Un grande insegnante del jazz: Barry Harris

Per quanto Barry Harris sia stato e sia (è ancora vivo e operativo alla veneranda età di 90 anni, che compirà il prossimo dicembre) un eccellente esponente del pianismo di stretta scuola be-bop di derivazione powelliana, la sua fama odierna pare essere più legata alla sua attività di insegnante. Egli, infatti, riceve frequenti richieste di comparire come docente ospite in vari luoghi di tutto il mondo per tenere seminari e jazz clincs su aspetti completi della musica, funzionali all’improvvisazione.  Il suo programma prevede lezioni negli Stati Uniti, Olanda, Italia, Spagna, Svizzera e Giappone. Quando non è in viaggio, Mr. Harris tiene sessioni settimanali di seminari musicali a New York City dedicati a cantanti, studenti di pianoforte e altri strumenti. Harris perciò è un pianista, compositore e insegnante di fama internazionale nel cui curriculum risultano premi e riconoscimenti prestigiosi. Ha ricevuto un dottorato onorario dalla Northwestern University, il premio Living Jazz Legacy dalla Mid-Atlantic Arts Association e una American Jazz Masters Fellowship dalla National Endowment for the Arts. Inoltre, ha ricevuto il Manhattan Borough President Award for Excellence. Questo premio è stato assegnato per il riconoscimento del suo devoto servizio pubblico di eccellenza nel campo della musica. Harris ha dedicato la sua vita al progresso del Jazz e negli anni ’80 ha fondato il Jazz Cultural Theater. Situato al 368 della Eighth Avenue a New York City in un negozio tra le la 28a e 29a strada a Manhattan, il teatro era principalmente un luogo di esibizione con jazzisti di spicco e per le jam session. In diversi  hanno registrato album in quel luogo, tra cui lo stesso Harris nel suo For the MomentAlcuni dei molti musicisti e illustri personaggi apparsi al Jazz Cultural Theatre erano il bassista Larry Ridley, il chitarrista Ted Dunbar, il pianista Jack Wilson, il trombettista Bill Hardman, il tenorsassofonista Junior Cook, il trombettista Tommy Turrentine, il contraltista Charles McPherson, il pianista Mickey Tucker, il tenorsassofonista Clifford Jordan, il contraltista Lou Donaldson, il pianista Walter Davis, Jr. e tanti altri  ancora. Il Jazz Cultural Theatre ha goduto di un vivace periodo di cinque anni fino al 14 agosto 1987, quando il suo contratto di locazione è scaduto. 

Da bambino Harris iniziò a studiare pianoforte all’età di quattro anni. Sua madre era una pianista della chiesa rimanendo influenzato dalla pratica e l’ascolto della relativa musica. Dopo aver preferito dedicarsi al jazz, la sua attenzione si spostò rapidamente verso la modernità pianistica proposta da  Thelonious Monk e, a maggior ragione da Bud Powell. Harris nutriva una forte ammirazione per lo stile di Powell, affermando che fosse “l’epitome” del jazz e ha imparato gli stilemi del bebop in gran parte a orecchio, imitando gli assoli di Powell durante la sua adolescenza. Il suo stile è caratterizzato da quelle che alcuni hanno definito come “persuasioni più delicate:” poco appariscenti, senza pretese, ma portate avanti con un’intensità che permette di mantenere alta l’attenzione dell’ascoltatore.

Come nel caso di  Tommy Flanagan, Harris era nativo di Detroit e proveniva pertanto dalla consolidata tradizione pianistica della “Motor City”. Si è trasferito a New York alla fine degli anni ’50 ed è rimasto lì da allora venendo presto utilizzato nella veste di sideman da una molteplicità di grandi solisti del jazz.  Durante la sua permanenza a New York, ha collaborato con solisti del livello di Dexter Gordon, Illinois Jacquet, Yusef Lateef e Hank Mobley. E’ stato l’accompagnatore preferito di Coleman Hawkins e Sonny Stitt e ha anche passato un  periodo come membro del quintetto di Julian “Cannonball” Adderley negli anni ’60.

Sebbene sia stato tra i più abili e autentici pianisti bebop di seconda generazione, il suo nome non ha mai suscitato molto più del rispetto silenzioso tra gli appassionati del jazz, ma musicisti e studenti lo tengono sempre in grande considerazione. I suoi dischi sono relativamente poco conosciuti. Non c’è nessun capolavoro da indicare tra questi, il che probabilmente suggerisce che Harris è stato meno interessato ai posteri attraverso le registrazioni e più a ciò che poteva e può dare al jazz con l’esempio e l’insegnamento. Tuttavia, ha inciso diversi dischi per Prestige e Riverside negli anni ’60, e la maggior parte sono ancora disponibili sul mercato.

Durante gli anni ’70, Harris ha vissuto con Monk al Weehawken, nel New Jersey, dimora della celebre protettrice del jazz Baronessa Pannonica de Koenigswarter, e quindi è stato in una posizione eccellente per commentare gli ultimi anni del geniale pianista (non a caso, Harris appare nel film documentario del 1989 Thelonious Monk: Straight, No Chaser, eseguendo duetti con Tommy Flanagan sui temi celebri del protagonista). Verso la metà degli anni ’70, Harris ha tenuto concerti in diverse città europee e in Giappone, registrando diversi dischi per la benemerita Xanadu Records di Don Schlitten. Ha registrato una ventina di album da leader, in particolare per Prestige e Riverside negli anni ’60, oltre alla già citata Xanadu. Di seguito suggerisco qualche esempio della sua musica. Buon ascolto.

 

P.S. Purtroppo ho appreso notizie di un suo grave stato di salute in corso. Speriamo riesca ad uscirne.

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