Bennie Wallace e la modernità del sassofonismo pre-coltraniano

Non tutti i sassofonisti emersi sulla scena dopo Coltrane si sono necessariamente riferiti a lui. Anzi, direi che col tempo molte delle successive leve del sassofonismo (si pensi anche solo a David Murray, Branford Marsalis, Josuha Redman o a James Carter), specie tra gli afro-americani, si sono agganciate ad una tradizione più profonda sulla linea stilistica di figure cardine come Coleman Hawkins, Ben Webster, Don Byas, Lucky Thompson, Eddie Lockjaw Davis, Paul Gonsalves, Dexter Gordon, Sonny Rollins e anche in quelle più prossime al R&B, come ad esempio Gene Ammons, Jimmy Forrest, Illinois Jacquet, Plas Johnson, King Curtis e via discorrendo.

Uno dei meno noti nel genere, e che anche il sottoscritto ha scoperto abbastanza tardi, è il tenorsassofonista bianco americano Bennie Wallace, nato il 18 novembre 1946 a Chattanooga, Tennessee. Stiamo cioè parlando di un musicista che ha già superato la settantina e certo non può essere considerato di primo pelo e forse potrebbe sorprendere che a quella tradizione sopra citata si riferisca un tenorsassofonista bianco (peraltro si potrebbe citare in questo senso l’ancora più anziano Lew Tabackin, hawkinsiano doc, superiore come musicista rispetto a Wallace, ma entrambi abbastanza trascurati forse proprio perché non influenzati da Coltrane), poiché, se ci si fa caso, tra i sassofonisti post-coltraniani si enumerano molte più figure “bianche” come per esempio Dave Liebman, Steve Grossman, Jerry Bergonzi, Michael Brecker, Joe Lovano, Chris Potter e Eric Alexander, che “nere”.

Wallace ha iniziato a suonare nei club locali. Dopo aver studiato clarinetto all’Università del Tennessee, si è stabilito a New York nel 1971 con l’incoraggiamento di Monty Alexander che lo assunse e lo raccomandò alla Federazione americana dei musicisti locali. Wallace ha suonato con Barry Harris, Buddy Rich, Dannie Richmond.  Ha partecipato anche a un tour e registrato con il trombonista Ray Anderson. Ha composto la colonna sonora per i film di Ron Shelton Blaze e White Men Can’t Jump (con Aretha Franklin). Wallace ha citato Coleman Hawkins Sonny Rollins tra le sue maggiori influenze.

La sua discografia inizia dal 1978 e mostra collaborazioni con grandi nomi come Tommy Flanagan, Eddie Gomez, Chick Corea, Jimmy Knepper, Dave Holland, Elvin Jones, Jack DeJohnette, Mulgrew Miller, George Cables, Kenny Barron, ma anche jazzisti europei come Franco Ambrosetti e George Gruntz. Ho avuto modo di apprezzarlo per la prima volta nell’album che sto per presentarvi nella sua interezza, intitolato The Old Songs, una incisione in trio/quartetto del 1993 con il supporto di Bill Huntington al contrabbasso, Alvin Queen alla batteria e Lou Levy al piano. Qualche anno fa Musica Jazz gli dedicò un CD antologico molto bello intitolato The Big Sound of Bennie Wallace.

In modo analogo  al più giovane James Carter, in questo disco Bennie Wallace mostra una marcata influenza del capostipite del sax tenore Coleman Hawkins, ma con un uso di ampi intervalli a la Don Byas e un suono similmente corposo. Le sue interpretazioni di standard si richiamano fortemente alla vecchia scuola seppur in chiave più moderna. L’esordio in trio senza il contributo del pianoforte in I Hear a Rhapsody è subito efficace e convincente, quando poi il pianista Lou Levy interviene, come in My One and Only Love, Skylark, When I Wish Upon a Star e What’s New, le cose diventano molto più intime, mostrando un valido Wallace anche interprete delle ballads. Il disco si fa apprezzare comunque nella sua interezza.

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