J.D. Allen – Love Stone (Savant, 2018)

518Dwv8P7JL._SX466_Ascoltando questo disco, come altri recenti prodotti da sassofonisti di mezza o nuova generazione, ci si rende sempre più conto del fatto che i modelli coltraniani sullo strumento risultino ormai abbondantemente approfonditi e metabolizzati, e, in un certo senso, esauriti. Nessuno può negare i valori indiscutibili di tali modelli, ci mancherebbe altro, è solo che occorre prendere atto che la musica improvvisata e il sassofonismo, in particolare, stanno da tempo approfondendo anche stilemi sassofonistici antecedenti, guardando in modo più ampio e profondo alla grande tradizione (che è sostanzialmente americana e africana-americana, checché se ne dica dalle nostre parti) di riferimento a questa musica, arrivando sino alle sue radici costituenti. Un modo di procedere che in realtà non si è mai perso nell’ambito culturale in cui il jazz si è sempre mosso e che fa parlare erroneamente alcuni di conservatorismo musicale.

Sta di fatto che dischi come questo Love Stone prodotto dal sassofonista J.D. Allen sembrano documentare in modo quasi esatto la tesi appena esposta. Stiamo in effetti parlando di un sassofonista già da circa un ventennio sulla scena del sassofonismo contemporaneo, direi ormai maturo sia per età (46 anni), sia per produzione discografica, che dopo essersi proposto quasi sempre nella impegnativa formula del trio sax-contrabbasso-batteria ha deciso di affrontare un lavoro in quartetto (con aggiunta di una chitarra) e un set esclusivo di ballate più o meno note. Sicché il musicista evidentemente ritiene l’elaborazione di un tal genere di materiale come un punto di arrivo (e non di partenza) per un improvvisatore. Elemento che dovrebbe far riflettere chi forse ritiene il contrario.

Sta di fatto che il sassofonista invece di riferirsi al modello di Ballads del sassofonista di Hamlet (come ci si sarebbe potuti aspettare dal sassofonista, visti i precedenti discografici) qui riprende in modo netto e intelligente quelli di Dexter Gordon e Sonny Rollins. Non a caso il disco in quartetto con la presenza di una chitarra ricorda molto il Rollins anni ’60 del periodo RCA (nelle ballad di The Bridge, The Standard Sonny Rollins etc,), ma anche il Gordon di A Swingin’ Affair e del periodo Blue Note, più in generale, e sempre relativamente al trattamento delle ballads. Ne sono a documento versioni di impostazione gordoniana come Until The Real Thing Along e Why Was a Born e rollinsiana come Put on a Happy Face e Prisoner of Love. Lavorando con il bassista Gregg August, il batterista Rudy Royston e completando il gruppo con il chitarrista Liberty Ellman, Allen esplora nove temi del genere. Il risultato finale può tranquillamente definirsi di altissimo livello e tutt’altro che un esercizio di bella copia.

Allen colpisce comunque nel segno in quasi tutti i temi, scelti evidentemente con molta cura, ma l’iniziale Stranger in Paradise (peraltro composizione di Aleksandr Borodin) e il meno frequentato Come All Ye Fair and Tender Ladies meritano senz’altro una citazione. Niente patterns, niente scale, niente frasi fatte, solo note ponderate e creativo pensiero melodico in improvvisazione, nella migliore tradizione dei grandi improvvisatori del jazz. In estrema sintesi uno dei dischi jazz migliori del 2018, da non lasciarsi sfuggire.

Riccardo Facchi

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