita nella visibilità pubblica.
Nonostante ciò, nel 1989 fonda la Ken Schaphorst big band, tuttora attiva, con la quale inaugura una attività discografica basata più sulla qualità che sulla quantità. Dal 1989 al 2016, anno dell’ ultima pubblicazione, vengono pubblicati solo sei dischi con questo organico ed uno solo con un inusuale trio.  A nome della big band vengono editi diversi dischi.  Making Lunch (1989), opera prima ma già molto interessante, nella quale si trova già ben presente l’ estetica del leader, basata sul rispetto della tradizione ma con tutti i suoi elementi miscelati in modo abile, sapiente e innovativo.  Il brano di apertura, infatti, sovrappone stilemi diversi e apparentemente poco compatibili, unendo un pianismo stride ad echi di Cecil Taylor, con un impronta ritmica molto tradizionale e sezioni che paiono richiamare lo stile di Count Basie. Tutto ciò è reso compatibile e compatto attraverso una idea molto chiara e convincente di scrittura ed arrangiamento che fa si che la musica non perda mai in logica e non si presenti come una provocazione fine a se stessa.  Gli studi intrapresi nella ” Jazz Composers Alliance” evidentemente hanno trovato un valido sbocco.  Del 1991 è After Blue e del 1994 è When the moon jumps. Nel 1997 viene pubblicato Over the rainbow e nel 1999 Purple, vera e propria opera d’arte edita dall’etichetta Naxos Jazz, in cui gli equilibri fra parti scritte e arrangiate si coniugano con quelle solistiche in modo mirabile.  Si tratta di un disco in cui i brani spesso hanno la struttura di una suite e, dunque, contiene una varietà di atmosfere in continua elaborazione. E’  necessario attendere il 2016 per potere ascoltare una nuova opera di tale compagine: How to say good bye  è il titolo dell’ ultima opera che presenta un tasso qualitativo sempre elevato, ma forse con minore impatto innovativo rispetto alle opere precedenti. Ciò che, comunque, caratterizza ogni lavoro della band di Schaphorts è l’attenzione ai colori e alle dinamiche che, come detto, si uniscono attraverso composizioni interessanti e arrangiamenti utilizzati in modo visionario, ma allo stesso tempo di notevole concretezza, tesi alla ricerca di nuove soluzioni in un ambito rispettoso della tradizione jazzistica. Un altro pregio dell’orchestra è che da essa sono transitati importanti musicisti in fase di maturazione e che qui hanno potuto vivere un’esperienza professionale importante. Il sassofonista Donny McCaslin, il pianista Uri Caine, l’ organista John Medeski, il sassofnista Seamus Blake, il contrabbassista Drew Gress, il chitarrista Brad Shepik sono solo alcuni fra coloro che hanno fatto parte di questo contesto negli anni passati. Attualmente l’ attenzione di Schaphorst, da buon insegnante, è rivolta soprattutto alla NEC Orchestra che, con tale guida, può confrontarsi con progetti dedicati a momenti e musicisti importanti della storia del jazz, contribuendo a far nascere e crescere i nuovi talenti del jazz statunitense. A quando qualche analogo progetto stabile in Italia?

Allegati al presente scritto proponiamo due brani rappresentativi ed esplicativi riguardanti la Big Band e due che si riferiscono al lavoro condotto con la NEC Orchestra. Buon ascolto.

