Un autentico capolavoro del jazz moderno

Il livello dei dischi prodotti da Alfred Lion per la Blue Note nella prima metà degli anni ’60, si sa, è da considerare tra i più alti per il jazz del dopoguerra. La quantità di capolavori presenti in quel catalogo prodotti tra gli anni ’50 e ’60 è a dir poco impressionante. In particolare, nella prima metà degli anni ’60 l’etichetta è riuscita a rappresentare allo stesso tempo grandi musicisti sia del jazz più avanzato dell’epoca che di quello più canonico.

Tra i capolavori del primo tipo ci sta indubbiamente Maiden Voyage, che è da considerare forse il punto creativo più alto raggiunto da Herbie Hancock sia in termini di compositore, sia di leader di un proprio gruppo. Si tratta di un disco di eccezionale valore e di costante alta qualità, dall’inizio alla fine, oltre a caratterizzarsi per una tale unità progettuale da riuscire a descrivere perfettamente in musica il tema narrativo esplicitato dal titolo stesso, che si ispira al mare e al “viaggio inaugurale” (maiden voyage, appunto) di una imbarcazione alla sua prima messa in acqua. Tutto il lavoro si ispira infatti a tematiche marine, oltre al brano eponimo anche il titolo di altre tracce come Eye of the Hurricane (l’occhio del ciclone) e Dolphin Dance (la danza del delfino) sono di chiaro riferimento al mare. Ora, non vorrei dare eccessivo peso a questo elemento “descrittivo” in musica, e men che meno aprire una inflazionata discussione sulla “asemanticità” della musica, in quanto già storicamente affrontata a fondo in ambito musicale. Si può tuttavia notare che la musica composta ed eseguita in questo disco ha comunque una sua valenza intrinseca indipendentemente dal suo riuscitissimo potere evocativo.

Concentrandosi perciò su di essa, e in particolare sul brano che dà il titolo al disco, non si possono non notare alcune scelte del leader che appaiono conformi a quello che Hancock stava già affrontando in parallelo all’interno del quintetto di Miles Davis (in pratica la formazione è la stessa, con Freddie Hubbard al posto di Davis), ossia l’utilizzo di una armonia modale e una relativa progressiva semplificazione armonica intorno all’andamento melodico del tema composto (o dello standard preso di volta in volta in esame nel caso del quintetto di Davis), in modo da creare una dilatazione dello “spazio” e maggior libertà improvvisativa per il solista. In questo senso, è fondamentale l’utilizzo di una armonia quartale (ossia costruita sull’intervallo di quarta, che era lo spunto armonico in voga tra i principali protagonistri del jazz dell’epoca), cioè con la presenza di un accordo di quarta (definibile come accordo sospeso o sus4). Esso è composto da una triade in cui la quarta dell’accordo sostituisce l’usuale terza. Con l’aggiunta della settima si ottiene laccordo di 7sus, su cui si poggia l’impalcatura modale di Maiden Voyage, in grado di attribuire un umore molto suggestivo alla musica, insieme alla scelta di un tempo pari molto aperto.

L’esecuzione complessiva è talmente perfetta, nota per nota, da poterla considerare davvero uno degli assoluti capolavori del jazz moderno per piccolo gruppo. I membri della band, infatti, assecondano alla lettera i propositi dell’autore, riuscendo comunque a dare una propria impronta personale. Il batterista, Tony Williams, suona in modo non convenzionale, spezzando spesso il tempo, mentre i solisti ricompongono gli spunti suggeriti dal tema nelle proprie originali improvvisazioni. Gli assolo di George Coleman e, a maggior ragione, quello di Freddie Hubbard sono da considerare tra i loro personali massimi creativi. Segnalo, in dettaglio, come il deplorato (a sproposito) virtuosismo del trombettista qui sia invece al totale servizio di una poeticità (non esiste nel jazz solo la poesia di un Chet Baker o di un Miles Davis, tanto per intenderci) e una creatività che raramente gli sono state riconosciute in carriera. Per non parlare del successivo intervento solistico di Herbie Hancock fatto di un utilizzo parco di note sospese di grande potere evocativo, accompagnato in modo estremamente musicale e flessibile dall’ancora giovanissimo batterista, in grado di variare in modo sensibile la tessitura ritmica durante il solo del leader.

In definitiva, un brano sentito tante volte, ma che ad ogni riascolto sembra ridare nuovi spunti e nuovo godimento, caratteristica davvero esclusiva dei grandissimi capolavori del jazz.

 

Un pensiero su “Un autentico capolavoro del jazz moderno

  1. Molto interessante la parte teorica che, anche per un semplice appassionato, offre ulteriori elementi di approfondimento ed apprezzamento di questo album di Hancock giunto a coronamento di un brillante percorso stilistico iniziato con “Takin ‘Off”.
    Segnalo anche fra gli altri album l’ intrigante “Speak Like A Child” di tre anni dopo con l’utilizzo in chiave armonica di una piccola sezione fiati e la riuscita combinazione fra liturgia ebraica e jazz del disco “Hear O’ Israel A Prayer Ceremony In Jazz” con Jonathan Klein pubblicato in origine in forma privata, per fortuna ristampato da una piccola etichetta britannica.

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