Stefon Harris: Sonic Creed (Motéma Music- 2018)

stefon-harris-sonic-creedStefon Harris ritorna a incidere un disco con l’ensemble Blackout dopo circa un decennio  dalla pubblicazione di Urbanus mentre nel frattempo sono cambiate diverse cose nel mondo del vibrafono jazz: la scomparsa di Bobby Hutcherson, il ritiro di Gary Burton (entrambi riferimenti imprescindibili per gli strumentisti di oggi), la definitiva affermazione di Warren Wolf e la comparsa di giovani leve che stanno rapidamente conquistando la scena e l’attenzione di pubblico e critica, come nel caso di Justin Thomas e, a maggior ragione, di Joel Ross. Il che documenta come l’utilizzo del vibrafono stia tornando prepotentemente protagonista nella musica improvvisata contemporanea e a più livelli.
In ogni caso, la maturità raggiunta da Harris gli permette di mantenere, se non il primato sullo strumento, certamente un ruolo da assoluto protagonista.

Negli ultimi tempi il vibrafonista era stato attivo nella veste di sideman più che da leader unico, incidendo con David Sanchez e Christian Scott, Theo Croker, per Diana Krall, Robert Glasper e altri ancora, ed è stato membro del meritorio SF Jazz Collective (dal 2007 al 2013, poi sostituito brillantemente nel ruolo dal già citato Warren Wolf), gruppo intento da ormai un paio di decenni a rimodellare il concetto di “mainstream” approssimandolo alla contemporaneità, aggiornandone il repertorio e assurgendo ad analogo ruolo in passato toccato ai gruppi di Art Blakey e Horace Silver. In un certo senso anche questo lavoro si proietta nella stessa direzione, anche se preso da un punto di vista un po’ diverso. La formazione dei Blackout è mutata rispetto ad allora, ritrovando solo l’ottimo sassofonista Casey Benjamin e il batterista Terreon Gully, mentre Marc Cary e Ben Williams sono stati sostituiti da James Francies e Joshua Crumbly a cui si è aggiunta la chitarra elettrica di Mike Moreno e il clarinetto di Felix Peikli. Qua e là  si nota la presenza di alcuni ospiti tra cui Regina Carter e la giovane flautista Elena Pinderhughes.

Nel lavoro attuale c’è molta meno elettronica e lo sguardo più rivolto ai ritmi latini. Harris pesca nella propria grande tradizione musicale (come è d’uso, come è sempre stato e come sarà in futuro per i jazzisti afro-americani, con buona pace di chi da noi vorrebbe che se ne liberassero per condividere una concezione musicale “sbiancata” in ambito di musica improvvisata, già nata vecchia e legata ad una Europa ferma musicalmente a idee databili addirittura alla prima metà del Novecento), con particolare riferimento ai maestri del vibrafono succitati, al grande repertorio hard-bop degli anni ’60 di Art Blakey e Horace Silver e alla musica tinta di funk proiettata verso gli anni ’70 di Wayne Shorter e Herbie Hancock. Sicché, dopo un primo, serrato, tributo ai Jazz Messengers con Dat Dere, il percorso assume un mood più sereno e cantabile con Chasin’ Kendall e il lento Let’s Take A Trip To The Skyaffrontato dalla cantante Jean Baylor (brano la cui atmosfera mi ha riportato vagamente al Come Running to Me di Herbie Hancock nella versione cantata da Kurt Elling). Seguono versioni aggiornate di The Cape Verdean Blues, dello shorteriano Go e una raffinata di Now, in ricordo di Bobby Hutcherson. Tutto scorre in modo fluido, toccando buoni livelli in Throw It Away di Abbey Lincoln (con un efficace Benjamin al soprano che a tratti pare ricordare proprio Shorter) e nel conclusivo Gone Too Soon, un lirico confronto tra il vibrafono di Harris e la marimba di Joseph Doubleday.

Riccardo Facchi

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