Francesco Barresi

Giampiero Locatelli Trio: Right Away – Auand 2017

au3016Si discute sovente, a volte anche su questo blog, di jazz italiano, facendo inevitabilmente riferimento ai nomi che possiedono maggiore visibilità in tale panorama. Fortunatamente la lista dei protagonisti è molto più nutrita ed è costituita anche da musicisti degni della massima attenzione che, a volte, ci regalano gradite sorprese. Una di queste è rappresentata dal disco di cui ci apprestiamo a parlare e che costituisce il debutto discografico in ambito jazzistico del trio di Giampiero Locatelli. Pianista reggino della generazione dei quarantenni, il Nostro è musicista di formazione e consolidata attività accademica, dunque, personaggio con personalità musicale già formata, ricoprendo anche il ruolo di insegnante al conservatorio di Reggio Calabria. Dal 2002 inizia un percorso nell’ambito della musica improvvisata che lo avvicina al jazz e matura negli anni studi e collaborazioni che ne plasmano una personalità anche sotto il profilo jazzistico. Non è semplice far convivere l’ anima classica con quella di ispirazione afro-americana, ma in questo caso le due anime quasi si legittimano reciprocamente, senza alcun tipo di difficoltà che possa condizionare la validità del progetto.   Nel 2017, insieme al contrabbassista Gabriele Evangelista e al batterista Enrico Morello, Locatelli forma un suo trio e in Marzo incide il disco in oggetto, pubblicato nello scorso mese di Febbraio.
Ci troviamo di fronte ad un’opera di qualità, in cui è dispiegata una maturità linguistica importante, sia sotto l’aspetto compositivo che sotto quello solistico. Otto composizioni, tutte della penna del leader, ognuna con caratteristiche e peculiarità diverse e specifiche. La prima,  Fizzle, Deed Slow, apre il disco con una tensione ritmica e musicale che denota una urgenza espressiva controllata e ben definita. Una esigenza che si mantiene costante, dimostrando così il carattere personale della musica che si sviluppa poi in un alternanza di momenti, più sospesi, come nel seguente Path, o dalle influenze quasi bachiane di Inspire me, o come in From the last frame, altro brano contenente atmosfere di ispirazione accademica. Tuttavia, non ci si faccia trarre in inganno da queste considerazioni, poiché la musica mantiene in ogni brano una impronta jazzistica manifestando una pertinenza armonica e ritmica spiccata, direi di  “pieranunziana” ispirazione.  Merito di ciò va ascritto anche a Gabriele Evangelista ed Enrico Morello che si dimostrano ottimi strumentisti capaci di dialogare alla pari con il leader, condividendo con lui il merito della riuscita del disco. Un album importante, frutto di un talento che si pone autorevolmente come positivo protagonista della scena italiana.

Francesco Barresi

Riccardo Fassi Tankio Band meets Fabio Morgera – Alfa Music 2016

albumsPubblichiamo oggi la recensione di uno dei lavori italiani più rappresentativi, almeno per il sottoscritto, fra quelli pubblicati a cavallo tra 2016 e 2017.
La Tankio Band è, con ogni probabilità, la formazione italiana più longeva, essendo stata creata dal pianista Riccardo Fassi nel 1983 e da allora in costante e continua attività. Trentacinque anni di intensa produzione, fatta di molti concerti, di sette realizzazioni discografiche e di collaborazioni con musicisti importanti, che hanno portato questa realtà ad essere un riferimento all’interno del panorama jazzistico italiano.
Il disco in oggetto nasce proprio da una delle suddette collaborazioni che, come anticipa il titolo, vede ospite il trombettista Fabio Morgera. Tornato da tempo in Italia dopo una lunga permanenza negli Stati Uniti (perlopiù a New York) che lo ha reso musicista di respiro internazionale, il trombettista non è solo ospite, ma coprotagonista a tutti gli effetti dell’opera, in quanto autore di tutti i brani, degli arrangiamenti, rivestendo naturalmente il ruolo di principale solista del gruppo di cui è componente. Ciò che favorevolmente ha impressionato l’ascolto sin dalle prime battute è l’equilibrio fra i temi, dei quali nessuno banale, gli arrangiamenti e le parti solistiche. Questo fa si che la musica scorra sempre fluida, anche nei momenti esecutivi più complessi, che non sono pochi, mantenendo una compattezza di insieme ed una tensione sempre costantemente ad alto livello, sia sotto il profilo armonico-melodico, sia sotto quello ritmico. Merito anche delle doti dei musicisti coinvolti e di una sezione ritmica che lavora incessantemente per unire le parti in ogni momento. Si rilevano echi di influenze orchestrali collegabili, di volta in volta, ad atmosfere kentoniane piuttosto che gilevansiane, ma tutto collocato e interpretato in modo coerente e non fine e se stesso. L’esperienza che Morgera ha maturato negli Stati Uniti in ambito orchestrale (tra cui ricordiamo l’eccellente Captain Black Big Band di Orrin Evans) ha indubbiamente lasciato positivamente il segno.
Difficile scegliere fra i brani e segnalarne alcuni sopra gli altri, poiché, come accennato, la tensione esecutiva e creativa non manifesta delle stasi, anche nei momenti di musica più riflessiva, ma un’eccezione si potrebbe fare per Undermining the Pyramid, traccia che pare contenere un po’ tutti i pregi del disco in oggetto.

Infine, per completezza di informazione, segnalo di seguito tutti i musicisti che hanno partecipato al progetto discografico:

Fabio Morgera Tromba, composizioni,arrangiamenti
Riccardo Fassi Rhodes piano, tastiere
Giancarlo Ciminelli , Claudio Corvini trombe
Roberto Pecorelli tuba
Massimo Pirone trombone
Sandro Satta, Michel Audisso, Torquato Sdrucia sassofoni
Pierpaolo Bisogno vibrafono
Steve Cantarano contrabbasso, basso elettrico
Pietro Iodice batteria

Francesco Barresi

Rez Abbasi: Unfiltered Universe – Whirlwind Records ( 2017 )

