Freddie Hubbard, ben oltre l’hard-bop

Frederick Dewayne “Freddie” Hubbard (Indianapolis, 7 aprile 1938 – Sherman Oaks, 29 dicembre 2008) è sempre stato identificato assieme a Lee Morgan (entrambi tra i migliori discepoli di Clifford Brown) come uno dei massimi trombettisti dello hard-bop, ma in effetti si è trattato di uno dei più grandi trombettisti della intera storia del jazz.

Il suo esordio come professionista  è stato con Wes Montgomery, trasferendosi da Indianapolis a New York, nel 1958, dove ha collaborato con Sonny Rollins J.J.Johnson. Dotato di una tecnica trombettistica eccezionale, Hubbard ha presto maturato un sound personale di natura prevalentemente hard-bop – collocazione stilistica nella quale è stato sempre posto – ma in realtà è stato anche prescelto da tutti i grandi innovatori degli anni ’60 nelle loro opere maggiori: Ornette Coleman, John Coltrane, Sonny Rollins, Dexter Godorn, Max Roach, Eric Dolphy, Sam Rivers, Joe Henderson, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Andrew Hill, Bobby Hutcherson, Mc Coy Tyner, Quincy Jones, Oliver Nelson e chi più ne ha più ne metta.

Tuttavia Hubbard si è costruito un ruolo importante anche negli anni ’70 quando con opere come Red Clay (1970), Straight Life (1970) e First Light (1971), registrate per CTI, ha cercato, come altri importanti jazzisti afro-americani (uno su tutti: Miles Davis), di riconnettere il jazz al bacino popolare africano-americano e al relativo pubblico, dopo l’avvento del Free-Jazz e soprattutto del Rock, che avevano indubbiamente creato una progressiva, pesante, “desertificazione” di pubblico intorno al jazz. La critica ha parlato (come sempre in questi casi), solo di “commercializzazione” della sua musica e di abbandono dallo spirito del jazz, ma dal 1977 il trombettista riprese a suonare jazz più ortodosso, chiamato in tournée da Herbie Hancock per la serie di concerti e dischi prodotti sotto l’etichetta V.S.O.P insieme ai “davisiani” dell’ultimo quintetto del trombettista dell’Illinois.

Sul tema Hubbard, Gianni M. Gualberto ha scritto un lungo saggio per la rivista Jazzit anni fa intitolato, se non ricordo male, “L’angelo nero“. Dopo il 1993, per le conseguenze di un’infezione a seguito di una ferita al labbro superiore, la sua brillantezza sulla tromba si è ridimensionata limitandolo all’utilizzo del flicorno.

Freddie Hubbard è morto in California all’età di 70 anni il 29 dicembre 2008, in seguito alle complicazioni di un attacco cardiaco che lo aveva colpito il 26 novembre dello stesso anno. Ci ha lasciato una enorme discografia sia come leader che come sideman che ancora oggi ne illustra l’indubbia grandezza.

A documentazione della tesi esposta propongo dei brani tratti da alcuni dei capolavori di Eric Dolphy, Herbie Hancock (in uno dei suoi migliori assoli in assoluto), Sam Rivers, John Coltrane, in aggiunta ai quali ho piazzato una esibizione live del 1966 a Boston su Pensativa, il capolavoro compositivo di Clare Fischer e una esibizione degli anni ’80 in quartetto con Cedar Walton (autore del brano, il celebre Fantasy in D) Ron Carter e Lenny White.

Buon ascolto.

