L’artigianato di Eric Alexander

Nel jazz si parla spesso, talvolta anche a sproposito, solo di uno sparuto gruppo di figure iconiche, di cosiddetti “giganti”, di “geni”, di “innovatori” (o semplicemente di presunti tali), tralasciando tutti gli altri, dimenticandosi che il jazz è fatto sì di grandi artisti, ma anche, per così dire, di tanti “artigiani” della musica e della improvvisazione che, pur non dando un contributo innovativo, riescono comunque a dare il meglio di sé e a  produrre musica tutt’altro che disprezzabile, mostrando capacità strumentali e musicali di primo livello. 

Tra questi cosiddetti “artigiani” (e non dimenticando che il jazz è sempre stata una musica più a contributo collettivo che individuale) ci sono quelli che pur non essendo degli autentici innovatori sono riusciti a contribuire alla definizione e ridefinizione del  cosiddetto “canone”, altri che invece si sono limitati a replicare idee e situazioni musicali e linguistiche già note e ben esplorate dalle generazioni di improvvisatori precedenti, attribuendo una maggiore enfasi (talvolta portata persino all’esasperazione) ai contenuti tecnici e formali, legati per lo più all’abilità strumentale raggiunta.

Ora, non so tra le due “categorie” di suddetti “artigiani” dove poter collocare precisamente un abile strumentista e sassofonista come Eric Alexander. Tendenzialmente lo metterei più nella seconda, ma devo ammettere, da ex mediocre sassofonista, che è comunque uno strumentista di tutto rispetto.

Nato il 4 agosto 1968, Alexander è un sassofonista che stilisticamente può essere inquadrato in un post-bop in cui si sono miscelate le esperienze dei grandi protagonisti dell’hard-bop anni ’50 con il Coltrane in quartetto delle incisioni Atlantic. Direi, in estrema sintesi, che il suo riferimento sassofonistico principale sia rilevabile in George Coleman, forse un po’ più “leggero”, per così dire, del grande e sottostimato sassofonista di Memphis, il quale ha saputo anche partecipare a progetti di un certa profondità musicale nelle band di Max Roach (a fine anni ’50), Miles Davis e di Elvin Jones (a fine anni ’60).

Alexander ha iniziato come musicista classico, studiando sassofono contralto all’Università dell’Indiana con Eugene Rousseau nel 1986. Passato  presto al jazz e al sassofono tenore, si è poi trasferito alla William Paterson University, nel New Jersey, dove ha avuto come insegnanti Harold Mabern, Rufus Reid, Joe Lovano, Gary Smulyan, Norman Simmons, Steve Turre, tra gli altri. Raggiunse una prima notorietà conquistando il secondo posto (dietro a Joshua Redman) nel 1991 al Thelonious Monk International Jazz Saxophone Competition, dopo di che ha iniziato a registrare dischi con una certa continuità per diverse etichette, tra cui la giapponese Venus, Milestone e High Note. Per più dettagliate informazioni biografiche potete consultare la sua pagina internet al seguente link.

Mi limito qui a proporre un paio di brani tratti da uno dei suoi lavori migliori (del 2005, se non ricordo male) davvero piacevoli e ben eseguiti. Troppo poco? Può darsi, ma, come dire, chi si accontenta gode. Buon ascolto.

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