Keith Jarrett – Munich 2016 (ECM 2019)

81WwJ7IosUL._SX425_Le notizie sulla salute di Keith Jarrett, per quanto ufficiose, ci dicono di un musicista gravemente malato che difficilmente potrà tornare sulla scena internazionale dedicata alla musica improvvisata, e allora che si fa? Si attinge ovviamente alla serie di plurime registrazioni in possesso di ECM scegliendo tra le tante esibizioni concertistiche effettuate dal pianista di Allentown in questi ultimi decenni, che continuano e continueranno a documentarne l’arte anche in futuro. Se le ultime esibizioni dello Standard Trio si avviavano verso una inevitabile routine e carenza creativa, causate più che altro dalla ormai vetusta età (con relativi problemi di salute) raggiunta dai tre suoi componenti, quelle prodotte invece in solo dal pianista hanno potuto proseguire su un livello creativo ancora importante, nonostante fosse abbastanza chiaro come la sindrome da affaticamento cronico che lo colpì negli ultimi anni del secolo scorso lo avesse costretto a mutare la costruzione delle sue performance. Non più lunghe “tirate” di musica improvvisata della durata di una quarantina di minuti per set, come quelle prodotte nei concerti incisi da Solo Concerts: Bremen / Lausanne (1973)  sino a La Scala (1995), ma una serie di brani temporalmente ridotti che, per quanto sempre improvvisati, paiono seguire una scaletta ben precisa, più che altro riguardo al mood da proporre nella sequenza dei brani. Il che ha reso inevitabilmente meno fresche e sorprendenti le sue prestazioni, anche se, d’altro canto, prive di certe lungaggini inevitabilmente presenti nell’impegnativo e rischioso processo creativo esercitato in precedenza, decisamente più dispendioso sotto tutti i profili. Sicché, da Radiance (2002) al presente Munich (2016) la struttura dei suoi concerti è rimasta sostanzialmente sempre quella: una serie di brani improvvisati, seguiti nel finale da due o tre bis prodotti su canzoni popolari ricercate nell’ampio book del Song americano.

Cosa ha allora da aggiungere questa performance jarrettiana prodotta alla Philharmonie di Monaco di Baviera il 16 luglio 2016 rispetto alle precedenti? Ben poco direi, per quanto il livello della musica sia sempre elevato, ma si sa, in ambito improvvisato l’effetto sorpresa ha sempre avuto una sua rilevanza e, in fondo, anche in questo tipo di esibizioni Jarrett pare aver raggiunto, come è stato  per lo Standard Trio, una forma di “classicità”, giusto se non si vuol parlare di routine, termine probabilmente improprio per questo genere di impegnative proposte in solo piano improvvisato. Non sono poi certo che la scelta del concerto da pubblicare sia stata condivisa, come sempre accaduto altre volte, col musicista. Il dubbio viene considerata la mia conoscenza di altre sue esibizioni in solo degli ultimi anni che ho potuto ascoltare o alle quali ho potuto assistere, alcune delle quali mi erano parse superiori a questa che si è deciso di pubblicare.

Non mancano certo i brani interessanti e riusciti anche in questo caso, con una particolare menzione per la vena melodica molto “americana” della Part III e la versione di It’s a Lonesome Old Town come secondo bis, ma, come già detto, nessuna particolare sorpresa e molte meno emozioni di quelle provate in passato. Personalmente continuo a considerare Paris/London -Testament il disco più riuscito e creativo tra quelli pubblicati e contenenti i concerti del periodo post malattia e, più in generale, il suo periodo anni’ 70 il più importante e creativo di tutta la sua carriera.

Riccardo Facchi

6 pensieri su “Keith Jarrett – Munich 2016 (ECM 2019)