51KJVOl+L4L._SX425_Rez Abbasi è un chitarrista poco conosciuto in Italia, ma è da tempo una figura molto rappresentativa del panorama chitarristico e jazzistico contemporaneo. Nato nel 1965 a Karachi, all’età di quattro anni si trasferisce con la famiglia dalla capitale pachistana per recarsi a vivere a Los Angeles. Qui muove i primi passi nel suo percorso musicale dove, a undici anni, si avvicina allo studio della chitarra. Nel 1995 incide il suo primo disco,  Third Ear e quello di cui ci accingiamo a parlare è la sua undicesima proposta discografica, con la formazione che è molto attiva anche sotto il profilo dell’ attività concertistica.
Il gruppo è costituito, oltre che naturalmente dal leader alla chitarra, da musicisti di spicco della scena jazzistica contemporanea come il pianista Vijay Iyer, l’altosassofonista Rudresh Mahanthappa, il contrabbassista Johannes Weindenmuller, il batterista Dan Weiss e, non in tutti i brani, la violoncellista Elizabeth Mikhael. Abbasi ha una lunga consuetudine con Iyer e Mahanthappa, condividendo analoghe origini orientali. Ciò ha facilitato, evidentemente, l’elaborazione del progetto che si presenta fresco e originale. La musica che qui si può ascoltare si inserisce nel filone di quello che oggi si potrebbe definire come “progressive jazz”, ma, aldilà delle catalogazioni che sono spesso limitanti, mi sento di dire che siamo al cospetto di una musica dai connotati decisamente contemporanei, nella quale si rintraccia un mood jazzistico pertinente unito a contaminazioni culturali diverse che, nello specifico indiano, ispirano, seppur in modo non esclusivo, le figure di Abbasi, Iyer e Mahanthappa. Il chitarrista si dimostra leader non assoluto, lasciando molto spazio ai suoi colleghi e dando la possibilità alla musica di assumere tratti caratteriali non solo suoi. Le personalità del pianista e del sassofonista sono infatti avvertibili come contributo non solo solistico e ciò è un aspetto molto apprezzabile. Naturalmente anche Weindenmuller e Dan Weiss offrono il loro determinante contributo, cosi come la Mikhael offre un arricchimento importante nei brani in cui è utilizzata. Questi sono tutti a firma del leader e non vissuti solo come mezzo per una competizione di improvvisazione, ma ognuno è ben scritto e arrangiato.

Disco importante che dimostra come il processo di sintesi culturale possa fare crescere la musica jazz in un’ ottica di apertura filtrata attraverso le precedenti esperienze e nel quale si può godere di un equilibrio rilevante fra capacità dei singoli e, nello stesso tempo, risultato della qualità corale del lavoro. Il 2017, in questo senso, ci ha proposto opere più che interessanti e questa ritengo possa essere tra quelle.

Francesco Barresi

Raffaele Genovese: Musaico -Alfa Music (2016)

albumsProseguiamo nell’attività di recensione di nuove uscite discografiche scrivendo dell’ultima pubblicazione del pianista italiano Raffaele Genovese. Si tratta del terzo cd pubblicato dal musicista in oggetto, sempre per Alfa Music come i precedenti, e lo vede impegnato con il suo trio, completato da Carmelo Venuto al contrabbasso ed Emanuele Primavera alla batteria, con ospite l’ altosassofonista olandese Ben Van Gelder.
La presente opera contiene dieci brani, tutti a firma del leader ad eccezione di Gentle Piece di Kenny Wheeler, e si dimostra essere una proposta che risponde ad un progetto ben pensato ed organizzato. Non siamo, dunque, in presenza di un pugno di brani messi insieme alla bisogna per assolvere ad un esigenza discografica, ma, appunto, ad un jazz che, forse, non farà la felicità degli appassionati degli standard a tutti i costi, ma che presenta una propria solida dignità, cosa che non è sempre così scontata. Musica dal carattere apparentemente intimista, ma che rivela nel suo dipanarsi un alto grado di incisività e concretezza, alternando momenti riflessivi che mi ricordano molto la poetica di un importante pianista contemporaneo come il polacco Marcin Wasilewski, ad altri ritmicamente più movimentati, come in Bright inside, in For this time e in Pentapolis, che chiude il cd.
Genovese si dimostra strumentista tecnicamente e armonicamente solido e ed è affiancato da musicisti altrettanto ferrati che lo coadiuvano in modo determinante per la riuscita del risultato positivo. Indubbiamente non siamo al cospetto di una registrazione che cambierà le sorti del jazz, ma certamente di una proposta ben suonata da musicisti preparati e non ammiccanti ad un facile risultato e ciò è già da solo elemento che gli varrebbe la nostra attenzione.

