The Jaki Byard Experience (Prestige – 1969)

71Ciys4mVdL._SY355_Una dimostrazione di come sia errato valutare il jazz e la sua ormai lunga storia solo per fasi stilistiche nettamente distinte e per grandi innovatori che automaticamente avrebbero invecchiato tutto ciò che è comparso prima del loro avvento sulla scena è data da dischi come questo Jaki Byard Experience, che illustrano in musica come il jazz, viceversa, si sia sempre mosso con gradualità, nel cosiddetto “continuum”, innovando sempre con ben presente la coscienza della propria tradizione. Il fatto che ancora si leggano testi, per lo più di autori europei a dire il vero, che continuano a concepire la storia del jazz nel modo inizialmente detto è solo la rappresentazione plastica di stagnazione di pensiero e del sostanziale rifiuto di conoscere e riconoscere le peculiarità di una cultura molto diversa dalla nostra (quella americana tutta) che ha saputo produrre un nuovo modo di fare musica, peraltro assoluta protagonista nel Novecento.

Questo autentico capolavoro del jazz pare infatti la prova musicale tangibile di ciò che si è appena affermato, in quanto pare racchiudere in poco meno di quaranta minuti una sintetica ma essenziale storia del jazz, ovviamente fotografata all’anno di pubblicazione del disco, ossia il 1969. Quasi ogni stile di jazz è coperto qui: dal New Orleans al Free Jazz,  Da Eubie Blake (Memories of You)  e lo stride piano a Erroll Garner, Bud Powell (Parisian Thoroughfare)  e Thelonious Monk (Evidence), dalla musica tradizionale (Shine on Me) ricca di umori gospel, alla interpretazione del song americano (Teach Me Tonight). Jaki Byard con la sua musica è sempre stato l’esempio vivente di come il jazz sia una musica sincretica, il prodotto dinamico di un coacervo di contributi, in cui l’innovazione è sempre legata a una ridiscussione e una ripresa su nuove basi della tradizione, dalla quale non viene mai meno. Egli è andato perciò molto oltre l’essere quel grande pianista versatile che è sempre stato descritto, poiché si è trattato di un vero e proprio genio del jazz, naturalmente abbastanza trascurato rispetto ad altre grandi figure dai principali testi di storia del jazz, sostanzialmente per le suddette ragioni di errata impostazione. A lui si unisce qui un altro musicista/genio dello stesso livello, anche se su altro genere di strumenti, come Rahsaan Roland Kirk. altro musicista massimamente rappresentativo come Byard delle migliori peculiarità del jazz, ma per troppo tempo incompreso. Kirk salta liberamente dal sax tenore al clarinetto, ricorrendo anche al suo stravagante campionario di strumenti che portava al collo, come una sorta di One Man Band del jazz. Manca solo il flauto all’appello (su cui peraltro eccelleva) in questo disco, forse perché così carico di forza espressiva dal non potersi esprimere al meglio con uno strumento dai timbri più delicati (per quanto fosse ben noto il suo stile “parlato”, assai aggressivo).

Del resto non deve sorprendere che questo disco sia un oggettivo capolavoro, poiché, come in tutti i grandi album prodotti nel jazz, la formazione è composta da nomi di primissimo livello nei relativi strumenti. Che dire infatti del contrabbasso di Richard Davis (uno che era richiesto persino in ambito concertistico classico da un venerabile personaggio come Leonard Bernstein, non so se mi spiego),  o del batterista Alan Dawson?

Inutile aggiungere altro, se non suggerire a chi non avesse ancora in discoteca questo gioiello musicale di procurarselo al più presto. Potrebbe essere l’occasione di comprendere per davvero l’essenza di quella meravigliosa musica che fa di nome “jazz” e di questi confusi tempi, non sarebbe cosa poi così da poco.

Riccardo Facchi

 

Un pensiero su “The Jaki Byard Experience (Prestige – 1969)

  1. Anch’io per lungo tempo facevo parte di coloro che di Byard conoscevano ed apprezzavano la sua brillante versatilità.
    Poi, nel mio piccolo ho cercato di approfondire la sua carriera e questa sua gemma pur non avendola su disco, l’ho ascoltata per intero su YouTube.
    Può stare tranquillamente nell’olimpo del pianismo jazz al pari di Ahmad Jamal e di Andrew Hill ai cui contesti pare ricondursi.

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