La musica nera e le intuizioni profetiche di Dvorák

(…) Negli anni Venti, per la prima volta nella storia, i compositori classici persero la certezza di essere gli unici custodi del Graal del progresso. Stavano emergendo altri innovatori e precursori. Erano americani. Spesso erano sprovvisti di una raffinata preparazione in conservatorio. E, sempre di più, erano di colore.

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Antonin Dvorák

Un compositore ottocentesco previde tutto ciò, o almeno lo presagì. Nel 1892, il maestro ceco Antonin Dvorák (…) andò a New York a insegnare al National Conservatory appena fondato. Di origine contadine, Dvorák non aveva pregiudizi sulla provenienza sociale o sul colore della pelle di un talento promettente. A Manhattan strinse un’amicizia col giovane cantante e compositore di colore Harry T. Burleigh, che gli fece conoscere gli spiritual afroamericani. Dvorák stabilì che questa musica era la chiave del futuro musicale americano. Cominciò a progettare un nuovo lavoro sinfonico che avrebbe attinto a materiale afroamericano e indiano: la maestosa Nona, sottotitolata “Dal Nuovo Mondo”. Con l’aiuto di un ghostwriter, Dvorák divulgò anche le proprie vedute in un articolo intitolato Il reale valore delle melodie dei neri, che apparve sul New York Times il 21 maggio del 1893:

Non basta che la futura musica di questo paese sia basata su quelle che vengono chiamate melodie dei neri. Queste devono essere le reali fondamenta di qualunque scuola di composizione seria e originale che sarà fondata negli Stati Uniti… tutti i grandi musicisti hanno attinto alle canzoni della gente comune. Il più affascinante scherzo di Beethoven si basa su quella che adesso potrebbe venir considerata una melodia nera abilmente trattata… Nelle melodie dei neri d’America ritrovo tutto ciò che serve a una grande e nobile scuola musicale. Sono toccanti, tenere, appassionate, malinconiche, solenni, religiose, coraggiose, allegre, festose o quello che preferite. E’ una musica che si adatta a qualunque umore o proposito. Non c’è nulla nell’intero ambito della composizione che non possa venir realizzato con temi provenienti da questa fonte.(…)

(…) L’intreccio tra la musica nera e la più vasta storia della musica americana è talmente profondo che le vicende dell’una sono in larga parte anche quelle dell’altra. (…) Tuttavia, vale la pena di chiedersi perché la musica del 10% della popolazione abbia avuto una tale influenza. Nel 1939, uno studente di Harward che portava il nome di Leonard Bernstein tentò di dare una risposta, in un elaborato dal titolo L’assimilazione di elementi razziali nella musica americana. La grande musica della tradizione europea, affermava il giovane Bernstein,  si era sviluppata organicamente dalle fonti nazionali, sia in senso “materiale” (le canzoni folk come spunti per la composizione) che “spirituale” (la musica popolare come manifestazione dell’ethos di un luogo). La concezione a due livelli di Bernstein, che riconosce in egual misura l’autonomia della musica e la sua funzione sociale, spiega in parte perché la musica nera abbia conquistato i settori della mentalità più aperta dell’America bianca. In primo luogo le sue sonorità erano fenomenali. I caratteristici espedienti della musicalità afroamericana – l’alterazione e il rimaneggiamento delle scale diatoniche, la distorsione dei timbri strumentali, la stratificazione ritmica, l’assenza di confini tra suono verbale e non verbale – aprivano una nuova dimensione nello spazio musicale, un regno al di là delle note scritte.

9788845267338_0_200_0_0In secondo luogo , la musica nera richiamava l’attenzione in quanto documento di una crisi e di un rinnovamento spirituale. Commemorava la ferita al cuore  dell’esperienza nazionale, il crimine della schiavitù, e trascendeva quella sofferenza in atti di espressione individuale e di affermazione collettiva. Di conseguenza, la musica nera realizzava le condizioni necessarie secondo Bernstein per un “materiale  musicale comune all’America”.

Ciò che Dvorák non previde, e ciò che anche il coraggioso Bernstein faticava a cogliere, era che “la grande e nobile scuola musicale” non sarebbe stata di composizione classica, bensì di ragtime, jazz, blues,swing, R&B, rock’n roll, funk, soul, hip-hop e chissà cos’altro. (…)

Tratto da Il resto è rumore – ascoltando il XX secolo di Alex Ross

 

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