Quando si ha qualcosa da dire…

Ci sono nel jazz pochi musicisti la cui musica pare davvero immortale e mai storicizzata. Charles Mingus è a nostro parere uno di questi. Eppure è, a torto, assai meno reclamizzato di altri diventati icone, per i quali si blatera continuamente ben oltre i relativi e riconosciuti meriti. Sta di fatto che quando penso al jazz, in estrema sintesi penso sempre a figure come Mingus. Personalmente lo ritengo assieme a Ellington il maggiore compositore del jazz. La sua musica più che originale è stata direi unica, quasi irripetibile, se non per quello che hanno (parzialmente) saputo fare i musicisti della MIngus Big Band e pochissimi altri. Essa è un chiaro esempio di come davvero lo spartito non sia mai in grado di tradurre le intenzioni dell’autore, cosa che nel jazz avviene quasi sempre, ma nel caso di Mingus pare questione persino amplificata. Quasi tutti i tentativi di riprendere le sue composizioni (compreso l’Epitaph dell’illustre Gunther Schuller che ho sempre trovato esecuzione deboluccia, ritmicamente pesante rispetto al referente originale, al di là del pur lodevole e certosino lavoro del grande musicologo americano) cercando di mantenere le intenzioni originarie del contrabbassista di Nogales sono naufragate miseramente. Non è un caso d’altronde che, a parte coloro che hanno potuto suonare con lui, Mingus non sia riuscito a produrre una vera e propria scuola, anche dal punto di vista meramente contrabbassistico.

Credo, tuttavia, che la vera questione sia più che tecnica o musicale proprio espressiva, nel senso che quel feeling, quella umoralità così cangiante e così particolare solo lui era in grado di trasmetterla in musica e ciò indipendentemente dalla strumento scelto e dal tipo di band utilizzati per esprimersi. Un esempio lampante in questo senso è stato il suo lavoro discografico tutto prodotto al piano solo. Un vero capolavoro, da considerarsi tra i massimi del pianismo solitario nel jazz, nonostante Mingus non fosse considerabile esattamente un pianista, ma, come ho richiamato nel titolo, quando si ha davvero qualcosa da dire, quando esiste una reale urgenza espressiva, certi miracoli nel jazz possono accadere.

Invitando tutti i lettori a riascoltare questo gioiello della discografia mingusiana, forse un po’ trascurato, propongo qui il brano d’esordio del disco dove si coglie una spiccata vena romantica che non di rado emergeva con prepotenza tra i tanti altri forti sentimenti che Mingus riusciva a comunicare con la sua musica. Si noti in particolare ad un certo punto quel modo di accompagnare con la sinistra che ricorda molto l’accompagnamento carico di tensione emotiva da lui pensato su Meditations on Integration, forse il vertice assoluto della sua opera. Una musica questa che ristora l’anima prima ancora che le orecchie. Buon ascolto.

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