Illinois Jacquet e il sassofonismo “di grana grossa”

Il titolo del pezzo odierno si riferisce scherzosamente a un modo di dire di Arrigo Polillo ai suoi tempi, quando recensiva su Musica Jazz qualche sassofonista un po’ chiassoso scelto tra i cosiddetti “honkers” e dintorni, tutto swing, urla, fischi e strepitii da sovvracuti, prossimi insomma ai sassofonisti R&B. D’altronde, si sa, il buon Arrigo era un uomo colto, di gusto, ma con una formazione e un senso estetico tipicamente europei nel valutare il jazz che lo condizionava non poco, forse un po’ troppo snob per poter apprezzare certe modalità espressive così esplicite di sassofonisti come Arnett Cobb, Gene Ammons, Eddie “Lockjaw” Davis, Jimmy Forrest, King Curtis, o Willis Jackson. A maggior ragione il discorso poteva valere per Illinois Jacquet, al quale un certo esagerato effettismo e un uso spropositato dei riff, non faceva certo difetto e per il quale quel modo di descrivere il suo stile poteva tranquillamente starci.

Jean-Baptiste ” Illinois ” Jacquet (30 ottobre 1922 – 22 luglio 2004) è stato in effetti un trascinatore, reso famoso dal suo assolo (molto costruito, nota per nota) su Flying Home suonato nel 1942 con l’orchestra di Lionel Hampton alla età di 19 anni. Si potrebbe affermare che su quell’assolo ci abbia costruito una intera carriera, poiché il suo schema di costruzione è rintracciabile in diversi sue registrazioni successive e abbia fatto da apripista al sassofonismo R&B. In realtà Jacquet è stato anche un abile interprete sensuale di note ballads come More Than You Know, Easy Living o Blue and Sentimental.

Sebbene il sassofono tenore fosse il suo strumento principale, Jacquet è stato anche un ottimo fagottista (che si potrebbe apprezzare ad esempio in una sua bella versione di Round Midnight, incisa negli anni ’60 per la Prestige).

Jacquet è nato da madre e padre creoli in Louisiana ma trasferitosi a Houston, in Texas, sin da bambino assieme ad altri cinque fratelli.  A 15 anni ha iniziato a suonare con una dance band della zona di Houston. Nel 1939 si trasferì a Los Angeles, in California, dove conobbe Nat King Cole, il quale lo presentò nel 1940 a Lionel Hampton, che era in California per mettere insieme una big band. Il Flying Home  del 1942 divenne un successo e la canzone utilizzata come culmine degli spettacoli dal vivo. Quell’ assolo è stato successivamente memorizzato e ha continuato a essere suonato da ogni sassofonista successivo a Jacquet nella band del vibrafonista, in particolare da Arnett Cobb e Dexter Gordon. Lasciata la band Hampton nel 1943, Jacquet  si unì alla Cab Calloway ‘s Orchestra, apparendo anche nel film Stormy Weather.  Nel 1944, tornò in California fondando una small band con suo fratello Russell e il giovane Charles Mingus. Fu in quel momento che apparve nel cortometraggio nominato all’Oscar Jammin ‘the Blues con Lester Young. Nel 1946, si trasferì a New York City unendosi all’orchestra d Count Basie. Il produttore della Verve Norman Granz lo ingaggiò negli anni ’50 per il suo Jazz & Philarmonic e per registrare diversi dischi per l’etichetta. Jacquet ha continuato poi a esibirsi (specie in Europa) in piccoli gruppi negli anni ’60 e ’70. Dagli anni ’80  ha guidato una sua big band, che ho potuto tra l’altro ascoltare a Nizza a fine anni ’80 alla Grande Parade du Jazz. Un concerto che ricordo ancora oggi (con il compianto Richard Wyands al pianoforte) come ricordo di averlo ascoltato al mio primo concerto jazz all’età di 16 anni, accompagnato dal fratello maggiore, nel Bergamo Jazz 1978 che si svolgeva nell’orrenda acustica del vecchio Palazzetto dello Sport, manifestazione peraltro condizionata allora dal rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Altri tempi.

Diversamente da quello che si potrebbe pensare in base alla sua musica e al suo stile apparentemente “disimpegnato”, Jacquet si diede molto da fare per far valere i diritti dei musicisti neri e delle orchestre nere, facendo sospendere le leggi razziste di Jim Crow a Houston e imponendo ai manager dei locali di far entrare i musicisti dall’ingresso principale e non da quelli secondari.

Jacquet ha una discografia foltissima, nel caso, consiglio a chi non lo conoscesse di procurarsi la serie di dischi incisa dal sassofonista per la Prestige negli anni ’60, da considerare tra i suoi migliori in assoluto. Riporto sotto a titolo di esempio la traccia dell’eccitante Bottoms Up, la sua versione di Harlem Nocturne e parte di un concerto in cui suona il citato More Than You Know, suo cavallo di battaglia, oltre a Blues from Louisiana. Il jazz è anche questo.

Un pensiero su “Illinois Jacquet e il sassofonismo “di grana grossa”

  1. Non ho mai avuto il piacere di sentirlo dal vivo.
    Mi accontento della sua musica registrata e di aver visitato il suo sepolcro al Woodlawn Cemetery nel Bronx in ottima compagnia peraltro…
    Su certo gusto estetico condivido il tuo punto di vista. D’altro canto Polillo è stato l’anima del jazz in Italia e a lui – credo ogni appassionato concordi – dobbiamo moltissimo in termini di conoscenza e diffusione di questa musica.
    Aggiungo che non è facile spogliarsi del nostro retroterra musicale influenzato nel bene e nel male dall’opera lirica italiana e dalla fortissima considerazione per la melodia a discapito delle caratteristiche più genuinamente africane del jazz con cui non sempre sappiamo rapportarci (mi ci metto pure io, ovviamente).

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