Jazz At The Philarmonic, 1960: i giganti in azione

Jazz at the Philharmonic , noto ai jazzofili di vecchia data anche con l’acronimo JATP, è stato per molti anni (dal 1944 al 1983) il titolo di una serie di concerti jazz, tour e registrazioni prodotti da quel grande imprenditore e produttore discografico intorno al jazz che è stato Norman Granz. La documentazione discografica e concertistica del jazz e dei suoi protagonisti deve molto a questo personaggio (ebreo di origine ucraina) che, pur non essendo musicista, si è rivelato una delle figure fondamentali della divulgazione mondiale del jazz. In particolare Granz ha documentato per anni i protagonisti di quello che oggi chiamiamo “mainstream jazz”, coinvolgendo i più importanti musicisti in circolazione dell’epoca in incisioni e concerti effettuati in ogni angolo del mondo.

Il concerto inaugurale si tenne il 2 luglio 1944, presso il Philharmonic Auditorium di Los Angeles, luogo da cui poi è derivato il brand JATP. Da lì si è innescata la lunga serie di esibizioni molte dei quali vennero registrate ed entrarono nella storia discografica del jazz, dapprima cedute ad altre etichette, poi gestite direttamente da una casa discografica di proprietà con etichette denominate in sequenza nei decenni successivi Norgran, Clef, Verve, sino alla Pablo degli anni ’70 – ’80.

Tra i molti meriti di Granz sul piano musicale, visti i tanti dischi di alto profilo prodotti, vi è da segnalare anche l’azione in termini di integrazione razziale mediante la musica, in quanto le sue sono state tra le prime esibizioni di alto profilo a presentare band miste tra musicisti bianchi e neri, arrivando in alcuni casi a cancellare alcune prenotazioni piuttosto che far esibire musicisti per un pubblico separato.

Le registrazioni detenute dalla Verve Records dei primi cinque anni (1944-1949) di JATP sono state emesse in un cofanetto Deluxe da 10 CD e, più in generale, le registrazioni del JATP sono state selezionate dalla celebre Library of Congress come registrazioni “culturalmente, storicamente o esteticamente significative”.

In rete ho rintracciato un paio di filmati live datati 1960, dove possiamo ammirare  giganti del jazz come Roy Eldridge, Benny Carter, Don Byas, Coleman Hawkins e Jo Jones assieme in una serrata jam session. Una palestra per i musicisti ma anche una chicca per buongustai del jazz. Buon ascolto.

6 pensieri su “Jazz At The Philarmonic, 1960: i giganti in azione

  1. Mi fa molto piacere leggere di Norman Granz e del JATP.
    Premetto che non possiedo dischi, ma ho sentito parecchio materiale e ricordo con affetto Mazzoletti che fece ascoltare a Radio Rai un concerto londinese del ’69 di cui so che esiste la pubblicazione discografica che comprendeva anche T-Bone Walker, musicista blues molto amato anche da diversi gruppi rock americani di fine anni ’60 e inizio ’70.
    Non ho mai capito la puzza sotto il naso di certa critica e di certo pubblico fintamente intellettualoide che disprezza le jam sessions svilendone la valenza improvvisativa e di scambio fra i musicisti coinvolti in un dialogo paritario.
    Inoltre il profilo di integrazione dei gruppi di volta in volta presenti nei tour in varie combinazioni non può che deporre favorevolmente verso questo progetto tenuto brillantemente in piedi per quattro decenni.
    Non vedo perché in un genere musicale che definiamo jazz o black music non possano coesistere i dischi del JATP, il Charles Mingus di “The black saint and the sinner Lady e la ESP-Disk di Stollman, al di là dei gusti e delle preferenze individuali di ciascun ascoltatore.

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    1. Semplice, caro Roberto, la risposta. Qualcuno più raffinato di me parlerebbe di tentativo di progressiva “sbiancatura” del jazz, io più rudemente ti dico che la musica nera semplicemente non piace alla maggioranza dei nostri sedicenti jazzofili dichiarati, specie tra quelli delle nuove generazioni. Certo la gran parte lo fanno in modo inconsapevole, qualcuno invece per interesse e in evidente malafede, tutti te lo negheranno, ma per quel che mi riguarda ho dei riscontri nelle discussioni sui social e persino negli accessi al blog da molto tempo. Quando parli di musicisti bianchi (o neri che occhieggiano alla tradizione musicale europea, quelli sono accettati), gli apprezzamenti e i like si sprecano, quando parli di musica profondamente nera c’è il fuggi fuggi generale. Poco o niente blues e gospel neanche a parlarne. Bill Evans e Jim Hall sono i preferiti, Lee Morgan o Freddie Hubbard, piuttosto che Joe Henderson o George Coleman, giusto per fare qualche esempio neanche se li cagano.