Francesco Barresi

John Beasley: ” Presents MONK ‘ estra ” Vol. 1&2 – Mack Avenue Records (2017)

R-10976906-1507739497-9151.jpegJohn Beasley è un pianista cinquantasettenne nativo della Louisiana che, nonostante non sia molto conosciuto in Italia, gode di meritata fama nella sua patria, grazie alla quantità, alla qualità e alla trasversalità delle sue collaborazioni che vanno, tra le altre, da Miles Davis agli Steely Dan, da Freddie Hubbard a Sergio Mendes e, naturalmente, grazie anche ai propri progetti.

Qui ci occupiamo dell’ ultimo fra questi che lo vede a capo della sua MONK ‘ estra, big band creata, come si evince dal suo nome, con l’ obbiettivo di proporre la musica di Thelonious Monk attraverso questa formazione. L’ opera è contenuta in due cd distinti che si possono acquistare anche separatamente e sono stati pubblicati in due momenti diversi dalla meritoria etichetta Mack Avenue; il vol. 1 nel 2016 ed il vol. 2 nel 2017, anno in cui si è ricordato il centennale della nascita del grande pianista e compositore. Ammetto che mi sono avvicinato a questa musica con un minimo di circospezione e perplessità in quanto, molto spesso, opere analoghe finiscono per essere ricordi in musica piuttosto superficiali e dal peso specifico molto ridotto se non nullo, ma in questa occasione sono stato molto piacevolmente costretto a ricredermi. Ci troviamo, infatti, al cospetto di una musica che non è unicamente un elemento filologico che nulla aggiunge alla sostanza già presente, ma prende a pretesto il materiale monkiano per giungere ad un risultato sorprendente e a tratti, concedetemi, entusiasmante.  E’ necessario avere una arditezza non comune per inserire un cantante rap (Dontae Winslow) e arrangiare in tale stile un brano come Brake’s Sake o far eseguire un capolavoro come Round Midnight in ambito hip hop, ma ogni brano contiene qualche sorpresa imprevedibile e, allo stesso tempo, richiami ad atmosfere di sapore, di volta in volta, kentoniano o evansiano o ellingtoniano. Non si rilevano mai cali di tensione, né creativi né esecutivi ed è difficile, forse inutile, segnalare i momenti migliori dei suddetti cd perché il livello di tutti i brani è molto alto.  Lo spirito di Monk aleggia ed è sempre presente, ma lo sguardo è rivolto avanti, come il suo messaggio ha sempre esortato a fare.

Da segnalare anche l’ equilibrio mirabile fra gli arrangiamenti e le parti solistiche che si vedono trattati con pari dignità senza che gli uni vadano a discapito delle altre, nonostante la presenza all’interno dell’ orchestra di musicisti di valore assoluto.
Sono stati chiamati a far parte di tale progetto, tra gli altri, personaggi come il vibrafonista Gary Burton, protagonista in  Epistrophy, che apre il vol. 1, il trombonista Conrad Herwig, il sassofonista Kamasi Washington, la violinista Regina Carter, l’armonicista Greg Maret, la vocalist Dianne Reeves (che canta in una straordinaria versione di Ruby My Dear) ed il batterista Terreon Gully. Mi sento di potere affermare che siamo in presenza di una musica inclusiva che abbatte molti steccati di cui soffre spesso il jazz e che può essere considerata elemento di riferimento contemporaneo e consacra, qualora ce ne fosse ancora necessità, Thelonious Monk come uno dei più importanti compositori del secolo scorso.