  1. Ho perso di vista Jarrett da un bel po’ di anni. Non che il pianista della Pennsylvania abbia smesso di fare musica di qualità, tutt’altro. È che, a mio avviso, il Jarrett degli anni ’70 e ’80 era più variegato: non suonava soltanto il pianoforte acustico e si muoveva con agilità fra tradizione, innovazione, sonorità elettriche, arrangiamenti orchestrali third stream e, particolare non secondario, non lo si ascoltava soltanto in lavori a proprio nome e a persino nei suoi dischi interagiva con un altro solista dando vita ad interessanti momenti di confronto tra stili e sensibilità differenti.
    Credo che il jazz, più di ogni altra musica, abbia bisogno per mantenere vitalità, del dialogo fra musicisti che si sentono pari e suonano di conseguenza. Ora è vero che il trio con Peacock e DeJohnette non è certo una sua emanazione anche perché il profilo dei due musicisti è quanto di più lontano da una mera funzione di accompagnamento, però questa formazione è divenuta col passare del tempo la sola occasione di confronto di Jarrett con gli altri jazzisti.
    Il piano solo pur perfezionato nel corso degli ultimi decenni prevedeva già al termine degli anni ’70 una cospicua serie di opere ponderose che, posso sbagliarmi, non aveva quasi eguali nella storia del jazz, fatta eccezione per Tatum. Anche i suoi lavori colti sono interessanti, ma in quell’ambito tanti e tali sono i riferimenti che ha finito per essere giudicato un po’ secondario rispetto ai concertisti classici della sua generazione da Pogorelich a Zymerman a Martha Argerich ad Andras Schiff ecc…
    Concludo dicendo che trovo un po’ fastidioso che questo artista nello stantio panorama nazionale quale si riscontra spesso sui forum e i social venga ricordato quasi soltanto per l’inflazionatissimo “Koln Concert” per il quale esiste una sorta di misterioso culto paragonabile a quello di “A Love Supreme” di John Coltrane.

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    1. in realtà il piano solo improvvisato di Jarrett non può e non deve essere collocato nell’ambito puramente jazzistico, avendo più a che fare con la cosiddetta “americana”. Puoi trovare qualche ampliamento del discorso in questo saggio (al link http://freefalljazz.altervista.org/blog/?p=12816) che avevo scritto sul piano solo di Jarrett circa un decennio fa. Sul Koeln Concert la penso esattamente come te. Disco di successo ma tra i suoi meno rappresentativi in piano solo.

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      1. Molto interessante il tuo link.
        D’accordo in pieno sulla trasversalità di Jarrett. Credo che in certi suoi pezzi improvvisati, si possano rinvenire influenze dei compositori americani contemporanei, penso a un John Adams come possibile esempio.

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        1. si certo, ce ne sono diverse di influenze dai compositori americani. Il jazz nel piano solo di Jarrett è solo una componente, tra le tante. Per certi versi oserei dire che Jarrrett è un prodotto musicale tipicamente americano, perché personifica in musica il cosiddetto meticciato culturale americano. Da noi qualcuno un tempo definì il suo retroterra culturale di riferimento che gli faceva produrre quella musica il prodotto di una non meglio specificata cultura hippy (o detto in modo più grossolano quel tipo di cultura che si definiva sbrigativamente e snobisticamente come capace solo di produrre “americanate”), che poi è sempre stato, sotto sotto, il giudizio negativo con il quale si bollava con malcelato disprezzo qualsiasi cosa provenisse da quel territorio che non somigliasse in qualche modo alla nostra cultura, considerata sempre e solo l’unico valido riferimento. Non è un caso che hanno cercato di replicare Jarrett in Europa non riuscendovi nemmeno lontanamente, semplicemente perchè i nostri musicisti sono privi di quel meticciato nella propria educazione culturale e musicale di base.

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          1. Purtroppo pregiudizi e stereotipi sono duri a morire…Sul fraintendimento del concetto di “americanata” si possono leggere stupidaggini in quantità industriale – come se la grossolanità e la pacchianeria associate a quella parola fossero prerogativa esclusiva del mondo americano e non vi fossero manifestazioni assai estese anche nelle società europee, incluso naturalmente il nostro amato Bel Paese.
            Ora, se a farlo è l’ascoltatore medio(cre) spesso privo di conoscenze e fiero di crogiolarsi nel suo minuto orticello – cito ad esempio certi cultori di rock progressivo britannico rimasti fossilizzati a poco più di un lustro di musica concentratosi negli anni Settanta – si può passare oltre e lasciarli cuocere nel loro brodo tanto non gli si caverebbe nulla di meglio.
            Al contrario, leggere certe conclusioni a cui pervengono insigni (?) musicologi titolari di incarichi accademici nelle Università e nel Conservatori nazionali non può che suscitare un senso di disgusto e di rabbia pensando alle conseguenze nefaste in tema di educazione e formazione culturale e musicale delle giovani generazioni di casa nostra.

            Un link della musica di John Adams cui facevo riferimento:

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