Keith Jarrett – La Fenice (ECM – 2018)

62kjarrettNon ho mai nascosto la personale passione per la musica di Keith Jarrett, che ho studiato a fondo e che considero uno dei musicisti americani più importanti apparsi nell’ultimo mezzo secolo, certamente in ambito di musica improvvisata, forse persino uno dei più importanti del periodo senza distinzioni di genere. Ho sottolineato “americani” non a caso e per due ragioni ben precise: una, intendendo come i due continenti americani abbiano rappresentato con la loro “rivoluzione ritmica” il focus più innovativo e dinamico nella musica del secolo scorso; l’altra per far comprendere che il pianista di Allentown (oggi pressoché inattivo per seri problemi di salute) debba essere considerato un “prodotto” peculiarmente americano, al di là dei continui tentativi di tirarlo per i capelli all’interno della tradizione musicale europea, con frequenti citazioni negli scritti sulla sua musica di presunte decisive influenze musicali europee, che ovviamente ci sono, ma non sono mai state in grado di giustificare uno stile caratterizzato da un tale intreccio di linguaggi musicali, molti dei quali manifestatisi solo nei territori del “Nuovo Mondo”, rendendo il suo far musica (e non solo il suo) così originale e difficilmente ripetibile.
La pubblicazione di questo CD, che contiene l’esibizione del pianista al Teatro La Fenice di Venezia del 2006, si è fatta attendere per molto tempo. L’occasione propizia per l’ECM si è infatti presentata nel 2018, quando nel febbraio dello scorso anno è stato annunciato il conferimento al pianista del Leone d’Oro alla carriera per la Musica da parte della Biennale di Venezia. Le cronache del periodo riferiscono di un Jarrett ispirato e un concerto straordinario con la concessione di ben tre bis, ma, conoscendo il livello e la tipologia di concerti che in quel periodo Jarrett proponeva nelle sue tournée, non direi che quella fosse una esibizione particolarmente diversa da altre che ho avuto la ventura di ascoltare.
Innanzitutto, pare chiaro che le esibizioni in solo del periodo post sindrome da affaticamento cronico (che partono all’incirca dal 2002) sono, a livello di impostazione, parecchio diverse da quelle precedenti la malattia (quelle sino ai concerti pubblicati da ECM nel 2016 in A Moltitude of Angels e relativi alla tournée autunnale italiana del 1996). In queste ultime si assisteva di solito a lunghe, estenuanti improvvisazioni in due parti di una quarantina di minuti ciascuna a flusso musicale ininterrotto con dei bis finali. Nelle prime il pianista pare invece seguire una sorta di scaletta, comunque priva di ripetizioni nel merito, riguardante piuttosto la sequenza relativa al mood dei brani da affrontare, rendendo il tutto più prevedibile rispetto a, che so, i concerti giapponesi contenuti in Sun Bear Concerts. La supposizione che la scelta potesse dipendere dalle diverse condizioni di salute non pare peregrina, in quanto suonare pezzi più brevi (al massimo di una quindicina di minuti) alternati a delle pause permette sicuramente all’improvvisatore di ricaricarsi dal punto di vista psico-fisico evitando di esaurirsi. Sicché, ad una introduzione di uno o due brani all’apparenza informali, ma che paiono ricordare più un Charles Ives al pianoforte in versione improvvisata, segue una distensiva melodia delle sue e un pezzo in linguaggio più ritmico dal sapore post bop, per poi riprendere a riferirsi alla musica dei grandi compositori “classici” americani in chiave improvvisata e a dar seguito a qualche altra melodia o improvvisazione jazzistica, sino ad arrivare in modo più rilassato ai bis finali, non di rado la parte più interessante dei concerti. Insomma, l’effetto sorpresa e la freschezza dei concerti anni ’70 è andata a farsi benedire, per così dire, pur rimanendo comunque elevata la qualità musicale. In un certo senso si assiste ad una forma di standardizzazione di un processo musicale che per decenni ha vantato il primato della cosiddetta “improvvisazione totale”, nulla più a che vedere con il credo filosofico del pianista: “Non ho nemmeno un seme quando comincio. È come partire da zero“.
Sta di fatto che dopo una partenza tesa, già sentita in molte altre occasioni, della durata di un paio di tracce, pian piano Jarrett si distende proprio con ciò che sa far meglio, ossia improvvisare su belle melodie (proprie o di altri compositori), o da grande jazzista, speziando il flusso improvvisativo di gospel, blues e swing, secondo il suo noto tratto distintivo. In questo senso Part V appare di gran lunga il pezzo più riuscito del primo CD.
Molto più sciolto e vivo il secondo disco, che a nostro avviso basta a meritare l’acquisto dell’album, partendo dalla versione di The Sun Whose Rays, (tratto da un’opera di Gilbert & Sullivan) in avanti, con il culmine raggiunto nei bis con una splendida versione di Stella by Starlight accompagnata da un particolare walking bass (qualcosa di simile a quello che mi è capitato di ascoltare in un suo straordinario solo su I Should Care catturato ad Antibes nel 1991) e una rara ripresa di Blossom, gemma compositiva del pianista risalente ai tempi del suo quartetto europeo anni ’70.
Riccardo Facchi

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