Francesco Barresi

Un batterista singolare: Leon Parker

Oggi focalizziamo la nostra attenzione su un musicista ancora attivo, ma dalla presenza sulla scena musicale, sia sotto il profilo discografico, sia dal punto di vista concertistico, piuttosto discontinua.  Oggetto del presente contributo è il batterista / percussionista Leon Parker, da non confondere con Leo Parker, sassofonista baritono attivo a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, scomparso in giovane età, nel 1962.
Parker nasce nel 1965 a White Plains, città ad una quarantina di chilometri a nord di New York ed inizia sin da bambino ad interessarsi agli strumenti a percussione. All’età di quindici anni entra a far parte di un giovane combo locale e due anni più tardi inizia a studiare i suoi strumenti preferiti sotto il profilo classico accademico. In seguito al conseguimento del diploma alle scuole superiori, Parker si trasferisce nella “Grande Mela”, iniziando ad esibirsi regolarmente. E’ durante questo periodo che il giovane musicista idea e sviluppa una delle principali sue caratteristiche, che si basa sulla drastica riduzione del set della batteria, cosa che vedremo in dettaglio più avanti.  Il ragazzo inizia ad attirare l’attenzione per le sue particolarità e viene invitato a suonare e ad incidere con personaggi come il bassista Harvie Swartz, la cantante Sheila Jordan ed il pianista Kenny Barron, tra gli altri. Nel frattempo sposa Lisa, una flautista, con la quale trascorre l’intero 1989 fra Spagna e Portogallo, stabilendo un rapporto con il continente europeo che ricorrentemente tornerà nella sua vita, professionale e non.
Tornato a New York, diviene batterista di ruolo della band del Village Gate e stabilisce importanti e fruttuose collaborazioni con artisti di primo piano, ma è grazie al suo ingresso nel trio del pianista Jacky Terrasson che il Nostro si guadagna le stelle della ribalta internazionale. Con il suddetto gruppo inciderà due significativi cd per la Blue Note (Jacky Terrasson del 1994 e Alive del 1998), ma tutti gli anni Novanta sono densi di collaborazioni interessanti e importanti. La prima di queste è la partecipazione, nel 1992, all’incisione del disco di Dewey e Joshua Redman Choices per l’etichetta tedesca Enja. Degne anche di essere segnalate, fra le altre, sono: l’incisione con il gruppo MTB di Brad Mehldau, Mark Turner (qui insolitamente focosamente sanguigno) e Peter Bernstein nel 1994; la sua partecipazione al poco ricordato, ma eccellente, The Art of Rhythm di Tom Harrell del 1995 e la sua presenza in Four for Time, un Criss Cross del 1996, ma pubblicato nel 1999, del quartetto del sassofonista Steve Wilson. Degna di nota anche la partecipazione nel cd Inner Trust, edito da Criss Cross nel 1998 all’interno del  trio di David Kikoski.

Durante questa fase della sua carriera, Leon Parker affina sempre più il suo approccio strumentale alla batteria che, come accennato, si basa sulla semplificazione derivante dalla riduzione ai minimi termini del suo set. Non è raro, infatti, vederlo suonare ad uno strumento basato esclusivamente su cassa, rullante ed un piatto unico, senza nemmeno l’usuale hi hat. Ciò, unito ad un senso ritmico molto spiccato, fortemente propulsivo ma allo stesso tempo non invadente, rende il nostro batterista contemporaneamente innovativo, ma calato fortemente nella tradizione, dal suono asciutto, essenziale, attento alle sfumature e alle dinamiche musicali che egli stesso contribuisce ad alimentare. La sonorità del suo strumento riporta ad atmosfere anche tribali che, infatti, sono molto presenti nella musica che porta la sua firma. Gli anni ’90 divengono fondamentali per il musicista newyorkese, poiché è il momento anche delle opere autografe che delineano al meglio la sua personalità artistica. Il debutto da leader è del 1994 ed è intitolato Above & Beyond, edito dalla Epicure. Si tratta di un disco in cui la poetica del percussionista è già molto delineata, matura e instradata su una via ben precisa, innestata su un jazz dai forti sapori africani, sia dal punto di vista ritmico e percussivo, sia sotto quello delle atmosfere, impreziosite spesso dai suoni di strumenti africani e contributi vocali, spesso di carattere etnico e sempre molto coerenti e piacevoli.  Qui si possono ascoltare composizioni originali, ma anche tributi al prestigioso repertorio del jazz, come nei monkiani Bemsha Swing ed Epistrophy, rielaborati in modo pertinente e aggiornato, l’ellingtoniano Caravan e in You Don’t Know What Love Is, a testimonianza dell’attenzione ad un percorso rigenerato, ma sempre ben connesso alla tradizione del jazz.

Poco dopo la Columbia offre a Parker un contratto, dandogli la possibilità di incidere altre due opere: Belief, pubblicato nel 1996, e “Awakening, del 1998, opera questa che sarà indicata dalla critica statunitense tra i migliori 20 dischi di quell’anno. Entrambi i lavori mantengono lo stesso impianto, con Belief che preserva una preponderanza strumentale, con la presenza in un paio di brani di un superbo Tom Harrell che impreziosisce il cd, mentre nel secondo viene concesso molto spazio alle parti vocali ed in particolar modo alla brava Elisabeth Kontomanou.

Nel 1999, Parker stabilisce una interessante collaborazione con il chitarrista Charlie Hunter, creando un insolito e interessante duo chitarra/batteria/percussioni col quale si esibisce in tournée ed incide un disco per la Blue Note dal semplice titolo Duo. Nonostante l’atipicità della formazione, i due riescono a dar vita ad una musica ugualmente stimolante e di impatto, che poco fa rimpiangere l’assenza di altri strumenti.

