La varietà del pianismo di Jaki Byard

Credo che molti, tra noi stagionati appassionati del jazz, abbiano imparato ad apprezzare Jaki Byard tramite l’ascolto dei capolavori mingusiani degli anni ’60, con particolare riferimento alla meravigliosa tournée primaverile europea del 1964, abbondantemente documentata dai dischi. Per non parlare della mitica esibizione a settembre di quello stesso anno al Festival di Monterey, per quel che mi riguarda il più bel concerto di jazz della storia. Se devo pensare a qualcosa di autenticamente afro-americano penso spesso a Charles Mingus e a queste opere. Ancora oggi quando risento quei dischi mi colpisce sempre il livello di eccitazione che mi sovviene all’ascolto degli assolo di Byard, una pregevolissima sintesi tra tradizione e avanguardia in ambito di piano jazz: dallo stride al free passando per Duke Ellington, Erroll Garner e Bud Powell. E si badi bene, anche nella sua discografia da leader vi sono grandi incisioni disponibili, sia in solo che in gruppo, anche tra le ultime che ha potuto registrare prima di morire. Un pianista che sapeva anche essere un sensibile interprete di materiali esogeni (nel senso di non americani o afro-americani), basterebbe pensare alla sua toccante versione di Amarcord contenuta in Amarcord Nino Rota, in cui riuscì a immettere l’approccio jazzistico alla composizione con grande pertinenza e senza perdere in nessun modo la fedeltà al tema e lo spirito del compositore. Un modo di operare che dovrebbe far riflettere su come gli afro-americani siano abituati a riprendere e rielaborare il materiale tematico di altra cultura secondo le proprie peculiarità idiomatiche senza creare alcuna forzatura e/o distorsione culturale. Viceversa, non sono molti i casi riscontrabili nei quali un musicista europeo improvvisando è riuscito (o riesce ancora oggi)  a fare altrettanto.

Insomma, bando alle ciance e dedichiamoci alla musica di questo grande pianista proponendo tre video rintracciati in rete, di cui uno, nel mezzo di due prestazioni solistiche, è una ripresa “live” del 1965 in trio con Reggie Workman al contrabbasso e Alan Dawson alla batteria. Buon ascolto.

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