Un omaggio a Miles Davis

Maggio è un mese di anniversari di grandi figure storiche del jazz. il 24 era l’anniversario della morte di Duke Ellington, oggi e quello di nascita di Miles Davis.

In generale, non amo troppo scrivere omaggi, coccodrilli e commemorazioni varie e a vario titolo sui personaggi che di volta in volta meriterebbero di essere ricordati. Questo per varie ragioni, la principale delle quali è che ho in uggia certe eccessive mitizzazioni di persone che, per quanto geniali, appartengono al genere umano e a quello dei comuni mortali, con relativi pregi e difetti. A ciò, andrebbe forse aggiunta nel caso particolare del jazz un’altra considerazione, ossia che stiamo parlando di una cultura musicale che ha sempre manifestato la sua forza e la sua relativa evoluzione nel tempo su un contributo multiplo e collettivo, poiché basata sull’apporto di una comunità più che su una serie di svolte individuali proposte da singoli personaggi. Considero quest’ultimo un modo estremamente riduttivo e molto approssimato di raccontare la storia di una musca, come il jazz, che ha mostrato una complessità formativa tale da evidenziare ancora oggi molti lati oscuri e difficilmente districabili.

Nel caso di Davis si può comunque fare una meritata eccezione. Non voglio però essere scontato nel ricordare una delle figure più note (anche se oggi, assieme a quella di Coltrane, un po’ troppo inflazionata, a dire il vero) del jazz. Credo che la stella polare della sua traiettoria artistica sia sempre stata l’esigenza di cambiamento, specie quando il trombettista riteneva di essere arrivato al top di una qualsiasi sua esperienza musicale. Eppure lo ha fatto, contrariamente a quanto si è spesso narrato, tenendo sempre ben presente la propria tradizione culturale.

In questo senso, ritengo che proporre un brano come Eighty One, registrato in occasione della prima uscita della serie di grandi registrazioni in studio del suo celeberrimo quintetto anni ’60, sia quanto mai significativo. Quel brano del 1965 rivela in nuce, quella che sarà la svolta ritmica (più evidente di lì a pochi anni con opere come In A Silent Way e Bitches Brew) nel concepire un accompagnamento ai fiati da quello classico swing del jazz ad uno, diciamo così semplificando, “in battere” più tipico del mondo r&b.

Ho sempre pensato che il filo conduttore del percorso artistico di Davis fosse incardinato principalmente sulle radici fondanti della musica afro-americana come il blues e la peculiare pulsazione ritmica di derivazione africana, nell’intento suo di riunire l’esperienza jazzistica, da lui affrontata nel corso dei decenni, al resto del bacino musicale popolare afro-americano che, proprio in quegli anni ’60, sembrava sfuggire e affrancarsi definitivamente dal percorso contemporaneo del jazz. Il suo è stato in estrema sintesi un modo di riconnettersi al cosiddetto bacino comune della cosiddetta “Black Music”, in un periodo in cui il jazz sembrava manifestare sempre più un processo di “sbiancamento”, per così dire.

Eighty One, pezzo davvero splendido, mostra chiaramente nel suo procedere ritmico evidenziato dalla batteria di Tony Williams, un alternato passaggio dalla scansione in battere a quella in levare tipica dello swing jazzistico su cui l’improvvisatore di turno si adagia mostrando di adattarsi perfettamente ad entrambe le situazioni. Un passaggio decisivo per il jazz a venire.

8 pensieri su “Un omaggio a Miles Davis

  1. Il primo album di studio di quella formazione che gli americani con un briciolo di enfasi, ma non certo inappropriatamente, chiamano Second Great Quintet.
    “Eighty-one” apre scenari che circa tre anni dopo verranno esplorati già compiutamente nel primo lato di “Miles In The Sky”, nel secondo lato di “Water Babies” curiosamente pubblicato parecchi anni più tardi durante il ritiro di Davis. E citerei anche il volume n. 3 delle “Bootleg Series” con le registrazioni live europee del 1969 del quintetto con Shorter, Corea, Holland e DeJohnette che combinava il repertorio del Second Great Quintet con i nuovi esperimenti elettrici.
    Condivido quanto affermi sulla trasversalità dell’approccio di Davis teso a suonare una musica che affermasse vigorosamente l’identità afroamericana. Ho letto che un certo ruolo nel cambiamento è anche riconducibile alla figura di Betty Mabry, incluso un approccio ad una futura collaborazione con Jimi Hendrix poi mai realizzatasi.
    Noto abbastanza curiosamente che piace ai rockettari in cerca di “nobiltà”, ma sarà un mio limite, ma non mi capacito del fatto che alcuni di costoro siano davvero estasiati da ” Tribute To Jack Johnson”, “Big Fun”, dai live ai Fillmore di Bill Graham per non parlare di “On The Corner”.
    Non sarà piuttosto un vezzo, una moda anziché un autentico bagno nell’universo davisiano mai scontato e incline, spesso e volentieri, ad essere spiazzante.

