Swingin’ Till The Girls Come Home (Steeplechase – 1976)

Swingin'_Till_the_Girls_Come_HomeSembrerà strano a molti, soprattutto a chi pensa che il mainstream jazzistico sia musicalmente “facile”, ma per poter apprezzare il particolarissimo sassofonismo di Eddie “Lockjaw” Davis occorre molto ascolto e parecchia conoscenza del linguaggio sassofonistico improvvisato sin dai suoi inizi. Davis era in possesso di un suono e un approccio allo strumento talmente originali da risultare sempre riconoscibile sin dalle prime battute. Dotato di uno spiccato senso dello swing, la sua voce strumentale si è caratterizzata infatti per un tono molto “duro”, direi inconfondibile, per quanto sapesse utilizzare in modo costante nei suoi assoli effetti sonori ed espressivi tipici dei numerosi sassofonisti “neri” emersi tra anni ’40 e ’50, definiti come “honkers” (termine derivato da “honk”, ossia richiamante il verso starnazzante delle anatre ottenuto similmente proprio sullo strumento, e categoria a cui erano associati anche altri noti sassofonisti del periodo come Illinois Jacquet, Arnett Cobb, Jimmy Forrest, Gene Ammons, Willis Jackson, giusto per citarne qualcuno), di sostanziale derivazione R&B (bacino popolare comune di riferimento pressoché per tutti i grandi sassofonisti afro-americani della storia del jazz) e specializzati in infuocate battaglie sassofonistiche.

In molti pensano, sbagliando, che questo genere di sassofonismo sia oggi “superato”, basando il proprio pensiero sulla erronea idea che il cosiddetto “coltranismo” sia stato un passaggio chiave e definitivo da una concezione passata ad una più moderna del modo di suonare il sassofono nel jazz. Basterebbe verificare nelle nuove generazioni di sassofonisti afro-americani (Joshua Redman, Branford Marsalis o James Carter, giusto per citarne qualcuno) come invece il sassofonismo di Coltrane sia stato ormai metabolizzato e sedimentato assieme a tutto il resto e sia entrato nella storia del sassofono insieme a figure innovatrici antecedenti, come Coleman Hawkins, Lester Young, Ben Webster, piuttosto che Don Byas, Dexter Gordon, Lucky Thompson, sino a Sonny Rollins. Il malinteso sorge in base al solito improprio presupposto “progressista” mal applicato alla maggioritaria componente afro-americana del jazz, secondo cui il richiamo alla tradizione anche nel costruire “nuova” musica sarebbe un comportamento “conservatore”, quando invece è prassi costantemente presente, in forma rinnovata, in ambito culturale afro-americano.

Tutto questo preambolo solo per suggerire ai lettori di procurarsi esemplarmente un disco come quello che sto per proporvi, intitolato Swingin ‘Till the Girls Come Home è registrato da  Eddie “Lockjaw” Davis nel 1976 per l’etichetta Steeplechase, label che ha avuto il merito di documentare sin dagli anni ’60 l’arte di una serie di grandi artisti del mainstream (e non solo) che dopo l’avvento del Free Jazz avrebbero rischiato di sparire dai radar degli appassionati. Il sassofonista è in ottima forma in questo set in quartetto con una ritmica danese, composta dal pianista Thomas Clausen, dal bassista Bo Stief e dal batterista Alex Riel. I brani godibili sono molti, come quello che dà il titolo al disco, Locks, Love For Sale, Indiana, Out Of Nowhere e Ghost of a Chance. Ascoltare per credere, non ve ne pentirete.

Riccardo Facchi

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