Dopo Coltrane il vuoto…Sul serio?

Se si vuole avere una conferma di come il paese sia fermo nel modo di pensare (per non dire arretrato), lo si può constatare anche in certe marginali discussioni sui social attorno ad un argomento specifico e limitato come il jazz, che dimostrano come siamo rimasti sostanzialmente a una idea di tale musica di ormai mezzo secolo fa.

Parlando di tenorsassofonismo, alcuni affermano con sicumera che dopo la morte di John Coltrane in tale ambito non c’è stato pressoché nulla di nuovo, anzi addirittura il vuoto. Ora, a parte che sul concetto di “nuovo” nel jazz si dovrebbe aprire una bella parentesi relativa a come da noi si intende tale termine e l’idea di “progresso” che accompagnerebbe l’evoluzione nel tempo di questo linguaggio musicale, non è comunque possibile prendere sul serio affermazioni di questo genere, poiché il sassofonismo è andato da un pezzo ben oltre il cosiddetto “coltranismo”, al di là dell’indubbia centralità di Coltrane nell’influenza sul tenorsassofonismo successivo. Un concetto che peraltro abbiamo già sviluppato in altre occasioni su questo blog.

Sta di fatto che riuscire a dimenticarsi bellamente di figure delle generazioni successive al sassofonista di Hamlet, che hanno saputo elaborare la sua lezione (comunque non l’unica, occorre chiarire) imbastendo una propria via linguistica e una propria personalità sullo strumento ve ne sono state diverse, alcune delle quali di grande importanza. Qualche nome? Presto fatto: Wayne Shorter, Joe Henderson, Gato Barbieri (quanti hanno cercato di imitarne il suono negli anni ’70?), Steve Grossman, Dave Liebman, Joe Lovano, e come dimenticarsi di un certo Michael Brecker, che dagli anni ’80 in poi è stato un imprescindibile punto di riferimento di molti colleghi coevi (chiedere a Bob Mintzer…) e di gran parte dei sassofonisti delle nuove leve e degli allievi delle scuole jazz. Basterebbe poi ascoltare i sassofonisti emersi nei decenni successivi, come ad esempio Branford Marsalis, Joshua Redman, James Carter, Michael Blake, J.D. AllenDayna Stephens, Eli Degibri etc etc. per capire che non è esistito in questi decenni solo il coltranismo e come oggi si sia riconnessa e miscelata quella esperienza alla tradizione sassofonsitica del jazz nella sua interezza. Se poi si vuole vivere nel proprio ristretto mondo fatto di una manciata di icone e di dischi, bé, allora quella è tutta un’altra storia.

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