Nel 2000, incide a suo nome The Simple Life per l’ etichetta francese LABEL M, disco che in quattordici brevi brani, tutti della durata compresa fra i quarantadue secondi a poco più di quattro minuti, sintetizza e fissa in modo ancor più deciso la sua poetica afro-americana. Solo Belief, tratto dalla sua precedente opera, ha una durata di oltre dieci minuti.  La musica qui proposta mostra una spiccata coerenza ed è eseguita da molti dei musicisti che hanno accompagnato Parker nelle esperienze precedenti e che conoscono bene le idee e gli obiettivi del percussionista.  Si ritrovano ad accompagnarlo i fidi Jacky Terrasson e Xavier Davis al piano, Adam Cruz alle percussioni, marimba, bells, steel pan etc., Ugonna Okegwo al contrabbasso, Tom Harrell alla tromba, Steve Wilson e Sam Newsome ai sax, Elisabeth Kontomanou alla voce. Il disco sarà pubblicato nel 2001, anno in cui Parker decide di interrompere la propria attività. All’età di trentacinque anni si trova ad essere uno dei musicisti più richiesti e apprezzati da critica e pubblico, ma la situazione musicale statunitense non lo stimola più, anzi, gli fa sembrare il suo un lavoro e non più un mezzo attraverso il quale esprimere le sue idee artistiche. Conseguentemente a ciò, raro esempio di coerenza artistica ed umana, decide di trasferirsi in Francia dove per molti anni praticamente non suona, nemmeno in privato.  Continua, però, a sviluppare la sua idea di musica attraverso la “body percussion”, ovvero l’arte percussiva esercitata sul proprio corpo, insegnando tale pratica in una scuola di musica di Tolosa.

In Francia conosce il pianista italiano Giovanni Mirabassi, anch’egli lì residente, e con lui torna, dopo molti anni, a suonare e ad incidere, entrando a far parte del trio completato da Gian Luca Renzi al contrabbasso, altro francese di adozione.  Nel 2008 viene pubblicato dall’etichetta Discograph, Terra Furiosa, a nome di Mirabassi. Nel 2009, sempre la Discograph pubblica Out of Track e l’ anno successivo Live at The Blue Note – Tokyo, tutti con la formazione del pianista. La musica di Mirabassi segue un’estetica diversa, direi lontanissima dalla visione di fondo del batterista. Ci troviamo al cospetto di un jazz suonato ad alti livelli, ma con coordinate molto occidentali e lontane dall’approccio che Parker ha sempre utilizzato. Ciononostante, e grazie alla sensibilità che egli stesso ha sempre dimostrato nei diversi contesti, non trova problemi ad inserirsi, riuscendo a illuminare il trio con discrezione unita ad incisività, quasi come se gli anni di inattività, invece di ostacolarlo, gli avessero aperto ulteriori orizzonti. Nella nazione Transalpina, Parker, come da lui stesso testimoniato, pare aver ritrovato un buon equilibrio personale, dividendosi fra attività didattica, concerti e qualche saltuario tour, compreso uno in territorio originario americano. Sperando che torni  a proporre musica della qualità che gli compete, non ci resta che ascoltare alcuni esempi rintracciati in rete, e qui sotto proposti.

Rimangono, comunque, le testimonianze discografiche e concertistiche di un artista che ha offerto un modo tradizionale e allo stesso tempo innovativo di approcciarsi allo strumento e che ha saputo produrre opere di valore, caratterizzando con le sue peculiarità ogni contesto al quale ha voluto partecipare.

Francesco Barresi

The Billy Lester Trio: Italy 2016 – UltraSound Records (2017)

