L’avanguardia jazz degli anni ’30

No, non c’è una contraddizione di termini nel titolo, semmai la contraddizione la si vive oggi dove si cerca di far passare per una sorta di “eterna avanguardia” certa musica stra-datata e fuori tempo massimo, di assoluta retroguardia, tendente al puro revival. Perlomeno il Dixieland anni ’50 di un Bobby Hackett e/o di un Jack Teagarden, giusto per dire, era ben suonato, questo odierno è per lo più imbarazzante.

Proporre per avanguardia jazz nel 2020 vecchi attrezzi consunti (anche solo per anzianità) come, solo per esempio ma se ne potrebbero fare altri, Peter Broetzmann o l’attuale versione dell’Art Ensemble of Chicago fatta da vecchi protagonisti ormai creativamente spenti da un pezzo e sostituti non all’altezza dei deceduti, è un po’ come proporre Rita Pavone o i Ricchi e Poveri a Sanremo. Per quel che mi riguarda sono due facce della stessa medaglia, cioè di un paese musicalmente arretrato in modo quasi inconsapevole e fermo intellettualmente a mezzo secolo fa, che vive dei propri anni giovanili passati e si rifiuta di guardare avanti, di esplorare non solo l’ampiezza e ricchezza storica di questa (e altra) musica, ma persino la contemporaneità.

Ecco perché oggi accenno a un’opera di Duke Ellington composta e incisa nel 1937 e che, se collocata temporalmente con ciò che circolava musicalmente in quel periodo (siamo in piena Era dello Swing) doveva rappresentare davvero dell’avanguardia jazzistica (anche se oggi ritengo Ellington meglio collocabile tra i massimi protagonisti della musica americana, quindi oltre il jazz). Sto parlando di Diminuendo and Crescendo in Blue.

Un po’ come per il precedente Reminiscing in Tempo (1935), siamo di fronte ad una pagina totalmente scritta, un’opera estesa quasi senza improvvisazione lontana dal mondo della canzone e del classico blues a dodici battute, sebbene basata proprio su questo,  come ben illustrava Gunter Schuller nella sua analisi del pezzo in Il Jazz- L’era dello Swing, I Grandi Maestri (edizioni EDT) .

Ellington nel proporre all’epoca questo tipo di composizioni non mostrava certo meno coraggio e minor visionarietà di tanta enfatizzata musica “rivoluzionaria” anni ’60 di cui si ciancia spesso a sproposito. Non a caso lo stesso Ellington non ripropose quel tema nel repertorio dei suoi molteplici concerti sino al 1956, peraltro in versione molto rivisitata riguardo alla presenza dell’improvvisazione, concedendo a Paul Gonsalves un lungo ed eccitato assolo tenoristico che rese celebre il pezzo e rilanciò l’orchestra ellingtoniana al Festival di Newport proprio di quell’anno, ma perdendo così gran parte del suo interesse e del suo fascino musicale.

Il pezzo in effetti possiede una struttura complessa per l’epoca e una elaborazione armonica assai sofisticata, peraltro nelle corde del Duca, come ben spiega Schuller nel suo libro che invito a procurarsi. Certo non siamo ancora ai livelli del successivo Ko-Ko, capolavoro assoluto di Ellington e del jazz orchestrale inciso nel 1940 da una orchestra al suo massimo splendore storico, ma, come ribadisco, occorre tener conto del contesto in cui venne realizzata la composizione. La propongo qui a corredo del breve scritto odierno. Buon ascolto.

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