Il capostipite del trombone nel jazz moderno

Forse sarete stanchi di leggere nei mie scritti di questo o quel jazzista del passato oggi quasi dimenticato, ma quando succede a figure davvero grandi, di primissimo livello, la cosa indispettisce ancor di più, perché non trova davvero alcun tipo di giustificazione.

Credo che della reale grandezza di J.J. Johnson in Italia sappiano ormai solo i musicisti che hanno abbracciato (coraggiosamente devo dire) questo strumento, difficile da suonare e difficile da proporre in termini di leadership di gruppo a livello concertistico.

In realtà James Louis ” JJ ” Johnson (22 gennaio 1924 – 4 febbraio 2001) è stato ben più di un grande trombonista poiché si è rivelato anche un eccellente compositore e arrangiatore che, per quanto legato al linguaggio be-bop come molti altri suoi coevi, non ha trascurato di lanciarsi in esperienze a più ampio spettro linguistico. Dalla metà degli anni ’50, ma soprattutto all’inizio degli anni ’60, Johnson dedicò infatti sempre più tempo alla composizione, divenendo un attivo collaboratore del movimento Third Stream e scrivendo un certo numero di opere ad ampio respiro che incorporavano elementi sia della musica classica che di quella jazz. Ha contribuito con  Poem for Brass all’opera Music for Brass nel 1957 e ha composto un certo numero di opere che sono state eseguite al Monterey Jazz Festival tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. Nel 1961, ha scritto una suite in sei movimenti intitolata Perceptionscon Dizzy Gillespie come solista. Nel 1965 trascorse un periodo a Vienna per esibirsi e registrare la sua Euro Suite con un’orchestra fusion jazz-classica guidata da Friedrich Gulda. Nel 1968, un lavoro di Johnson intitolato Diversions è stato commissionato dall’American Wind Symphony ed eseguito.

Dopo aver studiato pianoforte a 9 anni, Johnson ha iniziato a suonare il trombone all’età di 14 anni. Nel 1941 si è inaugurata la sua carriera professionale con Clarence Love,  poi ha suonato con Snookum Russell nel 1942, dove ha incontrato il trombettista Fats Navarro, che lo ha influenzato nello stile.  Tra il 1942 e il 1945, Johnson ha suonato nell’orchestra di Benny Carter, effettuando con lui gli esordi discografici, registrando il suo primo assolo in Love for Sale nell’ottobre del 1943. Nel 1944, ha preso parte al primo Jazz at The Philarmonic presentato a Los Angeles e organizzato da Norman Granz. Nel 1945 ha fatto il suo ingresso nella big band di Count Basie, girando e registrando con lui fino all’anno successivo.

Mentre il trombone a tiro era presente in primo piano nel Dixieland e nello Swing, esso sembrava caduto in disgrazia tra i musicisti be-bop, soprattutto perché erano ritenuti più adatti gli strumenti a fiato come tromba e sassofoni alla richiesta di padronanza tecnica e di velocità di fraseggio richiesti dal nuovo linguaggio jazzistico in auge. Perciò, dopo aver lasciato Basie, Johnson si applicò al nuovo idioma per suonare nei piccoli gruppi be-bop presenti nei club di New York, Durante questo periodo ha anche iniziato a registrare come leader con personaggi del calibro di Max Roach, Sonny Stitt e Bud Powell, registrando anche per Charlie Parker in una delle ultime celeberrime sessioni effettuate dal contraltista di Kansas City per conto della  Dial Records.

Nel primi anni ’50, Johnson ha avuto modo di registrare sia da leader che per Miles Davis nelle classiche registrazioni Blue Note Records, dove spiccavano già alcune sue composizioni come Enigma e Kelo, oltre al fatto di proseguire nella collaborazione col trombettista dell’Illinois nell’epocale Walkin’ (Prestige- 1954).

Nel 1954 il produttore Ozzie Cadena, poi con la Savoy Records, convinse Johnson a creare una combo a due tromboni con il trombonista Kai Winding: il “Jay and Kai Quintet”. Gli stili e le personalità dei due musicisti, benché  diversi, si fondevano così bene che l’abbinamento, durato fino all’agosto del 1956, si rivelò un enorme successo sia musicalmente che commercialmente. Girarono costantemente nei night club degli Stati Uniti registrando numerosi album prima di separarsi amichevolmente. Il duo si riunì di nuovo nel 1958 per un tour nel Regno Unito, registrando un album Impulse! in studio nel 1960 e altri due album nel 1968-1969 (per CTI / A & M Records). In seguito alla collaborazione con Winding, J.J. Johnson iniziò a guidare suoi small combo registrando diversi album per la Columbia che sono stati riuniti in un bel cofanetto della Mosaic.

Dal 1957 al 1960 Johnson ha anche partecipato al  tour del Jazz at the Philharmonic producendo un album dal vivo con il sax tenore di Stan Getz. Questo è anche il periodo nel quale Johnson si esercitava in parallelo alla composizione nell’ambito Third Stream di cui abbiamo già accennato. Dopo i sei mesi trascorsi a scrivere Perceptions, Johnson entrò quindi in studio di registrazione per registrare con l trio di André Previn sulle musiche di Kurt Weill. Nel 1962 Johnson viaggiò per un certo numero di mesi con il sestetto di Miles Davis, che tuttavia non ha lasciato alcuna documentazione discografica. Gli album sfornati da leader nella prima metà degli anni ’60, come JJ’s Broadway (1963), Proof Positive (1964) e Say When (1964-66, per big band) sono esemplari della maturità raggiunta sia dal suo stile strumentale, sia sul piano delle capacità di arrangiamento per larga formazione.

