Aretha Franklin ci manca…

Non è passato ancora un anno da quando “Lady Soul” ci ha lasciati, ma ogni volta che ci capita di riascoltarla non nascondiamo di provare ancora emozioni che di rado oggi ci capita di provare, pur in presenza di uno scenario musicale contemporaneo poi non così poco interessante e dinamico. Non tragga poi in inganno il fatto di rilevarlo per attori di così grande successo in ambito di musica popolare, come nel suo caso. Più passa il tempo è più mi convinco che certe separazioni e certi steccati precostituiti non abbiano ragione di esistere. Arteha Franklin è stata semplicemente una grande musicista (suonava discretamente bene anche il piano) e una grande artista, non solo e semplicemente una cantante dal riscontro universale.

Per l’occasione ho pensato di condivedere con i lettori questo filmato che avevo casualmente rintracciato in rete nel quale la Franklin affronta una nuova versione di Until You Come Back to Me, tema composto  da Stevie Wonder (insieme a Clarence Paul e  Morris Broadnax) nel 1967 e reso un hit dalla Franklin nel 1973. Nel filmato lo stesso Wonder accompagna e duetta vocalmente con Aretha in uno show a lei dedicato del 2005. Viene fuori sempre e comunque la grande forza espressiva di certa Black Music, direi unica e irripetibile. Si noti anche la presenza alle tastiere di George Duke, altro musicista di valore da noi spesso bistrattato a sproposito, ma che del cui contributo si sono serviti moltissimi musicisti, jazzisti di gran nome compresi. Qualche domanda in merito forse ce la si dovrebbe porre.

Per quel che ci riguarda a questa musica e a questi attori non manca proprio nulla per rientrare con pari dignità nella arte musicale, ma non dovrebbe essere nemmeno il caso di sottolinearlo. Buno ascolto.

2 pensieri su “Aretha Franklin ci manca…

  1. Credo anch’io che un approccio unitario ed organico che abbraccia vari generi e stili come parte di un unico grande patrimonio culturale sia doveroso soprattutto se si guarda al contesto americano.
    Per un cantante o musicista americano e più ancora afroamericano muoversi dal Rhythm and Blues al Jazz al Funk e perché no all’hip hop è perfettamente normale e non è come pensano certi europei supponenti piegarsi a logiche commerciali di marketing . Herbie Hancock è lo stesso grande musicista sia quando suona “Chameleon” sia quando ad esempio suona Maiden Voyage al pianoforte con Bennie Maupin al flauto in “Flood”.
    Naturalmente anche George Duke rientra appieno nella categoria dei musicisti eclettici, si veda la discografia con MPS o le sue interessanti collaborazioni con Frank Zappa.
    Purtroppo certi steccati sono figli della visione tutta europea che distingue fra musica classica (arte) e musica leggera (intrattenimento commerciale). Nel nostro contesto ha un senso peraltro tutto da indagare ed approfondire, si pensi alle romanze operistiche di Puccini, Verdi, Rossini e così via o a certi brani divenuti di grande impatto popolare (Le quattro stagioni, il Rondò alla Turca, l’Adagio di Albinoni ecc… Che gli snob della classica spesso rigettano come se popolarità ed arte non potessero incontrarsi nella loro visione classista ed elitaria), ma nel melting pot americano ha ancor meno ragione d’essere.

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    1. concordo parola per parola. Aggiungo che poi mi vien da ridere quando gli stessi che fanno certe “separazioni” parlano poi di Great Black Music solo quando accennano all’ AEOC o a Archie Shepp, o Albert Ayler. Si sono mai accorti che le loro immutabili quattro icone generazionali non hanno mai escluso nulla della cultura e musica afro-americana nella loro musica? Beata ignoranza…

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