I capolavori di Sam Rivers in Blue Note

Come molti appassionati sanno, la prima metà degli anni ’60 ha visto protagonista ai massimi livelli nel jazz la produzione discografica della Blue Note, una casa discografica che, insieme alla Impulse! di Bob Thiele e poche altre, documentava in quel periodo i migliori e/o più avanzati protagonisti del jazz, per lo più in ambito africano-americano. Da Joe Henderson a Wayne Shorter, da Herbie Hancock a Andrew Hill, da Freddie Hubbard a Eric Dolphy, da Grant Green a Bobby Hutcherson, da Dexter Gordon a Stanley Turrentine, da Horace Silver a Jackie McLean, tralasciando altri nomi solo per brevità di scrittura.

Tra le figure meno acclamate, sia allora che oggi, ma che a nostro avviso ha saputo produrre lavori in nulla inferiori ai capolavori creati dai suddetti nomi, sarebbe il caso una buona volta di citare il sassofonista e multistrumentista Sam Rivers, che proprio in quel periodo produsse forse i suoi più significativi dischi, oltre a rappresentare benissimo il jazz più avanzato di quegli anni.

Il nome di Rivers emerse molto tardi sulla scena e cominciò a circolare tra i jazzofili solo quando il giovanissimo Tony Williams lo presentò a Miles Davis, venendo scritturato per breve tempo nel suo gruppo e partecipando nel 1964 alla registrazione dell’album live Miles in Tokyo. In realtà il sassofonista era addirittura di diverse generazioni più vecchio del batterista, persino più anziano di Miles Davis (visto che era nato nel 1923  in Oklahoma, mentre Davis era del 1926), ed era già professionalmente attivo a fine anni ’40. Perciò le sue radici erano saldamente da ricercarsi nel be-bop, ma già in quel disco con Davis lo si sente improvvisare con uno stile originale e molto avanzato, in un modo che forse all’epoca non fu ben compreso e che all’orecchio di oggi, a distanza di più di mezzo secolo, appare perfettamente logico e moderno. Proprio in quel 1964 Rivers firmò il contratto discografico con la Blue Note che gli permise di sfornare nel giro di quattro anni gli album: Fuchsia Swing Song (1964); Contours (1965); A New Conception (1966); Dimensions and Extensions (1967), alcuni dei quali sono oggi considerati dei capolavori del cosiddetto in&out (dentro e fuori armonia, per intenderci sbrigativamente) dell’improvvisazione.

La carriera di Rivers presenta delle analogie con quella di un’altra brillante mente musicale presente in Blue Note nel periodo come Andrew Hill (con il quale ha peraltro partecipato alla registrazione di Change presente inizialmente su doppio LP a nome di Rivers in Involution), ma, a differenza del pianista che in età avanzata venne finalmente premiato con i riconoscimenti che meritava, il sassofonista/flautista non poté godere di analogo trattamento in vita. Mentre Hill si appoggiava a composizioni formalmente più elaborate e complesse che preparavano il terreno a improvvisazioni più oblique, Rivers, sebbene non meno cerebrale, era più incline ad un approccio libero all’improvvisazione che combinasse temi melodicamente inebrianti (basti pensare a Beatrice, divenuto uno standard molto frequentato) con abbastanza swing in grado di soddisfare sia l’affezionato del linguaggio bop che l’ascoltatore più attento alle posizioni più avanzate e sperimentali. D’altronde Rivers proveniva da una famiglia in cui il padre aveva frequentato il gospel in qualità di cantante esponendo costantemente il figlio a quel tipo di musica e al radicamento alla grande tradizione musicale afro-americana.

Vorrei oggi focalizzare in particolare l’attenzione non tanto su Fuchsia Swing Song, suo capolavoro d’esordio già celebrato da molti musicisti e appassionati di nuova generazione, ma sul successivo Contours che non è molto da meno.

Già a partire dalla formazione si intuisce il valore del disco. Sono con Rivers  nientemeno che il trombettista Freddie Hubbard (in splendida forma), il batterista Joe Chambers, il pianista Herbie Hancock e il bassista Ron Carter, cioè a dire alcuni dei musicisti più creativi del periodo e dei potenziali leader alla stregua del sassofonista.

Efficacissimo per forza e creatività l’esordio del disco, con Point Of Many Returns che vede Rivers al sax soprano e un ispiratissimo Freddie Hubbard alla tromba (un musicista questo che è sempre stato categorizzato e limitato stilisticamente in esclusivo ambito hard-bop, ma che in realtà in quei primi anni ’60 è stato protagonista con la sua presenza nei maggiori capolavori  prodotti dai jazzisti più avanzati e dai maggiori protagonisti di quel magico periodo del jazz: da Sonny Rollins a John Coltrane e Wayne Shorter, da Ornette Coleman a Eric Dolphy, da Oliver Nelson a Bobby Hutcherson e Max Roach e via discorrendo.  Il tenore di Rivers rivela un timbro nitido ma viscerale e un fraseggio incisivo perfettamente riconoscibile, specie in  Dance of The Tripedal. Le linee tematiche delle sue composizioni (tutte sue), come delle sue improvvisazioni, rivelano una certa complessità melodico-ritmica e di costruzione, proprio in quella logica di in&out di cui si accennava sopra senza mai abbandonare i robusti legami con la quadratura metrica e i concetti propri dello swing jazzistico. Un modo di concepire il jazz che se all’epoca poteva apparire di tortuoso e astratto sviluppo all’orecchio del jazzofilo medio, oggi suona invece del tutto chiaro e coerente. Significativo in questo senso sin dal titolo è Mellifluous Cacophony. Chambers e Carter swingano da par loro ma sanno diventare più avventurosi seguendo i momenti più free e/o astratti proposti dal solista di turno. E sul più trascendente Euterpe il flauto di Rivers si combina con la tromba sordinata di Hubbard (una relativa rarità per un trombettista solitamente godibile a tromba aperta) per arrivare a creare una rilassata atmosfera dalla timbrica attraente.

Riccardo Facchi

 

 

 

 

3 pensieri su “I capolavori di Sam Rivers in Blue Note

  1. Molto interessante.
    Conosco superficialmente la produzione di Rivers per la Blue Note e mi pare un’ottima occasione per approfondirla.
    Ricordo comunque il suo grande contributo a Lifetime di Tony Williams una delle perle della Blue Note, appunto dal profilo In&Out come hai ben illustrato.
    Su Hubbard sfondi una porta aperta.
    Credo che alla base del fraintendimento di certa critica nei confronti di tanti musicisti jazz vi sia la separazione dei ruoli: da una parte il leader, titolare dell’album e dall’altra i sidemen, ossia gli accompagnatori, insomma i gregari, cosa che la musica classica e il pop esprimono con maggiore compiutezza, mentre il jazz ha una forte impronta collettiva pur con la presenza di forti personalità che assumono il ruolo di capo orchestra o di direttore musicale.
    Nel caso di Hubbard tante sue magnifiche performance sono state prodotte in album a nome di altri musicisti.

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