Nel 1970, Quincy Jones convinse Johnson a trasferirsi da New York in California per comporre per il cinema e la televisione. Durante questo periodo, ha suonato fuori dal giro dei concerti, tranne nel 1977 e 1982 in Giappone, e nel 1984 in Europa. Nonostante il basso profilo, ha registrato sei album come leader tra il 1977 e il 1984 (tra cui un album di duetto con trombone del 1984 con Al Gray) e alcuni album come sideman: due con Basie e per lacolonna sonora di The Sting II. Johnson è tornato a esibirsi e registrare nel novembre 1987, con un ingaggio al Village Vanguard di New York City. Sono seguite tournée negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone, oltre a un impegno di ritorno alla Vanguard nel luglio 1988 con un super quintetto che produsse due pregevoli album e che vedevano la presenza nientemeno che di Stanley Cowell al pianoforte e del giovane promettente Ralph Moore al sax tenore.

Durante il tour in Giappone nel dicembre del 1988, Johnson apprese che sua moglie Vivian aveva avuto un brutto colpo, che la rese incapace per i suoi ultimi tre anni e mezzo di vita. Durante questo periodo Johnson cancellò tutto il lavoro, dedicando le sue energie alla cura della moglie malata. Dopo la sua morte nel 1991, le ha dedicato un album su Concord. Un anno dopo, Carolyn Reid divenne la sua seconda moglie, e Johnson iniziò ad esibirsi ancora una volta. Dopo questo secondo ritorno sulla scena musicale si sono susseguiti i contratti di Johnson con una varietà di etichette discografiche, tra cui Verve e Antilles, che hanno portato ben cinque album di alto livello come leader. Si è ritirato dalle performance e dal tour concertistici alla fine del 1996, per poi scegliere di riirarsi a casa sua a Indianapolis, dove poteva dedicarsi alla sua passione di comporre e arrangiareGli fu purtroppo diagnosticato un cancro alla prostata che lo ha portato nel 2001 a togliersi la vita.

J. J. Johnson ha avuto una enorme influenza, pressoché su tutti i trombonisti jazz delle generazioni successive. La combinazione di due tromboni introdotta da Johnson e Winding è stata imitata da molti altri trombonisti coevi e e delle generazioni successive. Il suo principale discepolo, il trombonista Steve Turre, ha avuto modo di affermare “Jay Jay ha fatto per il trombone quello che Charlie Parker ha fatto per il sassofono e tutti noi che suoniamo oggi non suoneremmo nel modo in cui suoniamo se non fosse per quello che ha fatto”. 

Molte delle composizioni di Johnson, tra cui Wee Dot, Lament, Kelo e Enigma sono diventate standard del jazz. Dalla metà degli anni ’50 in poi, Johnson è stato perennemente votato nei sondaggi delle riviste specializzate e piazzato nella Down Beat Hall of Fame nel 1995.

Propongo a corredo un bel filmato live dove è possibile ammirarlo in azione su Sweet Georgia Brown in coppia a Stan Getz, oltre ad alcuni dei suoi brani e interventi solistici più famosi, tra i tanti a disposizione. Un grande musicista che merita di rimanere nella memoria di tutti gli autentici appassionati del jazz.

2 pensieri su “Il capostipite del trombone nel jazz moderno

  1. Ringrazio per il tuo esaustivo articolo su Johnson. Ho appreso tante informazioni che non conoscevo.
    Alcune brevi riflessioni che concorrono a spiegare le ragioni del dimenticatoio:
    la third stream music è considerata oggi alla stregua di un meteorite alieno venuto dallo spazio; troppo colta e bianca per molti jazzofili; troppo nera ed improvvisata per i soliti classicofili da conservatorio ai quali se provi a segnalarne alcune opere, ti obiettano con la consueta spocchia che quando Lewis, Russell, Johnson la suonavano, la musica colta allineava i serialisti alla Cage, Stockhhausen ecc… di cui possiedono le opere complete in almeno dieci diverse “interpretazioni”.
    Altro aspetto interessante è invece tutto interno al mondo del jazz: i rigidi progressisti non hanno orecchie per i Johnson; le riservano per i Rudd, Moncur III, Lewis ecc… spesso ignorando che le loro innovazioni non sono venuti da Marte e che Johnson è sempre stato un riferimento puntuale nella loro musica.
    Consentimi un piccolo pensiero anche ai grandi solisti bianchi. Hai opportunamente ricordato Winding, penso a Rosolino, Brookmeyer specialista del trombone a pistoni e al nostro Dino Piana che ho avuto il piacere di ascoltare alla Radio della Svizzera Italiana un anno fa rievocare la sua bella e lunga carriera.
    Sottolineo Radio della Svizzera Italiana per far capire cosa è oggi il jazz in Italia.

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    1. Bob Brookmeyer è uno dei miei trombonisti preferiti e uno dei più dotati sul piano dello swing. Puoi trovare qualche articolo sul blog a cominciare da una recensione di un suo bel disco https://riccardofacchi.wordpress.com/2015/10/14/il-jazz-raccontato-in-un-trombone-a-pistoni-the-bob-brookmeyer-small-band/ , anche qui https://riccardofacchi.wordpress.com/2017/09/19/ce-modo-e-modo-di-suonare-i-got-rhythm/ , oltre a un cenno sull’articolo dedicato alla Concert Jazz Band di Gerry Mulligan. Anche su Rosolino ho già scritto qui https://riccardofacchi.wordpress.com/2017/07/12/frank-rosolino-e-i-jazzisti-italo-americani/. grazie per il tuo commento come sempre molto puntuale e pertinente, oltre che ricco di stimoli per i prossimi articoli.

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