Un grande della West Coast

La scomparsa comunicata in questi giorni di Lennie Niehaus, grande contraltista, ma ancor più arrangiatore e compositore di vaglia, fa riaprire la pagina frettolosamente chiusa del cosiddetto West Coast Jazz anni ’50. Un periodo storico del jazz liquidato un po’ troppo superficialmente dalla critica, il cui giudizio andrebbe oggi rivisito e opportunamente approfondito. La classica obiezione critica che si è a suo tempo fatta a quel modo rilassato ed esteticamente molto (troppo?) curato di esprimersi in jazz era una certa carenza espressiva e di motivazioni socio-politiche, specie se confrontate con la musica prodotta dai coevi colleghi jazzisti sulla East Coast americana, senza contare della associazione automatica a un cosiddetto “jazz bianco”, in una realtà che ha manifestato peraltro una discreta e importante presenza anche di significativi contributi di musicisti neri. Un jazz, insomma, un po’ edonistico e poco protestatario per i gusti di molti jazzofili nostrani e forse troppo rappresentativo dello stereotipo di una “America bianca” sempre abbastanza invisa al cultore europeo del jazz.

Una osservazione troppo generalizzata, tuttavia non priva di motivazioni, ma a nostro avviso esageratamente enfatizzata, a scapito di una rimarchevole sofisticazione musicale e una elevata preparazione strumentale dimostrate dai vari protagonisti che sono comparsi sulla scena californiana in quegli anni. Lennie Niehaus in questo senso si presta come caso esemplare in positivo del discorso appena accennato, poiché è stato davvero un eccellente arrangiatore e preparatissimo sassofonista, di sostanziale influenza parkeriana.

La sua carriera in ambito jazzistico prese forma e fama negli anni ’50, precisamente dal 1953 al 1959 nell’ambito dell’orchestra di Stan Kenton, che proprio in quegli anni sfornò i suoi lavori discografici migliori utilizzando solisti e arrangiatori del livello di Niehaus. Parallelamente, il contraltista produsse da leader anche degli splendidi dischi per la Contemporary di Lester Koenig, tra cui una brillante serie in cinque volumi dedicata a formazioni in quintetto, sestetto e ottetto che illustrano ancora oggi la sua arte di arrangiatore e di solista di assoluto rilievo. 

Faccio sostanzialmente mio in questo senso il sintetico scritto lasciato proprio ieri sulla mia pagina Facebook dell’amico Alberto Tagliazucchi, che chiosava in suo ricordo: “Compositore, arrangiatore e solista di grande mestiere cresciuto nel laboratorio-fucina di Kenton, i suoi quintetti, sestetti e ottetti rappresentano forse, per perfezione e coesione stilistica, il miglior paradigma emblematico della concezione estetica della corrente West Coast. Era un grande musicista, dal solismo efficace, anzi perfetto, piacevolissimo da ascoltare ma (parere personale) quasi freddo perché troppo lineare e con scarse accentuazioni e chiaroscuri emotivi, il che tuttavia non offusca l’importanza dei suoi grandi meriti come scrittore di arrangiamenti e compositore, più che come solista”.

Rispetto a quei dischi e a quel periodo Niehaus è presto caduto in un immeritato oblio un po’ come tutto il resto della produzione West Coast Jazz, dovuto però anche al suo abbandono dalla scena jazzistica per proporsi come compositore e arrangiatore di colonne sonore per il cinema e la televisione. Non a caso la sua fama è ripresa tra i jazzofili quando fu incaricato da Clint Eastwood di curare la colonna sonora del film Bird del 1988 (con cui proseguì poi una intensa collaborazione che peraltro era già partita qualche anno prima), dedicato dal regista e attore americano alla figura del mitico Charlie Parker, un film ben noto a tutti gli appassionati del jazz. Una attività questa che gli ha permesso di vincere numerosi premi internazionali legati al cinema.

Max Harrison, scrisse un saggio approfondito su Niehaus che catturava le virtù essenziali del lavoro dell’altoista e che qui riporto: “Niehaus ha poco da imparare nel suonare il sassofono contralto. La sua facilità e fluidità trasmette una sensazione di rilassamento e sicurezza che è dote rara,  il suo attacco e il suo swing sono sorprendenti quasi allo stesso modo. Ma la caratteristica più notevole (…) è la coerenza del suo discorso inventivo nell’improvvisazione. Non sembra mai perdere una buona idea melodica e, sebbene il suo fraseggio sia conciso e preminentemente logico, un elemento di imprevedibilità non è mai assente.”

Propongo qui alcune tracce esemplari tratte dai citati suoi dischi da leader registrati per Contemporary. Buon ascolto.

3 pensieri su “Un grande della West Coast

  1. Me lo ricordo come solista e uno degli arrangiatori (vado a memoria…) in “Cuban Fire” di Stan Kenton.
    Purtroppo, a parte rare eccezioni (Art Pepper, tanto per fare un nome famoso), i musicisti riconducibili allo stile del West Coast Jazz sono spesso ignorati e dimenticati, Kenton fra tutti.
    Meno sicuramente negli USA, dove peraltro l’attività di compositore di colonne sonore è tenuta in larga considerazione e porto ad esempio un musicista e direttore d’orchestra come Henry Mancini comunque legato al jazz, assai rispettato e amato.
    Potrà sembrarti strano, ma ho scoperto alcuni estimatori nonché collezionisti di dischi di ambito West Coast nell’area centro europea.
    Sull’Italia, beh, se ci sono e non ho motivo di credere che non ve ne siano malgrado il contesto sfavorevole da te ben descritto, stanno ben nascosti almeno sul web…

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    1. Non so , dovrei verificare chi era l’arrangiatore di Cuban Fire, anche se in prima istanza ho qualche dubbio sia proprio lui, in quanto opera commissionata da Kenton a Johnny Richards e forse col supporto anche di Gene Roland entrambi compositori e arrangiatori di lungo corso con Kenton

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