Cyrus Chestnut- Kaleidoscope (High Note, 2018)

mi0004477696Nel jazz non è un’idea certo nuova quella di affrontare un repertorio di temi tratti dalla tradizione colta europea. Praticamente succede da sempre, ma forse occorrerebbe risalire almeno al sestetto del contrabbassista John Kirby di fine anni ’30 per osservare la cosa a livello più sistematico. Non c’è da stupirsi, né si deve essere indotti tipicamente a pensare a una qualche forma di reverenza e/o sudditanza dei jazzisti verso il repertorio accademico. il jazz è sempre stato abituato a fagocitare qualsiasi genere di materiale per essere rielaborato secondo la prassi improvvisativa (specificamente ritmica) propria del contesto culturale africano-americano. Il pianista Cyrus Chestnut, da tempo presente sulla scena come uno dei migliori pianisti del mainstream jazz odierno, ci propone in questo suo progetto proprio un repertorio fatto per lo più di temi del primo Novecento europeo (ben quattro temi sono di Eric Satie, due di Debussy e uno di Ravel) ai quali ha aggiunto il Rondo alla Turca di Mozart in versione ristrutturata ritmicamente, oltre a  un tema di ispirazione gospel (tradizione nella quale è ben radicato), uno standard suonato con gusto impeccabile come Darn That Dream e un paio di temi propri.  D’altronde, Chestnut è un artista di formazione classica con un gusto musicale ampio ed eclettico e non è nuovo a tale esperienza, in quanto aveva già prodotto nel 2014 un intero disco per la Venus dedicato a compositori classici come Bach, Beethoven, Brahms, Chopin, Liszt, Tchaikovsky etc. e intitolato Moonlight Sonata: Swingin’ Classics. Il suo eclettismo gli fa d’altro canto anche affrontare il celeberrimo Smoke on The Water dei Deep Purple, tema da lui suonato spesso sin dagli inizi della sua carriera professionale, peraltro a personale giudizio da considerare la versione meno convincente del disco.

Questo comunque riuscito Kaleidoscope è affrontato in trio assieme al contrabbassista Eric Wheeler e al batterista Chris Beck e illustra un pianista che ha raggiunto la sua maturità, mostrando di saper elaborare certi temi classici in appropriato idioma jazzistico elaborandoli in pertinenti arrangiamenti rivelatori di sicuro buon gusto.

Segnaliamo tra i brani più riusciti la versione del debussiniano Golliwog’s Cakewalk (già molto prossimo al jazz di suo), del celebre Gymnopedie No. 1 di Satie e il non convenzionale trattamento di una scelta molto convenzionale come quella del Turkish Rondo di Mozart, dove alla celeberrima sezione del tema a tempo di marcia viene associata una sezione suonata in modo ardito a ritmo di samba. Interessante anche la trasformazione di Jimbo’s Lullaby utilizzando una concezione pianistica molto prossima a quella di McCoy Tyner. Tuttavia devo confessare che tra le personali preferenze rimangono in vista i tipici temi della tradizione musicale americana e afro-americana, come l’elegantissima versione esibita di Darn That Dream e la sentita versione dell’inno da chiesa Lord I Want to Be a Christian.

Disco piacevole da ascoltare, suonato con grande rilassatezza, swing ed eleganza, perciò in piena tradizione jazz e senza pretese di artificiosi intellettualismi, cosa che per qualcuno sembrerà un difetto, ma non per noi.

Riccardo Facchi

 

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