Scott Robinson: Tenormore (Arbors, 2019)

R-13411950-1553713011-4145.jpegNon è mia abitudine partecipare a sondaggi o classifiche sui migliori dischi jazz dell’anno, per varie ragioni, tra cui anche l’assenza di un quadro pur minimo delle uscite più recenti, ma se dovessi quest’anno fare una nomination probabilmente punterei su questo disco di Scott Robinson dedicato tutto al sax tenore, probabilmente lo strumento da lui più amato (è stato anche il suo primo acquisto, nel 1975) tra la moltitudine di strumenti che il sessantenne polistrumentista americano utilizza e sa suonare perfettamente, non solo tra le ance. Un musicista in grado di suonare in qualsiasi contesto, dal jazz classico all’avanguardia, come dimostra la sua lunga lista di collaborazioni discografiche (Robinson è apparso in oltre 275 uscite in LP e CD, di cui 20 sotto la sua guida, con musicisti come Frank Wess, Roscoe Mitchell, Ruby Braff, Joe Lovano, Ron Carter, Paquito D’Rivera, David Bowie, Maria Schneider, Rufus Reid, Buck Clayton, Bob Mintzer, Frank Kimbrough, etc.) e dotato di una conoscenza profonda e pratica del linguaggio jazzistico in tutte le sue sfaccettature. Un musicista di gran spessore, poco conosciuto in Italia, ma stimatissimo negli Stati Uniti e che dovrebbe essere preso in grande considerazione dai direttori artistici delle manifestazioni nazionali dedicate al jazz, dove invece si preferisce proporre ad un pubblico sempre più invecchiato ed annoiato ripetitivi cartelloni privi di un benché minimo barlume di acume e fantasia organizzativa.

Sta di fatto che per dischi come questo diventa quasi inutile stare a descriverli a parole. Questo Tenormore si deve solo ascoltarlo tutto di un fiato, presentando tra l’altro una lista di brani molto variegata tra noti standard (l’iniziale And I Love Her eseguito in solo, The Good Life, Put On A Happy Face e una brillantissima versione ritmata di The Nearness of You) e proprie composizioni tra cui spiccano, oltre al brano eponimo, Tenor Eleven, un anomalo blues in 11 battute, lo swingante Tenor Twelve, The Weaver, che mette in luce tutto il quartetto completato dalla pianista/organista Helen Sung, il bassista Martin Wind e il batterista Dennis Mackrel, con l’aggiunta solo in questa traccia del flauto di Sharon Robinson.

Riccardo Facchi

4 pensieri su “Scott Robinson: Tenormore (Arbors, 2019)

  1. Caro Riccardo,
    hai letto la classifica dei 20 migliori album jazz del 2019 redatta da un critico del Giornale della Musica?
    Che cosa ne pensi? Ammetto di non conoscere parte dei lavori segnalati, ma non posso fare a meno di rilevare l’impostazione di fondo filo europea. Nulla di sorprendente, purtroppo…

    "Mi piace"

    1. No, non l’ho letta e non ho intenzione di farlo. Non leggo il giornale della musica se non di rado. Una volta lo facevo di più, ma poi mi sono reso conto della fragilità argomentativa e della tendenza più a parlare sottotraccia di se stessi che della musica che dicono di apprezzare. Le classifiche che leggevo gli altri anni prevedevano sempre gli stessi nomi quasi a prescindere, disegnando un quadro estremamente limitato legato solo ai propri gusti, spacciati per universali. Già la musica di cui parlano con enfasi spropositata è per lo più di una noia mortale, figuriamoci se devo accollarmi anche la noia intrinseca di chi scrive. Per quel che concerne il jazz, la loro visione e impostazione di fondo è esattamente opposta alla mia. La trovo fondamentalmente distorta nei valori, facendo passare per avanzata della musica di concezione ormai abbastanza superata, ma, come dire, in rete esiste la democrazia e ciascuno sceglie di leggere quello che preferisce o quello per cui si sente più affine. Per quel che mi riguarda mai letto nulla di davvero stimolante lì sopra.

      "Mi piace"

  2. Aggiungo una mia osservazione alle tue riflessioni pienamente condivisibili.
    Questi sedicenti “esperti” di jazz contemporaneo se soggiornassero anche soltanto per un breve periodo di vacanza a New York ascolterebbero la loro musica di “avanguardia” o si troverebbero di fronte ad un quadro ben più composito nel quale tradizione e progresso vanno molto spesso insieme?

    "Mi piace"

    1. Guarda Roberto, il nocciolo della questione sta in chi scrive, ossia se è davvero interessato a descrivere ciò che accade sulla scena musicale contemporanea, o semplicemente a esaltare se stesso con la scusa del jazz cercando di di imporre per iscritto il proprio “credo” musicale. Quando leggo certe cose mi viene da propendere più per la seconda ipotesi.

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...