Dear Louis…

“We owe an incredible debt to Armstrong because he really is the fulcrum of American music. Certainly there were masters before him, but everything got funneled and distilled through him to what we have now – from Swing to Rock, from Funk to Hiphop. He changed the feel. It’s one thing to have your own feel, but it’s an entirely different thing to change the conception of what a quarter note feels like. I can’t think of anyone in recorded history who’s done that. And we’re still borrowing his quarter notes – the forward motion and the pulse of that, he changed feel forever”

Questa citazione estrapolata dal blog personale di Nicholas Payton è quanto mai significativa e dovrebbe essere ricordata ai molti che oggi, nel nostro paese, si dicono interessati al jazz, ma che paiono non percepire l’onda lunga d’influenza di questo genio musicale, del quale nemmeno si degnano di ascoltare e comprenderne la vasta opera (questa sì davvero rivoluzionaria), poiché si è trattato di uno dei grandissimi, non solo del jazz, ma dell’intera musica del Novecento. E questa non è solo una personale opinione, ma è un fatto acclarato e non a caso colleghi dell’era moderna del jazz, come Dizzy Gillespie e Miles Davis, hanno sempre avuto parole di ammirazione, molto più che di semplice rispetto per lui. Tutta la comunità musicale afro-americana ben sa quanto deve (se non tutto) alla figura di Satchmo, anche ben oltre il mero aspetto musicale, in quanto Armstrong è stato personaggio che ha fortemente contribuito a far penetrare nell’America bianca e fortemente razzista la cultura africana-americana in quella americana tutta, condizionandola in modo indelebile. Egli ha di fatto condotto una sorta di silenziosa azione di progressiva integrazione culturale prima ancora che razziale, fatta col sorriso sulle labbra e apparentemente priva di aggressioni verbali e proteste violente, ma con l’arma pacifica della propria musica e del suo ineguagliabile appeal comunicativo verso il pubblico. Un autentico esempio comportamentale da parte di un personaggio che, oltre ad essere stato un genio della musica, si è rivelato anche un uomo buono, pregno di una profonda carica spirituale. Per quel che mi riguarda, potrei arrivare persino a dire che si è trattato di una delle creazioni umane più riuscite all’Essere Supremo, in quanto è stato in grado di riempire con la sua musica di gioia l’animo di tanta parte dell’umanità.

Al contrario, da noi  una certa sottovalutazione del suo contributo e una implicita mancanza di rispetto per il personaggio e per la cultura di sua provenienza sono sempre stati lasciati trasparire dietro un ingiustificato snobismo e un fastidiosissimo atteggiamento paternalistico nel valutare la sua opera, dettati probabilmente da scarsa, o al più superficiale, conoscenza della complessa e variegata stratificazione sociale e culturale presente nei due continenti americani (lacuna che ci si è ben guardati di colmare), rafforzati da un’implicita presunzione di superiorità culturale che è spesso trapelata tra le righe degli scritti pubblicati nei vari decenni sulla sua musica e sul suo modo pubblico di proporsi.

Non è certo ignoto ai più quell’insistito improprio parlare di “ziotomismo” nei suoi riguardi, relativo al suo atteggiamento ammiccante sui palchi dei teatri e il suo divenire persino una star hollywoodiana, cioè ben oltre la popolarità limitata all’ambito musicale. Ad Armstrong si è rinfacciato per decenni quel suo essere diventato un personaggio “popolare”, un mero intrattenitore e non più un artista, non tenendo conto in certi superficiali giudizi del diverso contesto culturale in cui si è mosso e si è dovuto muovere. Per non parlare di come si è frettolosamente parlato di rapida decadenza della sua produzione musicale dagli anni ’30 in poi, tesi facilmente confutabile provando ad ascoltare con maggiore attenzione e senza pregiudizi la sua produzione successiva a quella dei suoi mitici Hot Five e Hot Seven, secondo molti critici, direi troppi, il vertice ma anche il capolinea della sua geniale arte. In questo senso questo genere di valutazioni scritte da Arrigo Polillo nel suo libro sul Jazz e ribadite molte volte sulle colonne del suo Muisca Jazz, hanno purtroppo lasciato strascichi sino ai nostri giorni in una critica musicale che in buona parte stenta ancora ad aggiornarsi da certe ormai datate valutazioni.

Ancora oggi mi capita di riascoltare dischi suoi di qualsiasi decennio successivo ai suoi mitici anni ’20 e di sorprendermi nell’ascoltare suoi assoli di una chiarezza di pensiero musicale, di una sincerità artistica e di una essenzialità che arrivano a toccare persino sentimenti di stupore. La verità è che Louis Armstrong la fama di musicista universale – e lui si davvero rivoluzionario – se l’è guadagnata tutta e il jazz, i jazzisti, non solo quelli afro-americani, gli devono molto, se non tutto ancora oggi.

Ben lo sa Nicholas Payton, che come tanti altri trombettisti proviene dalla grande tradizione dei nativi di New Orleans, presenti sino ai giorni nostri (Wynton Marsalis, Terence Blanchard, Leroy Jones, Marlon Jordan, Irvin Mayfield, Kermitt Ruffins, Christian Scott), ne conserva e ne eredita il fondamentale insegnamento, con una proposta musicale ammodernata che ha saputo andare anche ben oltre il classico tributo e la sola memoria, avendogli dedicato alcuni importanti dischi, con particolare riferimento a Dear Louis (contenente una originale versione di Hello Dolly arricchita da un eccellente assolo di Payton al flicorno in stile quasi Freddie Hubbard, jazzista che per certi versi può essere considerato il top evolutivo del solismo trombettistico inaugurato da Satchmo), una produzione di inizio anni Duemila pensata per commemorare il centenario della sua nascita che ricevette anche importanti riconoscimenti. Payton pare qui cogliere il sapore e la gioia delle versioni originali, trasformando gran parte della musica in un linguaggio moderno, con risultati complessivi freschi e piuttosto briosi.

Per favorire un confronto delle versioni, propongo l’ascolto di Down in Honky Tonk Town prodotta da Armstrong in compagnia del grande Sidney Bechet nel 1940 con quella di Payton presente nel suo album Gumbo Nouveau a cui ho aggiunto Whoopin ‘Blues, un tema tradizionale  con i tipici ritmi da parata di New Orleans contenente un altro bell’assolo di cui ho rintracciato in rete anche la trascrizione. Nell’insieme, Payton merita ammirazione per aver saputo catturare l’essenza della suddetta eredità jazz di Armstrong attraverso un suono personale.

Buon ascolto.

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