the-billy-lester-trio-600-300x300Uno degli obiettivi che ci prefiggiamo attraverso l’attività di questo blog è quello di portare alla luce musicisti che, per diverse ragioni, non hanno la visibilità che meriterebbero. La lista è molto lunga e contiene personaggi del jazz di ogni epoca, ma oggi ci occupiamo di un contemporaneo che occupa il suo posto in tale elenco, il pianista statunitense Billy Lester, recensendone il suo ultimo lavoro discografico, rappresentato dal cd Italy 2016, registrato in trio in nel nostro Paese in compagnia di Marcello Testa al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria.
Lester è un personaggio piuttosto atipico nel panorama jazzistico. Originario di Yonkers, un sobborgo non lontano da New York, rivela un precoce talento e attenzione per la musica, applicandosi ad essa e al pianoforte sin dall’età di 4 anni. A 18 anni riesce ad entrare alla Manhattan School of Music e, sempre a New York, ha poco dopo l’occasione di ascoltare dal vivo Lennie Tristano, che lo impressiona al punto da diventarne, insieme a Bud Powell, il suo riferimento artistico. In seguito diviene uno degli allievi prediletti di Sal Mosca, diventando a sua volta, nel tempo, uno degli esponenti principali di tale corrente. Tutta l’ attività del Nostro, però, sia sotto il profilo concertistico, sia sotto quello didattico, si svolge esclusivamente in ambito locale, a seguito della sua scelta di avere e mantenere una professione al di fuori dell’ambito musicale che gli consenta una più stabile condizione economica per sé e la famiglia.
Quando i figli si sono resi autonomi, Lester inizia a muoversi oltre gli abituali confini, iniziando così a farsi conoscere da un pubblico più vasto e, nel corso di una sua visita in Italia, conosce i due musicisti italiani prima citati, con i quali fin da subito instaura un feeling umano e artistico. Ciò li porta ad incidere nel 2016 il presente disco in studio, oltre che a dar vita ad una collaborazione che si protrae nel tempo e che si è concretizzata anche in un tour di concerti in Italia durante il passato mese di Agosto.
Il cd comprende sei brani tutti composti dall’artista di Yonkers ed offre diversi spunti di riflessione. Innanzitutto, si percepisce nitidamente che ci si trova al cospetto di un pianista dalla non comune preparazione, sia tecnica che musicale. Il linguaggio pianistico verte su atmosfere sì di stampo ed evocazione tristaniana, ma risponde anche ad una ricerca ed esigenza di personalizzazione dello stesso. L’elemento che stupisce è il continuo variare del gioco delle sue mani, che a volte utilizza in modo classico, con il fraseggio della destra e accompagnamento ad accordi della sinistra, invertendo a volte questo procedere, creando una tensione musicale che sembra non risolversi, per poi trovare invece soluzioni impreviste e sorprendenti a tutta tastiera. Linguaggio certamente non semplice ed immediato né, tanto meno, prevedibile, ma che costituisce il grosso atout di questo disco. La sensazione è che ci sia il tentativo, conscio o inconscio, di trovare una sintesi fra le due più forti influenze pianistiche dichiarate da Lester: Lennie Tristano e Bud Powell. In tale non semplice contesto, bene si comportano il contrabbassista Marcello Testa ed il batterista Nicola Stranieri, che si inseriscono nel tessuto dell’ opera in modo non invasivo, ma presente ed incisivo allo stesso tempo, come richiesto dal tipo di contesto, sia per quanto riguarda la parte di accompagnamento, sia per le parti solistiche.
Disco che certamente non cambia il corso della storia, ma che costituisce un esempio di jazz ben congegnato e ben suonato, che dimostra come, anche con organici tradizionali, si possono ottenere risultati originali e di livello. Suggerisco un attento ascolto.

Francesco Barresi

 

UMO JAZZ ORCHESTRA, il caldo rigore del Nord

Come accennato in occasione del secondo anniversario del blog, inizia oggi ufficialmente la collaborazione di Francesco Barresi, appassionato di lunga data con un passato anche di organizzatore di concerti, con il quale ci siamo potuti conoscere anche direttamente e scambiare le diverse opinioni sul jazz. In linea di massima Francesco cercherà di coprire meglio la scena jazz italiana ed europea di quanto voglia e sappia fare io, essendo lui molto più informato di me in materia, ma non ci sono preclusioni e potrà parlare di quel che vuole, ovviamente. In questo senso apriremo, già con questo primo scritto, delle nuove categorie di articoli dedicate all’argomento. Lo ringrazio in anticipo per tutto quanto vorrà fare in futuro nella speranza di migliorare il servizio fornito al lettore di questo blog.

R.F.