6 pensieri su “Freddie Hubbard, ben oltre l’hard-bop

  1. Grazie di averlo ricordato.
    Hubbard ha incarnato il profilo del musicista curioso, eclettico, accurato nel suono e nella tecnica.
    Mi è capitato di ascoltare un anno fa una puntata di “Birdland” a lui dedicata su “Retedue” della Radio della Svizzera Italiana condotta da Bertoncelli incentrata sull’ispiratissimo “Red Clay”. Nei vari contesti in cui l’ho ascoltato, non ne sono mai rimasto deluso e ricordo con gioia il suo concerto genovese del 1984 con un quintetto da sogno che lo vedeva accanto a Joe Henderson, Petrucciani, Buster Williams e Billy Hart.
    Desidero menzionare l’interessante esperimento orchestrale “The Body And The Soul” per Impulse! e i due volumi live incisi nel ’65 al Club La Marchal di New York ristampati insieme nel doppio CD “The Night Of The Cookers” con Lee Morgan, James Spaulding, Harold Mabern, Pete La Roca e Big Black. Non è consueto nel jazz degli anni ’60 al di fuori del circuito di Norman Granz, trovare una jam session live che allinea due solisti di tromba così brillanti e creativi capaci di “sfidarsi” senza mai rinunciare all’ espressività pur nei loro picchi virtuosistici. Eppure quei due album della Blue Note sono finiti nel dimenticatoio grazie anche a critiche non molto lusinghiere come quella firmata da Richard Cook e Brian Morton sulla celebre “The Penguin Guide To Jazz Recordings”. Misteri della critica…

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    1. Ho una vecchia versione della Penguin. Più che critica, direi che esprime solo libere opinioni sui dischi basate su gusti personali legati ad una precisa impostazione, che considera a priori e nella sostanza tutto ciò che è Free o sedicente “avanguardia” di livello superiore a ciò che è considerato “vecchio” o “superato” da quello. La solita impostazione ideologica/eurocentrica di cui anche gli inglesi paiono non essere immuni. Del resto il pessimo libro di Alex Shipton sulla storia del jazz per me ne è stata la conferma. Di certo gli autori della Penguin non hanno letto “il resto è rumore” di Alex Ross di cui ho dato una esemplare citazione nell’articolo di oggi. D’altronde, si sa, Ross è autore americano e tutto ciò che viene dagli yankees è sostanzialmente m….

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      1. Beh, non sarei così ‘tranchant’ su Cook (RIP) & Morton. Hanno compilato un titanico repertorio discografico – ahimè riferito al ben più ricco e maturo mercato inglese – di cui si sente molto la mancanza (vedi quotazioni stratosferiche sul web per copie usate dell’ultima edizione del 2008). Non essendo dei critici, ma degli autori di un baedecker, gli si può perdonare qualche irruenza, anche alla luce del fatto che hanno ascoltato qualcosa come 10.000/15.000 dischi per edizione… . Tornando ad Hubbard, suggerisco un attento ascolto din ‘Gleam’, album live registrato a Tokio nel 1975, recentemente ristampato dalla BGO inglese. Disco che trasuda vitalità e calore anni ’70, senza scadere nell’enfasi della fusion. Tra l’altro, si ascolta un singolare George Cables al piano elettrico (si difende molto bene). A tratti l’influenza dle primo Miles ‘elettrivo’ è chiaramente percepibile. Saluti. Milton56

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        1. Un benvenuto all’amico Milton 56. Non aggiungo nulla riguardo alla diversità di opinioni sulla guida Penguin, se non per osservare che il problema a mio avviso non è tanto legato al merito delle singole valutazioni sui dischi quanto di metodo generale, in cui si tende sistematicamente a sopravvalutare alcune cose e sottovalutarne altre, in base ad una chiara impostazione ideologica e/o estetica del tutto personale. Se si fa un libro divulgativo di quel genere il criterio deve essere più equilibrato per poter essere preso sul serio. Non si può, tanto per dire, prendere qualsiasi lavoro ECM è giudicarlo bene, perché questo non ha un corrispettivo con la descrizione della realtà discografica. Quanto a Hubbard e George Cabels (sarebbe interessante leggere le valutazioni di quei dischi sulla Penguin per un raffronto, ma temo sia roba non più ripubblicata…) anche in High Energy c’è Cables (e anche Junior Cook!!) ed è anc’h esso disco apprezzabile.

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      2. Concordo. La propensione verso il free dei due critici inglese è acclarata. Però, Peterson e Brubeck, per citare due musicisti oggetto di strali dai “progressisti” per motivi musicali e spesso anche extramusicali (non erano antisistema) sono stati considerati complessivamente bene. La mia edizione è l’ultima pubblicata. Perciò, è possibile, che certe parti siano state riviste.
        Condivido in pieno la tua asserzione finale e aggiungo che, a mio parere, è palese dimostrazione di decadenza perlomeno di una parte assai consistente della cultura europea nel suo essere incapace di confrontarsi con ciò che viene da altri mondi.

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