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    1. I rockettari (io sono anche rockettaro fra parentesi) arrivano spesso al punto in cui vogliono fare “il grande salto” verso il jazz e approdano quasi sempre sul Davis elettrico di Bitches Brew, prendendo su di esso abbagli clamorosi a causa dei pessimi articoli delle riviste rock su cui ne hanno sentito parlare. Articoli in cui si parla di un Davis riconvertito al RRRRUOCK (ma quando mai) senza nemmeno fare un accenno al funk (blanda musichetta da negri, in Europa), e quindi perdendo completamente di vista il nocciolo della questione. Alcuni arrivano addirittura a dire che Davis fu influenzato dal prog rock… Naturalmente, per questo tipo di pubblico il Davis elettrico è sempre “della maturità”, ma non tanto in senso anagrafico perché aveva 45 anni… no, perché quello prima boh, che è, il solito jazz vecchio, non rivoluzionario, da cocktail.

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  2. Se si fa un giro sui forum musicali frequentati da fan di rock progressivo soprattutto di Genesis e Yes, abbondano le fesserie che si leggono su Davis e su tutta la black music.
    A loro attenuante, c’è il retroterra popolato da critici(?) che hai descritto in maniera colorita ed efficace.

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  3. Così per farsi due risate un po’ amare per la verità su certi amanti del rock progressivo:

    https://vintagerockforum.altervista.org/forum/viewtopic.php?f=5&t=875&hilit=Marvin+Gaye&start=20

    Al di là dei gusti personali legittimi, quello che lascia perplessi è la sostanziale sordità mentale prim ancora che uditiva a ciò che proviene dal mondo musicale americano.
    Se non si capisce Marvin Gaye e il contesto in cui quella musica emergeva, figurarsi il jazz e un musicista complesso come Miles Davis…

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    1. se corri dietro a tutte le fesserie che raccontano queste capre, musicalmente analfabete, con la sicumera tipica dell’ignoranza atavica, stai fresco. Fregatene, è come tentare di raddrizzare le banane, vanno lasciati nel loro brodo. Fattene una ragione, alla gran parte degli europei tutto ciò che è americano, e a maggior ragione afro-americano, non piace a prescindere. Guarda che accade anche tra molti sedicenti jazzofili. Molti di questi sono capaci di deplorare quello che è avvenuto recentemente al nero ammazzato sotto le ginocchia di un poliziotto bianco, ma stai fresco che dei neri della loro cultura e di quel che fanno in realtà a questi non frega un cazzo. L’obiettivo strumentale è il solito antiamericanismo a prescindere. Puoi scommetterci.

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    2. Andando avanti in quel disgraziato thread, vediamo come Ray Charles, Chuck Merry, Aretha Franklin vengono considerati poco più che clown e “non male per i tempi” (nonché roba da americani) quando va bene, mentre una qualsiasi canzone dei Beatles è arte allo stato cristallino.

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      1. Non saprei come definirli quei personaggi…
        Azzardo a dire che sono di un’ignoranza tanto compiaciuta quanto irrecuperabile.
        Da museo degli orrori il riferimento a “Starsky & Hutch” a proposito di “What’s Going On” di Marvin Gaye.
        Preciso che il tizio in questione si vantava di essere appassionato e conoscitore di jazz in particolare di Charles Mingus e che possiede “The Koln Concert” di Jarrett.

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  4. Caro Riccardo,
    sottoscrivo il tuo post dalla prima all’ultima parola (esemplare il tuo riferimento “sgarbiano”).
    Il guaio è che il web, da ottima risorsa che permette di mettersi in contatto con persone intelligenti e competenti cosa molto più complicata quando ero giovane (si scriveva alla redazione di una rivista e non si veniva quasi mai considerati…), presenta purtroppo il suo rovescio popolato da personaggi che una volta si “sfogavano” al bar mentre adesso gestiscono e amministrano spazi pubblici di discussione con i risultati imbarazzanti che si vedono.

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