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  2. Il gospel va bene solo a New York in visita ad Harlem se offerto in qualche pacchetto turistico, tutt’al più a Natale in qualche teatro ove si ostenta l’ultimo vestito firmato comprato alla boutique di grido.
    Al di là della battuta un pò acida… colpisci nel segno dicendo che qui da noi la musica di matrice afroamericana declinata nei suoi stili e generi gode di scarsa considerazione con un calo sempre più marcato soprattutto da vent’anni a questa parte.
    Purtroppo gli esiti penosi odierni sono frutto del disinteresse prodottosi alla scomparsa dai media generalisti del jazz divulgato nella sua prospettiva storica in cui convivono passato e presente, tradizione e modernità e dove, per esemplificare, Ben Webster, Archie Shepp e James Carter sono parti di un unico patrimonio culturale e questo spiega i tanti inconsapevoli che tu evidenzi.
    Poi c’entra anche una certa critica ideologizzata sostenitrice di un’idea fasulla di progresso mutuata dalla musica colta europea per la quale una volta imboccata una determinata direzione, operare scelte stilistiche differenti è segno di conservazione o addirittura di reazione, dunque da bocciare perché negazione del cambiamento e ciò spiega invece il pregiudizio, l’interesse e la malafede.
    Per fortuna, ogni medaglia ha il suo rovescio e il web, superati i confini nazionali, maneggiando decentemente la lingua inglese diventa un luogo più interessante consentendo confronti e scambi molto più proficui dal punto di vista culturale e dove nessuno storce il naso snobisticamente se ascolti la tromba di Blue Mitchell e lo colleghi a John Mayall di “Jazz Blues Fusion” né se metti insieme negli ascolti “Prelude” di Deodato e “Attica Blues” di Archie Shepp.
    Un ultimo aspetto itipicamente italiano è poi il dileggio, per cui una prospettiva diversa dalla vulgata di moda è accompagnata come minino da faccine di compatimento. Posso assicurare che in contesti internazionali dedicati come i forum, simili atteggiamenti non vengono tollerati. Magari accade che il proprio messaggio non avrà like, ma nessuno si permette di darti dell’ignorante così a buon mercato ostentando studi fantasmagorici.

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    1. per gospel intendevo anche semplicemente del jazz intriso di gospel o profumato di gospel, insomma tutto ciò che si tinge di nero anche in minima parte non piace. Il caso Jarrett (che è bianco ma è intriso di gospel) ne è un esempio. Cosa credi, se Jarrett non avesse inciso per ECM le critiche negative reiterate per decenni e il disinteresse per la sua musica sarebbero molto ma molto superiori. Infatti se chiedi in giro tra quartetto europeo e americano la maggioranza da noi ti indicherà la preferenza sul primo, mentre il secondo è stato ed è molto più interessante. E’ solo un esempio ma potrei farne molti altri.

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  3. Vero, la “lobby”ECM è potentissima. Nei (pochi) forum musicali italiani dove si scrive di jazz (spesso male), ECM è oggetto di topic specifici spesso agiografici al limite del ridicolo. Concordo in toto su Jarrett, io ho “Shades” e lo trovo ispiratissimo. Del quartetto europeo possiedo un album live su vinile pubblicato molti anni dopo la sua incisione intitolato “Personal Mountains”; ricordo un suo brano molto bello sentito alla radio disponibile solo su cd, nel quale Garbarek si avvicinava nel suono e nello stile a Michael Brecker, probabilmente il picco del disco.
    D’accordo anche sulla questione etichetta. Credo che se Jarrett avesse inciso per Concord (pensiamo ai Maybeck recitals) non se lo filerebbe quasi nessuno in Italia.

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    1. La Concord ha avuto il merito di documentare una serie di grandi artisti del mainstream che altrimenti si rischiava di dimenticare. Da noi quella roba era recensita male a prescindere, come molta altra. Oggi quella musica vale molto più di quella osannata, sempre a prescindere, all’epoca. La cosa grave, al di là di tutto è la gravissima operazione di amputazione culturale che si è cercato di fare in Italia, con i risultati devastanti che osserviamo oggi sotto vari aspetti. Per me imperdonabile.

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