Il Latin Jazz di un americano: Cal Tjader

Come ho scritto tante volte e approfondito in un lungo scritto pubblicato anni fa su questo blog, l’influenza latina nel jazz, ma più in generale nella musica e nella cultura nord-americana, non solo è stata fortissima e indiscutibile, ma lo è tutt’ora, tanto è vero che tra i più interessanti esponenti del jazz odierno ci sono moltissimi musicisti di origine latina, tra cubani, portoricani, brasiliani etc.etc. che stanno dando un notevole impulso e una certa freschezza alla scena della musica improvvisata contemporanea.

Ovviamente da noi invece che si è fatto? Si è tirata a suo tempo una bella riga su tal genere di musica mandandola all’Indice e piazzandola nel solito calderone della cosiddetta “musica commerciale” adatta solo al ballo, cioè una cosa artisticamente orrenda, plebea, perché la vera arte musicale si fa solo con musica “difficile” (?) che occhieggi alla cultura europea e che faccia “pensare” (?) le migliori menti (si fa per dire…) dedite all’ascolto “impegnato”. Fa nulla che purtroppo tale musica possa produrre taluni effetti collaterali sul pubblico in platea, che fugge appena possibile alla chetichella, perché in preda a certi  improvvisi e fastidiosi fenomeni inflattivi corporali (dicasi gonfiori, sul genere intolleranze e allergie di vario genere).  Ma che ci importa? Il popolo è bue e non capisce che sta ascoltando la “musica del futuro”, quella che si suonerà ancora nel 3050 (dopo Cristo o avanti Cristo? Non mi è chiaro…).

Sicché se proprio si deve parlare di qualche musicista latino si preferisce esaltare il mediocrissimo (solo ad esempio) Ivo Perelman che pasticcia al sassofono con la musica brasiliana in salsa pseudo avanguardista, piuttosto che parlare, che so,  di David Sanchez, o si esalta David Virelles (che incide guarda caso per ECM) e si preferisce tacere di Arturo O’Farrill, nemmeno degno di una data concertistica italiana, a fronte di plurimi premi, notorietà e riscontri in territorio nord-americano. E via andare di questo passo.

Così van le cose in questo paese intorno al jazz, reclamando magari finanziamenti pubblici per proposte concertistiche che ormai coinvolgono solo che un pubblico vecchio e attempato, sempre più scarso e incancrenito nelle proprie immutabili convinzioni.

Perciò oggi, a tal proposito e in alternativa, vogliamo proporre l’ascolto  della musica di Callen Radcliffe ” Cal ” Tjader, Jr. ( 6 luglio 1925 – 5 maggio 1982), che è stato un protagonista del latin jazz pur essendo americano (era di St. Louis, nel Missouri, ma ha stazionato per lo più in California) e conosciuto come il non-latino di maggior successo in tale ambito. Peraltro Tjader ha saputo in carriera esplorare diversi stili del jazz, andando anche oltre il jazz, pur suonando principalmente musica ricca di ritmi cubani e caraibici.

Tjader è noto per lo più come vibrafonista, ma si è  esibito anche come percussionista e batterista, coinvolto tra bonghi, congas, timpani, e l’utilizzo del pianoforte. Tjader possiede una discografia sconfinata, sia come leader che come sideman, arrivando a coronare una carriera ultra quarantennale nel 1980, col riconoscimento del Grammy Award per il suo album La Onda Va Bien. Tra le sue prime importanti partecipazioni in ambito jazz va ricordata la sua collaborazione col primo Dave Brubeck, sia in trio che nel famoso Octet che produsse all’epoca alcuni diversificati esempi di Cool Jazz. Decisivo per la sua carriera e il successivo indirizzamento stilistico fu l’ingaggio nella band del pianista jazz George Shearing, che lo reclutò nel 1953 quando Joe Roland lasciò il suo gruppo, dando in pratica il via alla sua continuativa esperienza nel mondo dei ritmi latini.

Mi fermo qui per non tediare oltre con le note biografiche, che sono lunghe e ricche di spunti, ma che potrete facilmente rintracciare meglio in rete. Mi limito qui a proporre alcuni assaggi musicali, che lo vedono impegnato, in particolare, nelle vesti di eccellente improvvisatore nel disco fatto in compagnia di Stan Getz nel 1958 per conto della Prestige Records. Un musicista da riscoprire.

Buon ascolto.

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