Musica “facile” o “difficile”?

Uno dei tanti stereotipi, o semplicemente dei pensieri impliciti, che si colgono intorno al jazz tra gli appassionati del genere, è quello secondo il quale più il jazz è di difficile ascolto, più pare acquisire valore musicale ed artistico, in quanto la musica “facile” assumerebbe quasi il sinonimo di musica alla portata di tutti e quindi facilmente sfruttabile dal mercato rendendola, come si usa dire spesso, “commerciale”.

Ora, regole generali di conferma o confutazione di tal genere di pensiero non è possibile fissarle, senza entrare nel merito di ciascuno caso specifico, e probabilmente nemmeno esistono. Tuttavia, mi colpisce sempre notare come chi parla spesso di musica “facile” evidenzi quasi sempre discrete lacune in ambito di educazione musicale, per non dire che mostri dell’evidente analfabetismo in materia. Per carità, per apprezzare e parlare con cognizione di causa di musica non occorre per forza possedere dei diplomi di conservatorio, ci mancherebbe, però nemmeno si può fare sfoggio del proprio analfabetismo, come non di rado capita di leggere o sentir dire.

Peraltro occorrerebbe intendersi sul significato attribuito al termine “facile”, in particolare parlando di jazz e di musica improvvisata. Si intende, ad esempio, troppo “orecchiabile”? o formalmente troppo semplice? e poi, si intende facile da ascoltare o facile da eseguire? Perché non è esattamente la stessa cosa…

St Thomas o Alfie suonati da Sonny Rollins sono facili o difficili?  So What o Freddie Freeloader tratti da Kind Of Blue sono facili o difficili? Mr P.C. di John Coltrane è facile o difficile? Il blues e il gospel, sono facili o difficili? E potrei continuare con gli esempi, anche uscendo dal mondo del jazz e della musica improvvisata. Mi limito per oggi solo a porre la questione che magari si potrebbe approfondire in uno scritto futuro per il blog con una analisi più dettagliata, ma  pare già sin d’ora chiaramente improprio l’utilizzo di tali termini per dare più o meno valore alla musica che si ascolta.

Un caso tipico del genere è capitato, e ancora capita, di riscontrarlo con la musica brasiliana, diffusamente utilizzata dai jazzisti come materiale su cui improvvisare, musica anch’essa derubricata spesso a musica “facile”. Pertanto, oggi porto un tipico esempio che per vari aspetti mostra come una musica apparentemente “facile” ha di facile davvero ben poco, e da diversi punti di vista.

Chega de saudade, nota in inglese anche come No More Blues, è una meravigliosa canzone composta da Vinícius de Moraes e Antônio Carlos Jobim per nulla facile né da suonare né da comporre. Portata al successo da João Gilberto verso la fine degli anni ’50, è considerata uno dei brani di bossa nova che sono penetrati rapidamente nel book degli standard del jazz  moderno.

Il tema possiede infatti una articolazione melodica e armonica per nulla banale, associata ad una difficoltà nella adeguata pronuncia ritmica dello stesso non alla portata di chiunque. Pertanto giudicarla una composizione “facile” sarebbe un evidente errore. Provare a suonarla (o semplicemente a cantarla) per credere.

La prima apparizione ufficiale del motivo ebbe luogo nel disco di Elizete Cardoso  Canção do amor demais (LP Festa, 1958), pubblicato nel maggio 1958, e in quell’occasione Gilberto accompagnava la cantante alla chitarra in due brani, Chega de saudade, appunto e Outra vez. L’album della Cardoso passò inosservato, anche a causa dell’irrilevanza sul mercato della casa discografica che distribuiva il disco. Successivamente, nel luglio del 1958, la composizione fu incisa e portata al successo dallo stesso João Gilberto in Chega de saudade (LP Odeon, 1959). il brano divenne prima la sigla di un programma radiofonico musicale molto popolare in Brasile e fu poi eseguito da Gilberto in una trasmissione televisiva altrettanto popolare. Il brano si diffuse presto anche oltre i confini brasiliani, meritando l’attenzione di molti cantanti e musicista jazz. Tra le versioni più rilevanti segnaliamo:

Dizzy GillespieStan Getz – Big Band Bossa Nova (Verve Records, 1962); Quincy Jones – Big Band Bossa Nova (Mercury Records, 1962); Antônio Carlos Jobim – The Composer of Desafinado, Plays (Verve Records, 1963); Carmen Mc RaeToquinho & Vinícius de Moraes – O Poeta e o Violão (RGE, 1975); Gal CostaZimbo TrioCesar Camargo MarianoJoão Gilberto & Caetano Veloso; Irio De Paula – Irio De Paula convida Gianni Basso – Mais Uma… para A. C. Jobim (Philology, 2007); Eliane EliasChet BakerShorty RogersGary BurtonGary Burton (Alone at Last); Joe HendersonSeamus BlakeToots Thielmans & Leny AndradeSteve Gadd &Larry GoldingsRyuichi Sakamoto & J&P MorelenbaumAndrea Motis.

Metto in evidenza ben cinque versioni concertistiche rintracciate in rete, tutte di livello altissimo, nell’ordine di Stan Getz (anni ’70), Dizzy Gillespie col quintetto anni ’60, la strepitosa versione in solo di Gary Burton, una molto elaborata e riarrangiata in duo Chick Corea&Gary Burton e quella di Eliane Elias, che è una tra le migliori interpreti jazz della bossa nova. Buon approfondimento di ascolto.

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