la (pessima) “jazzificazione” della canzone italiana

Se è vero come è vero che una buona fetta della storia del jazz si è costruita sul Song americano e le canzoni di Broadway, allora secondo alcuni parrebbe essere naturale pigliare la canzone melodica italiana e apportarle una qualche revisione/versione secondo i dettami dell’idioma jazzistico. In fondo, sempre di canzone trattasi.

Questa è l’idea che probabilmente ha guidato e guida molti progetti musicali fatti da nostri jazzisti negli ultimi decenni, utilizzando la canzone di autori e cantautori italiani, ma, almeno per quel che ci riguarda, i risultati sono tutto sommato da considerare mediocri o insignificanti. Le ragioni probabilmente non dipendono nemmeno dal mettere in discussione l’abilità di interpreti e strumentisti, o la qualità delle melodie, ma sono probabilmente da ricercare “a monte”, cioè in termini di prossimità idiomatica o meno al jazz.

Il problema è che, contrariamente a quanto si possa pensare, non tutto il materiale compositivo e qualsiasi tipo di melodia si prestano all’improvvisazione e questa idea che la canzone italiana sia sempre e comunque “jazzificabile” mi ha sempre lasciato perplesso producendo esiti di rado apprezzabili.

Il fatto è che le canzoni di Broadway avevano già accumulato forti influenze della cultura musicale africana-americana, specie in termini di pronuncia ritmica, disegnando linee melodiche che si prestavano e ancora si prestano all’improvvisazione jazzistica. Discorso diverso riguardo al modo di concepire la melodia nella canzone italiana, risalendo nel tempo sino alla grande tradizione del melodramma. La linea melodica della gran parte delle canzoni italiane non ha i necessari requisiti ritmici per essere sfruttata in termini di improvvisazione jazzistica. E’ vero che qualche eccezione (che conferma la regola) c’è stata: Estate di Bruno Martino è divenuta uno standard internazionale e qualche versione di Volare di Domenico Modugno o di Senza fine di Gino Paoli la si può rintracciare qua e là tra i jazzisti americani e certo non possiamo dimenticare Santa Lucia (arrangiata a fatica da Pete Rugolo) o Come Back to Sorrento con protagonista il vigoroso sassofono dell’italo-americano Vido Musso nell’orchestra di Stan Kenton. Certamente l’abitudine dei jazzisti americani a lavorare qualsiasi genere di materiale ha aiutato parecchio anche ad affrontare materiale dal melos dolciastro come questo, ma, viceversa, quando sono i nostri jazzisti a prendere in mano la situazione le cose dal punto di vista idiomatico (del jazz) spesso tendono a complicarsi.

Per quel che mi riguarda, alla fine non so che farmene delle versioni jazzificate delle nostre canzoni, preferendo regolarmente le versioni originali. Che cosa aggiungono dal punto di vista jazzistico, ad esempio, le versioni di Parlami d’amore Mariù o di E penso a te prodotte da Enrico Rava? Poco o nulla, anzi, direi che tolgono, specie per quella di Battisti in cui il testo è ineludibile dal punto di vista espressivo, poiché contribuisce grandemente al pathos della canzone. La melodia di quelle canzoni non possiede quelle caratteristiche ritmiche e di pronuncia necessarie ad essere elaborate dal punto di vista jazzistico e infatti Rava ripete esattamente la melodia suonandola in legato, totalmente priva di spunti jazzistici, perché altro sostanzialmente non si riesce a fare, cercando poi di rifarsi, rimediando una successiva improvvisazione jazz dai tratti abbastanza forzati. Che altro dire dell’ insipido progetto di Rita Marcotulli dedicato a Pino Daniele, peraltro uno dei cantautori italiani la cui napoletanità di base risulta intrisa già in origine di forti influenze “black” (fa fede il titolo di uno dei suoi lavori discografici più riusciti: Nero a Metà), ma i casi che si potrebbero portare ad esempio sono tanti.

La discussione è aperta, ma per quel che mi riguarda la canzone italiana si può apprezzare tranquillamente senza la necessità di alcuna “jazzificazione”, preferendo di gran lunga l’ascolto degli originali.

Riccardo Facchi

Un pensiero su “la (pessima) “jazzificazione” della canzone italiana

  1. Condivido sostanzialmente il tuo pensiero. Possiedo un album di Tiziana Ghiglioni alle prese con il repertorio di Tenco e non mi sento di discostarmi da ciò che affermi pur con la dovuta stima per la cantante piemontese.
    Invece farei un eccezione perlomeno parziale per l’album dedicato a Lucio Dalla, ma qui siamo di fronte ad un artista che nella sua carriera ha frequentato il jazz, direi con esiti interessanti.

    "Mi piace"

Rispondi a Roberto Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...