Inizio con questo contributo la mia collaborazione al blog immaginato e creato da Riccardo Facchi, che ringrazio per la fiducia accordatami. Il mio desiderio è quello di condividere in modo diretto e paritario le esperienze e le conoscenze che ho avuto modo di maturare nel campo della musica jazz in, ahimè, oltre 40 anni di passione ininterrotta, ma con anche la consapevolezza di avere ancora molto da imparare su un tema che più si approfondisce e più apre porte di ulteriore approfondimento.
Oggetto dello scritto odierno è una realtà del jazz nordico che, nel tempo, è diventata un riferimento assoluto nel campo delle big band, la finnica UMO JAZZ ORCHESTRA.
Il Nord Europa ha una lunga e profonda tradizione di cultura musicale ed è un area geografica da sempre molto aperta e sensibile al jazz, sin dagli albori di questo. La Svezia, infatti, si aprì a tale idioma sin dagli anni Venti del secolo scorso, in anticipo su ogni altra nazione del nostro continente. Nonostante un gruppo di intellettuali svedesi si opponesse e indicasse questa nuova forma espressiva come una deviazione inammissibile, arrivando a chiedere, con il sostegno del sindacato locale dei musicisti, di vietare di suonare jazz nel Paese, nessuno riuscì ad evitare l’ arrivo di musicisti che iniziarono ad importare Ragtime e Dixieland, al punto che nel 1926 fu effettuata la prima incisione da parte della Chrystal Band del pianista Helge Lindberg. E’ evidente, dunque, come la tradizione in questo campo sia profonda e sentita e perché il livello del jazz nei paesi scandinavi, ma anche in Olanda e Danimarca, sia sempre stato molto elevato.
Tornando al nostro specifico, la UMO è una orchestra che fu fondata nel 1975 dal pianista Heikki Sarmanto e da Esko Linnavalli, arrangiatore di grande livello. Il nome della band è l’ acronimo di Uuden Musiikin Orkesteri, New Music Orchestra in Inglese e, infatti, i primi due dischi, entrambi del 1976, furono editi con il nome britannico. Sin dagli ospiti che si trovano nella prima opera discografica, Dexter Gordon, Niels Pedersen, Allen Botchinsky, si intravedono gli obiettivi qualitativi di questo gruppo che saranno, appunto, sempre e costantemente ai massimi livelli. Il nome UMO verrà utilizzato dal 1978 nel terzo disco pubblicato, Thad Jones & Mel Lewis with UMO per la RCA Victor, e non verrà più abbandonato.
Nel 1984 ottiene un importante e multiplo riconoscimento, in quanto l’attività dell’orchestra verrà stabilmente riconosciuta e finanziata ( !! ) contemporaneamente dalla Radio Televisione di Stato finlandese, dal Ministero della Cultura e dalla Municipalità di Helsinki.
Apro una parentesi dicendo che anche in Italia esistevano le orchestre dei “ritmi moderni” della RAI, ma si è pensato bene di scioglierle. Stop al commento.
L’ attività UMO si sviluppa, perciò, molto intensamente sia sotto il profilo concertistico che discografico, aprendosi sovente a collaborazioni e progetti importanti in entrambe le situazioni. Sono, infatti, note esibizioni concertistiche con solisti del calibro di Dexter Gordon, Dizzy Gillespie, Mc Coy Tyner, Michael Brecker e altri, ma anche collaborazioni dal vivo con arrangiatori come Gil Evans e Maria Schneider.
L’ opera discografica è, direi, quasi monumentale, essendo composta da oltre 50 pubblicazioni ed è tutta di grande valore, oltre che molto eterogenea. Si può spaziare dal jazz per big band più canonicamente inteso ad opere più informali e rarefatte fino a progetti di carattere quasi filologico., Le produzioni sono tutte di alto livello ed è difficile stabilire cosa sia meglio. Io, però, colloco in cima alle mie preferenze i due dischi “Umo Jazz Orchestra“del 1997 e “Transit People” edito nel 2000, entrambi della Naxos Jazz e con impostazioni molto diverse. Molto moderni entrambi, ma più “tradizionale” il primo e un po’ più rarefatto il secondo. Così come suggerisco l’incisione dedicata alla musica di Muhal Richard Abrams per come riesce a calarsi nello spirito di questo musicista non così immediato e non semplice da tradurre in musica per orchestra. Altra chicca è il cd pubblicato nel 2015 di un concerto dal vivo con ospite Michael Brecker, ma, ribadisco, tutta la produzione è di livello molto alto. Per consultare la discografia si può andare al sito discogs.com.
Le caratteristiche peculiari della formazione di cui stiamo parlando sono diverse. Innanzitutto lo standard dei musicisti è costantemente ai massimi livelli, precisi e compatti nelle sezioni come godibili ed espressivi nelle parti solistiche. Ciò grazie, evidentemente, anche alle parti scritte, temi ed arrangiamenti, che creano un impatto sonoro potente, ma nello stesso tempo sempre coerente con l’atmosfera dei diversi brani. Non ultima, la capacità di trasmettere il giusto feeling in ogni situazione, mediante una predisposizione che non deriva solo dalla scrittura, ma anche dalla sensibilità dei singoli di calarsi nelle diverse situazioni musicali con il giusto approccio. In sintesi, una big band che trasmette forti sensazioni e, spesso, da “pelle d’oca”.
Sono molti i musicisti che hanno suonato e contribuito a costruire la fama della UMO e, dunque, è impossibile citarli tutti ( anche per la complicatezza dei nomi), ma mi piace ricordare almeno coloro che da più anni partecipano al progetto come il trombettista Timo Paasonen, il trombonista Mikael Langbacka, il sassofonista Teemu Salminen, il sassofonista Pertti Paivinen, il batterista Markus Ketola ed il pianista Kirmo Lintinen.

Chiudo con un pensiero che vuole essere anche un auspicio. Il risultato del sostegno pubblico a questa realtà si traduce, come scritto nel proprio sito umo.fi, in 80 concerti annuali e molte attività anche didattiche a favore di scuole e studenti. Si può ragionevolmente pensare che non sia così impossibile promuovere collaborazioni stabili e culturalmente proficue anche in Italia?

Francesco Barresi