Un siciliano a New York

In questi recenti anni in Italia si è fatto un gran parlare, spesso a vanvera, di “sicilianità” del jazz, partendo dalla constatazione della presenza di un rilevante contributo italo-americano sin dalle origini del jazz. Una evidente distorsione storica dovuta ad una enfatizzazione di tale contributo rispetto a quello maggioritario di altre etnie e culture  presenti sul territorio americano, a cominciare da quello degli africani-americani. Oltretutto lo si è fatto utilizzando un personaggio di rara mediocrità come Nick La Rocca, la cui rilevanza musicale nel jazz non è mimiamemente paragonabile a quella dei molti italo-americani che sono comparsi sulla scena del jazz nel corso dei decenni successivi.

Tra questi, oggi vorremmo accennare ad una figura abbastanza trascurata anche a livello musicologico ma che ha giocato un ruolo poi non così minore nel periodo della nascita del be-bop. Stiamo parlando del pianista George Wallington (27 ottobre 1924 – 15 febbraio 1993) la cui presenza nei diversi combo pionieristici del jazz moderno è stata un po’ sottaciuta. Nato a Palermo in Sicilia come Giacinto Figlia, George Wallington si trasferì negli Stati Uniti (New York) con la sua famiglia nel 1925. Suo padre era un cantante d’opera dal quale fu iniziato alla musica classica, insegnandogli solfeggio e pianoforte classico. Wallington si interessò poi  al jazz ascoltando alla radio di New York grandi pianisti come Count Basie, Teddy Wilson e Jess Stacy, ma fu l’ascolto di Lester Young a fargli venir voglia di imparare lo stile. Uno dei primi ingaggi del giovane pianista fu suonare all’apertura di un supermercato, quindi iniziò a suonare a Greenwich Village trovando lavoro in un club chiamato George’s dove ebbe modo di accompagnare Billie Holiday, ma dagli anni ’40 fino alla fine degli anni Cinquanta divenne poi uno dei pianisti jazz più attivi e richiesti di New York. Wallington si trovò a  New York  proprio quando Charlie Parker arrivò per la prima volta da Kansas City. Il legame musicale tra Parker e Gillespie in quel periodo a New York ha attirato molti giovani musicisti nel crogiolo formativo del bebop e Wallington si dimostrò uno dei giovani pianisti bianchi di talento utilizzabili dai boppers afro-americani assieme a nomi come Al Haig e Dodo Marmarosa. Una testimonianza delle straordinarie virtù di Wallington è documentata dall’opportunità che Dizzy Gillespie gli fornì di diventare il pianista del suo primo gruppo, nel 1944. Il modo di suonare di Wallington si dimostrava infatti molto simile a quello di Bud Powell, il pianista be-bop per eccellenza.

A detta dello stesso pianista: “Dizzy mi portava a casa sua dove mi mostrava le sue canzoni. Poi lui e Oscar Pettiford hanno fondato la band all’Onyx. Charlie Parker avrebbe dovuto unirsi a noi ma non riuscì a ottenere la cabaret card. Ad ogni modo avevamo Don Byas, poi Lester Young. A volte Billie Holiday cantava con noi e c’era anche Sarah Vaughan. Non so se abbiamo pensato a quello che stavamo facendo all’Onyx come qualcosa di storico, ma sapevamo che stavamo facendo qualcosa di nuovo e che nessun altro poteva farlo“.

Wallington è emerso anche come compositore, come dimostrano temi come Lemon Drop, un inno be-bop con una parte vocale scat registrata e portata al successo da Woody Herman e Gene Krupa, ma tra i jazzofili è forse più noto per Godchild, che venne registrata da Miles Davis  nel 1949 in “Birth of the Cool” e successivamente dal trio di Red Norvo con Tal Farlow e Charles MingusNell’ultima parte degli anni ’40, Wallington ha lavorato con le band di Parker, Georgie Auld, Allen Eager e Kai Winding. Nel 1952 Gerry Mulligan lo chiamò da Los Angeles per entrare nella sua band, ma Wallington declinò l’invito e da lì nacque il celebre pianoless quartet, nonostante il pianista avesse già partecipato con successo qualche mese prima all’incisione del baritonista intitolata Mulligan Plays Mulligan.

Wallington visitò brevemente l’Europa nel 1953 per andare in tournée con l’orchestra di Lionel Hampton, l’unica volta in cui ebbe modo di suonare in una big band. La band era colma di giovani talenti, inclusi i trombettisti Clifford Brown e Quincy Jones. I giovani talenti continuarono a gravitare intorno a Wallington e verso la metà degli anni ’50 formò un quintetto di stelle nascenti, come il trombettista Donald Byrd, i contraltisti Jackie McLean e Phil Woods (si ascoltino Live at The Café BohemiaThe New York Scene e Jazz at Horchkiss). Wallington lasciò improvvisamente la scena musicale nel 1957, sebbene continuasse a suonare in privato. Riprese a registrare solo molti anni dopo, tornando in studio nel 1983 in piano solo, per realizzare le sue prime registrazioni in 25 anni,  dimostrando di aver conservato tutto il suo valore in dischi di alto livello come Virtuoso e The Pleasure of a Jazz Inspiration.

Propongo a corredo dello scritto alcuni esempi tratti da sue incisioni rintracciate in rete.

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